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Full text of "L'italiano regionale : atti del XVIII Congresso internazionale di studi, Padova-Vicenza, 14-16 settembre 1984"

SOCIETÀ DI LINGUISTICA ITALIANA 

SLI 25 ... 





PUBBLICAZIONI DELLA 

SOCIETÀ DI LINGUISTICA ITALIANA 

25 



SLI 

SOCIETÀ DI LINGUISTICA ITALIANA 



L'ITALIANO REGIONALE 



ATTI DEL XVm CONGRESSO INTERNAZIONALE DI STUDI 

Padova- Vicenza, 14-16 settembre 1984 



a cura di 

MICHELE A. CORTELAZZO e ALBERTO M. MIONI 



BULZONI ROMA 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o 
parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti 
i Paesi). 



Stampato con il parziale contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche 



ISBN 88-7119-205-2 



© 1990 by Bulzoni editore 
00185 Roma, via dei Libumi, 14 



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INDICE ! ^ 



MICHELE A. CORTELAZZO, ALBERTO M. MIONI, Presentazione 



5 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI Tra italiano regionale e coinè 

dialettale 

27 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMA- 

COLATA TEMPESTA / metodi d'inchiesta per l'italiano regionale. 
Osservazioni e proposte dal laboratorio del Nadir Salento 

53 CHIARA GRASSI BRAGA Spunti per un confronto tra i concetti di 

'lingua regionale' in Italia e nelle aree francofona e germanofona 

75 FRANCESCO SABATINI 'Italiani regionali' e 'italiano dell'uso 

medio' 

79 GIANNA MARCATO Italiano d.o.c. Sagra delle etichette o categoriz- 

zazione linguistica? 

89 LUCIANO CANEPARI Teoria e prassi dell'italiano regionale. A pro- 

posito del "Profilo della lingua italiana nelle regioni" 

105 GAETANO BERRUTO Italiano regionale, commutazione di codice e 
enunciati mistilingui 

131 ALESSIO PETRALLI Osservazioni sul lessico dell'italiano regionale 

ticinese 
145 GIULIANO BERNINI // trattamento delle affricate nell'italiano di 

Gandino (BG) 
159 JOHN TRUMPER, MARTA MADDALON // problema delle varietà: 

r italiano parlato nel Veneto 
193 ALBERTO M. MIONI La standardizzazione fonetico-fonologica a 

Padova e a Bolzano (stile di lettura) 
209 BARBARA DE NICOLAO Realizzazione di ISI intervocalico in 

giuntura di parola a Padova 
219 LUCIANO AGOSTINIANI, LUCIANO GL^NNELLI Considerazioni 

per un'analisi del parlato toscano 
239 ANNALISA NESI, TERESA POGGI SALANI Preliminari per una 

definizione dell' italiano di Toscarui: il lessico 
257 GIOVANNI MORETTI Gli 'italiani' dell'Umbria 
261 MARIA BETÀNIA AMOROSO Note sulla variazione linguistica 

(fonetico-fonologica) a Gallicano nel Lazio 
265 THOMAS STEHL // problema di un italiano regionale in Puglia 
281 SALVATORE CLAUDIO SGROI Per un'analisi strutturale dell'ita- 

liano regionale di Sicilia. Un'applicazione al Giorno della civetta di L. 

Sciascia ^ ^ m^^ 

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VI INDICE 

311 CRISTINA LAVINIO Retorica e italiano regionale: il caso dell' anti- 

frasi neir italiano regionale sardo 

327 TERESA POGGI S AL ANI Italiano regionale del passato: questioni 
generali e casi particolari 

355 MANLIO CORTELAZZO Regionalismi nel vocabolario della Crusca 

363 PIER VINCENZO MENGALDO Regionalismi e dialettalismi nell'epi- 
stolario di Nievo 

377 CORRADO GRASSI Italiano e francese regionali e popolari nelle let- 
tere di Vittorio Emanuele II 

383 MICHELE METZELTIN L'italiano dell' imperialregia marina austro- 
ungarica 



401 INDICE ANALITICO 



Presentazione 



Questo secondo dopoguerra ha rappresentato per l'Italia un periodo di gi- 
gantesche trasformazioni, che hanno avuto rilevanti riflessi anche sugli usi lin- 
guistici degli Italiani: scolarizzazione generalizzata per otto anni, presenza di 
grandi movimenti migratori intemi ed estemi, aumento della mobilità fisica e 
sociale delle persone, trasformazione di una società arcaica, rurale e montana, 
in una società dell'industria e del terziario, ecc. 

In conseguenza di tali rivolgimenti sociali, si formano reti di interazione 
così ampie e variate, che non potevano certo fondarsi sui soli dialetti locali, o 
sulle koinài regionali o subregionali, dove queste esistessero. Il loro codice co- 
mune e prevalente non poteva che essere una qualche varietà della lingua stan- 
dard. Ne conseguì un'aspirazione generalizzata negli Italiani ad acquisire, in 
tutti i modi possibili, una qualche forma della lingua nazionale: il tipo di com- 
petenza raggiunto da questi 'forzati' dell'acquisizione e apprendimento lingui- 
stico è diverso a seconda della solidità ed estensione della precedente tradizio- 
ne linguistica locale. Abbiamo pertanto un continuum di tipi di italiano che va 
dalle forme più standardizzate fino all'italiano popolare più chiaramente inter- 
ferito dal dialetto e maggiormente segnato da tutti quei processi di semplifica- 
zione che sono tipici dell'acquisizione di seconde lingue, nei casi in cui non si 
possa sempre far pratica della lingua con persone competenti e disponibili a in- 
segnarla e a non usare l'errore altrui come stigma sociale. 

Questi Atti del Congresso di Padova e Vicenza del settembre 1984 i raccol- 
gono studi di varia natura sui diversi tipi di italiano regionale, cioè di quell'ita- 
liano colorato di particolarità locali, ma non al punto da discriminare social- 
mente i parlanti se non in termini di pregiudizio regionalista 2. 



1 Lungaggini nella consegna dei testi, difficoltà tipografiche e molteplici impegni dei cura- 
tori hanno rinviato di molto l'uscita di questo volume. I curatori si assumono comunque l'intera 
responsabilità del ritardo e si scusano vivamente con gli autori e i lettori. 

2 Nel frattempo sono usciti altri importanti studi sull'italiano regionale, in particolare la 
monografia di G. Berruto, Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo (La Nuova Italia 
Scientifica, Roma 1987), che inquadra il fenomeno nell'ambito di un modello generale dei re- 
pertori linguistici italiani, e la sintesi specifica di Alberto Sobrero (Ifalienisch: Regionale Va- 
rianten I Italiano regionale, in Gunter Holtus / Michael Metzteltin / Christian Schmitt (a cura 
di), Lexikon der Romanistischen Linguistik, IV, Italienisch, Korsisch, Sardisch, Tiibingen, Nie- 
meyer, 1988, 732-748). In essa sono citati anche contributi annunciati nei riassunti di questo 
congresso apparsi nel Bollettino della Società di Linguistica Italiana 1984, n. 1-2, ma non pre- 
sentati al congresso o non consegnati per la pubblicazione, o di interventi congressuali non 
giunti poi alla redazione definitiva (si tratta in particolare di Patricia Bianchi, Per la storia 



vili PRESENTAZIONE 

L'ambito tematico qui affrontato non è certo totalmente nuovo per i conve- 
gni e congressi della SLI, anche se ne è nuova la focalizzazione. Ad esempio, i 
convegni della SLI cominciarono ben presto ad accogliere studi sulle prestazio- 
ni scolastiche di allievi di varie regioni. Pur deformati dal particolare punto di 
vista adottato (i dati erano sistemati nei termini negativi della deviazione dallo 
standard, piuttosto che in quelli positivi di caratterizzazione dei sistemi lingui- 
stici locali), tali studi fornivano comunque materiali di italiano, piii o meno po- 
polare, delle varie regioni (soprattutto centro-meridionali, grazie all'irradiazio- 
ne dell'insegnamento di Tullio De Mauro): un'intera sezione di tali contributi 
era già presente al IV Convegno della SLI, L' insegnamento dell'italiano in Ita- 
lia e all'Estero (Roma 1970; atti usciti nel 1971). In esso fu presentata anche la 
relazione di L. Rosiello {Norma, dialetto e diasistema dell'italiano regionale, 
345-352), che propone la definizione dell'italiano comune' come diasistema 
degli italiani regionali. 

Altri contributi che toccano più o meno direttamente il nostro argomento 
sono sparsi negli atti di vari congressi, tra cui citeremo il XIV di Lecce, Lingui- 
stica e Antropologia (1980, atti usciti nel 1983; ad es.: Gruppo di Lecce, Salen- 
to tra emigrazione e ritorno, 221-266; Angioni - Lavinio - Lòrinczi Angioni, 
Sul senso comune dei Sardi a proposito delle varietà linguistiche usate in Sar- 
degna, 267-290) e il XIV di Firenze, Linguistica storica e cambiamento lingui- 
stico (1982, atti usciti nel 1985; in particolare, studi di Bianconi e Scotti Mor- 
gana sugli antichi processi di diffusione dello standard). 

Pili nettamente vicini al nostro tema furono, però, l'VIII congresso di Bres- 
sanone, Aspetti sociolinguistici dell'Italia Contemporanea (1974, atti apparsi 
nel 1977) e l'XI di Cagliari, / dialetti e le lingue delle minoranze di fronte 
all'italiano (1977; atti apparsi nel 1979). In ambedue furono presentati contri- 
buti che si possono considerare decisivi anche per lo sviluppo della nostra pro- 
blematica: il congresso di Bressanone rappresenta una presa di coscienza gene- 
ralizzata (e non solo limitata a pochi precursori e 'padri fondatori') dell'esisten- 
za e della legittimità di una sociolinguistica specifica alla situazione italiana; 
quello di Cagliari un'applicazione importante di tali metodi al rinnovamento 
della dialettologia, con ricchi spunti teorici e importanti conquiste di conoscen- 
za empirica. Gli anni di distanza che ci separano da questi congressi - anni co- 
munque cruciali, da una parte per il prodigioso avanzare della conoscenza 
dell'italiano nel paese, dall'altra per l'approfondirsi dei metodi di analisi del fe- 
nomeno - possono darci una chiara idea sia del mutamento delle situazioni che 
del loro studio. 



dell' italiano regionale nel Mezzogiorno nella seconda metà dell' Ottocento e di Michele A. 
Cortelazzo, Le raccolte di provincialismi come fonti dell' italiano regionale di fine Ottocento). 



PRESENTAZIONE IX 

I lavori qui presentati affrontano il fenomeno da vari punti di vista: una im- 
portante divisione è, prima di tutto, quella tra i lavori fondati su ricerche sul 
campo e quelli che, invece, cercano testimonianze scritte di italiani regionali 
del passato, con metodologie che, da una parte, sono di natura sociolinguistica 
e/o dialettologica, e, dall'altra, si presentano come buoni rappresentanti di quei 
nuovi filoni della storia della lingua italiana che esplorano le manifestazioni 
scritte dell'italiano, letterarie e non, più regionalmente caratterizzate, pur pre- 
servando un interesse prevalentemente di natura stilistico-lessicale. 

Gli scritti più strettamente linguistici, presentano, innanzi tutto, un buon 
nucleo di rassegne di studi e di problematiche generali: Pellegrini sviluppa il 
problema dell'italiano regionale a partire da solide ed esaurienti considerazioni 
sulla situazione dialettale a cui esso si sovrappone; Berruto, Sabatini e Marcato 
danno qui anticipazioni o riprese di più ampi contributi sviluppati in altra sede; 
Canepari espone un progetto di lavoro a scala nazionale, che nel frattempo è 
venuto in parte realizzandosi; Grassi Braga fornisce preziosi raffronti col mon- 
do germanofono e francofono, ecc.. Tuttavia, spunti metodologici importanti 
sono presenti in molti dei saggi del volume, anche al di là della situazione e dei 
dati particolari presi in considerazione: tra tutti citeremo quelli del Gruppo di 
Lecce e di Trumper-Maddalon. 

Tali studi linguistici sono anche differenziati per il livello di lingua preso in 
considerazione: com'è usuale in sociolinguistica e in generale negli studi di va- 
riazione, la fonologia la fa da padrona, affiancata dal più tradizionale studio dei 
regionalismi lessicali, ma non mancano spunti anche sostanziosi di livello mor- 
fosintattico e testuale. Essi, poi, scelgono come oggetto del loro studio territori 
di diversa ampiezza: il tipo di griglia prevalente è soprattutto quello regionale o 
subregionale, con qualche eccezione; così abbiamo Berruto con esemplificazio- 
ne prevalentemente piemontese e lombarda, Trumper-Maddalon sul Veneto, 
Agostiniani-Giannelli e Nesi-Poggi Salani sulla Toscana, Moretti sull'Umbria e 
Stehl sulla Puglia; più circoscritto è l'ambito di Sobrero et al. (Salento), Petralli 
(Ticino) e Mioni (Padova e Bolzano). Dedicati a situazioni ancor più circoscrit- 
te sono Bernini (Gandino, BG), De Nicolao (Padova) e Amoroso (Gallicano, 
Roma). Come si può vedere, il ventaglio delle regioni rappresentate è ab- 
bastanza ampio, ma vi sono anche significative assenze, alcune delle quali cor- 
rispondono a effettivi vuoti nella ricerca, che riguardano soprattutto gran parte 
dell'Italia mediana. Speriamo che in un analogo congresso tra qualche anno si 
possano trovare colmate queste lacune non indifferenti della nostra presente 
conoscenza, nonostante gli importanti ma limitali assaggi di Canepari {Italiano 
standard e pronunce regionali, 1980^ e 1983^). 

Una cospicua sezione del volume (aperta dal saggio di T. Poggi Salani) è 
dedicata all'italiano regionale del passato. L'estensione cronologica dei contri- 
buti raccolti va dal Cinquecento all'Ottocento, con una polarizzazione verso i 



X PRESENTAZIONE 

due secoli estremi; di essi, il primo rappresenta il momento della codificazione 
di un italiano scritto unitario che respinge ai margini, almeno nelle scritture let- 
terarie, ogni variante regionale; il secondo il momento dell'emergere sempre 
più forte del regionalismo in una lingua che sta estendendo i propri ambiti 
d'uso (incomincia a invadere il parlato, fino ad allora dominio incontrastato dei 
dialetti) e sta mettendo in crisi le codificazioni tradizionali. 

La ricerca relativa a questi periodi non può incentrarsi sulla descrizione di 
varietà sistematiche dell'italiano, come è possibile fare per gli italiani regionali 
d'oggi, bensì sull'individuazione, negli scritti in italiano, di singoli regiona- 
lismi, per lo pili lessicali e, in misura minore, morfologici (quelli fonetici rara- 
mente traspaiono dalle scritture) e sul recupero dei giudizi linguistici degli scri- 
venti o dei trattatisti. In questo campo risultano fondamentali le annotazioni 
metalinguistiche di grammatiche e vocabolari (a cominciare dalla Crusca, qui 
studiata da Manlio Cortelazzo) e le testimonianze degli scrittori non toscani, 
che si trovano a combattere tra le spinte della propria madrelingua e la norma 
offerta dalla tradizione e dai trattati che la codificano; un contrasto che crea di- 
sagio soprattutto in quei settori nei quali il toscano presenta realizzazioni mino- 
ritarie rispetto al resto d'Italia (si pensi al caso di popone in opposizione a me- 
lone) o per quei fenomeni nei quali toscano letterario e dialetti regionali pre- 
sentano esiti concordanti che si discostano da quelli del fiorentino parlato 
(l'esempio tipico è quello della prima persona in -a dell'imperfetto indicativo). 

Ma non mancano, anche in questi Atti, per opera di Mengaldo, Grassi e 
Metzeltin, ricerche condotte su fonti primarie, soprattutto su quei tipi di testo 
come le lettere e i diari che, in auge negli ultimi anni presso storici e studiosi 
della cultura popolare, sono un serbatoio preziosissimo anche per chi studia 
l'italiano e le sue varietà. L'utilizzo di queste fonti apre prospettive diverse a 
seconda della posizione sociale e dell'istruzione degli scriventi: se questi sono 
colti, negli epistolari e nei diari troviamo la documentazione di una lingua me- 
no controllata rispetto ad altri scritti, meno bloccata, anche in tema di regio- 
nalismi, dall'ossequio alla tradizione; se invece lo scrittore è un incolto i tratti 
regionali e quelli popolari si sovrappongono in maniera quasi inestricabile, 
contribuendo anche sul piano dei fatti a intorbidare uno dei nodi teorici più in- 
tricati dello studio delle varietà dell'italiano, quale è appunto il rapporto tra ita- 
liano popolare e italiano regionale. 

Neil 'individuare regionalismi nei testi del passato, completezza documen- 
taria e prudenza interpretativa non sono mai troppe, sia per ragioni inerenti alla 
storia della nostra lingua, nella quale regionalismo (in primo luogo toscano, ma 
anche di altre aree) e letterarismo possono sovrapporsi; sia per ragioni inerenti 
agli strumenti che possiamo utilizzare (principalmente vocabolari, di lingua e 
dei dialetti), che non sempre possono unire i tre fattori che li renderebbero otti- 
mali per le nostre ricerche, e cioè attendibilità nelle notazioni metalinguistiche. 



PRESENTAZIONE XI 

contemporaneità rispetto ai testi analizzati, precisa localizzazione della lingua 
riportata (soprattutto per i dialetti delle città non capoluogo di regione). I con- 
tributi contenuti in questi Atti rappresentano dei modelli per ricerche di questo 
tipo, tanto più utili in quanto spesso offrono, sui punti cruciali che abbiamo ci- 
tato, indicazioni metodologiche fondate sull'esperienza diretta. 

Michele A. Cortelazzo e Alberto M. Mioni 



GiovAN Battista Pellegrini 
(Padova) 

Tra italiano regionale e coinè dialettale 



1. Quando nel giugno del 1959 tenni a Trieste, in occasione di una riunione del- 
la S.I.P.S., nella sezione «Linguistica» (diretta da Antonino Pagliaro) una co- 
municazione dal titolo Tra lingua e dialetto in Italia (Pellegrini 1960), non mi 
rendevo assolutamente conto di affrontare una discussione di «socio-linguisti- 
ca» italiana, allora un po' ante litteram nel nostro paese (come hanno ricono- 
sciuto alcuni gentili colleghi, forse troppo generosi nei miei riguardi). In effetti 
i linguisti e i dialettologi italiani si sono sempre preoccupati di studiare i dialet- 
ti e le varie parlate italo-romanze nelle espressioni locali di patois, e non si era- 
no mai (o quasi mai) interessati della varietà linguistica". Partecipava al Conve- 
gno (non eravamo più di dodici specialisti) anche F allora giovanissimo (appena 
laureato) Tullio De Mauro (invitato dal Pagliaro di cui era stato allievo) il qua- 
le, qualche anno dopo, ci procurerà il primo vero trattato di sociolinguistica ita- 
liana, fondato, tra l'altro, su ampie statistiche e su rnateriali di prima mano, col 
ben noto (e giustamente fortunato) volume Storia linguistica dell'Italia unita 
del 1963, cui hanno fatto seguito varie e rinnovate edizioni. In realtà io mi fon- 
davo, nelle mie considerazioni e nelle mie prime suddivisioni del «continuum», 
soprattutto su esperienze linguistiche personali di dialettofono in origine perife- 
rico, poi urbanizzato, e di italofono di vari livelli; sempre di ambito regionale, 
ma approdato poi in ambiente toscano a contatto col vernacolo pisano o con la 
lingua standard (si fa per dire). Ma l'occasione per stendere quelle mie osserva- 
zioni sintetiche ed essenziali — poi riprese in Pellegrini (1962) — mi era stata 
propiziata, oltre che da autoosservazioni sulla variabilità del mio proprio elo- 
quio, soprattutto dalla visita di R. Ruegg a casa mia a Pisa (ove abitavo da 
qualche anno) verso il 1955. Io gli procurai, dietro sua preghiera, alcuni infor- 
matori per l'area veneta settentrionale, da interrogare per l'allestimento della 
sua tesi di dottorato, poi pubblicata (Riiegg 1956); essa risultò incompleta a 
causa dello smarrimento di molti materiali già raccolti. 

Come si sa, le ricerche sui rapporti tra lingua e dialetto e soprattutto 
suU'italiano regionale (una realtà indiscutibile e riconosciuta da tutti nelle sue 

i Su codesto argomento v. ad es. Trumper (1975), in partic. p. 135 ove l'autore accenna ad 
una «visione statica della società da parte dei dialettologi italiani tradizionali i quali hanno tra- 
scurato gli aspetti sociali del dialetto». Ma per giustificare tale atteggiamento da parte di stu- 
diosi grandemente benemeriti nell'esplorazione dei nostri dialetti locali, rinvio a Pellegrini 
(1982), in partic. pp. 2-3. 



6 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

deviazioni e particolarità, spesso macroscopiche rispetto alla lingua comune o 
al «buon italiano», un tempo oppresso da eccessive tendenze puristiche di fio- 
rentinità) non hanno ora una funzione prescrittiva e correttiva, come nella rigi- 
dità di molti manuali o manualetti redatti nel secolo passato e anche nel no- 
stro 2, ma soprattutto di documentazione ed esplorazione scientifica. Ciò nono- 
stante, anche se i manuali e le grammatiche attuali sono apparentemente meno 
severi nell'indicare la buona norma, si può facilmente constatare che l'italiano 
parlato e la pronuncia di base fiorentina fanno enormi progressi^; ma ciò è do- 
vuto, nella massima parte, ai poderosi mass media e alla televisione che diffon- 
de per lo più (salvo pochi casi) pronunce accettabili e paradigmatiche per la 
massima parte degli Italiani. Ma anche i suddetti studi sulle varietà regionali 
dell'italiano offrono indubbiamente dei paradigmi per evitare una eccessiva re- 
gionalità e provincialità del proprio linguaggio con indicazioni «mitridatiche» e 
non impositive dell'italiano ideale standard, che si oppone all'uso locale. 

2. E ovvio che con «italiano regionale» o «varietà d'italiano» che si parla (e si 
scrive in manifestazioni non impegnative o dimesse) nelle numerose aree lin- 
guistiche italiane, le quali corrispondono in buona parte alle regioni ammini- 
strative, non si deve intendere una sezione della nostra espressività comunicati- 
va rigida e immutabile. Come tutti sanno, i numerosi studiosi che ormai da due 
decenni si sono occupati o si occupano della variabilità linguistica, anche «ita- 
liano regionale» è una definizione di comodo che peraltro sottende un concetto 
ben riconoscibile qualora si sappia individuare al suo intemo una indiscutibile 
graduazione dovuta a vari fattori. Una graduazione che si arresti, attraverso va- 
riazioni sempre meno percepibili, sul versante della coinè italiana e che nella 
variante più dimessa, non oltrepassi il confine della «lingua» per trasformarsi 
in «dialetto»: ciò che, pur entro certi limiti, si può determinare con principi 
soggettivi (il locutore ritiene di parlare in lingua) e ancor più obiettivi se tenia- 
mo soprattutto in considerazione il peso determinante che riveste in quest'am- 
bito, lo scheletro fondamentale del linguaggio fornito dalla morfologia. Le 
mie considerazioni già esposte da oltre cinque lustri sono state a volte riprese 
da vari colleghi meglio dotati, rispetto allo scrivente, di una attrezzatura teorica 
(ad es. Mioni 1976). Esse sono state sviluppate con esemplare chiarezza, a mio 



2 Alcune indicazioni su tali manualetti in Pellegrini (1975, pp. 18-19) e v. soprattutto Mo- 
naci (1918) con una lista molto utile anche se incompleta. 

3 Lo ho potuto constatare con esperienza diretta anche tra i miei allievi veneti, in occasio- 
ne di miei corsi di grammatica storica italiana tenuti a Padova negli ultimi due anni accademici; 
chiedevo spesso la pronuncia di voci italiane che mi capitava di spiegare a ciascuno di loro e 
nel complesso ho potuto constatare che la loro pronuncia era assai spesso corretta — secondo i 
dettami del DOP — in ogni caso assai diversa dalla mia dell'adolescenza e gioventù, sicura- 
mente assai più «regionale». 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 7 

giudizio, soprattutto da Bruni (1984, pp. 81-104, specie pp. 88-90). Il Bruni ol- 
tre ad esporre il problema delle inevitabili interferenze reciproche tra lingua e 
dialetto, con i risultati che tutti ormai conosciamo, accetta come base di discus- 
sione più comoda la mia quadripartizione^ la quale costituisce un punto fermo 
anche se essa, qualora sia recepita con rigidità, non risulta valida per tutte le re- 
gioni italiane. Ma il Bruni sa identificare e definire assai bene anche il registro 
che io avevo denominato, forse troppo restrittivamente, la coinè dialettale o 
dialetto regionale, mentre una definizione assai meno impegnativa e più gene- 
rale è senza dubbio quella di «dialetto indebolito» (o simile). Come afferma il 
Bruni (p. 83): «All'interno del dialetto si forma allora una polarità che oppone 
al dialetto arcaico [potremmo dire anche al patois che scriverei ormai, all'ita- 
liana, pa/wà 5] italianizzante o urbano che è frutto dell'indebolimento del dialet- 
to dovuto alla pressione dell'italiano. Il dialetto italianizzante prende o può 
prendere anche il nome di koinè, nel senso che in esso prevalgono forme che 
cancellano o riducono le particolarità dei dialetti locali; coinè dialettale (o dia- 
letto di coinè) significa dunque il dialetto condiviso da un territorio relativa- 
mente ampio...». Così il Bruni e mi sembra che il concetto sia ora ben esposto e 
che tale modalità dialettale possa valere per un numero di casi assai maggiore 
di quanto io pensassi (v. qui sotto). In particolare — come opera ed esemplifica 
il Bruni — si possono individuare liste amplissime di doppioni lessicali che, 
pur sul versante del dialetto, attestano la forma idiomatica più autentica, spesso 
ormai sentita dai locali come volgare, e quella, pur vernacolare, ma chiaramen- 
te di influsso italiano 6. 

3. Possiamo ora disporre di un numero già notevole di eccellenti descrizioni, 
tutte assai accurate e documentate, dell'uso regionale dell'italiano, con alcune 
correzioni e ritocchi sempre lievi rispetto ai confini politico-amministrativi del- 
le regioni, dovute alla varia articolazione dei dialetti sottostanti. Per uno studio 
dei limiti territoriali dell'italiano regionale è innanzi tutto necessario riconosce- 
re quale sia l'espansione dei dialetti, sostrato della lingua e causa essenziale 
della varia mutevolezza della stessa a seconda di determinate regioni. La ripar- 
tizione dell'Italia dialettale d'altro canto è ben conosciuta anche nelle sue mini- 
me particolarità e si può individuale anche con l'ausilio della mia Carta dei 



4 Si veda il mio schema in Pellegrini (1975, p. 40) ove sottolineo la variabilità assai mag- 
giore nei registri intermedi, dell'italiano regionale e del dialetto regionale o simile, rispetto ai 
dialetti locali e all'italiano comune. 

5 Mi permetto di trasferire il fr. patois alla grafia italiana poiché tale francesismo è pene- 
trato assai spesso in vari dialetti (ad es. nel Veneto settentrionale e altrove). 

6 Si vedano ad es. gli elenchi di Bruni (1984, pp. 84-85). Potrei fornire un'ampia esempli- 
ficazione per l'area veneta tratta anche da esperienze personali di dialettofono a vari livelli. 



8 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

dialetti d'Italia ^ che, pur con alcune imperfezioni — ma mi auguro di poterne 
apprestare prossimamente una edizione migliorata, specie nella utilizzazione di 
diversi colori — offre dati sufficientemente precisi ai nostri fini col decorso 
delle principali isoglosse le quali debbono essere viste con una certa elasticità, 
anche per motivi diacronici e diastratici. Come ho già detto, in buona parte le 
regioni ufficiali vengono a corrispondere alle regioni dialettologiche. Conviene 
pertanto, anche in questa sede, segnalare poche smarginature, del resto ben note 
agli specialisti; ad es. l'area mantovana prevalentemente emiliana (e qui anche 
l'italiano regionale locale, specie nella pronuncia, ne rappresenta una precisa 
conferma!); il Novarese in prevalenza lombardo ed assai meno piemontese; la 
Lunigiana e l'Apuania assai meno toscane e molto di più emiliane e in parte li- 
guri, ecc. Ma la regione veramente atipica è rappresentata — lo sanno tutti — 
dalle Marche ove il settentrione urbinate-pesarese (in parte anche anconitano) 
rappresenta il prolungamento dei dialetti romagnoli, mentre parte dell'Anconi- 
tano, ed assai più Macerata appartengono al sistema linguistico «mediano» in 
connessione con l'Umbria e il Lazio e il meridione ascolano è ormai di tipo 
dialettale meridionale (in prevalenza), affine al tipo abruzzese teramano. E ov- 
vio che sarà qui impossibile individuare un italiano regionale marchigiano; ma 
non sarà invece difficile, anche con una esperienza linguistica limitata, attribui- 
re a un locutore di codesta regione una provenienza pesarese, maceratese o 
ascolana. 

4. Per la suddivisione delle regioni d'Italia secondo criteri linguistici (ma le 
aree considerate risultano forse troppo ampie) si può vedere il contributo di De- 
voto (1960): un lavoro che può presentare qualche utilità (ma con varie riserve 
che si riflettono anche nella delimitazione degli italiane regionali). In realtà il 
Devoto individua a grandi linee un numero troppo ristretto di regioni e spazi 
eccessivamente ampi. Si tratta di regioni storico-linguistiche forse precise per 
quanto concerne l'antichità e i sostrati fondamentali. Ivi si distingue: 1. un'area 
sicano-salentina (Sicilia occidentale e Puglia meridionale); 2. un'area assai 
estesa dell'Italia sannitica (Sicilia nord-orientale e tutta l'Italia meridionale fino 
al Sangro e al Garigliano); 3. l'area tirrenica costituita, per diversi motivi, dalla 
Sardegna e dalla Toscana; 4. la regione umbro-sabellica compresa, per le coste 



"^ Pellegrini (1977 a), numero del «Profilo dei dialetti italiani», coordinato da M. Corte- 
lazzo, nella collezione del «Centro di studi per la dialettologia italiana» (da lui diretto e di cui 
sono stato per breve tempo, all'inizio, un direttore temporaneo). Tale carta, da me ideata e com- 
posta, passata in bella, prima della stampa, dal geometra padovano A. Mello, rappresenta una 
buona base per una rielaborazione più correUa, specie se potrò disporre di ulteriori informazio- 
iii da parte dei colleghi specialisti delle singole regioni. Anche la realizzazione tipografica si 
potrà di molto migliorare con l'ausilio di esperti cartografi. 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 9 

adriatiche, fra il Sangro e il Rubicone e per quelle tirreniche, tra il Garigliano e 
il Tevere; 5. e 6. si riferiscono all'Italia superiore, ove il Devoto distingue due 
grandi regioni, l'euganea (cioè la veneta in cui la protagonista anche in sede 
linguistica diverrà Venezia) ed una estesissima area gallo-italica che include le 
zone restanti dell'Italia settentrionale ed è ivi compreso anche il Friuli. 11 Mae- 
stro fiorentino sa tracciare, come è suo costume, un panorama ricco di idee ed 
avvincente sui caratteri e motivi dell'Itaha regionale in cui prevale l'importan- 
za attribuita ai fatti linguistici, ma non mancano in esso interpretazioni fondate 
su inesattezze o su chiari errori di conoscenza. Come abbiamo detto, ai nostri 
fini di ritrovare gli antecedenti dialettali dei vari italiani regionali, la sua classi- 
ficazione non risulta veramente insostituibile anche per il fatto che essa ci ri- 
porta forse troppo indietro nella storia. 

5. Tra i volumi recenti che affrontano il tema della pronuncia e dell'intonazione 
dell'italiano nella sua varia distribuzione va menzionato ora in prima linea lo 
studio di Luciano Canepari (1980), riedito ed ampliato nel 1984, volume al 
quale sono allegate due cassette di registrazioni su nastro con esemplificazione 
assai particolareggiata di pronunce ed intonazioni suddivise in ben 21 tipi di- 
versi «. In codesta impresa il Canepari era stato preceduto, almeno parzialmen- 
te, dal nostro Maestro, Prof. Carlo Tagliavini, mediante il corso di dischi am- 
piamente commentato (Tagliavini 1965) con una limitata esemphficazione di 
pronunce regionali, tra le più spiccate. Il Canepari identifica ed esamina con lo- 
devole attenzione e descrive i fatti intonativi — mediante un sistema di cui al- 
lega il breve saggio sonoro e cioè: per la Toscana, l'Umbria, le Marche (l'A. 
considera qui soprattutto la prov. di Macerata che ritiene giustamente la più ti- 
pica della regione), il Lazio, l'Abruzzo, il Molise, la Campania, la Puglia, la 
Calabria, la Sicilia, la Sardegna, l'Alto Adige, il Friuli, la Venezia Giulia, il Ve- 
neto, il Trentino, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, l'Emilia-Romagna. Egli 
le definisce 21 «coinè particolari» in cui si possono raggruppare «tre grossi 
gruppi: centrali (4), meridionali (7) e settentrionali (9), colla Sardegna, isolata 
e conservativa, che fa in qualche modo da tramite tra le coinè centro-meridio- 
nali e quelle settentrionali {ConQ^din 1980), p. 45). La ricerca originale dell'A. 
meriterebbe una lunga disamina. Qui mi limito ad un'unica osservazione a pro- 
posito dell'opportunità di esaminare, spesso congiuntamente, le pronunce re- 
gionali ed in generale il tipo di italiano di Trento e di Trieste che in alcuni casi 
vistosi vengono a coincidere. Canepari (1980, p. 91) segnala ad es. per Trieste 
la tipica realizzazione [qz] per [r)s] in parole dotte quali offensiva, espansione, 



8 Gli esempi di pronunce regionali registrate su nastro sono di tipo medio, poco caratteriz- 
zate; al contrario gli esempi riprodotti in Tagliavini (1965) sono fortemente caratterizzati. 



1 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

pensione, insiste, ecc. Ma sarebbe stato opportuno indicare — ciò che è trascu- 
rato alle pp. 94, 95 — che identico fenomeno è ancora bene attestato nel Trenti- 
no. Io lo definisco — come tanti altri — probabile retaggio della scuola asbur- 
gica sul modello della pronuncia tedesca, ove ad es. in Sense «falce» o in unser 
«nostro» (ecc.) la sonorità della nasale salta il limite sillabico e si trasferisce al- 
la sibilante seguente, secondo un procedimento che probabilmente è stato già 
sufficientemente indagato per il tedesco, ma non ho ancora dati precisi (e biso- 
gnerebbe pensare ad un tedesco letterario). Ora penso che i maestri elementari 
del Trentino e di Trieste, spesso bilingui (e si ricorderà la precocità dell'inse- 
gnamento elementare in Austria rispetto all'Italia) avranno esteso alla pronun- 
cia italiana i modi di articolazione di quella tedesca (corretta?) proprio in un 
gruppo di parole quasi uguali nel tedesco regionale; tale pronuncia fu poi diffu- 
sa ad altre che comportavano il nesso -ns-. Ma l'eredità asburgica è bene docu- 
mentabile a Trento e a Trieste (assai meno nel veneto arcaico e non conosco la 
situazione della Lombardia) in un ampio settore di voci ereditarie dal linguag- 
gio burocratico o militare austriaco. Col recente e comprensibile revival di fi- 
loasburgismo (si veda anche certa produzione letteraria), tanto a Trento, quanto 
a Trieste (o altrove) non sarebbe male riprendere a fondo codesto tema degli 
asburgismi linguistici studiati non episodicamente, ma mediante una ricerca ap- 
profondita e possibilmente completa, anche con l'ausilio di documenti scritti 
(in parte si tratterebbe di riprendere, ma per altre particolarità, la nota monogra- 
fica di H. Schuchardt). È comunque certo che nello studio dell'italiano regiona- 
le trentino e triestino — che non mi risulta sia mai stato illustrato a fondo — un 
filone caratterizzante sarà di certo costituito dagli «asburgismi». 

6. Negli ultimi vent'anni molti colleghi, in particolare dialettologi, hanno af- 
frontato la tematica dell'italiano regionale in volumi assai ampi ed organici, 
ricchi di dati precisi o in alcuni articoli più limitati. Ma pare doveroso ricordare 
le principali opere in codesto settore della sociolinguistica italiana, opere da me 
auspicate fin dal breve saggio del 1959 9. Per il Veneto è recentissimo il nuovo 
volume di L. Canepari (1984). Sta inoltre per uscire un più breve contributo di 
G. Berruto (1987) sull'italiano di Bergamo (con riscontri anche nella provin- 
cia), lavoro che ho avuto il piacere di leggere sul manoscritto. Per la Sicilia di- 



^ Ritrascrivo quanto scrivevo nel 1959 (ora Pellegrini 1975, pp. 34-35): «...tra le varie ri- 
cerche che si possono intraprendere sul tema "tra lingua e dialetto", sarebbe veramente augura- 
bile che si raccogliessero i materiali f)er un volume generale [in realtà sono venuti alla luce tan- 
ti volumi singoli]; esso dovrebbe offrire un panorama dell'italiano regionale e una ben vagliata 
documentazione dell'apporto dialettale delle singole regioni italiane alla lingua nazionale... Il 
fine della ricerca sarebbe duplice: di documentario storico-linguistico valido sia per la lingua 
nell'uso orale, sia per il dialetto, e di un utile repertorio di regionalismi anche con eventuale 
funzione normativa. 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 1 1 

sponiamo di Tropea (1976) i"; inoltre si veda Leone (1982)ii. Per la Sardegna 
che presenta una situazione del tutto particolare ci informa con grande compe- 
tenza, anche teorica, Loi Corvetto (1983); per il Salentino abbiamo Sobrero e 
Ramanello (1981), un volume che fa seguito ad analoga ricerca su regioni con- 
finanti (Albanese, Colotti e Mancarella 1979). Due eccellenti monografie (che 
si completano a vicenda) sono state riservate all'estremo Nord e cioè all'italia- 
no come si parla nella Svizzera italiana; alludo a: Lurati (1976) e, qualche anno 
dopo. Bianconi (1980). Ma non mancano i saggi più brevi, assai numerosi, che 
qui non posso ricordare interamente. Essi sono spesso impostati con buone co- 
noscenze anche teoriche e con una esperienza sociolinguistica che deriva agli 
autori da ampie letture di bibliografica soprattutto americana. A questo propo- 
sito si può vedere il contributo di A. Mioni e J. Trumper (1977; ma già redatto 
nel 1974), ove l'esperienza dei vari registri nell'uso veneto, si accompagna an- 
che a precise formalizzazioni. E non va sottaciuto ora che gli studi sulla varia- 
bilità dell'italiano negli ultimi anni hanno attirato anche l'attenzione dei giova- 
ni studiosi tedeschi che vi hanno dedicato ampi saggi; basterebbe menzionare i 
lavori degli ultimissimi anni di E. Radtke e di G. Holtus e alcuni convegni de- 
dicati in Germania a codesta tematica '2. 

7. Una posizione particolare con riferimento al «continuum» lombardo, ha il la- 
voro di Glauco Sanga (1978), con allegato un disco di registrazioni esemplifi- 
cative, assai ben realizzato. Il Sanga enuclea vari registri linguistici nella prati- 
ca comunicativa regionale — il cui limite non può essere ovviamente sempre 
ben definito — e distingue pertanto: 1. l'italiano standard, 2. l'italiano regiona- 
le, 3. l'italiano popolare, 4. l'italiano dialettale, 5. l' italiano-dialetto (alternanza 
di enunciati in italiano o in dialetto; secondo un modulo assai tipico della Lom- 
bardia e anche dell'Emilia), 6. il dialetto italianizzato, 7. il dialetto regionale e 

8. i dialetti locali (o patoìs ). L'esperienza dell'A. nel districare situazioni lin- 
guistiche tanto sfumate è assai notevole, ma non mancano incertezze nelle defi- 
nizioni dato il continuo sovrapporsi di enunciati «proteiformi»'^. Potremmo an- 
cora aggiungere altri saggi, specie per le variazioni lessicali, più brevi, ad es. 
Coco (1973) sulla situazione dell'italiano a Bologna o G. Moretti (1983), sulle 

10 Fra le recensioni a codesto volume menziono anche una mia (Pellegrini 1977 e); fin dal 
1957 ebbi l'occasione di notare la profonda diversità del pariato comune siciliano rispetto ad 
esempio a quello veneto, durante il mio insegnamento a Palermo degli anni 1957-58 

1 • Leone può considerarsi un precursore di questi studi sulla variabilità linguistica regiona- 
le attraverso articoli pubblicati in «Lingua nostra» ad es. Leone (1959). 

'2 Si è tenuto anche a Berlino (Ovest) un convegno su temi di sociolinguistica italiana 
l'anno passato; menziono qui qualche lavoro di studiosi stranieri, ad es. di Holtus-Radtke 
(1982); E. Radtke (1982); si veda anche la buona sintesi di Hall (1980). 

•3 Di G. Sanga si vedano anche alcuni studi che avevo potuto leggere sul dattiloscritto 
(Sanga 1987 e in stampa). 



1 2 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

caratteristiche umbre di italiano regionale; o ancora gli studi di Mioni e di 
Trumper ed infine Trumper e Maddalon (1982). Come saggio metodologico ri- 
corderemo anche M. Cortelazzo (1974; poi, rielaborato, 1977), articolo ben im- 
postato e meditato; anche per i rapporti con l'italiano popolare è da vedere un 
buon contributo di G. Berruto (1983). 



8. Apprezzabile il tentativo di Trumper (1977), un saggio che, nonostante certe 
interpretazioni evidentemente inesatte o errate, sulle quali ho già scritto (Pelle- 
grini 1982 a), delinea, tra l'altro, le caratteristiche di una «macrodiglossia» di 
contro alla «microdiglossia». Forse si poteva, in codesto lavoro, chiarire anche 
altri particolari, ad es. che la pratica di una macrodiglossia è spesso direttamen- 
te proporzionale alla comprensibilità della parlata dialettale (anche nei film le 
servette parlano spesso in veneto, piuttosto che in un altro dialetto, unicamente 
per la facile comprensibilità di codesta parlata fortemente italianizzata nella 
pratica). Ma non mancano vistose eccezioni anche per codesto principio, ecce- 
zioni che devono essere spiegate singolarmente. Alludo ad es. al friulano che, 
pur non essendo facilmente comprensibile, ha ancora una vastissima diffusione 
nella Regione. Ma codesto caso richiede appunto una spiegazione del tutto par- 
ticolare. Innanzi tutto la posizione di tale parlata, un tempo (ma ancora parzial- 
mente) diffusa tra Livenza (non tra Tagliamento, come scrivono molti, tra i 
quali il Devoto) e Isonzo, è indubbiamente assai caratteristica ed in fase sincro- 
nica nettamente differenziata dal veneto (anche se l'appartenenza del friulano 
ad un sistema unitario ladino o retoromanzo che include i Grigioni e parte delle 
Dolomiti, come si scrive nei manuali di linguistica romanza, sta perdendo cre- 
dito e lo perderà sempre piìi nell'ambito scientifico). I locutori locali sono con- 
vinti, in grande maggioranza, di parlare una «lingua» e bisogna infatti ricono- 
scere che, pur nelle varie differenze, il friulano conserva ancora un sistema lin- 
guistico bene identificabile. E non bisogna trascurare la crescente vitalità di 
una buona letteratura redatta in friulano e la volontà di molti parlanti di restare 
fedeli alla avita tradizione. Si nota inoltre negli ultimi anni in Friuli, oltre che il 
generale fenomeno dell'avanzata, sempre piià vistosa, della lingua comune, an- 
che una perdita dell'antico prestigio goduto nella regione dal veneto (salvo ec- 
cezioni) che cede per lo più il posto all'idioma locale. Anche per il sardo il di- 
scorso è del tutto particolare, ma le difficoltà di poter accordarsi in Sardegna su 
criteri universalmente accettati per arrivare ad una coinè sarda generale, sono 
indubbiamente superiori e meno realizzabili rispetto al Friuli "». 



''' Di ciò tratto brevemente nella mia recensione a Loi Corvetto 1983 («Lingua e Stile» 19 
(1984), pp. 653-658). 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DL^LETTALE 1 3 

9. Anche sul concetto di «italiano popolare», dopo De Mauro (1970) e Corte- 
lazzo (1972), hanno scritto vari contributi studiosi italiani e stranieri i quali 
hanno espresso le loro opinioni cercando di dare a codesto concetto una defini- 
zione precisa. Tra i colleghi che recentemente hanno ripreso la discussione su 
questa variante dell'italiano mi limito a menzionare Canepari (1984) e ancora 
Bruni (1984). Personalmente non credo di poter condividere l'opinione di quei 
linguisti che oppongono o non sistemano sulla medesima piattaforma espressi- 
va con gradazioni, l'italiano regionale e l'italiano popolare. Non mi convinco- 
no interamente alcune osservazioni del Canepari (1984), anche se egli ricono- 
sce obiettivamente che «sembra chiaro che non sia facile, né completamente 
corretto parlare tout court d'italiano popolare. I due concetti generalmente sono 
legati e conviene farli emergere per contrapposizione coll'italiano standard...». 
Non mi pare sia del tutto corretto considerare d'«italiano popolare» forme del 
tipo persuadere, guaina, Nuoro (penso che queste siano pronunce molto comu- 
ni in Italia; e che dire di Friuli ecc.) o ricorrere all'italiano popolare addirittura 
per pronunce del tipo sopratutto per soprattutto ecc. Con ciò non intendo di 
non qualificare col termine di «popolare» varie storpiature del lessico di cui 
egli cita esempi; sono ovviamente tipiche le storpiature di persone di modesta 
cultura o ignoranti ed esse erano del resto comuni nella commedia cinquecente- 
sca plurilingue veneziana, con in testa il Ruzzante, e suscitavano il riso tra gli 
spettatori delle nobili corti venete. Che poi debbano qualificarsi nettamente po- 
polari le forme del tipo vadino, stassero ecc., non sarei del tutto d'accordo data 
la loro enorme diffusione in Italia ed in varie aree. Per ora i modelli ed i cor- 
para dai quali sono stati ricavati gli esempi di «italiano popolare» o «imperfet- 
tamente appreso» sono costituiti da testi scritti ai quali hanno attinto sia De 
Mauro che Cortelazzo; vi hanno fatto seguito tanti altri studiosi più giovani 
quali Rovere (1977), Bellosi (1978), Foresti-Morisi-Resca (1982), ecc. Del re- 
sto la illustrazione di codesti testi — che solo a cercare un po' potrebbero cre- 
scere a dismisura — costituiti per lo più da epistolari, memorie personali ecc. 
ancora per il secolo passato e tra persone di media cultura potrebbero fornire le 
prove di quanto modesta era la conoscenza dell'italiano e di quanti erano i tratti 
«popolari» (basterebbe citare anche la pessima ortografia) nei loro scritti. Vari 
corrispondenti di codesti tratti fornisce, per il parlato, mediante inchieste recen- 
ti, anche Rosanna Somicola in un noto e fortunato volume (Somicola 1981). 
Anche per il nostro concetto presenta osservazioni veramente sensate, come ab- 
biamo accennato, Bruni (1984, p. 106): «Converrà dunque intendere con ita- 
liano popolare un fenomeno scritto o prevalentemente scritto... il che non to- 
glie ovviamente che sia plausibile una forte vicinanza a certi registri del pariate 
(ma il confronto resta da fare ed è oggi agevolato dal lavoro della Somicola del 
1981)... È più esatto sostenere (osservazione del resto ovvia) che tra italiano 
standard (diciamo corretto) e italiano popolare c'è un rapporto di esclusione re- 



14 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

ciproca». Ma nella discussione del Bruni è istruttivo — da tempo l'avevo nota- 
to anch'io — il confronto con analoghi procedimenti, costruzioni e modi 
espressivi del latino volgare e popolare, tanto che «l'individuazione di caratte- 
ristiche comuni è dunque utile per la comprensione sia del medesimo latino 
volgare che dell'italiano popolare». Tra i caratteri dell'it. pop. il Bruni si soffer- 
ma ad es. ad illustrare l'ampio uso del che polivalente (v. Cortelazzo 1972, pp. 
93-98) che, forse per reazione (?) può portare anche all'ellissi di tale connettivo 
(da confrontare con paralleli grammaticali inglesi, ad es.). Su tali fenomeni ha 
raccolto un ampio corpus del parlato anche Somicola (1981, pp. 61-74). Ri- 
guardo al problema della grammaticalizzazione degli usi popolari in un futuro 
più o meno vicino si può rimanere assai incerti. Ad es. dell'uso del che citato, 
pleonastico connettivo e ripetitivo o passe-par-tout indeclinabile, si trovano 
precedenti remoti nel latino volgare ed in alcune lingue quali il greco moderno, 
ove il TCOl) polivalente rappresenta un parallelo perfetto ed è da tempo gram- 
maticalizzato. Del resto forme che ora sembrano una stonatura erano ammesse 
nei primi secoli. Come osserva Bruni (1984, p. 213): «Alla minor presa della 
norma fa riscontro oggi un uso assai forte di tale «che» in un conflitto dal quale 
la norma odierna può riuscire confermata se si farà di nuovo valere il senso del- 
la lingua, il prestigio del parlar bene...». Anche per altri fenomeni del «popola- 
re» (scorretto) si possono avanzare le medesime osservazioni circa una possibi- 
le — ma secondo noi ormai improbabile — grammaticalizzazione. Così ad es. 
per l'estenzione del ci di origine avverbiale all'uso pronominale quale ci pia- 
ce? «a lui, a lei», fenomeno ancora assai diffuso specie nel parlato; mentre da 
tempo è ammesso il gli per «a loro» e spesso anche per «a lei» ecc. I fenomeni 
popolari sovente si riferiscono a semplificazioni sintattiche e morfologiche, alla 
unificazione di paradigmi, alla ripetitività tipicamente popolareggiante contra- 
ria ad una espressività sintetica, misurata ed a volte brachilogica. Fenomeni 
dunque di ordine generale che si affiancano all'uso regionale della lingua; ma il 
Cortelazzo sottolineava forse opportunamente il concetto di «italiano popolare 
unitario». 



10. Come ho già notato in altre occasioni, le quattro modalità espressive fonda- 
mentali della massima parte degli italofoni — modalità ovviamente possibili e 
non necessarie — '5, possono essere paragonate ad un organo con quattro ma- 
nuali o tastiere (e molti registri) in cui quelle intermedie sono le piìj adoperate 
nelle comuni esecuzioni. Esse corrispondono alla tastiera dell'italiano regiona- 
le, variamente modificata dall'impiego di diversi registri. Sotto a codesta tastie- 

'5 V. una esemplificazione dei quattro registri o tastiere in Pellegrini (1975, pp. 41-54), 
con una esemplificazione tratta dal Veneto settentrionale. 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 1 5 

ra, e spesso con frequente alternanza, viene impiegata anche quella della «coinè 
dialettale» o del dialetto annacquato e demunicipalizzato. 

Le tastiere laterali esteme sono forse quelle meno utilizzate dall'italofono 
dei nostri giorni, tranne in particolari situazioni (di ufficialità o di somma inti- 
mità). Egli si avvale dell'italiano standard (non sempre collegato in alcune re- 
gioni a motivi di ordine sociale) e può ricorrere anche alla tastiera più bassa dei 
patois o dialetti locali; anche se questa continua e continuerà nel futuro a regi- 
strare restrizioni sempre più evidenti (con l'eccezione che tale modo espressivo 
può essere considerato o diventare lingua) '6. 

Ogni tastiera, come è ben noto, è munita di determinati registri che espri- 
mono vari timbri; questi variano soprattutto in quella dell'italiano regionale, 
cioè in quella più comunemente usata anche per il prossimo futuro. Tali registri 
esprimono in misura variata toni di regionalità, ma possono essere accompa- 
gnati a registri più nettamente popolareggianti o popolareschi riscontrabili in 
molte aree degli italofoni e con timbri a volte poco gradevoli per chi sa usare 
con naturalezza il manuale più alto. Per l'italofono che padroneggia la lingua 
con sicurezza è come ascoltare all'improvviso una mescolanza di registri che 
non possono stare insieme, uno scoppio di bombarde contrastanti con toni più o 
meno gradevoli. È comunque da osservare che i registri monotoni o stonati per 
le loro deficienze o imperfezioni troppo evidenti si innestano sempre nella ta- 
stiera tanto ampia dell'italiano regionale; anche se spesso appaiono ovunque 
con analoghi effetti. 1 passaggi dalla seconda (regionale) alla tastiera del dialet- 
to indebolito o della coinè italianeggiante sono a volte ben netti con effetti 
chiaramente individuabili, mentre in altri casi, cioè in altre aree (quelle centrali 
o mediane) le differenze sono sovente minime. In alcune regioni si preferisce 
passare direttamente dalla tastiera della «lingua» a quella del dialetto locale 
poiché ivi è venuto a mancare un compromesso o un accordo sul dialetto guida 
o sulla combinazione dei registri. Così nell'Italia settentrionale e meridionale il 
passaggio da italiano regionale a quello della coinè (ove essa esiste) è assai net- 
to e chiaramente individuabile a tutti i livelli, da quello fonetico a quello gram- 
maticale, morfologico e sintattico (sovente anche lessicale), mentre diversa, co- 
me abbiamo più volte accennato, appare la situazione dell'Italia mediana (e la 
Toscana ha una posizione ancor più particolare), soprattutto a Roma. Il passag- 
gio da una lingua dimessa al vero dialetto è ancora percettibile in Umbria ed 
ora conosciamo assai bene la varietà di codesti dialetti che spesso si distaccano 



'6 È ad es. il caso dei dialetti ladini che da un lato si considerano idiomi locali, patita, mentre se- 
condo la legislazione vigente sembrerebbe che essi debbano considerarsi alla stregua di «lingue» sia 
pure di «lingue minori». Ma su codesti concetti mi pare vi sia una notevole confusione e se si dice ora 
spesso «lingua ladina», ciò è dovuto in buona parte ad una imperfetta traduzione di «ladinische Spra- 
che», come ho altrove osservato. 



16 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

profondamente (specie per il lessico ecc.) dalla lingua comune, come mostra la 
recente attività dialettologica sull'Umbria e sull'Italia mediana dovuta a Fr. 
Ugolini ed alla sua scuola i^. Fuor di metafora «strumentale», le osservazioni 
non sono di certo molto diverse da quelle presentate, anche in utile schema, da 
Bianconi (1980, pp. 188-189). 

11 . Ed ora cerchiamo di definire meglio la tastiera più complessa che si presen- 
ta assai variata nelle regioni italiane e che può essere anche parzialmente o to- 
talmente sconosciuta. E qui dovremmo operare e individuare delle gradazioni 
ancora una volta, pur riconoscendo l'esistenza di una modalità espressiva defi- 
nibile entro certi limiti oscillanti. Si tratta come abbiamo già visto, del dialetto 
impoverito che sovente si ispira alle parlate dei grossi centri cittadini i quali 
hanno ricoperto nella regione la funzione di città guida, di capitale economica, 
sociale e culturale. Gli esempi piìi evidenti ci sono qui propinati dalle grandi 
regioni del Nord con l'eccezione assai netta dell'Emilia-Romagna. E direi che 
tra tutte emerge proprio il Veneto con l'influenza determinante e tutt'ora assai 
vivace della Regina dell'Adriatico. Qui non desidero ripetere quanto ho già 
scritto ed in varie sedi sulla storia linguistica del Veneto (rinvio agli studi raccol- 
ti in Pellegrini 1977 b). E noto che nella nostra regione a partire dai secoli XV- 
XVI si è imposto via via, come parlato di prestigio, il veneziano che ha più o 
meno soppiantato dialetti assai diversi, quali il pavano (Padova, Vicenza e Rovi- 
go), il trevisano che pure ha goduto di una modesta fortuna letteraria e il verone- 
se in origine lombardeggiante. Le cause di codesta trasformazione sono facil- 
mente analizzabili ed ora tra i dialettofoni italiani anche di classi medio-alte non 
v'ha dubbio che i primi posti sono certamente occupati dai Veneti (forse in con- 
correnza con i Napoletani). Qui possiamo veramente riconoscere una autentica 
coinè, come avviene in Lombardia e in Piemonte, in misura minore — come mi 
conferma a voce L. Coveri — in Liguria, ove i dialetti regionali si identificano 
salvo poche verianti col milanese, torinese, genovese, dialetti ormai italianizzan- 
ti. E non si dimenticherà il prestigio goduto nella Regione (ora provincia) dal 
dialetto di Trento, città che possiede un dialetto superiore anche per quelle valli 
trentine, ove i patois sono in realtà veneti (alludo alla Valsugana e al Primiero). 
Un comportamento opposto ci offre invece l'Emilia-Romagna, come ci confer- 
ma nuovamente l'amico Fr. Coco '^ conoscitore diretto della situazione lingui- 



•7 Sull'attività recente di Fr. Ugolini e della sua scuola, relativa alla esplorazione dei dia- 
letti umbri e dell'Italia mediana, si veda Pellegrini (1982 b). 

'8 Le informazioni mi sono state trasmesse dal collega Coco per lettera del 10 luglio 1984 
(lo ringrazio vivamente, come ringrazio gli altri colleghi ed amici che hanno gentilmente rispo- 
sto al mio breve questionario). 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 1 7 

stica. Nella regione Emilia-Romagna non si può riconoscere un ben che minimo 
processo di formazione di dialetto regionale o sovramunicipale o interprovincia- 
le. Ivi si dà il caso che nessuna città sia stata riconosciuta come un modello per 
l'aspetto dialettologico e nessun idioma locale è fornito di particolare prestigio 
per esser imitato dagli altri. Il motivo di questa mancanza di irradiazione al di 
fuori del proprio territorio va ricercato soprattutto nei particolarismi politici di 
cui si hanno già esempi paradigmatici nel medioevo, negli esasperati campanili- 
smi ecc. per cui si nota sì nella regione una marcata tinta e impronta del dialetto 
sulla lingua (in particolare nella pronuncia ed intonazione), ma, nello stesso 
tempo, si passa ivi facilmente dal dialetto locale, quasi dal puro patois, diretta- 
mente alla lingua comune che è assai diffusa in tutte le classi sociali. Il Coco mi 
accenna inoltre ad un moderato orgoglio dialettale. Anche i regionalismi lessica- 
li in area bolognese hanno una circolazione ristretta tanto che molti di essi emer- 
genti nella città, sarebbero piuttosto da definire «microregionalismi». Che la lin- 
gua nazionale avanzi facilmente in aree dialettofone divise e contrastanti tra di 
loro mi pare una constatazione assai logica. 

12. Per alcune regioni dell'Italia mediana e meridionale piii che di coinè dialetta- 
le si deve sottolineare la presenza, accanto a vari patois, piià o meno vitali, di un 
idioma dialettale annacquato e illanguidito che ha quasi perso l'antica individua- 
lità la quale un tempo era certamente assai accentuata (v. sopra il «dialetto inde- 
bolito» del Bruni). Tale dialetto ha sostituito in generale i termini più tipici e mu- 
nicipali con forme ispirate all'italiano o modellate su di esso (v. le liste esemplifi- 
cative del Bruni). Così nel Salente àwnu, awnicjéddu «agnello» viene per lo piii 
sostituito da annellu, ahnjeddu, frummìkula dafurmìka, mérula da merlu ecc. In 
Calabria kantunèra «angolo» da àngulo, krassòmhula (xp\)cyó|iri>.ov) da albikd- 
ku, kusturèri da sartu, naka da kulla ecc. Per l'Abruzzo sembrerebbe leggendo Di 
Marco (1976) che le tre colonne giustapposte dei testi dovessero documentarci 
accanto all'italiano e al dialetto pennese della Maiella (la «parlata d'ispirazione») 
anche un idioma panabruzzese (una coinè abruzzese). Ma, come m'informa il 
Giammarco "^ la redazione esemplata nella «lingua» abruzzese altro non è che 
una artificiosa operazione di italianizzazione o di semplificazione di forme e ter- 
mini ritenuti di difficile comprensione e troppo municipali, per cui tale colonna 
non rifletterebbe un'autentica realtà del parìato (per lo meno nella sua interezza). 
Debbo peraltro osservare che tali sono in sostanza i processi per cui si giunge al 
dialetto indebolito ed in definitiva ad una specie di coinè italianizzante. Manca 
comunque in Abruzzo una autentica coinè regionale ed il Giammarco ne adduce i 
seguenti motivi: «...1. la regione non dispone di un centro di "cultura" accentrato- 



la Con lettera del 7 Luglio 1984. 



1 8 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

re; 2. i dialetti sono ancora tenaci specie nei piccoli centri; per le città si nota una 
evoluzione e semplificazione dialettale... ma anche i giovani "borghesi" e le per- 
sone di cultura media riscoprono il dialetto e amano servirsene con enunciati mi- 
sti in cui l'intercalare è piuttosto dell'italiano che del dialetto....»; 3. una città non 
sopravvanza sull'altra anche per i soliti motivi campanilistici, tuttavia chi è atten- 
to ai fatti dialettali riconosce che si è formata una certa coinè nella Màrsica 
(Avezzano) e che tra i dialetti pennese, teramano e chietino pare prevalere 
quest'ultimo. Segni o indizi di coinè si osservano pure nella «regione Sabina» 
con asse Aquila-Rieti, ma ivi l'affinità dialettale è sostanzialmente originaria. 

13. Centro unificatore o meglio modello di alto prestigio per tante parlate non 
soltanto campane è rappresentato da Napoli e, come si sa, qui si può parlare di 
espansione idiomatica del napoletano e di formazione di una specie di coinè 
italianizzante — come mi conferma A. Varvaro — fondata sul dialetto della 
metropoli 20. Per Roma si può riconoscere ora soltanto un romanesco illanguidi- 
to che viene spesso a confondersi con l'italiano regionale laziale; un dialetto 
che risulta paradigmatico per i vari dialettofoni della regione che tuttavia conti- 
nuano spesso ad usare i patois locali, assai diversi dal linguaggio della capitale 
(e la storia linguistica di Roma si conosce assai bene) 21. Secondo Rensch 
(1973, particolarmente p. XXIX) anche in Calabria si noterebbe un inizio di 
coinè, ma informazioni più precise mi sono state trasmesse da G. Falcone 22 il 
quale mi delinea soprattutto la situazione sociolinguistica della provincia di 
Reggio, ove i dialetti locali sono ancora tenacemente vitali. In Calabria si può 
eventualmente riconoscere un inizio di formazione di parlate sovramunicipali, 
ma nell'ambito provinciale, non di certo in quello regionale. È ovvio che il reg- 
gino risulta per lo meno in parte più demeridionalizzato dei dialetti ionici (si 
noti ad es. nel dialetto l'opposizione regg. me-frati, me-soru, me-patri ecc. di 
contro a ionico frati-ma, sor i -ma, patri -ma). Ma dal breve corpus dialettale for- 
nitomi gentilmente dal Falcone non pare si possa parlare nemmeno per Reggio 
(e per Catanzaro) di una italianizzazione dialettale assai marcata. Si nota invece 
anche a Reggio un filone dialettale che risale al prestigio politico goduto 
dall'antica capitale Napoli, prima del 1860, di cui si hanno varie spie e mani- 



20 L'amico A. Varvaro, con lettera del 15 Agosto 1984, mi accenna anche ad un certo dis- 
sidio tra provincia e capitale, nonostante la secolare preponderanza politica, sociale, demografi- 
ca e culturale di Napoli e la sua tradizione letteraria e teatrale. Egli mi conferma che «il 'cam- 
pano' può esser accettato anche al di là della regione come un generico 'italiano meridionale', 
salvo dove urti con il vocalismo (ed in genere la 'personalità') del siciliano o con i dittonghi 
pugliesi». 

21 Per la storia linguistica della capitale rimando all'ottima sintesi di B. Migliorini (1948), 
articolo che risale al 1932. 

22 Con lettera del 27 Luglio 1984. 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DL\LETTALE 1 9 

festazioni 23. Per il Salente, ben differenziato a tutti i livelli linguistici dalla Pu- 
glia, mi fornisce precise indicazioni Padre G.B. Mancarella 24. ivi si noterebbe 
solo in parte la nota tendenza dei locutori ad usare un dialetto provinciale o so- 
pramunicipale con netta diversità tra l'uso scritto ed orale. Si hanno tre modelli 
egemoni in Lecce, Brindisi e Taranto con particolarità locali piuttosto modeste. 
Secondo il Mancarella la generazione degli adulti locali mantiene stabilmente 
un sistema municipale senza tendenza alla coinè, mentre i giovani utilizzano un 
dialetto locale sempre più «neutro», un processo peraltro dovuto soprattutto ad 
una rapida italianizzazione. Questo processo di «smunicipalizzaione» per opera 
dell'italiano regionale sembra particolarmente intenso nei nuovi quartieri di Ta- 
ranto e di Brindisi. Sulla situazione della Puglia e della Lucania e sulla sostan- 
ziale assenza di coinè, mi illumina con ricchezza di dati, il collega M. Melillo 25. 
Anche in Sicilia i poli di prestigio culturale e linguistico e pertanto d'irra- 
diazione dialettale sono due, e cioè Palermo e Catania. Nonostante l'antica dif- 
fusione di un antico «palermitano illustre», non si ha nemmeno l'inizio di una 
coinè regionale generale siciliana. Il Tropea mi fa notare ad esempio che «al- 
meno sul versante orientale dell'Etna si osserva anche negli strati mediobassi 
un certo avvicinamento al dialetto di Catania, mediante alcuni adeguamenti so- 
prattutto fonetici. Del tutto particolare, come si sa, è la situazione della Sarde- 
gna ove tuttavia agiscono sui dialetti periferici, secondo una norma ben nota, le 
parlate dei centri cittadini assai varie tra di loro. Potremmo pertanto concludere 
che la quadripartizione dei registri linguistici, già da noi indicata nel 1959, è 
ora ancora in buona parte valida, anche se le situazioni di alcune regioni sono 
un po' particolari per cui più che di autentica coinè regionale si dovrà parlare di 
«dialetto indebolito e italianizzato». 



23 II Falcone mi fornisce anche dei cenni sul «napoletaneggiare» in Calabria, un «vezzo, 
una finezza, una sciccheria della piccola borghesia urbana acculturata (costituita da artigiani, 
impiegati, commercianti)»; egli mi allega anche alcune frasi tra le più comuni di stampo napo- 
letano che un tempo circolavano e che ora sembrano assai più rare. 

24 Con lettera del 6 Luglio 1984. 

25 Con lettera del 7 Agosto 1984. Il Melillo nega che si possa pariare in Puglia di dialetto 
regionale e distingue eventualmente tre tipi di dialetto, ma non molto demunicipalizzato, e cioè 
quello settentrionale, quello «bareggiante», che si estende ampiamente nella Lucania orientale 
e quello della terra d'Otranto (v. qui Mancarella). Ma non si dovrebbe nemmeno parlare di un 
vero dialetto provinciale poiché vi sarebbero dialetti chiaramente individualizzati o l'italiano: 
«purtroppo ancora molto malamente riprodotto». Quanto allo influsso napoletano, esso avrebbe 
una certa fortuna nella Puglia settentrionale, ma solo in alcuni centri strutturati alla maniera na- 
poletana (Monteleone di Puglia o le Isole Tremiti)... «Può anche essere tollerato che l'immigra- 
to da Napoli continui a pariare la sua lingua... ma non c'è verso che qualsiasi pugliese si adatti 
a napoletanizzare...». Quanto alla Lucania va osservato che quella orientale sta con la Puglia 
bareggiante. «La Lucania più propriamente potentina si caratterizza come una varietà che direi 
appenninica, in certo qual modo assai vicina alle pariate molisane. Il tipo napoletano si va ef- 
fettivamente diffondendo... ma solo là ove le pariate campagnole, di tipo appenninico, offrono 
l'ultima resistenza». 



20 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

14. Ma mi si conceda qualche osservazione finale a proposito degli indirizzi 
della nostra dialettologia. È un fatto positivo che anche da noi si siano svilup- 
pati gU studi di sociolinguistica che occupano ormai un ampio spazio nelle ri- 
cerche dei linguisti e in particolare delle giovani generazioni. Bisogna peraltro 
porre molta attenzione a non eccedere in ricerche troppo ripetitive o a ritenere, 
a causa di una limitata conoscenza della situazione generale italiana, tipico di 
una regione o di una città un dato «italiano regionale» che nei suoi fenomeni 
vistosi è in realtà uguale (o quasi) ad altri italiani parlati in aree vastissime. E 
inoltre già stato sottolineato — e ne ho conferma dalla lettura di manuali di so- 
ciolinguistica inglese ed americana — che i temi specifici fuori d'Italia sono 
assai diversi dato che spesso profondamente diversa è la concezione e l'essenza 
di «dialetto» 26. Si dovrà pertanto — ed in parte ciò è già stato fatto — lavorare 
con procedimenti e schemi adatti ad una «sociolinguistica italiana». Ritengo 
inoltre che siano ancora degni di esplorazione i vari patois ancora vitali e assai 
poco conosciuti e di codesti studi ho esperienze positive anche da mie ricerche 
recenti. Tale studio non deve affatto considerarsi esaurito anche se alle esplora- 
zioni più o meno tradizionali giudico opportuno che siano da applicare vari me- 
todi rinnovati e soprattutto l'ausilio della fonetica strumentale. Dirò soltanto 
che da circa otto lustri mi sono occupato in prevalenza di dialetti alpini (ladini, 
ladino-veneti ecc.) e friulani (ho cominciato le mie inchieste in un periodo dif- 
ficile e tragico e cioè nell'inverno del 1943-44 in piena guerra partigiana). Do- 
po tanti anni di ricerca e di esperienze dirette, con i materiali che abbiamo po- 
tuto raccogliere, unitamente a colleghi ed amlici, posso tranquillamente affer- 
mare che il concetto di «ladino» o di «retoromanzo» sta dissolvendosi o sarà 
presentato in seguito nei manuali di linguistica romanza in modo assai diverso 
rispetto a quelli che ora circolano con tanto successo (su codesto argomento 
debbo fare una eccezione per il noto volume del nostro Maestro Carlo Tagliavi- 
ni). Tale mutamento di opinione è dovuto nella massima parte a recuperi dialet- 
tali addirittura insperati che, attraverso il dialetto ricordato, ci portano indietro 
di oltre un secolo, ad un'epoca forse anteriore ai noti Saggi ladini dell'Ascoli 
(1873). Penso inoltre che situazioni simili a quelle da noi riscontrate — che ci 
permettono di ricostruire una continuità dialettale nelle Prealpi centro-orientali, 
poco conosciuta o ignorata — si potranno documentare anche nell'Italia nord- 
occidentale, ove i concetti di «francoprovenzale» e di «provenzale» piemontesi 
andranno sfumando e pertanto non si opporranno, per l'aspetto diacronico, alle 
caratteristiche di un piemontese periferico ed arcaico di cui sono state raccolte 



26 Che il dialetto anglo-americano sia tutt'altra cosa rispetto alle «lingue minori» italiane 
mi pare una verità accolta da tutti i sociolinguisti italiani. Per una «sociolinguistica italiana» si 
esprime anche A.M. Mioni (1975). 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 21 

anche dalla scuola torinese del Grassi 27 tante tracce e conferme. Ma su tutto ciò 
rinvio al mio articolo (Pellegrini, 1986) sulla «Romania continua» che mi au- 
guro possa apportare qualche nuovo contributo anche in codesta direzione, la 
quale coinvolge, in prima linea, i problemi della ricostruzione linguistica 28. 



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27 Rinvio pertanto al mio recente contributo (Pellegrini 1986), ove cito tanto il caso del la- 
dino centrale, quanto quello del franco-provenzale e provenzale, i quali partecipano di vari fe- 
nomeni e quasi si confondevano, nei secoli e soprattuUo alle origini della scripta, col piemonte- 
se arcaico e periferico. 

28 Ricordo infine che al problema della standardizzazione della pronuncia italiana — o al- 
meno ad alcuni aspetti di essa — tra i giovani di Roma, Firenze e Milano ha dedicato la sua tesi 
di Ph. D. (Cambridge) Nora Galli de' Paratesi dalla quale sono ricavati — previa ulteriore ela- 
borazione statistica — i volumi Galli de' Paratesi (1979) e (1984). 



22 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

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DISCUSSIONE 

Tullio DE MAURO: Tre questioni per l'amico G.B. Pellegrini. 

1) A Trieste, Pagliaro parlò di dialetti sovramunicipali, in particolare del siciliano illustre. I 
grandi centri urbani hanno irradiato queste varietà. Continuano a farlo. Mi sembra equivoca la 
dizione "dialetto indebolito". 

2) Nella lista delle regioni che resistono alla corrispondenza biunivoca regioni-varietà regionali 
dovremmo aggiungere il Lazio. 

3) Forse dovremmo rivedere il quadro teorico entro cui abbiamo collocato le nostre analisi del- 
le varietà regionali: spesso, le abbiamo considerate come risultati delle componenti lingua e 
dialetto. Mi chiedo se, sviluppando indicazioni già implicite nel libro recente della Loi Corvet- 
to, non dobbiamo pensare alle varietà regionali come a divergenti varianti di saturazione dello 
schema-lingua italiano, particolarmente astratto e povero di saturazioni nella coscienza di molti 
parlanti non toscani fino ad anni recenti. 

Lorenzo RENZI: La stratificazione linguistica in tre o, meglio, quattro varietà (italiano stan- 
dard, italiano regionale, dialetto (sovralocale o locale)), è importante non solo in sé, ma anche 
per i suoi riflessi sociali: è nel gioco tra le diverse varietà della stratificazione che si annida, per 
fare un solo esempio, il pregiudizio antimeridionale diffuso in Italia. Una prospettiva del gene- 
re è nel libro, che citerei a complemento di quanto ricordato da G.B. Pellegrini nella sua rela- 
zione, di Rosa Baroni, // linguaggio trasparente, Bologna, Il Mulino, 1982. 
Ricordo anche che sono certo i riflessi sociali che ha l'uso delle diverse varietà a stabilire le 
possibilità di potenziamento di una varietà rispetto alle altre, o il suo regresso. Lo studio 
dell'impatto sociale del linguaggio, ci riconduce perciò al tema specifico linguistico della diffu- 
sione e del destino delle varietà. 



24 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

Gaetano BERRUTO: Mi permetterei anch'io di chiedere al Prof. Pellegrini il suo parere su al- 
cune questioni terminologiche marginali. 

Anzitutto, tenderei a condividere quanto ha osservato Tullio De Mauro sulla non particolare fe- 
licità del termine "dialetto indebolito". Certamente, è chiaro che si tratta di dialetto struttural- 
mente indebolito, ma. dato che parlando di lingua e dialetto si finisce inevitabilmente per met- 
tere in gioco connotazioni sociolinguistiche, mi sembrerebbe meglio non usare un termine che 
può essere facilmente inteso anche (o soprattutto) in senso appunto sociolinguistico (e il dialet- 
to koinè/italianizzato, allora, non è certo indebolito in termini di ambiti e presenza nell'uso, an- 
zi, il contrario). 

In secondo luogo, mi domandavo se usare "koinè (regionale)", o simili, come termine-fulcro 
generale della terza tastiera dell "organo', come dice la felice formulazione pellegriniana, non 
sia troppo 'forte' e al tempo stesso riduttivo. Mi sembra infatti che: a) la 'terza tastiera' può es- 
sere costituita, nelle diverse situazioni regionali che il Prof. Pellegrini ha così illuminantemente 
differenziato, non sempre dalla koinè ma anche dal dialetto (urbano) locale 'alto', non necessa- 
riamente koiné; connesso, ma distinto, sia rispetto all'una che rispetto all'altro, è poi il fenome- 
no dell'italianizzazione, talché in certe situazioni può essere il dialetto locale medio (e, perché 
no?, anche rustico) italianizzato il membro della 'terza tastiera'. Il altri termini, marcatezza lo- 
cale, collocazione nel repertorio e 'koinizzazione\ pur essendo strettamente interrelate, mi sem- 
brano tre dimensioni da considerare anche separatamente; b) a sua volta, la koinè forse non 
sempre (specie per i casi sub-regionali: penso per esempio alla Lombardia orientale) coincide 
con il dialetto ('alto') del capoluogo, privo di certi tratti molto tipici, usato come veicolo medio 
di comunicazione a livello dialettale in una regione. Invece di essere 'modellata' sul dialetto di 
una città, a volte la koinè è costituita da una sorta di dialetto medio, non basato specificamente 
su un modello cittadino, ma semplicemente privo dei tratti marcati localmente, e usato come 
una specie di lingua franca dai parlanti di diversa provenienza locale, che 'rinunciano' (stigma- 
tizzandoli, presumibilmente) ai tratti più specifici delle rispettive parlate locali 'adeguandosi' 
ad una analoga 'rinuncia' da parte dell'interlocutore, parlante di un altro dialetto. 

John TRUMPER: Vorrei aggiungere qualche breve commento al più che interessante riassunto 
sullo 'state of the art' fattoci da G.B. Pellegrini per quanto riguarda la situazione calabrese cui 
egli ha testé accennato. Possiamo concordare con lui che vi è una parziale tendenza alla koiniz- 
zazione dialettale 'micro-areale' sia a livello della borghesia dialettofona che in funzione 
dell'espandersi in micro-circuiti (diametro di non più di 30 km.) di piccole aree urbane (Cosen- 
za, Catanzaro). Difatti Pellegrini ha sottolineato l'essenziale dicotomia tra dialettofonia urbana 
e dialettofonia rurale nella sua comunicazione. Ciò che forse manca è una netta distinzione tra 
la dialettofonia borghese e la dialettofonia proletaria. Nel primo caso si può sì constatare una 
qualche tendenza alla koinizzazione del dialetto, parzialmente verificabile nel lessico (anche se 
non vi è mai accordo tra 'melune 'i acqua', da una parte, e lo 'zipàngulu', 'zupàrrucu' ecc. 
dall'altra) e talvolta nella fonologia dialettale. Comunque, anche in quest'ultimo caso si tratta 
più di un apporto negativo che positivo, cioè della rinuncia ad alcuni tratti considerati troppo 
'localizzabili', ad esempio la rinuncia alla sonorizzazione di 's,f intervocaliche (sia a livello di 
parola che a quello di frase) nei quartieri di Cosenza Vecchia, oppure la rinuncia al passaggio 
dalla '/ labiodentale alla '/?' glottale a Catanzaro e alla Marina di Catanzaro. Questo a livello 
di dialetto borghese, mentre in quello proletario si constata soltanto il passaggio dalla categori- 
cità del fenomeno alla sua variabilità. 

Tornando al problema della dialettofonia proletaria calabrese, si constata caso mai non un pro- 
cesso di koinizzazione ma l'estensione graduale di zone dialettalmente 'miste', cioè le zone 
'cuscinetto' che separano altre zone dialettalmente differenziate tra di loro, ed un graduale sfu- 
marsi di isoglosse tradizionalmente ben nette, oppure lo stacco graduale di piccoli agglomerati 
urbani dall'area dialettale a cui appartengono. Basterà qualche esempio. La zona 'mista' tra 
l'area arcaica calabro-lucana e l'area calabrese cosentina si sta espandendo a scapito della stes- 
sa zona arcaica. Ormai lungo la costa tirrenica la zona mista arriva da Diamante a Scalea e a 



TRA ITALIANO REGIONALE E COINÈ DIALETTALE 25 

Praia Mare, mentre la zona arcaica resiste all'interno lungo la direttrice Orsomarzo - Papaside- 
ro - Aieta - Tortora. Dalla parte ionica la zona mista si estende ormai oltre Cassano a Villapiana 
e fino alla Marina di Trebisacce (il paese mantiene tuttora il suo dialetto arcaico, ma fino a 
quando?). La città di Cosenza e il suo micro-circuito si è staccata dal gruppo dialettale silano- 
presilano che doveva arrivare a coprire gran parte della Valle del Crati, rinunciando a fenomeni 
locali quali ci>r, l>z, (jìritu 'dito', donnina 'donnola'); il primo processo si ferma a Piane 
Grati, il secondo a Donnici (processo categorico). La città di Reggio Calabria sta ampliando il 
suo circuito, diffondendo i suoi processi tipici come la fricativizzazione della ci- [t|] intervoca- 
lica o d>r, lungo le direttrici Scilla - Bagnara e Pellaro - Melilo Porto Salvo - Bova Marina. 
Ci vorrebbe, in conclusione, una più netta distinzione tra tipi di dialettofonia e maggiori riserve 
quando si discute la possibile koinizzazione dialettale in Calabria. 

2arko MULJACiC: Aggiungerei un dato bibliografico sull'italiano regionale di Bolzano: J. 
Kramer, La lingua italiana in Alto Adige, in G. Holtus - E. Radtke. ed., Varietàtenlinguistik des 
Italienischen, Tiibingen 1983, pp. 61-68. 

Insisterei anche sulla differenza fra italiani regionali in Italia e in altri Stati (Ticino in Svizzera, 
non però la Corsica che crea una nuova lingua per elaborazione). 

Il concetto di tetto (Dach, Ùberdachung) è multiplo. "Tetto europeo" (v. Nocentini, deriva); 
"tetto" - italiano standard. Sotto questo tetto vari dialetti «illustri» forti, funzionano come "tet- 
to" (secondario) per dialetti "illustri" meno forti, per es. il lombardo del '600 influisce sul pie- 
montese, V. G.P. Clivio, Su alcune vicende lessicali del gallo-italico occidentale, in Id., Storia 
linguistica e dialettologia piemontese, Torino 1976, pp. 1-18, spec. 9-12. 

Corrado GRASSI: Un semplice codicillo a quanto è stato detto ora dai colleghi De Mauro e 
Trumper. I dodici punti così detti "massimi" individuati da Bartoli nel suo "piano dell'Atlante 
linguistico italiano" corrispondono — a parte Trieste, e a parte Torino, che prima della fine del 
XVI secolo non aveva grande rilevanza in Piemonte — ai centri antichi di unificazione lingui- 
stica e culturale in Italia. 

Per quanto riguarda l'intervento di Trumper, condivido il quadro che ci ha schizzato per la Ca- 
labria. Vorrei tuttavia aggiungere che, se manca un baricentro linguistico regionale, esiste tutta- 
via una fascia di relativa unità dialettale di tipo regionale lungo le coste, specie quella ionica. Si 
tratta degli abitanti recenti, istituiti o demograficamente sviluppatisi in epoca relativamente vi- 
cina a noi, con la discesa verso il mare della parte solitamente più giovane e attiva della popo- 
lazione, occupata in settori produttivi diversi dal primario. 

Giovan Battista PELLEGRINI: Ringrazio gli intervenuti poiché da tutti ho appreso molto. In 
particolare sono grato a De Mauro che mi ha richiamato alla mente l'ormai lontano Convegno 
di Trieste del 1959 (quando mi è capitato, tra l'altro, di esporre per la prima volta un tema so- 
ciolinguistico a proposito dei possibili "registri di un italofono"); ricordo molto bene l'inter- 
vento del Pagliaro (che presiedeva il Convegno) a proposito del "siciliano illustre" che era ve- 
rosimilmente di fondamento palermitano. Su tale tema aveva a lungo già discusso, per la situa- 
zione antica, se non m'inganno, il Santangelo, professore per lunghi anni a Catania. Quanto al- 
la Sardegna è interessante osservare (lo ha già fatto egregiamente la Loi Corvetto) come i 4 o 5 
dialetti nel complesso non si influenzino molto tra di loro, mentre a livello di IRS fenomeni ti- 
pici del logudorese e del campidanese possano penetrare facilmente nel gallurese e sassarese. 
Ringrazio il Collega Renzi per le precise indicazioni bibliografiche recenti a proposito del vo- 
lume di Rosa Baroni che non conoscevo. A Berruto dirò che anch'io ho moderato e limitato il 
concetto di koinè dialettale, ma non trovo del tutto sconveniente la definizione che non è mia. 
ma del Bruni, di "dialetto indebolito" (nel senso che il vecchio dialettto locale viene a perdere 
le sue tipiche connotazioni); ma le situazioni possono essere varie a seconda delle regioni. 
Quanto ai rapporti, specie un tempo, assai stretti tra franco-provenzale piemontese e piemonte- 
se arcaico, si potrà ora leggere il mio articolo pubblicato nella miscellanea in onore di Tr. Bo- 



26 GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI 

lelli (Pellegrini 1986). Gii esempi da me citati dovrebbero avere validità, ed a Saluzzo o sue vi- 
cinanze un cat 'gatto' o gat non sarà di certo un prestito dal franco-provenzale, come si legge 
nei vari lavori del Levi. Dall'intervento di J. Trump)er ho appreso molto, dato che sulla situazio- 
ne di Cosenza e del Cosentino non avevo particolari informazioni. All'amico 2arko Muljaèic so- 
no debitore, come in tante altre occasioni, di preziose indicazioni bibliografiche. Conoscevo il 
concetto di Sprachdachung soprattutto attraverso gli scritti (per me molto importanti e stimolan- 
ti) del linguista, ora di Siegen, Johannes Kramer. Grazie ancora a tutti. 



Alberto A. Sobrero, Maria Teresa Romanello, 
Immacolata Tempesta 

(Lecce) 



I metodi d'inchiesta per l'italiano regionale: osservazioni e proposte 
dal laboratorio del NADIR Salento* 



0. Premessa 

Sull'italiano regionale, e in genere sull'italiano parlato, quasi tutti i lingui- 
sti hanno detto, e stanno dicendo, che si sa troppo poco. Ma dopo quest'affer- 
mazione quasi lapalissiana il campo si divide in due schiere: chi lavora a fondo 
su quello che si sa, inferendone anche sistemazioni teoriche generali; e chi la- 
vora per raccogliere in modo sistematico nuovi dati significativi, ricchi il più 
possibile, per offrire materiali ampi e attendibili, oltre che a se stesso, a chiun- 
que voglia coscientemente e scientificamente studiare l'oggetto 'lingua parla- 
ta'. 

Con il progetto NADIR noi ci collochiamo decisamente nella seconda 
schiera, e affrontiamo il problema con lo spirito «di servizio» di chi raccoglie 
materiali linguistici da offrire alla comunità degli studiosi. Un ruolo umile, per 
il quale non è stato neppure coniato un termine appropriato; un ruolo in grado 
di attirare molte più critiche che consensi proprio perché, dovendo colmare un 
vuoto, si deve inventare quasi tutto, dalla metodologia alle tecniche di raccolta, 
archiviazione, messa a disposizione dei dati. 

Eppure, siamo convinti che sia proprio necessario un corpus, raccolto 
scientificamente e sistematicamente nelle aree diverse d'Italia, per fare progre- 
dire la conoscenza non tanto di come la gente dice e pensa e crede di parla- 
re, quanto di come la gente parla, in Italia, oggi. 

Il progetto del Nuovo Atlante del Dialetto e dell'Italiano per Regioni (NA- 
DIR)-Salento è stato già presentato in altre sedi i e qui non ci ripeteremo. Ricor- 
diamo soltanto che si tratta non di un atlante tradizionale ma di una banca dati 
linguistica che avrà come oggetto produzioni linguistiche sia in dialet- 



* Attribuzione dei paragrafi: 0., 2.O., 2.2. Alberto A. Sobrero, 1. Maria Teresa Romanello; 
2.1. Immacolata Tempesta. 

1 Sobrero (1985 e 1986). La parte informatica è stata presentata da A. Sobrero al Semina- 
rio IBM «Informatica e Scienze Umane» tenuto a Novedrate (MI) fra il 30.1 1 e il 2.12.1983. 



28 ALBERTO A. SOBRERO. MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

to (varietà dialettali) che in italiano (varietà di italiano), sia spontanee 
che guidate, del Salento contemporaneo, e che potrebbe essere il prototipo di 
analoghe iniziative in altre regioni. 

La parte informatica, pure progettata in comune, è specificamente affidata 
al corresponsabile del progetto, Antonio Zampolli, ed al suo Istituto di Lingui- 
stica Computazionale di Pisa. Al computer sararmo fatti la trascrizione, la lem- 
matizzazione e l'immagazzinamento dei dati; invece delle carte stampate si 
metterà a disposizione dell'utente (dotato di un PC e — in ipotesi — collegato 
in rete) la banca dati dalla quale egli potrà estrarre in pochi minuti un numero 
molto alto di carte linguistiche; ma anche carte sociolinguistiche, diagrammi, 
calcoli di correlazione, vocabolarietti dialettali, serie morfosintattiche ordinate, 
famiglie lessicali ecc. 2. 

In questa sede ci soffermiamo su due dei moltissimi problemi che abbiamo 
incontrato: la scelta dei punti d'inchiesta e le tecniche di raccolta dei dati, per 
presentare e discutere le nostre proposte di soluzione. 



1. La scelta dei punti d'inchiesta 

Per una raccolta sistematica di dati riguardanti l'IR e, più in generale, l'ita- 
liano parlato in una determinata area, l'oggetto da esplorare è, indubbiamente, 
costituito dall'intero repertorio linguistico, con una messa a fuoco particolar- 
mente attenta per l'area di contiguità-sovrapposizione fra italiano e dialetto. E' 
naturale dunque che, nelle scelte tecniche e metodologiche di fondo, un punto 
di riferimento obbligato sia costituito dalla tradizione dialettologica, se non al- 
tro perché offre alcuni strumenti indispensabili per esplorare tanto il dialetto 
quanto la fascia di contiguità accermata (in buona parte coincidente con l'italia- 
no regionale). 

La tradizione dialettologica ha ormai consolidato tecniche di analisi della 
variazione soprattutto diatopica che consentono, anche in vista di un'analisi di 
IR, di individuare i punti più vitali, i centri di espansione dei fatti geolinguisti- 
camente più significativi che caratterizzano un'area 3. 

Ma la linguistica più recente ha notevolmente ampliato l'orizzonte degli 



2 Per illustrazioni più precise si rimanda ai citati Sobrero (1985 e in stampa). 

3 «Il contrasto fra la negazione di confini linguistici (...) e la determinazione di isoglosse 
(...) si concilia mediante l'affermazione (...) che di fronte alla considerazione geografica i limiti 
segnati da isoglosse, o da fasci di isoglosse, risultano un prodotto di formazione secondaria 
dell'attività linguistica di un'area considerata; quindi le caratteristiche di un'area, più che ai 
suoi orli, vanno individuate nei suoi centri di espansione» (Terracini 1969, p. 19). 



1 METODI DINCfflESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 29 

Studi sul confine tra aree e codici linguistici, chiamando in causa, da una parte, 
fattori extralinguistici molto complessi, come le variazioni nella struttura 
economica, nella struttura sociale e nel cambiamento dei modelli culturali delle 
comunità^ o come le regole psicolinguistiche di selezione dei singoli parlanti; 
dall'altra, fattori testuali, attinenti alla fenomenologia del parlato. 

Perciò nel nostro atlante, oltre alla utilizzazione degli strumenti di base per 
l'indagine sul dialetto, abbiamo anche voluto introdurre a titolo sperimentale 
— vista la scarsità di precedenti in merito — la considerazione di almeno alcu- 
ne fra queste variabili pragmalinguistiche ed extralinguistiche. 

Ciò orienta fortemente tutte le scelte che abbiamo fatto e che via via fare- 
mo, a partire proprio dalla scelta dei punti d'inchiesta. 

Siamo partiti dalla tesi, oggi sempre meno discutibile, di uno stretto rap- 
porto — sia pure mediato e tutt'altro che meccanico — fra le variazioni, anche 
contingenti, della struttura socio-economica e gli spostamenti dei confini sia 
diatopici che diastratici tra codici compresenti (Varvaro 1973, pp. 525-531; So- 
brero 1976 e 1983). In particolare, il confine linguistico (costituito in diacronia 
su azione di variabili anche diverse da queste) in sincronia va mutando, fra l'al- 
tro, in rapporto alle variazioni del 'prestigio', cioè della forza di attrazione del- 
le diverse aree e subaree economiche — e dei rispettivi centri-leader. 

Riprendendo in chiave moderna e più 'spinta' indicazioni già presenti in 
nuce, come è stato notato, nei grandi atlanti (AIS e ALI), abbiamo così deciso 
di integrare i criteri geografici, linguistici (e storici) tradizionali con i risultati 
dell'analisi economica delle comunità interessate. 



1.1. Delimitazione dell'area 

Il problema della delimitazione dei confini dell'area da cui partirà il pro- 
getto NADIR è per tre quarti risolto dal fatto che il Salento è una penisola, tra il 
golfo di Taranto e il mare Adriatico. 

Per il confine settentrionale disponiamo di notizie di ordine storico e dialet- 
tologico che al momento possiamo ritenere sufficienti (Mancarella 1974 e 
1975; Pellegrini 1977, pp. 31 e 33). Tradizionalmente, il salentino settentriona- 
le si fa giungere, a nord, sino alla linea Taranto-Ostuni (l'isoglossa 25 della car- 
ta del Pellegrini, che in Puglia passa per Carovigno, Grottaglie, S. Giorgio loni- 



^ Si vedano almeno i lavori ormai classici di Grassi (1958), (1964), (1969), sugli effetti so- 
ciolinguistici dell'urbanizzazione e dell'industrializzazione. Si tengano presenti anche i più re- 
centi Grassi (1982) e (1983). Cfir. inoltre Sobrero (1974, p. 324) e (1983, p. 550). 



30 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

CO, segna il limite meridionale del passaggio delle vocali finali all'indistinta). 
Assumendo questo confine, l'area in esame comprende i 97 comuni della pro- 
vincia di Lecce, 15 comuni della provincia di Brindisi (compreso il capoluogo) 
e 13 comuni della provincia di Taranto (è escluso il capoluogo), per un totale di 
125 comuni. 



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Corovigno ^ — 






S.Vi»o dei norm. 






Ceglie Meisopico 


^^ BRINDISI 




• 






Villa Castelli 






• 






Grottaglie 






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Squinzano ^^-v. 
Solentino ^«. 




TABAt^O \ S.G.org.o Campi 
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Fig. 1 — Località citate nel testo 



Il progetto prevede l'impianto di una rete di circa 30 punti, che saranno 
esplorati in profondità, con almeno dieci inchieste per punto, con questionari 
differenziati 5. 



5 Si prevedono più questionari e più situazioni intervista, parzialmente diversificate, per- 



I METODI D'INCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 3 1 

All'interno dell'area salentina non ci siamo limitati ad accettare la tradizio- 
nale tripartizione linguistica, che ci aveva dato peraltro ampi motivi di insoddi- 
sfazione. Per scegliere i punti d'indagine abbiamo cercato di integrare i dati lin- 
guistici noti con i risultati più significativi di indagini economiche recenti e ab- 
bastanza sofisticate, tali da individuare singole zone ben caratterizzate, nonché 
le differenze strutturali più profonde e le differenze di potenziale più elevate tra 
zona e zona in riferimento anche alle caratteristiche di tutta la regione Puglia <>. 

Alla luce di queste indagini si è confermata la necessità di riconsiderare an- 
che il problema, apparentemente pacifico, del confine settentrionale (v.§ 1.3.). 



1.2. Alcune caratteristiche della struttura economica del Salento 

A. Alcuni dati significativi si ottengono esaminando la distribuzione delle 
attività economiche, secondo un'analisi di tipo univariato: 

a) le informazioni desunte dal censimento agricolo consentono di evi- 
denziare una persistenza massiccia di aziende agricole piccole (meno di 2 ha) 
in gran parte del leccese (alcuni comuni attorno a Lecce) e in parte del Salento 
meridionale, costituendo una vera e propria linea di rottura nell'andamento ge- 
nerale della distribuzione in Puglia. La parte delle province di Taranto e Brindi- 
si che appartiene al Salento linguistico presenta invece una omogeneità di di- 
stribuzione con aziende da 2 a 3.9 ha (con Brindisi e Taranto a 4-5.9 ha). 

b) L'analisi delle attività extra agricole permette di individuare pro- 
prio nel Salento una delle quattro aree della Puglia «polarizzate con un tasso di 
attività extra-agricola elevato che gravitano attomo ad un comune più forte che po- 
tremmo definire leader » (Rapporto, p. 23) (cioè con indice superiore a 1.50, dove 



che finalizzate al raggiungimento di obiettivi diversi: I interviste parzialmente direttive (obietti- 
vo: cambio di codice e parlato mistilingue); Il traduzioni dal dialetto all'italiano (retroversio- 
ne); III questionario dialettale; IV materiale video fotografico e cinematografico d'uso attivo e 
passivo; V testi liberi. Cfr. Sobrero (1985). 

6 Tra gli strumenti disponibili si è privilegiato il / ° Rapporto sull'economia pugliese, pub- 
blicato dalla Cassa di Risparmio di Puglia (in collaborazione con la Prometeia), Bari 1984 
(d'ora in avanti. Rapporto). Sulla base dell'analisi delle variazioni nella distribuzione delle atti- 
vità economiche nel corso del decennio 1971/81, questo studio tende alla definizione delle ca- 
ratteristiche attuali della struttura socioeconomica pugliese proprio a partire dalla sua articola- 
zione spaziale. Evidenzia un fenomeno di «discontinuità» all'interno del tessuto produttivo pu- 
gliese. Tale «discontinuità» ha un parallelo speculare anche all'interno dell'articolazione terri- 
toriale dell'attività economica. Si è tenuto presente anche l'Atlante economico commerciale 
delle regioni d'Italia, dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, 1973, 2 voli.: l'Atlante relativo 
alla Puglia è il n. 10, nel voi. II, pp. 697-759. Indicazioni utili per la provincia di Brindisi si tro- 
vano in D. Summo, / redditi familiari nella provincia di Brindisi, in // reddito dei comuni ita- 
liani nel 1981, a e. di G. Marbach, «Quaderni del Banco di Santo Spirito», Torino 1983, pp. 
159-191. 



32 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO. IMMACOLATA TEMPESTA 

la media regionale è I.OO). La zona salentina parte da Lecce e si estende a sud nei 
comuni di Soleto e Galatina e in alcuni centri minori. Le altre province del Salento 
sono caratterizzate dal fatto che soltanto i capoluoghi (Taranto e Brindisi) sono de- 
finibili comuni 'forti' \ ma costituiscono isole in zone che presentano livelli infe- 
riori alla media. 

e) La distribuzione territoriale dei livelli di specializzazione indu- 
striale fa emergere il Salento con una certa evidenza: «l'industrializzazione sem- 
bra sia diffusa in modo più accentuato che altrove, in particolare nella fascia ionica 
verso ovest, anche se in modo non uniforme, ma 'a pelle di leopardo'» (Rapporto, 
p. 25). 

d) L'indice diterziarità si dispone in modo abbastanza omogeneo nel terri- 
torio: si segnalano Otranto e zone limitrofe per il loro carattere turistico. 

e) I datj relativi alle diverse attività industriali fanno segnalare, nell'area 
che ci riguarda: Taranto (Italsider), Brindisi (Petrolchimico), Galatina, Soleto (ramo 
estrattivo, ma con numero esiguo di addetti; Galatina e Soleto, insieme con Trepuz- 
zi, si segnalano anche per la concentrazione dei livelli di specializzazioni). Nardo 
(calzaturiero), Copertino (tessile), Corigliano d'Otranto, Casarano (alimentari, 
calzaturiero), Ugento, Patù (tessile, abbigliamento). 

B. La distribuzione territoriale dei risultati dell'analisi relativa alle attività, se- 
condo la tecnica shift-share, evidenzia, sintetizzandoli, i punti di rottura dello svi- 
luppo pugliese: in particolare, mentre si va affermando un asse di collegamento tra 
Taranto e Bari e mentre la costa leccese mostra dinamiche sostenute (da Lecce a 
Meledugno) e l' intemo del Salento mostra andamenti articolati (si segnalano Co- 
pertino, Galatina, Casarano), il Brindisino rimane quasi isolato dal resto della regio- 
ne (Rapporto, p. 20-33). 

Indicatore estremamente utile è la individuazione dei continui territoriali «. 
Si può parlare di un «continuo urbano» in provincia di Lecce: unico in Puglia, 
comprende Lecce, Trepuzzi, Monteroni. Si individuano altri continui «minori», 
tutti di un solo comune e tutti in provincia di Lecce. Da segnalare che il comu- 
ne di Taranto, da solo, costituisce un continuo territoriale «metropolitano» 
(l'altro et. metropolitano della Puglia è quello che fa capo a Bari, ma compren- 
de 9 comuni, tutti situati lungo il litorale adriatico). L'«area urbana» di Lecce, 
costituita da 5 comuni, ha 132.945 abitanti e registra un livello di attività molto 
elevato: 28,3%. 

Lo studio dell'organizzazione territoriale pugliese secondo la tecnica clu- 



^ Gli indici sono rispettivamente di 1.74 e 1.76; cfr. Rapporto, p. 23. 

8 Per la Puglia, i continui sono «metropolitani» se hanno almeno 130.000 abitanti residen- 
ti, «urbani» se ne hanno più di 100.000. L'area è definita «metropolitana» o «urbana» in base al 
tipo di continuo che la caratterizza. Per una spiegazione tecnica piti dettagliata, cfr. Rapporto, 
pp. 34-35. 



I METODI D'INCHIESTA PER L ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 33 

ster analysis su alcune variabili prescelte, che evidenzia per la Puglia l'esisten- 
za di «aree leader» concentrate su appena il 10% del territorio regionale (al 
quale corrisponde però il 30% della popolazione e addirittura il 47% dell'occu- 
pazione extraagricola; coincidono in realtà con i grossi centri metropolitani) at- 
testa una influenza dei soli centri di Bari e Lecce sui comuni della cintura e una 
sorta di collegamento di Bari con Taranto (isolato dalla sua provincia e tanto 
più dal Salento). Ma all'interno del Salento sono sparse altre aree leader e aree 
«emergenti» (quasi tessuto connettivo attorno alle leader): con diffusione più 
omogenea queste, a «pelle di leopardo» quelle. Tutto ciò è sintomo del passag- 
gio da una situazione economica meno avanzata ad una situazione più avanza- 
ta, per tassi di occupazione e livello di industrializzazione. In particolare, si se- 
gnalano due fasce trasversali: Lecce — Casarano, Lecce — Soleto. Restano 
aree di discontinuità nello sviluppo del leccese (zona di Otranto e «serre salen- 
tine»), mentre Brindisi conferma la sua caratteristica di isolamento, e comun- 
que la sua provincia sembra tagliata fuori dalle dinamiche più attuali. 

A conclusione di questa rapidissima sintesi delle dinamiche economiche in 
atto, alcuni dati emergono con estrema chiarezza, e occorrerà tenerne conto per 
il progetto NADIR: in primo luogo il ruolo trainante di Lecce (e cintura) sulla 
sua provincia, in direzione meridionale e l'isolamento di Brindisi all'interno 
del suo territorio (aggravato da un collegamento più diretto di Taranto con Ba- 
ri), che determinano un cambio di «qualità» e uno spostamento del confine tra 
le province di Brindisi e di Taranto, in direzione di Brindisi. 

La rete viaria conferma (e in qualche modo ha contribuito a determinare) 
una situazione siffatta: ai collegamenti agevoli e veloci tra Lecce e il sud, so- 
prattutto attraverso la comoda statale 16 (Lecce-Maglie-Leuca) fanno riscontro, 
a settentrione, un collegamento diretto soprattutto con Brindisi (ma non con la 
sua provincia) e, a occidente, collegamenti difficili con Taranto, da cui invece 
si raggiunge Bari in autostrada. 



1 .3. Criteri per la selezione dei punti 

Emergono dunque a questo punto alcune indicazioni per un'ipotesi di indi- 
viduazione dei punti d'inchiesta: in primo luogo, occorre riconsiderare la consi- 
stenza e la compattezza del confine settentrionale tradizionale, o — piuttosto 
— della fascia settentrionale fino all'altezza di Brindisi, che già ricerche recen- 
ti su dialetto e su italiano hanno dimostrato «caratterizzata da dinamismo inten- 
sissimo», poiché «presenta la fisionomia tipica delle aree di confine, schiaccia- 
te fra poli di attrazione concreti (...) e percorsa da correnti linguistiche di regi- 
me e direzione spesso variabili» (Sobrero-Romanello 1981, p. 168). I candidati 
più qualificati per la selezione dei punti in questa zona del NADIR Salento 



34 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

sembrano dunque compresi tra i seguenti comuni della provincia di Brindisi: S. 
Vito dei Normanni, Ceglie Messapico, Villa Castelli (già presenti in ALI: a 
questi si potrà aggiungere Carovigno) e i seguenti della provincia di Taranto: 
Grottaglie, San Giorgio, Pulsano. Inoltre due o tre località dell'area compresa 
fra Oria, Erchie, Avetrana, Manduria, saranno utili per la verifica, suggerita 
dall'analisi economica, del confine tra la provincia di Taranto e quella di Brin- 
disi. 

Per il resto del Salento, oltre alla necessità di studiare Lecce e Brindisi (per 
motivi diversi) e gli altri centri «emergenti» per cause differenti (Galatina, Nar- 
do, Copertino, Casarano), le indicazioni spingono ad individuare delle «areo- 
le», piti che dei punti. L'individuazione di sub-aree e di micro-aree molto dina- 
miche e di altre, invece, eccezionalmente stagnanti, soprattutto per grado e qua- 
lità di industrializzazione; l'emergere di realtà urbane secondarie non trascura- 
bili; la presenza di zone di discontinuità le cui radici storiche sono collocate 
con tutta evidenza al di là delle congiuntura: tutto questo conduce alla identifi- 
cazione di precise areole, nella cintura leccese, nella fascia adriatica Lecce — 
Melendugno, nella zona Galatinese, nella zona costiera otrantina (fino a Trica- 
se), e, risalendo nell'interno e lungo il versante ionico, nel tratto Ugento — Pa- 
tii, nella zona delle «serre salentine» da Copertino a Taviano (probabilmente da 
suddividere in aree più piccole: sarà comunque l'occasione per ristudiare su da- 
ti attuali la consistenza della varietà «gallipolina» del salentino ipotizzata in bi- 
bliografia: cfr. Mancarella 1975, p. 9). 

È prematura un'elencazione definitiva dei punti del NADIR Salento: sarà 
possibile quando queste riflessioni saranno integrate dalla verifica della reale 
possibilità di eseguire un campionamento con i criteri stabiliti per la scelta de- 
gli informatori. Di questi criteri diremo in altra sede. 



1 .4. Riscontri linguistici 

È interessante osservare che le conclusioni a cui perviene l'analisi econo- 
mica sono singolarmente analoghe — o meglio omologhe — a quelle suggerite 
dalle analisi linguistiche piìi recenti, che: 1) hanno identificato una distribuzio- 
ne geografica anch'essa a «chiazze» di tipo inedito; 2) hanno identificato alcu- 
ne microaree, la cui precisa estensione è tuttavia ancora da definire. 

Le conclusioni già ottenute in altra sede, solo alcune delle quali rese note 9, 



9 Cfr. Sobrero (1979), Sobrero-Romanello (1981, pp. 164 e sgg.); Romanello (1983). Re- 
stano inedite ricerche seminariali e tesi di laurea — eseguite presso il Dipartimento di Filolo- 
.gia, Linguistica e Letteratura dell'Università di Lecce — sulle dinamiche linguistiche odierne 
nel Salento. Per alcuni dati, cfr. il par. 2.1 di questa relazione. 



I METODI D'INCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 35 

sono ora confermate da dati recenti, raccolti in un lavoro seminariale che ha 
impegnato docenti e studenti dei corsi di Dialettologia Italiana (fac. di Magiste- 
ro) e di Geografia Linguistica (fac. di Lettere) dell'Università di Lecce nell'a.a. 
1983-84. La ricerca ha esplorato 26 località sparse in tutto il Salento, e mirava 
ad individuare i punti più 'vitali' in relazione alla saldezza di tratti lessicali e 
regole morfosintattiche dialettali che si ipotizzano responsabili di alcune carat- 
teristiche dell'italiano parlato nella regione 'o. L'interesse principale del que- 
stionario era dunque, in partenza, di tipo dialettologico. Tuttavia è possibile 
leggere i dati anche in chiave di realizzazione delle modalità dell'innovazione, 
incentrando l'attenzione soprattutto sui fenomeni di mutamento caratterizzanti 
le singole microaree. Ad una lettura di questo genere, quanto mai utile proprio 
in vista di un progetto di raccolta per l'italiano, si prestano agevolmente i dati 
lessicali, e in misura maggiore quelli appartenenti a sfere particolari: ad esem- 
pio, quella degli animali. 

In generale, gli esiti ottenuti consentono di individuare nella cintura leccese 
una forte concentrazione di risposte italianizzanti, o decisamente italiane (per 
es., risposte quali arirìellul-o; arìrìellinu l-o, di contro all'attesa generale di esiti 
del tipo àunu, auni^eddu). 

Se Lecce è centro di irradiazione di fenomeni irmovativi (in direzione stan- 
dardizzante) attestando con ciò un mutamento prodotto da «perdita» lessicale, 
l'area piìi a settentrione, da Trepuzzi a Oria, evidenzia invece mutamenti dovuti 
a spostamenti di senso e ad estensioni di aree di significato (per es., krapet- 
tulkaprettu per designare l'agnello...; sarà argomento di grande rilevanza in se- 
de di costruzione dei questionari la riduzione di familiarità dei parlanti con 
molti referenti della civiltà contadina). 

La fascia ionica da Nardo ad Acquarica del Capo e quella attorno ad Otran- 
to sembrano attestare una «conservazione» più stabile, non presentando varia- 
zioni di rilievo rispetto alla terminologia attesa. Casi particolari però (ad esem- 
pio le risposte per 'pipistrello') permettono una lettura più dettagliata, eviden- 
ziando areole con capacità reattiva differenziata: la conservatività della fascia 
ionica si caratterizza per capacità di ogni singola località di attestare una deno- 
minazione diversa, quasi un relitto di un fondo lessicale unitario del punto (per 
es. sóric'ed-indiu a Nardo, takkone I -uni a Neviano, forme non registrate in 
AIS né in ALI; ecc.). 

Nell'interno del basso Salento l'areola altrove denominata del «buco nero» 



10 Per ciascuna località sono state eseguite almeno tre inchieste con questionario 'classico' 
di richiesta di traduzione di frasi o di lemmi, comprendente 66 domande. Le inchieste sono sta- 
te eseguite nel periodo marzo-aprile 1984. Gli informatori, generalmente contadini, dovevano 
rispondere ai seguenti requisiti: permanenza continua nel punto, istruzione elementare, età 
compresa tra i 50 e i 55 anni. 



36 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

(Sobrero-Romanello 1981, pp. 166 e sgg.) e che qui è testata con Miggiano e 
Andrano, attesta la persistenza delle forme piti arcaiche fra quelle esistenti nel 
Salente: ma accanto a questi due punti un altro, Felline, denuncia uno stadio in- 
termedio del mutamento, con perdita delle forme tradizionali (anche per altre 
sfere, persino relative all'agricoltura) sostituite da innovazioni lessicali (legate 
peraltro, in altre zone del Salento, a referenti diversi): si prefigura così una zo- 
na lessicale «grigia» (Terracini 1960). L'ipotesi dell'esistenza di un'areola nel 
basso Salento con caratteri del tutto particolari e apparentemente contraddittori 
è dunque confermata. 

Altri dati consentono di ritagliare attorno a Nardo una zona (comprendente 
almeno Neviano) iperarcaizzante: in una situazione areale attestante slittamenti 
e sovrapposizioni semantiche generalizzate — per oggetti della cultura contadi- 
na, legati dalla comunanza di almeno un tratto semico — questa zona conserva 
la distinzione — opposizione delle denominazioni e dei designata^K 

Molti dati potrebbero essere aggiunti a riprova del fatto che una lettura in- 
tegrata — linguistica e socioeconomica — non può che dare un fondamento 
pili sicuro ai criteri di selezione dei punti per l'inchiesta linguistica. 

Per quanto riguarda il NADIR, a conclusione della rapidissima esemplifi- 
cazione, si conferma la convinzione che unità di misura per l'odierna situazio- 
ne geolinguistica del Salento è l'area, prima che il punto. Tuttavia, poiché si la- 
vora su microaree, in una congiuntura caratterizzata da frantumazione e ricom- 
posizione del tessuto socio-economico, da decentramento delle polarità indu- 
striali, da distribuzione dei dinamismi «a pelle di leopardo» e da alta mobilità 
del «sommerso», solo in alcuni casi è possibile identificare con certezza aree 
dotate di centro innovatore e aree che ne sono prive: le indicazioni di ordine so- 
cio-economico porteranno al riconoscimento dei centri, integrando in questo 
modo i risultati della preanalisi linguistica e storico-cuhurale (ma di questo si 
parlerà altrove). La lista dei punti ottenuta su queste basi, infine, potrà essere 
modificata sia in rapporto alle necessità del campionamento, sia alle esigenze 
di comparabilità-integrazione con i dati AIS, ALI >2. 

Resta da aggiungere che, nella prospettiva che ci si è dati, certamente non 



11 È il caso delle denominazioni della trottola e della raganella: altrove si usano indiffe- 
rentemente, per l'una e per l'altra, vari tipi lessicali, mentre qui i due segni (significante + si- 
gnificato) sono tenuti distinti. Il fatto va probabilmente inquadrato nel recente processo di 
reimmissione in circolo «dall'alto» di oggetti tradizionali già caduti in desuetudine. 

'2 Nell'AIS sono presenti solo 4 punti per l'area salentina: Avetrana (738), Vemole (739), 
Corigliiino d'Otranto (748), Salve (749). L'ALI comprende 10 comuni della provincia di Lec- 
ce: Alliste, Calimera, Cerfignano (S. Cesarea Terme), Chiesanuova (Sannicola), Gagliano del 
Capo, Gallipoli, Guagnano, Lecce, Leverano, Melpignano. Comprende inoltre 5 punti della 
provincia di Brindisi: Brindisi, Ceglie Messapico, Cistemino, S. Vito dei Normanni, Villa Ca- 
stelli; e 5 della provincia di Taranto, dei quali però solo Manduria fa parte del Salento linguisti- 
co (gli altri sono: Crispiano, Laterza, Palagianello, Taranto). 



I METODI D'INCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 37 

mirante a cogliere l'arcaismo per se stesso, e comunque a registrare forme altri- 
menti destinate a perdersi, non è centrale il problema dell'introduzione delle 
aree alloglotte, almeno per il Salento, dove il grico è stato diagnosticato «lin- 
gua obsolescente» (Gruppo di Lecce 1977). 

Si considererà comunque anche questa variabile, nella scelta definitiva dei 
punti. 



2. Le tecniche di raccolta dei dati 
2.0. / termini del problema 

Ma oltre alla selezione dei punti, tema classico della geografia linguistica, 
altri problemi incalzano. Anche per questi altri abbiamo cercato di adeguare la 
soluzione alle caratteristiche dell'oggetto e alle esigenze di un'utenza aggiorna- 
ta. 

Per ragionare sulle tecniche da adottare nella raccolta dei dati ci siamo po- 
sti innanzi tutto la domanda-base: che cosa vogliamo ottenere? Come saranno 
analizzati i dati raccolti? O meglio: con quali parametri saranno interrogati? La 
risposta è molto delicata, perché riguarda i progressi (e le mode...) della lingui- 
stica. È evidentemente impossibile conoscere oggi gli strumenti d'analisi scien- 
tifica del parlato che saranno disponibili — o saranno privilegiati — fra cinque 
o dieci anni. Inoltre, dal momento della raccolta dei materiali a quello della lo- 
ro analisi passa un intervallo di tempo che, per quanto breve sia, registrerà 
variazioni nelle strutture linguistiche e sociolinguistiche e, dunque, necessaria- 
mente noXXdi facies hnguistica del repertorio della comunità. Dovremo dunque 
fare i conti con quello che ancora oggi è il paradosso della geografia linguisti- 
ca: quando i dati raccolti diventano consultabili, riflettono sempre uno stadio 
anteriore delle parlate inquisite. 

Poiché si tratta di un problema tecnico di organizzazione dei dati in inter- 
valli di tempo tendenti al cosiddetto «tempo reale», si può intervenire per ridur- 
re gli effetti perversi del paradosso con alcuni accorgimenti tecnico-metodolo- 
gici. Si può ad esempio: 

1) neir identificare l'oggetto della ricerca e nel predisporre i materiali per 
l'analisi successiva, tenere conto delle esigenze affiorate dagli studi linguistici 
sul parlato, privilegiando però sulle diverse specifiche griglie di osservazione 
— modificabili e incrementabili ad libitum secondo i progressi delle scienze 
del linguaggio — i quadri metodologici generali, la varietà e la pluralità degli 
approcci: rispondere insomma più a domande di tendenza che di descrizione 
pura, più a esigenze macro- che micro-, fornendo per le analisi in profondità 
solo materiali-stimolo (campioni); 



38 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROM ANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

2) restringere l'intervallo di tempo fra raccolta e 'assemblaggio' dei dati 
(redazione). Ciò comporta il vincolo della possibile rinuncia a tecniche di rac- 
colta metodologicamente più raccomandabili ma troppo complesse e lente; 

3) ridurre i tempi di redazione, pubblicazione e fruizione del materiale; 
agevolarne non solo la consultazione ma anche l'utilizzazione, creando la pos- 
sibilità di avere in tempi brevissimi combinazioni, confronti, somme di dati. 

Naturalmente, ogni scelta definitiva è poi fortemente condizionata dalle di- 
sponibilità economiche, come sempre scarse. 

Per il punto 3 si rinvia a quanto già esposto in altre sedi.(Sobrero 1985 e in 
stampa), in particolare sull'utilizzazione del supporto informatico nell'assem- 
blaggio, nell'archiviazione e nell'utilizzazione dei dati. 

Per i punti 1 e 2, che riguardano le metodiche di raccolta e pre-analisi dei 
dati, diciamo subito che la necessità di fare scelte operative costringe a schema- 
tizzazioni e semplificazioni che devono essere innanzitutto funzionali a tali 
scelte, anche se non sempre sono difendibili sino in fondo nel dibattito teorico. 
Ad esempio: giustamente, dal punto di vista metodologico il sociolinguista au- 
spica: «Il faudra faire des enquétes à méthodes mixtes et complémentaires con- 
tròlées par l'observation participante» (Schlieben-Lange 1982, p. 192). Ma per 
un atlante è molto difficile offrire la garanzia dell'osservazione partecipante 
(Vidich 1971): ci si accontenterà dunque di ricorrere all'uso di inchieste con 
metodi misti, diversificati, a ciascuno dei quali si chiederà la risposta a doman- 
de diverse. 

Ci si basa infatti su questa considerazione: il problema della scelta dei me- 
todi e delle tecniche di raccolta e archiviazione dei materiali è strettamente le- 
gato al problema della molteplicità degli approcci scientifici al testo parlato. 

Ora, dal punto di vista delle metodiche oggi in uso nella ricerca linguistica, 
si possono identificare, schematicamente, tre approcci fondamentali al parlato: 

1) analisi pragmatico-conversazionale (ha come focus le singole per- 
formances in rapporto ai parlanti e alle situazioni comunicative); 

2) anaUsi socio-correlazionista (ha come/ocM5 la stratificazione socia- 
le di una comunità); 

3) analisi geolinguistica (incentrata sulla variazione diatopica entro 
un'area più o meno estesa). 

I tipi d'inchiesta utilizzabili per questi approcci sono sostanzialmente tre: 

1) l'intervista a campione, su temi prefissati (con eventuali excursus bio- 
grafici); 

2) il parlato spontaneo; 

3) la traduzione, o versione (utilizzabile in situazione di diglossia e di bi- 
linguismo dialetto-italiano). 

Nell'incrocio si hanno, ai fini dell'analisi del parlato, le rese schematica- 
mente illustrate nel seguente prospetto: 



I METODI D'INCfflESTA PER L ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE 



39 



A 
P 
P 
R 
O 
C 
C 
I 



TIPI DI INCHIESTA 



parlato 
spontaneo 



intervista 



pragmatico- 
conversazionale 



socio-correzionalista 



geolinguistico 



O 



O 



^P = utilizzabilità scarsa o difficile 

^p = utilizzabilità discreta (o buona ma con riserve sul metodo) 

(^ = utilizzabilità buona o ottima 



Com'è evidente, in un'inchiesta ambiziosamente finalizzata alla costituzio- 
ne di un mini-atlante del continuum dialetto-italiano le tre tecniche si devono 
integrare, così da fornire dati pienamente utilizzabili sotto ciascuna delle tre 
prospettive individuate. E infatti utilizzeremo tutt'e tre le tecniche, per fini e 
con modalità diverse, tra loro integrate. 

Qui vorremmo riflettere, in particolare, su due tecniche, tra le meno tradi- 
zionali e le meno consuete nella redazione di atlanti linguistici: la retroversione 
e la raccolta di campioni di parlato spontaneo. 



2.\. La retroversione 

Mentre per il dialetto si dispone di una lunga tradizione di raccolta dati, le 
cui tecniche si sono via via raffinate sia sul piano dialettologico che su quello 



40 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

sociolinguistico '3, per TIR (Italiano Regionale) il profilo della discussione sul- 
le metodiche di raccolta risulta ancora basso, sebbene si ravvisi in questi ultimi 
tempi una crescente attenzione per il tema i-*. 

D'altra parte, le tecniche tradizionali della dialettologia: i questionari 
(con domande dirette o indirette), le interviste (libere o guidate), la lettura 
di testi predisposti, ecc., registrano solo parzialmente la realtà sociolinguistica 
deiriR parlato in un punto o in un'area determinata '5. 

Carattere tipico di queste tecniche, infatti, è il condizionamento, operato in 
inchiesta, da molti fattori (intemi, come la tendenza a rispondere positivamente 
alle attese di chi intervista, ed estemi, come la censura scolastica e sociale, 
ecc.) che se in passato, per il dialetto, potevano essere preventivati entro certi 
limiti di sicurezza, sfuggono oggi a facili previsioni. Ciò è dovuto alla compre- 
senza, tra le variabili che intervengono in una scelta linguistica, di ulteriori fat- 
tori extralinguistici spesso operanti in conflitto tra loro: per esempio la standar- 
dizzazione e il recupero del dialetto, la ridefinizione e la ricompartimentalizza- 
zione del continuum sociale, le emigrazioni e i rientri, ecc. 

Con le tecniche «classiche» non è possibile raccogliere dati su fatti come il 
cambio di codice, la variazione mistilingue, le «macchie d'olio» tra lingue par- 
late in contatto (apparentemente fluttuanti e poco regolamentate, ben presenti 
tuttavia nei dati raccolti «in situazione»). 

D'altra parte, i materiali raccolti con la registrazione di parlato spontaneo 
sono, per loro natura, poco comparabili. Per uscire dalla dimensione monogra- 
fica bisogna invece disporre di un minimo di comparabilità punto a punto, 
per ogni sezione del continuum che va dal dialetto alle varianti più formali 
dell'italiano. La retroversione rientra appunto fra gli stmmenti tecnicamente ri- 
gidi in grado di rispondere a queste esigenze. 

Si tratta, in particolare, di una «traduzione» con input dialettale le cui fasi 
di raccolta dati richiedono, in successione: 

a) approntamento e registrazione di un testo in lingua mirato sui fenomeni 
che si vogliono rilevare (nel nostro caso fonetici); 

b) somministrazione e traduzione, registrata, dall'italiano al dialetto, del te- 
sto da parte di una fonte in una delle località che, pur appartenendo all'area stu- 
diata, non sia punto di inchiesta nelle fasi successive della raccolta; 

e) somministrazione e riconversione in italiano del testo dialettale (raccol- 



'3 Basti citare qui Pop (1950), Cortelazzo (1977, pp. 107-126), Gambarara (1977, pp. IS- 
SO). 

^^ Cfr., in questi stessi Atti, G. Berruto, Italiano regionale, commutazione di codice e 
enunciati mistilingui. Si vedano anche i questionari utilizzati per uno studio dell'IR siciliano in 
Leone(1982,pp. 31-33). 

'5 Sul grado di utilizzabilità dei vari tipi di inchiesta si veda Fig. 2. 



I METODI D'INCfflESTA PER LTTALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 4 1 

to in b), da parte di un campione appositamente selezionato, negli stessi punti 
interessati dalla somministrazione del questionario «ordinario». 

Riteniamo che, più di altre tecniche, un tale itinerario di raccolta si presti a 
un'utilizzazione proficua per l'analisi, in particolare sui livelli morfosintattico e 
fonetico-fonologico dell 'IR, permettendoci di ottenere dati attendibili e sicura- 
mente confrontabili su quello che, nella fase e) ogni informatore costruisce e 
produce come italiano. 

Offriamo qui due esempi, nei quali si confronta la «resa» ottenuta con i due 
tipi di inchiesta: retroversione e lettura di parole e frasi, nella stessa area: il Sa- 
lento. 

Si è lavorato '«> in nove comuni: Campi, Salice, Carmiano, Nardo, Calatone, 
Sedi, Trepuzzi, Squinzano, Novoli, parzialmente coincidenti (Calatone, Sedi, 
Nardo, Campi) con quelli esplorati in Sobrero-Romanello (1981). 

Fase a — Sulla base di conoscenze bibliografiche e/o dirette della situazio- 
ne linguistica si sono scelte delle parole contenenti i tratti fonologici 
dialettali (di sostrato in IR) piti significativi e si sono costruite con es- 
se le frasi-stimolo in italiano. 

Fase b — Le frasi sono state tradotte in dialetto da un informatore anziano 
(di classe sociale inferiore, con scolarità max. elementare e residenza 
continua nel comune di appartenenza) in un punto del Salento diverso 
da quelli interessati dall'indagine, rispettivamente: Calatone per 
Campi, Salice, Carmiano: Campi per Nardo, Calatone, Sedi; ancora 
Calatone per Squinzano, Novoli, Trepuzzi. 

Fase e — La versione dialettale registrata nella fase b, è stata quindi sotto- 
posta all'ascolto di un campione di informatori (16 per ogni centro, 
14 a Sedi i^) e da questi ritradotta in italiano. 

Tra gli esiti esaminati consideriamo quelli di per il vocalismo, e di str per 
il consonantismo '8. 



'6 In particolare nell'elaborazione di tre tesi di laurea svolte presso l'insegnamento di Sto- 
ria della Lingua Italiana della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Lecce (Relatore 
Prof. A. Sobrero) su «Caratteristiche ed usi dell'italiano regionale» a Squinzano, Novoli, Tre- 
puzzi (A. Ferrino, a.a. 1980-81), Nardo, Calatone, Sedi (C. De Giorgi, a.a. 1981-82), Campi, 
Salice, Carmiano (M. Dello Preite, a.a. 1981-82). 

'^ Gli informatori sono stati scelti sulla base delle variabili sociolinguistiche tradizionali: 
sesso, età, istruzione. Per la classe sociale si sono esclusi i livelli intermedi scegliendo i poli in- 
feriore/superiore. A Sedi si sono svolte solo 14 inchieste per la difficoltà di rintracciare infor- 
matori della classe sociale inferiore con scolarità superiore. 

18 Per la trascrizione fonetica si fa uso dell'alfabeto CDl (Pariangeli 1979, pp. 29-35). Ho 
indicato inoltre: t l'occlusiva dentale sorda con cacuminalizzazione; ; l'occlusiva dentale sorda 
con forte cacuminalizzazione. Gli esiti riportati dall'AIS e dall'ALI conservano la trascrizione 
fonetica originaria. 



42 ALBERTO A. SOBRERO. MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

Per in Sobrero-Romanello (1981), usando la tecnica della lettura, si era- 
no ottenuti 19 risultati che avevano fatto diagnosticare «l'assenza di ogni rela- 
zione fra scelte linguistiche, classe sociale e classe d'età» (p. 64). 

Nelle inchieste con retroversione, invece, si è ottenuta una distribuzione 
degli esiti più chiara. Il lemma esaminato è stato «ruota» nella versione dialet- 
tale della frase italiana «La macchina ha la ruota bucata». I dati raccolti presen- 
tano una grande varietà di realizzazioni fonetiche, con un ventaglio linguistico 
che abbraccia esiti tipicamente dialettali {o, con 12 presenze nell'areola Squin- 
zano-Novoli-Trepuzzi) 20 ed altri progressivamente italianizzati sino alla ditton- 
gazione 21. Mettendo in relazione gli esiti ottenuti con le variabili sociolingui- 
stiche fondamentali si ottengono risultati molto chiari: il dittongo — estraneo al 
dialetto che conserva o in corrispondenza di voci come 'buona', 'ruota' 22 — è 
decisamente più frequente tra i giovani 23, tra le donne 24, tra le classi sociali su- 
periori 25. 

Lo iato, che in Sobrero-Romanello (1981, pp. 60-63) era segnalato in 
un'area centrale che comprendeva Calatone e Sedi, ma non Nardo, viene ora 
segnalato anche a Nardo, e con distribuzioni molto chiare per classi d'età (15 
uo negli anziani, 3 nei giovani). 

Per gli esiti di str in itahano regionale, in Sobrero-Romanello (1981) si ar- 
rivava a definire una distribuzione geografica che attribuiva la cacuminale al 
Salento centrale, la palatalizzazione di s all'area settentrionale, e denunciava i 
due tratti come recessivi — sociolinguisticamente «marcati» — nell'italiano 
parlato in tutto il Salento. 

I dati, molto complessi, che abbiamo raccolto con la retroversione, consen- 



•9 Utilizzando 6 informatori per ogni località, 7 per la zona di confine. 

20 Squinzano 3, Novoli 4, Trepuzzi 5; Campi 1, Salice 5, Carmiano 4; Nardo 2, Calatone 
0, Sedi 2. 

21 uo: Campi 12, Novoli 10, Salice 9, Squinzano 8, Carmiano 7, Nardo 7, Trepuzzi 6, Ca- 
latone 5, Sedi 2. 

I valori registrati per gli altri esiti sono: 

00 Sedi 1; ó Squinzano 1; t'o Trepuzzi 2, Novoli 1; uo Calatone 7, Nardo 5, Sedi 5. Car- 
miano 3, Squinzano 3, Salice 2, Campi 2, Trepuzzi 1; uo Calatone 3; uó Squinzano 1; oltre a 
12 esiti diversi da quelli richiesti. 

22 AIS (VI 1227, «la ruota») riporta la rgj-ta Vemole, Avetrana, Salve. L'ALI attesta esiti 
dittongati a nord dei punti interessati dalle nostre inchieste (in particolare a Ceglie Messapico e 
Villa Castelli). 

Sulla conservazione della o nei dialetti dell'area meridionale si vedano anche Parlangeli 
(1953, p. lóOesgg.), Rohlfs (1966, §§ 122-123), Mancarella (1975, pp. 11-31-34). 

23 27 esiti contro gli 1 1 degli anziani. 

24 17 esiti «femminili» contro 10 «maschili». 

25 Con 25 esiti dittongati in informatori di classe sociale alta, e 13 in informatori di classe 
sociale bassa. 



I METODI DTNCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 43 

tono di definire ancora meglio sia le dimensioni del sostrato dialettale, sia i 
confini intemi di ciascuna delle tre spinte operanti. 

I lemmi utilizzati nella retroversione sono stati 'finestra', 'nostro', 'mostra- 
to' 26. 

I dati raccolti appaiono così distribuiti 27; 



str s st st str str str str str str 



Nardo 


27 


Calatone 


20 


Sedi 


20 


Squinzano 


38 


Novoli 


21 


Trepuzzi 


37 


Campi 


18 


Salice 


27 


Carmiano 


33 



3 


1 


2 


10 










14 




5 


1 




7 


8 






10 






1 


4 








3 






20 


4 








1 




2 


3 

1 






1 


5 
22 


1 

21 
20 

9 



Dato l'ampio spettro della variazione fonetica non sembra facile definire 
tendenze fonetiche comuni a due o più centri, e, come in Sobrero-Romanello 
(1981), palatalizzazione e cacuminalizzazione, pur d'origine geolinguistica ben 
identificabile, sembra stiano perdendo la propria specificità areale. 

I dati ottenuti con la retroversione, insieme a quelli reperiti in bibliografia, 
attestano quindi un indebolimento dell'assetto dialettale tradizionale ed una 
proliferazione di suoni, nel passaggio dal dialetto all'IR, che vede da una parte 
la netta prevalenza di esiti str, dall'altra la presenza di una serie di varianti con 
frequenza oscillante, sino al caso di attestazioni occasionali (come s, st, St). 

II nesso str prevale nettamente in 8 punti su 9; a Campi troviamo 22 esiti 



26 L'AIS, per 'finestra' (V 892), 'nostro' (Vili 1602), 'mostrare' (Vili 1663) registra rispet- 
tivamente: /mf ito. nwéstru, musta-Lh ad Avetrana; //«f^/a, n^sfu, must' a-rniu a Vemole; /a- 
nésa, nósu, muscr're a Salve. L'ALI, per la voce 'finestra', dà slr a nord, ss a sud di Lecce, con 
alcune eccezioni, come a Cuagnano (nord) che attesta ss, Chiesanuova (Sannicola, a sud) dove 
si ha str. Per il Rohlfs (1966, §§ 188-266) il gruppo di str subisce nei dintorni di Lecce, delle al- 
terazioni «in quanto la /• assume una pronuncia cacuminale che intacca anche la / e la passare la 
s as, con il risultato di .^tr ovvero sr e anche persino .^». Sulla palatalizzazione del nesso cfr. an- 
che Mancarella (1974, pp. 115-116), Mancarella( 1975, p. 31). 

27 Oltre a due risposte non fomite (Nardo, Campi) e 18 esiti diversi. 



44 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

palatalizzati dove, dai dati di Sobrero-Romanello (1981), risulta invece una 
maggioranza di esiti str: Campi sembra porsi anch'esso sulla linea della «ten- 
denza 'indotta' in fase recenziore alla risoluzione di str in str su irraggiamento 
leccese». A Calatone si registrano, oltre agli esiti str, esiti prevalenti in str, 
mentre i dati con questionario ordinario presentano una prevalenza di nessi str. 
In sintesi quindi troviamo: 

— un'area di forte cacuminalizzazione a sud ovest di Lecce comprenden- 
te Nardo, Calatone, Sedi, e più a nord Novoli; 

— un'area di forte palatalizzazione a nord ovest di Lecce estesa a Campi, 
Salice, Carmiano; 

— infine un'area con prevalenza di esiti standard, sempre a nord ovest di 
Lecce, formata da Squinzano e Trepuzzi. 

In ogni caso la distribuzione degli esiti nell'area risulta più articolata e 
complessa di quanto apparisse con l'utilizzazione dei dati raccolti con le tecni- 
che consuete. 

Quanto riportato per questi due fenomeni si può ripetere per altri. Sono 
messe a punto, miglioramenti della conoscenza decisamente significativi, da at- 
tribuire certo, in parte, all'incremento del numero delle inchieste nei singoli 
punti; ma siamo convinti che anche la diversa tecnica adottata abbia giocato il 
suo ruolo, mostrando quanto meno che, rispetto alla lettura di parole e frasi pre- 
disposte, ai fini di rilevamenti IR, la retroversione è sicuramente non meno 
produttiva, e molto probabilmente più vantaggiosa. 

In generale, comunque, bisogna aggiungere che l'approntamento di un tale 
strumento di ricerca pone ancora problemi delicati, come la scelta del punto e 
dell'informatore dialettofono per la registrazione del testo-simbolo dialettale, e 
la scelta degli informatori che saranno chiamati a ritradurre la versione dialet- 
tale in italiano. Ma questo ordine di problemi rientra in quello, più ricco di bi- 
bliografia, della scelta delle variabili extralinguistiche significative per gli 
obiettivi perseguiti. 

Aggiungiamo ancora tre considerazioni finali, tutt'altro che irrilevanti: 1) 
lo spostamento della tensione dalla lettura — che ha forti implicazioni ortoepi- 
che — alla traduzione — nella quale si mettono a fuoco, in primo luogo, con- 
trastivamente i livelli semantici dei due codici — aumenta la probabilità di ot- 
tenere dati non 'inquinati' dall' autovalutazione, sia sul livello fonologico che 
su quello morfosintattico. 

2) La retroversione sembra presentare molti vantaggi nel rilevamento di 
tratti fonetici dell'IR, dovuti essenzialmente all'identificazione, diffusa nel 
comportamento ma anche nell'atteggiamento degli informatori, dell'italiano re- 
gionale con l'italiano comune. 

3) È possibile intravedere ulteriori utilizzazioni, metodologicamente ancora 



I METODI DINCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE ... 45 

poco esplorate: a) abbinata ad un questionario 'ordinario', questa tecnica con- 
sente di misurare la capacità della fonte di usare due codici separati (ital.-dial.) 
in risposta a stimoli esplicitamente differenziati; b) su un piano metodologico 
generale consente, con adeguate tecniche di «stoccaggio» dati, di misurare le 
«distanze» linguistiche IR tra più punti dell'area. 

È facile mostrare come, per questa via, si possano fornire strumenti utiliz- 
zabili sotto prospettive medotologiche diverse tra loro, sino agli estremi di me- 
todologie diametralmente opposte: ad esempio la considerazione dinamica del 
punto, di ascendenza terraciniana, e il piìi recente approccio dialettometrico, al- 
la Séguy. 



2.2. // parlato spontaneo 

L'adozione di questa tecnica pone problemi nel passaggio dall'utilizzazio- 
ne in ambiente etnografico (dove è consueta) e sociolinguistico (dove si sta dif- 
fondendo) all'utilizzazione in ambiente geolinguistico. 

Ci siamo soffermati in particolare su quattro aspetti del problema: 

a) scelta delle situazioni 

b) funzione del raccoglitore 

e) tipo di trascrizione e notazione 

d) utilizzabilità dei dati. 

Ad essi abbiamo dato le risposte — e elaborato le proposte — che seguono. 

a) Scelta delle situazioni 

Com'è noto, lo strumento di lavoro più usato nella sociolinguistica correla- 
zionista è costituito da una serie di interviste, più o meno guidate. Si osserva 
che l'intervistatore in questo caso caratterizza, con la sua presenza, la situazio- 
ne, condizionando l'orientamento di tutte le relazioni di ruolo: quella che si 
analizza è, perciò, la produzione linguistica raccolta durante repliche di 
un'unica situazione, di tipo formale. 

La sociolinguistica interpretativa, al contrario, richiede la registrazione di 
una gamma molto ampia di situazioni meno formali, per analizzare il compor- 
tamento linguistico-comunicativo del parlante nella sua variazione trans-situati- 
va e trans-interattiva, con riferimento piuttosto alle reti di interazione che a ceti 
e classi sociali. 

Ora, per il NADIR l'indagine basata sulla replica dell'unica situazione /in- 
tervista/ sembra particolarmente indicata, sia perché ben si accorda con i prin- 
cìpi — e i limiti — di un atlante linguistico (ci riferiamo soprattutto alla com- 
parabilità dei materiali), sia perché alle necessità dell'analisi di tipo quantitati- 
vo (statistica e correlazionale) risponde adeguatamente — offrendo anzi 



46 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

un'inusitata potenza di calcolo — il computer. Ma una scelta così drastica pare 
oggi insoddisfacente, limitativa sul piano metodologico: a nostro avviso è bene 
offrire all'utente almeno gli stimoli adatti a un approfondimento di tipo 
«qualitativo», fornendo — nei limiti entro i quali questo è possibile in un atlan- 
te — dati anche leggibili sotto il profilo pragmatico-conversazionale. 

Per questo motivo, ai fini della raccolta di campioni di parlato spontaneo, 
si sceglieranno per ogni località — o meglio, per ogni micro-area — delle si- 
tuazioni-chiave (Michaels 1981) ben definite, il più possibile istituzionaliz- 
zate, in modo tale che la riduzione delle variabili sociopsicologiche e la restri- 
zione della gamma di situazioni offra il massimo possibile di comparabilità 
(Dressler 1982). Si rileveranno anche tutti i dati possibili del contesto — in pri- 
mo luogo i fattori sociali e il rote play — e deìV interazione. 

b) Funzione del raccoglitore 

Sul paradosso dell'osservatore hanno richiamato recentemente la loro at- 
tenzione, a proposito dell'analisi conversazionale, Milroy (1980), Dressler 
(1982). È un punto particolarmente delicato, soprattutto se si tiene conto del 
fatto che — è bene ribadirlo — la redazione di un atlante esclude, praticamen- 
te, la possibilità dell'osservazione partecipante. 

Nelle. nostre pre-indagini, compiute in 26 località del Salento, abbiamo uti- 
lizzato e messo a confronto due tecniche: la registrazione occulta e la registra- 
zione controllata (nella quale uno degli attori è consapevole e «complice» della 
registrazione e stimola la conversazione). In breve, la nostra esperienza ci ha 
mostrato che la registrazione occulta presenta problemi tecnici non indifferenti, 
mentre la registrazione controllata, pur offrendo in genere qualità migliori di 
registrazione, presenta un grave inconveniente: il comportamento dell'attore 
consapevole è comunque, più o meno profondamente, alterato. Si va da una in- 
consueta gentilezza e disponibilità da parte del funzionario pubblico — che 
crea sconcerto nell'interlocutore — al succedersi incalzante di domande e «stimoli» 
inusuali alla conversazione, tanto inusuali che l'interlocutore li rileva con un certo 
stupore, uscendo in osservazioni del tipo: «Che ti succede oggi?» «E che cosa sono, 
tutte queste domande?» «Ma che cos'hai? Ma cahnati un po'!». 

In questo caso nasce il problema radicale dell'attendibilità della conversa- 
zione. 

Al di fuori dell'osservazione partecipante, dunque, i risultati migliori sono 
fomiti dalla registrazione occulta. In questo caso il problema diventa, oltre che 
etico, squisitamente tecnico, riguardando le prestazioni dei registratori. 

e) Trascrizione 

È necessario adottare per questo tipo di inchiesta una trascrizione di tipo 
conversazionale, così da consentire lo studio di almeno alcune fra le caratteri- 



I METODI D'INCfflESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE 47 

stiche principali del parlato: i turni, la relazione fra fatti prosodici e variazioni 
nella pianificazione del discorso, le proforme, la deissi... 

Le notazioni prosodiche e intonazionali, data la rilevanza quantitativa dei 
dati raccolti, saranno però sintetiche. Si baseranno su versioni semplificate dei 
sistemi di Trim e Gumperz 28. 

d) Utilizzabilità dei dati 

In fase organizzativa occorre prefigurare gli outputs scientifici che, per 
quanto detto prima, dovranno ricoprire il più ampio spettro metodologico, com- 
patibilmente con le caratteristiche del rilevamento. Nella registrazione, perciò, 
dovranno essere presenti i dati utili per un'analisi del parlato che si basi sulle 
teorie «tradizionali» della sociolinguistica correlazionista (dalla teoria del defi- 
cit al modello loglineare: si veda Van Hout 1984); ma ci dovranno anche essere 
— ove possibile — i dati del contesto, dtW interazione e delle loro variazioni, 
che potrebbero consentire al ricercatore più propenso a un approccio etnografi- 
co la ricostruzione di settings specifici, da mettere eventualmente in correlazio- 
ne con altre variabili (chiavi, argomento, ecc.: Coupland 1980, Milroy 1980, 
Milroy-Margrain 1980). 

Tuttavia, non è praticamente realizzabile l'ambizione di fornire tutti i dati 
desiderabili, nelle diverse prospettive. Si è pensato perciò, per alcune inchieste- 
pilota, di sincronizzare con la trascrizione in notazione conversazionale almeno 
la video-cassetta relativa alla conversazione stessa (in genere la cosa è possibile 
per la conversazione guidata; ma non escludiamo qualche caso di parlato spon- 
taneo). Per questi punti-pilota il ricercatore dovrebbe disporre perciò di dati 
sufficienti per sperimentare quella combinazione-integrazione di metodi diversi 
d'indagine che oggi molti sociolinguisti giustamente auspicano. 

Per il parlato spontaneo saranno affidate allo studioso utilizzatore, di nor- 
ma, le iniziative di classificazione del materiale che comunque richiedano in- 
terventi di «lettura» e aggregazione dei dati: sia per i metodi più raffinati 
dell'analisi classica (fonologica, morfosintattica, lessicale, semantica) che per 
l'analisi testuale e conversazionale (macro- e microstrutture, livelli di progetta- 
zione, anafora, catafora...). Saranno comunque predisposti dei percorsi-guida 
che agevoleranno il compito dell'utente ricercatore. 

Secondo la migliore tradizione dialettologica e geolinguistica italiana non 
sarà in primo piano la griglia interpretativa dei linguisti ideatori (per sua natura 
opinabile e caduca), ma W fatto linguistico e comunicativo. Non si daranno, co- 
me invece auspica Schlieben-Lange (1982, p. 191), indici dei topics e delle pa- 
role-chiave; non si darà un quadro degli stili nel dialetto e nell'italiano, magari 



28 Cfr. Michaels (1981), e, per una discussione critica, Ladd (1980). 



48 ALBERTO A. SOBRERO, MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

da correlare a variabili extralinguistiche (Dressler 1982), ma gli uni e gli altri si 
potranno ottenere abbastanza agevolmente e rapidamente, lavorando su una 
base-dati di buon affidamento, e con l'ausilio di strumenti tecnici inediti in questo 
genere di lavori, strumenti che sono tuttora in fase di messa a punto progettuale. 

Certo, è facile prevedere che nello studio dei materiali raccolti nell'area sa- 
lentina sarà privilegiato il cambio di codice, o meglio il contatto fra i codi- 
ci all'interno della situazione (e col variare della situazione) comunicativa: te- 
ma oggi — e prevedibilmente anche domani — centrale nello studio dei rap- 
porti fra italiano e dialetto nella comunità, nel parlante, nell'evento linguistico. 

Dallo studio dei contatti fra i codici ci aspettiamo, infatti, risposte sempre 
nuove — e specifiche per l'area italiana — sui temi etemi della nascita, della 
trasformazione, della trasfigurazione di una lingua, e sui temi tipici della socio- 
linguistica contemporanea: bilinguismo, diglossia, competenza, repertorio, va- 
riazione e convergenza, grammatica della comunicazione. 

Nei primi sondaggi che abbiamo compiuto in Salento si è riscontrata una 
fenomenologia del cambio di codice molto complessa. Ricorrono almeno sei 
«tipi» diversi: 

1) alternanza di codici italiano-dialetto(-parlata alloglotta), in relazio- 
ne al cambio di dominio o al superamento di altre frontiere della comunicazio- 
ne (cambio di interlocutore, di situazione ecc.); 

2) commutazione di codice all'interno dello speech event, per lo piti 
legata a variabili etno-sociali; 

3) enunciati mistilinguie strutture sintagmatiche simih (codice ibrida- 
to), apparentemente legati piti a variazione «stilistica» che sociale; 

4) incassi di voci dialettali in contesto italiano (o viceversa) sia per vuoto 
semantico e lessicale che per scelta (per lo piìi si tratta di citazioni); 

5) forme mescidate indotte da continguità sintagmatica o paradigmati- 
ca: ibridi, mescolanze, shift particolarmente 'dolci'; 

6) forme poliglottiche indifferentemente attribuibili a lingua (varietà 
'bassa') o a dialetto (varietà 'alta'). 

Mentre 1 e 2 (e forse 4, ma è discutibile) presentano i caratteri della di- 
scontinuità, del gradatum, 3-5-6 hanno le caratteristiche, via via più accentuate, 
del continuum, e inducono a diagnosticare una progressiva decompartimenta- 
lizzazione dei sistemi in contatto, una interazione e una compenetrazione via 
via crescente fra i codici, sino a una perdita (o sovrapposizione) di identità nel- 
la catena parlata, che costituisce forse l'oggetto di analisi più interessante per il 
(socio)linguista. 

Per definire questi processi sembra particolarmente proficuo lo studio del 
rapporto fra l'intenzionalità del parlante nel singolo atto linguistico e la sua so- 
cializzazione entro un ceto o entro una rete sociale (lo si potrà misurare, ad 
esempio, sulle regole di adattamento della variazione conversazionale e sui 



I METODI D'INCHIESTA PER LTTALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE 49 

conseguenti shifts di convergenza o di divergenza). La variazione funzionale 
entro il repertorio del parlante è dunque tema invitante in sé, ma anche indi- 
spensabile per risalire al livello sistemico, cioè per affrontare il tema, antico e 
modernissimo, della libertà del parlante. 

Oggi pochi mettono in discussione il fatto che la riflessione su questo tema 
vada fatta in modo integrato, su tutti i livelli: empirico (nelle variazioni della 
catena parlata) e sistemico (nei rapporti fra i codici), del repertorio e della com- 
petenza, della parole e della langue. 

Se il NADIR potrà mettere a disposizione materiali affidabili per analisi di 
questo tipo avrà ampiamente soddisfatto le nostre ambizioni. 

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I METODI D'INCHIESTA PER L'ITALIANO REGIONALE: OSSERVAZIONI E PROPOSTE 5 1 

DISCUSSIONE 

Corrado GRASSI: Ad Alberto Sobrero osservo che, tra le inchieste previste, si trovano i nomi 
di Trepuzzi e Patii da un lato e Lecce dall'altro. Si tratta, ovviamente, di situazioni ben diverse 
ed è forse qui il caso di ricordare che, punroppo, la dialettologia italiana non ha ancora elabora- 
to un metodo per le indagini in situazioni urbane. Si vedano invece le ricerche sulle varietà ur- 
bane di lingua condotte dai colleghi tedeschi (ricordo in particolare i nomi di Besch e Mat- 
theier), dalle quali potrebbero derivare indicazioni molto preziose per il vostro lavoro. 
Ti ho poi sentito accennare alla dialettometria. Ora, io distinguo tra due tipi di dialettometria: 
quello proposto dal compianto collega Séguy per le carte del suo atlante linguistico guascone e 
le applicazioni che se ne sono volute fare sulle carte dell'AIS. Nel primo caso, il metodo può 
essere accettabile perché — come si sa — gli atlanti regionali francesi recano per lo più una so- 
la risposta «normalizzata» nel senso che molte volte si tratta del risultato di un'autentica opera- 
zione di tipo archeologico, almeno là dove il dialetto non è più usato, ma solo «ricordato». Ma 
la sua applicazione all'AIS suscita non poche perplessità perché Jaberg e Jud, come è noto, 
avevano una concezione della geografia linguistica fondata — si direbbe oggi — proprio sulle 
«varietà» di dialetto usato in uno stesso punto. A maggior ragione, mi pare discutibile 
l'applicazione dello stesso metodo ad un atlante come il vostro che, come ci avete mostrato, è 
concepito proprio per registrare tutte le varietà di lingua presenti e usate sul terreno. 



Glauco SANGA: Se possibile, vorrei maggiori notizie sull'utilizzazione del calcolatore, specie 
per la trascrizione. 

La bella relazione di Sobrero insiste giustamente sulle tecniche d'inchiesta. Riguardo alla retro- 
versione, vorrei notizie sulla natura e lunghezza dei brani (si potrebbero porre problemi di at- 
tenzione, nella resa in italiano di testi lunghi e complessi). Riguardo alla registrazione occulta, 
oltre ai problemi etici, si pongono problemi di rapporto: se si intervista qualcuno sapendo che 
lo si registra di nascosto, di solito si creano dinamiche non controllabili consciamente che tra- 
smettono imbarazzo e sospetto, perché in qualche modo il ricercatore sente (e fa avvertire) che 
agisce con sotterfugi. È questo un possibile dato tecnico (al di là dell'aspetto etico) di cui tener 
conto. Ricordo che, per un problema analogo, il fondatore dell'antropologia visiva (John Col- 
lier jr., Apprendimento dell'antropologia visiva. «La ricerca folklorica» 2, 1980) consiglia la 
totale immersione del ricercatore col mezzo tecnico nella situazione (nel suo caso la macchina 
fotografica, nel nostro il registratore) finché il mezzo viene accettato non solo consciamente, 
ma anche inconsciamente, perché non è ormai più avvertito, o è avvertito come parte integrante 
del ricercatore. Inoltre oggi esistono registratori a microcassette di alta qualità e minimo in- 
gombro, quindi poco fastidiosi nel rapporto coll'informatore. 
Colgo l'occasione per proporre un Congresso o un Convegno sulle tecniche di raccolta dei dati. 

Alberto MIONI: Mi congratulo col vostro progetto, anche perché esso è ampiamente articolato 
e adeguato all'oggetto di studio e perché so bene che il Gruppo di Lecce i suoi progetti li ha 
sempre portati fino in fondo. 



Alberto SOBRERO: A Corrado Grassi. Un chiarimento preliminare. Le località citate nel corso 
della relazione non necessariamente saranno punti di rilevamento del NADIR: qui sono ricor- 
date solo in quanto sedi di pre-indagini di carattere generale. 

La diversa fisionomia linguistica di località rurali e urbane, di villaggi e città, di centri piccoli e 
tendenzialmente conservativi e di centri urbani più dinamici e innovativi è uno dei problemi 
centrali che ci stiamo ponendo. Purtroppo, come anche tu confermi, in Italia gli studi dialettolo- 



52 ALBERTO A. SOBRERO. MARIA TERESA ROMANELLO, IMMACOLATA TEMPESTA 

gici che tengano realmente conto, ad esempio, dello specifico urbano, sono rarissimi e in parte 
datati. Per questo stiamo guardando anche noi agli studi più recenti di dialettologia urbana in 
Germania. In particolare, per Lecce abbiamo già in programma Tanno prossimo un seminario 
con Norbert Dittmar, del quale ci interessano molto le prospettive metodologiche che stanno 
emergendo dal suo ampio e complesso lavoro su Berlino. Sono molto lieto, dunque, che le tue 
indicazioni — delle quali ti sono grato — vadano nella nostra stessa direzione di lavoro; anche 
se questo significa aggiungere sperimentalità a un progetto già tanto sperimentale. 
Quanto al riferimento alla dialettometria: nella nostra relazione si voleva sottolineare che un 
atlante del tipo NADIR ha prevalentemente la funzione di un archivio di dati trattati in modo 
da poter essere utilizzati con metodologie linguistiche diverse. Il caso limite è quello della dia- 
lettometria. Se riusciamo a realizzare il nostro progetto così come abbiamo previsto, un buon... 
dialettometrologo, ad esempio, potrà selezionare una sola 'varietà' dialettale (in un dato conte- 
sto, per un dato registro ecc.), e fare i suoi calcoli su produzioni sociolinguisticamente confron- 
tabili nei diversi punti in esame. Mi sembra un'operazione legittima, anche se il NADIR nasce 
tutt' altro che in funzione dialettometrica. 

A Glauco Sanga. 1 ) Stiamo elaborando un programma per la trascrizione diretta alla tastiera del 
computer. Ne daremo notizia appena i risultati — dopo le prime prove — saranno significativi. 

2) Per la retroversione, dopo alcune prove ci stiamo orientando effettivamente su una lunghez- 
za ridotta (circa una cartella e mezza): ma per la natura del testo siamo ancora alla fase della 
sperimentazione. 

3) Il metodo ormai prevalente in etnolinguistica (immersione del ricercatore con il registratore, 
sino alla completa accettazione dell'uno e dell'altro) richiede almeno 5-6 mesi di preparazione 
per ogni inchiesta, e un raccoglitore per ogni inchiesta: sono tempi e condizioni assolutamente 
non accettabili per un atlante linguistico. 

Anche se è il metodo più corretto vi dobbiamo perciò rinunciare. Useremo invece i registratori 
a micro-cassette, che ci hanno già dato ottimi risultati. 

Ad Alberto Mioni. Ringrazio per il lusinghiero giudizio, che per noi diventa un ulteriore stimo- 
lo, anzi un preciso impegno. Ora non si tratta solo di vincere una scommessa con noi stessi, con 
i tempi e le difficoltà esteme, ma anche con la comunità scientifica. 
Credo che abbiamo bisogno di molti auguri. 



Chiara Grassi Braga 
(Torino) 

Spunti per un confronto tra i concetti di 'Lingua Regionale' in Italia 
e nelle aree francofona e germanofona * 



1. Il punto di partenza della mia ricerca è stata la constatazione che nelle di- 
scussioni che si sono svolte negli ultimi anni intomo alle varietà dell'italiano 
contemporaneo si è per lo piti proceduto come se i vari fatti esaminati fossero 
esclusivi della situazione italiana e non invece comuni dappertutto nell'Europa 
occidentale e altrove. È motivo di stupore, per esempio, osservare come nei nu- 
merosi interventi sull'Italiano popolare i riferimenti ai Paesi che in maggior mi- 
sura condividono la nostra storia socioculturale siano stati del tutto ecceziona- 
li 1. Eppure, dal confronto sistematico fra la nostra situazione e quelle altrui si 
sarebbero ricavate indicazioni reciprocamente illuminanti e, forse, si sarebbero 
evitate certe interpretazioni decisamente riduttive (Italiano popolare come codi- 
ce esclusivamente scritto 2, o da intendere soprattutto come 'socioletto' ad un 
solo registro ^ e di tipo unitario) ^ che solo ora cominciano ad essere rimosse 
per merito soprattutto di Edgar Radtke (1979 e 1981) e di Gaetano Berruto 
(1982, 1983 e 1984 e) e, per quel che riguarda la vexata quaestio dell'unitarietà 
dell'Italiano popolare, di Gerhard Ernst (1981 e anche Berruto 1984 e). 

Devo tuttavia subito aggiungere che, per quel che riguarda l'Italiano regio- 
nale, sarebbe occorso un confronto ben piìi ampio di quello da me proposto, da 
estendere come minimo anche alle aree anglòfona e ispanòfona 5. Si trattava 
però di un compito troppo superiore alle mie forze; sono quindi perfettamente 



* Il titolo della presente comunicazione ripete quello della mia tesi di laurea, nel 1984 in 
preparazione e successivamente (a. a. 1984-85) discussa nella Facoltà di Lettere e Filosofia 
dell'Università di Torino, relatore il Professor Gian Luigi Beccaria. 

' V. Ernst (1981) e Lepschy (1983), ambedue preziosi stimoli a intraprendere la mia ricer- 
ca. V. anche Holtus (1980) e Schweickard (1982). 

- V. Cortelazzo (1974). In merito, vedi pure Berruto (1982), p. 92. 

"* V., sia pure con motivazioni e atteggiamenti diversi. De Mauro (1970), Cortelazzo 
(1972), Rovere (1977), Sobrero (1978), Romanello (1978), Bianconi (1980 a) e b), Sanga 
(1980). 

4 V. soprattutto De Mauro (1977) (ma anche in altri interventi) e Sanga (1980 e 1981). 

5 Per la prima, mi limito a ricordare Trudgill ( 1979 [1975]) e la rivista "English World- Wi- 
de. A Journal of Varieties of English", Amsterdam-Filadelfia, Benjamin con la serie Varieties of 
English Around the World, direna da Manfred Gòriach dell'Università di Heidelberg. Per l'area 
ispanòfona, basti qui un rinvio a Holtus-Radtke (1984). 



54 CHIARA GRASSI BRAGA 

consapevole che i risultati ai quali sono pervenuta, e che presento qui in forma 
sintetica e del tutto provvisoria, potranno in futuro essere ridiscussi alla luce di 
ben pili ampi riferimenti. Mi auguro comunque che questo primo confronto tra 
le situazioni italiana, francese e tedesca risulti sufficientemente utile sia per una 
reciproca chiarificazione dei rispettivi concetti di lingua regionale, sia per una 
riflessione sugli orientamenti e sugli strumenti d'indagine empirica già adottati 
o proponibili per l'Italia. 

2. Comincerò con la Francia, dove in questi ultimi anni si è assistito ad un'au- 
tentica esplosione di interesse per il Francese regionale 6. Le ragioni di questo 
fenomeno sono da ascrivere sia alla maggiore attenzione che si è portata ovun- 
que per le culture e le etnìe cosiddette 'minoritarie', sia allo spostamento 
dell'oggetto di studio dei dialettologi francesi, i quali, sul punto ormai di porta- 
re a termine la monumentale serie dei loro atlanti linguistici regionali ^ trovano 
ora nelle varietà locali di francese un nuovo motivo d'impegno. 

A partire dalla monografia di Oscar Bloch (1921) sulla penetrazione del 
francese nei Vosgi e dal famoso appello di Antoine Meillet (1925) a favore del- 
lo studio delle varietà 'altre' di lingua fino ad oggi, i lavori sull'argomento co- 
stituiscono una massa ormai ragguardevole anche se, come s'è detto, il loro ri- 
tmo si è accelerato soprattutto in tempi vicini a noi. Proporzionalmente nume- 
rosi sono quindi stati anche i tentativi di dare una definizione del Francese re- 
gionale; ricordo qui in particolare i nomi di Ernest Schule (1978-79, 1981 e 
1984), Bernard Pottier (1968), Lothar Wolf (1972), Bodo Muller (1975), Ge- 
rard Taverdet (1977), Gaston Tuaillon (1977 a, b) e Georges Straka (1977 a, b). 
Ora, nonostante le diverse formulazioni, queste definizioni esplicite, ovvero il 
concetto di Francese regionale che sottostà implicitamente alle singole ricerche » 
concordano nell'insieme sui seguenti punti: 

a) il Francese regionale è inteso in senso sostanzialmente negativo, in 
quanto viene identificato attraverso la violazione delle norme su cui si fonda il 
Francese unitario. Si veda in proposito, e per tutti, Straka (1983 p. 38): "Les ré- 
gionalismes sont (...) à identifier (...) par rapport à l'usage general, au bon 
usage"; 



^ Si vedano gli 'Atti' dei diversi Convegni che si sono tenuti sull'argomento: Les frangais 
régionaux (1970) e (1981); Les parlers régionaux (1973); Pluralité (1973); Taverdet, Straka 
(1977); Kremer, Niederehe (1981). Considerazioni di tipo generale sul francese regionale e di- 
scussioni sulla sua definizione si trovano in particolare in Fleisch (1951), Baldinger (1957), 
Pottier (1968, p. 1144), Wolf (1972), Wamant (1973), Tuaillon (1977 a e 1978), Régionalis- 
mes de France (1978), Straka (1983) (che contiene un'utile rassegna critica dei vari problemi 
connessi con il Francese regionale). Per il francese parlato in generale, si rinvia a Stimm 
(1980). 

"^ Se ne veda la recente rassegna fatta da Tuaillon (1983 b). 

8 Di cui la mia tesi dà un'ampia bibliografia. 



SPUNTI PER UN CONFRONTO TRA I CONCETTI DI LINGUA REGIONALE' IN ITALIA E .... 55 

b) il tratto distintivo fondamentale del Francese regionale è quello 
dell'estensione geografica, ovviamente più limitata rispetto a quella del France- 
se unitario 9. Il Francese regionale, cioè, viene inteso come varietà diatopica, 
ma con un solo livello d'uso. In esso s'individuano solo raramente sottounità 
diastratiche, mai livelli diafasici. Secondo Straka, infatti 'o, solo il francese par- 
lato in generale, e non il Francese regionale, può costituire una varietà diafasi- 
ca, oltreché diatopica, del Francese unitario. In ogni caso, e con la sola eccezio- 
ne di Ernest Schule (che non per nulla è svizzero) si intende esplicitamente o 
implicitamente il Francese regionale come una varietà subordinata al Francese 
unitario, e non equivalente ad esso. Sempre secondo Straka (1983, p. 39) infat- 
ti. Francese regionale e Francese unitario sono tra loro complementari perché, a 
differenza di quanto avviene per il dialetto, il Francese regionale non viene per- 
cepito come 'diverso' dalla lingua unitaria, nemmeno da chi non conosce il dia- 
letto. Ne segue allora, com'è stato notato da Schule (1981), che un altro carat- 
tere del Francese regionale è quello dell "inconsapevolezza' che accompagna il 
suo uso da parte del parlante francese. Un punto, questo, che merita di essere 
ripreso più avanti; 

e) la causa della formazione del Francese regionale viene cercata nella so- 
vrapposizione del Francese unitario ai dialetti (Straka 1983, p. 28), con un ma- 
nifesto parallelismo con quello che fu il processo di latinizzazione delle lingue 
preromane (Brun 1931): dopo il flusso, il riflusso; dopo l'unificazione, la diver- 
sificazione (Straka 1983, p. 64). A questo processo, tuttavia, sfugge il Francese 
d'Oltremare " che, come Straka (1983, p. 60) osserva, è nato da una sorta di 
francese veicolare comune agli antichi coloni. Di qui la riluttanza dei linguisti 
francesi a prendere in considerazione le varietà di francese usate fuori 
deir«Hexagone», con un'operazione che rischierebbe di mettere in discussione 
quello che potremmo chiamare il «glottocentrismo parigino». Non solo, ma 
poiché il francese deve essere uno, e uno soltanto, la proposta di adottare come 
lingua ufficiale del Quebec la varietà locale '2 viene considerata non senza ap- 
prensione per il rischio di 'creolizzazione' del Francese unitario che essa com- 
porterebbe i\ 

In sostanza, il concetto di Francese regionale risulta essere il frutto di 



9 V. soprattutto le già ricordate definizioni di Francese regionale date da Taverdet (1977) e 
Tuaillon(1977a, p. 8). 

•0 V. Straka (1983, p. 39 e 41). Si tratta, detto per inciso, della tesi già sostenuta da Bauche 
(1920), per il quale il linguaggio popolare parigino è da considerare francese a tutti gli effetti. 

" Sul francese d'Oltremare, v. in particolare Le franga is en France et hors de France 
( 1969) e Lefrangais en contact (1977). 

'2 Sul franco-canadese, ci si limita a rinviare a Poirier (1979) e Juneau (1981). 

'3 V. Straka (1983, p. 64), Tuaillon (1977 a, p. 8). Per quel che riguarda i fenomeni di 
'creolizzazione' del francese, basti qui rinviare a Heischmann (1981). 



56 CfflARA GRASSI BRAGA 

un'esigenza — tutta francese — di semplificazione e di trasparenza classifica- 
toria che non ha facili riscontri in altre situazioni europee, ma che comporta un 
prezzo sul piano empirico-metodologico. Tra i numerosi, significativi episodi 
che si possono citare in proposito, mi limito qui a ricordare quello segnalato da 
Franz- Josef Hausmann (1981): attraverso la corrispondenza con i lettori di un 
quotidiano di Lilla i redattori di una rubrica intitolata Parlons Frangais destina- 
ta a condannare gli usi linguistici devianti rispetto alla 'norma' del Francese 
unitario vengono senza volerlo, e anzi contro le loro stesse intenzioni, a scopri- 
re e a registrare l'esistenza di una varietà di francese propria del Dipartimento 
del Nord. Tuttavia, se i suddetti redattori finiscono per ammettere l'uso di que- 
sti regionalismi non è già perché riconoscano loro pari dignità rispetto a quella 
del Francese unitario, ma semplicemente per ragioni sentimentali, in nome di 
una generica simpatia per la cultura locale. 

Inoltre, anche la definizione del concetto di Francese regionale non sfugge 
all'esigenza, perennemente ricorrente nella storia linguistica francese, di orga- 
nizzare le varietà linguistiche secondo un ordine gerarchico al cui vertice si tro- 
va il Francese unitario. Si veda in proposito la recente rassegna fatta da Peter 
Scherfer (1983, pp. 208-272) '^ dei concetti storici di "langage", "langue", 
"vulgaire", "idiome", "patois", "jargon", "charabia" dalle origini fino ai nostri 
giorni. Infine, l'intendere il Francese regionale come varietà esclusivamente 
diatopica impedisce di considerarlo nei suoi rapporti funzionali con le altre va- 
rietà del repertorio linguistico, e in particolare col dialetto. Ne risulta una mani- 
festa limitazione nelle possibilità di scelta dei temi di indagine empirica, che al- 
meno fino a questo momento non hanno riguardato i livelli d'uso e gli aspetti 
pragmatici dell'uso del Francese regionale. 

Tali temi, così come emergono dall'imponente massa di lavori già pubbli- 
cati, sono essenzialmente quattro. Anzitutto, avendo privilegiato il carattere re- 
ferenziale del lessico regionale francese, si può oggi disporre di una ricca serie 
di raccolte sulle realtà locali, sconosciute a livello nazionale. Esemplari, sotto 
questo aspetto, sono gli 'Atti' del Convegno di Digione (Taverdet, Straka 1977) '5, 
riservato al francese parlato nelle varie regioni dai vignaioli. 

In secondo luogo, ricordo le inchieste puntuali svolte all'interno di un solo 
comune, registrando gli enunciati liberi prodotti dal massimo numero di sog- 
getti. L'esempio migliore in questo senso è di gran lunga la ricerca svolta da 
Gaston Tuaillon a Vourey, presso Grenoble i^. 



14 Si tengano inoltre presenti Fourquet (1968 [1976]) e Wolf (1980). 

'5 V. altresì Jacorny-Forest (1981). 

'6 Tuaillon (1983 a). Tra gli altri studi dedicati a situazioni locali (sia pure con diverse fina- 
lità e ampiezza), si ricordano (oltre ai già menzionati Bloch (1921) e Brun (1931): Brun (1923 
a, b) e (1946), Lambert (1927), Boillot (1930), Dauzat (1934 [1945]), Rostaing (1942), Emrik 



SPUNTI PER UN CONFRONTO TRA I CONCETTI DI 'LINGUA REGIONALE' IN ITALIA E .... 57 

In terzo luogo, e per quel che riguarda invece il Francese regionale scritto, ri- 
cordo l'impegno con il quale si è cominciato ad esplorare sistematicamente i testi 
letterari '^ quelli non letterari, le raccolte di 'errori' nelle opere redatte proprio allo 
scopo di raccomandare il 'buon uso' del francese e i dizionari e glossari di ambito 
regionale '«. Si veda in proposito la fondamentale, anche se ormai da aggiomare, bi- 
bliografia contenuta in Baldinger (1960). 

Infine, sia pure più recentemente, si è cominciato ad istituire dei rapporti di col- 
laborazione tra i linguisti che si occupano di varietà regionali di francese e la lessi- 
cografia nazionale. Segnalo in proposito un recente articolo di Pierre Rézeau 
(1981), che esamina l'atteggiamento tenuto dai grandi dizionari della lingua france- 
se — il Littré, il Robert, il Grand Larousse de la langue fi-anc^aise , il Dictionnaire 
dufrangais vivant e il Trésor de la langue fi-an^aise — nei confronti dei regionali- 
smi e la riunione promossa dal CNRS francese nel febbraio 1979 di specialisti chia- 
mati a fissare le norme generali da far adottare in merito al Trésor e a individuare il 
corpus di tutti i riferimenti sia per i Paesi francofoni fuori dell' «He xagone», sia per 
la Francia. Tuttavia, malgrado questa disponibilità dei lessicografi francesi, non si 
giunge mai a riconoscere ai regionalismi la loro totale parità di diritti con il France- 
se unitario: tutt'al più si parla di una "forme de respect et de justice envers le patri- 
moine linguistique fran9ais et ses utilisateurs" (Rézeau 1981, p. 31). Non diversa- 
mente Gaston Tuaillon (1982, p. 389), concludendo la sua analisi dei regionalismi 
accolti nel Littré, vi riconosce principalmente il merito della 'completezza' dell'in- 
formazione. 

3. Diversa, e in un certo senso radicalmente opposta, è la situazione deltó lingue 
regionali nell'area germanofona, anche se sulla definizione di «Umgangsspra- 
che» — il corrispondente più prossimo a quello che noi intendiamo per «lingua 
regionale» — non si è ancora raggiunta l'unanimità assoluta'''. Tra i vari schemi 
interpretativi delle varietà parlate di tedesco ho tuttavia dato la preferenza a 
quello proposto da Peter Wiesinger (1980), il quale colloca la «Umgangsspra- 
che» in un sistema a quattro gradata principali: la parlata locale (Basisdialekt), 
il dialetto veicolare di tipo regionale (Verkehrsdialekt), la Umgangssprachen ap- 
punto e la lingua standard (Standardsprache), che è "die miindliche Realisie- 

(1958), Zumthor (1965), Baldinger (1966), Fossat (1968), Wolf (1970), Simoni-Aurembou 
(1973 e 1977), de Vinzenz (1974), Dondaine (1977), Taverdet (1977), Tuaillon (1977 b), Séguy 
(1978-^), Roques (1979), Lagueunière (1980), Médélice (1980), Lucci-Gemi en preparati on. Per 
il Belgio si vedano: Baetens-Beardsmore (1971), Piron (1973) e (1975), Goosse (1977), Doppa- 
gne (1978). Per la Svizzera, oltre a Schule (1978-79), (1981) e (1984) si veda la sintesi in 
Knecht(1982). 

'■^ Un esempio di studio dei regionalismi in testi letterari è contenuto in Demarolle ( 198 1 ). 

'8 V. per esempio il Dictionnaire dufran(;ais vivant, che alle pp. 1303-1306 reca un elenco di 
termini regionali. Vedi anche Thomas (1956) (che tiene conto delle varietà genericamente 'popolari' 
di francese). 

^^ Sulla storia del concetto di Umgangssprache, v. in particolare Bichel (1973). 



58 CHIARA GRASSI BRAGA 

rung der Schriftsprache"2o. In più si riconosce l'esistenza, tra questi quattro 
gradata principali, di ampie fasce intermedie. 

Le ragioni della mia preferenza per questo schema 21 sono più d'una: le 
considerazioni d'ordine sia linguistico-strutturale, sia sociolinguistico su cui è 
fondato; la sua singolare somiglianza e comparabilità con alcuni degli schemi 
più interessanti proposti per la situazione italiana 22; la sua ampia operatività ai 
fini della ricerca empirica. E' comunque necessario ricordare le caratteristiche 
principali che distinguono una Umgangssprache regionale tedesca da una lin- 
gua regionale francese: la possibilità di essere definita non solo, e non tanto, 
rispetto alle norme della lingua unitaria, ma piuttosto rispetto alle altre Um- 
gangssprachen; l'uso consapevole che se ne fa abitualmente 23; la possibilità 
di essere descritta come sistema linguistico organico ai vari livelli d'analisi. 
Tutto questo avviene perché lo Hochdeutsch non ha avuto — come il francese 
e anche l'italiano — una sua precisa origine geografica e perché la realtà so- 
ciopolitica alla quale esso si è sovrapposto è di tipo plurinazionale e, in più, 
caratterizzato da vivaci tradizioni autonomistiche (si pensi al caso limite dei 
Cantoni svizzeri). Non solo, ma le tendenze centripete messe in moto dallo 
Hochdeutsch come lingua di cultura comune sono state contrastate da potenti 
movimenti centrifughi: basti ricordare, nell'ultimo mezzo secolo, i tentativi di 
rendere le varietà austriaca, lussemburghese e, soprattutto, svizzera di tedesco 
autonome rispetto allo Hochdeutsch 24, così com'era già avvenuto per l'olan- 
dese del XVII secolo. D'altra parte, come si sa, la creazione di due diversi Sta- 
ti tedeschi dopo la seconda guerra mondiale ha già provocato una differenzia- 
zione linguistica tra di essi, anche nell'uso scritto 25. 



20 La quale lingua scritta, a sua volta, non può essere considerata assolutamente unitaria in 
tutta l'area germanofona in quanto reca tracce frequenti di differenze regionali. Si vedano in proposi- 
to, oltre alle osservazioni dello stesso Wiesinger (1980, p. 185), le carte linguistiche contenute in Ei- 
chhoff (1977-78) e Kònig (1978). 

21 Che tra l'altro non differisce sostanzialmente da quello proposto da Moser (1960). V. per con- 
tro Kranzmayer (1956) e Ammon (1973) e i relativi giudizi in Wiesinger (1980, p. 178, note 5 e 6). 
Sulla non-sistematicità del concetto di Umgangssprache, v. infine Veith (1968). Vedi anche I. Radtke 
(1973). 

22 In particolare, quelli di Mioni (1975) (su cui vedi Sobrero 1983) e Sanga (1978). 

23 V. per contro, qui sopra, la tesi sostenuta da E. Schule sui regionalismi francesi, che sarebbero 
tali proprio in grazia della 'inconsapevolezza' con cui i parlanti li usano. 

24 Sulla varietà austriaca, oltre all'ÒWB e alle osservazioni contenute in Wiesinger (1980, 
p. 184), v. Kranzmayer (1962), Reiffenstein (1977), Wandruszka (1979, p. 22), Ebner (19802), 
Rennison (1981). Ricordo tra l'altro che, secondo Karl Kraus, "die gleiche Sprache ist es, die 
den Òsterreicher von den Deutschen unterscheidet" (cit. in Ringel 1984, p. 20). Per il lussembur- 
ghese, V. il cenno in Wiesinger (1980, p. 184, n. 44). Per lo svizzero tedesco si rinvia, oltreché 
allo Schweizerisches Idiotikon e allo S.D.S., a Zinsli (1956), Boesch (1962) e (1966-67), E. 
Muller (1963), Zimmermann (1965), Schwarzenbach (1969), Ris (1973), Arquint et ali i (1982). 

25 Si vedano in proposito Korién (1962), Moser (1962), Dieckmann (1967), Debus (1969), 
Schmidt (1972). 



SPUNTI PER UN CONFRONTO TRA I CONCETTI DI LINGUA REGIONALE' IN ITALIA E .... 59 

Mette poi conto precisare (con Moser 1960, p. 219) che le Umgangsspra- 
chen tedesche non sono il risultato del semplice incontro tra dialetti e Hoch- 
deutsch nel XIX secolo. In realtà, la loro origine piià lontana è da cercare nella 
trasformazione e nell'ampliamento delle possibilità d'uso dei dialetti veicola- 
ri, le cui prime documentazioni risalgono addirittura all'alto Medioevo 26. Le 
prime tracce sicure di Umgangssprachen così come le intendiamo oggi ap- 
partengono al XVI secolo; mentre nei due secoli successivi si consolidano 
Umgangssprachen di tipo borghese e cortigiano 27. A partire dal XIX secolo, 
infine, il processo di formazione delle Umgangssprachen regionali si fa più ra- 
pido e il loro uso si generalizza come conseguenza diretta della sempre mag- 
gior pratica dello Hochdeutsch come lingua scritta 2» e del connesso, progressi- 
vo indebolimento e abbandono dei dialetti 29. Si tratta di una situazione che, co- 
me si vedrà in seguito, potrebbe fornire indicazioni molto interessanti anche ai 
fini di una riconsiderazione critica del concetto di lingua regionale in Italia. In 
ogni caso, se vogliamo generalizzare almeno per l' alto-tedesco ^0 la situazione 
riscontrata da Dressler e Wodak a Vienna e da Wiesinger nella Bassa Austria 31, 
dobbiamo ammettere che nell'area germanofona, tra i due estremi rappresentati 
dalla parlata locale e dalla 'gehobene Umgangssprache', c'è tutta una serie di 
stili intermedi e graduali che il parlante utilizza di volta in volta. Tali stili si dif- 
ferenziano sia in base alle regole fonologiche che li costituiscono (come 'input- 
switches'), sia in quanto varianti di tipo semantico-lessicale. Partendo da una 
critica negativa al 'Dizionario austriaco' (cioè l'ÒWB) e sottolineando la ne- 
cessità di disporre di una lessicografia pragmaticamente orientata ^2, Dressler e 



26 V. in proposito Bischoff (1956), Òhmann (1956), Heinrichs (1962), Besch (1965) e' 
(1967), Henne (1968), Ising (1968). 

27 Come osserva invece Zinsli (1956, p. 61 ss.), per la Svizzera si deve piuttosto parlare di 
dialetti di estensione cantonale e regionale. 

28 Anche se occorre tener conto di notevoli differenze tra l'area altotedesca e quella basso- 
tedesca. V. in proposito Wiesinger (1980, p. 192 s.) e Moser (1960, p. 219). V. ancora qui sotto, 
e alla nota 30. 

29 Sui processi di imposizione graduale dello Hochdeutsch come lingua scritta si vedano 
in panicolare Frings, Schmitt (1944), Schutzeichel (1960), Hotzenkòcherle (1962), Schmitt 
(1966), Besch (1968), Seibicke (1972). 

30 Perché si tratta, in ambedue i casi, di repertori linguistici strutturati in modo molto simile. Se- 
condo Wiesinger (1980, p. 192 s.), anche le varietà assiana e turingica, che pure appartengono al me- 
dio-tedesco, si trovano nelle stesse condizioni. Per l'area fortemente industrializzata della Renania e 
della Ruhr si deve invece dare per scontata la perdita definitiva, oltreché dell'antica lingua scritta, an- 
che delle parlate locali, ormai completamente sostituite dalla Umgangssprache. 

3" V. Dressler, Wodak (1982) e Wodak Leodolter, Dressler (1978) (e anche Dressler et alii 
1972), nonché Wiesinger (1980). Sulle varietà viennesi di dialetto e di Umgangssprache, v. an- 
che HUgel (1873), Schuste (1951), Havenstein (1974), Wehle (1980), Rennison (1981), non pe- 
rò tutti di uguale attendibilità documentaria. 

32 Sulla necessità di tener conto, nello studio delle varietà pariate di tedesco, degli aspetti 
sociocontestuali della comunicazione, vedi Mattheier (1980 a, b). Per analoghe considerazioni 
circa i dizionari dialettali italiani, vedi Grassi (1979, p. 715 ss). 



60 CHIARA GRASSI BRAGA 

Wodak (1982, p. 250) vengono così a ipotizzare ricerche sul comportamento 
linguistico dei parlanti in determinate situazioni comunicative in cui si possano 
individuare specifici livelli d'uso del dialetto e della Umgangssprache in dipen- 
denza da parametri sociologici e psicologici. Una preziosa indicazione di meto- 
do, questa, su cui sarà utile tornare più avanti. 

L'ampia gamma delle possibilità d'uso delle Umgangssprachen, e la loro 
consapevole accettazione da parte dei parlanti spiegano dunque perché proprio 
la linguistica tedesca, prima fra le altre, si sia interessata delle varietà parlate di 
lingua al di fuori del dialetto. Basti qui ricordare in proposito alcune date. Già 
nel 1821 Johann Andreas Schmeller, uno dei fondatori della dialettologia tede- 
sca, distingueva in Baviera diverse "pronunce" — così lui le chiamava — so- 
cialmente differenziate di lingua parlata ^\ mentre il primo studio esplicitamen- 
te dedicato alle Umgangssprachen tedesche, quello del Wunderlich, risale al 
1894. Seguono la Wortgeographie di Paul Kretschmer ^^, quindi i sei volumi 
del Dizionario di Heinz Kupper, pubblicati tra il 1955 ed il 1970 ^5, e infine 
V Atlante di Jurgen Eichhoff, del 1977-78 ^6. 

Ora, proprio questo interesse per le varietà regionali di lingua, interesse 
confermato dall'attenta registrazione che ne fanno i grandi dizionari tedeschi ", 
ha manifestamente sollecitato gli studiosi di lingua tedesca ad occuparsi dei co- 
dici linguistici non letterari anche fuori del mondo germanofono. Si veda per 
esempio la Lateinische Umgangssprache di J.B. Hofmann, mentre per quel che 
riguarda la situazione italiana i primi saggi in quell'ambito sono dovuti, come 
si sa, a Leo Spitzer (1922 e 1976 [1921]) e Robert RUegg (1956) 3». 

4. Da questa rassegna, non più che sommaria e affrettata, di che cosa si intenda 
per lingua regionale nelle aree francofona e germanofona e dei caratteri, dei fi- 
ni e dei metodi delle ricerche che vi si sono compiute possiamo trarre una pri- 
ma conclusione: la situazione storico-linguistica dell'Italia non coincide del tut- 
to né con quella francese, né con quella tedesca. Come il francese, infatti, l'ita- 
liano ha bensì una sua precisa origine geografica; da noi però la lingua naziona- 



33 V. Wiesinger (1980, p. 177 e n. 1; p. 192, n. 24). 

34 La seconda edizione dell'opera è del 1969. 

35 Una seconda edizione ha cominciato ad essere pubblicata nel 1969. 

36 Fra le monografie dedicate a situazioni specifiche e gli studi d'insieme, o di carattere 
più generale, sulle Umgangssprachen tedesche, cito qui, oltre ai capitoli e ai paragrafi dedicati 
all'argomento dalle varie storie della lingua tedesca, Henzen (1954-), Baumgàrtner (1959), 
von Polenz (1960), Brinkmann (1962), Debus (1962), Engel (1962), Pilch (1966), I. Radtke 
(1973), Seidelmann (1976), Karch (1980), Harden (1981), Froitzheim (1984). 

3'? Cito per tutti il Grosses Brockhaus. 

3** Non sono poi da dimenticare, accanto ovviamente al nome di B. Migliorini, Heinimann 
(1946) e Junker (1955). 



SPUNTI PER UN CONFRONTO TRA I CONCETTI DI LINGUA REGIONALE' IN ITALIA E .... 6 1 

le non ha goduto della continuità di un supporto politico ed amministrativo in 
senso unitario com'è avvenuto in Francia. Come lo Hochdeiitsch, per contro, 
anche la nostra lingua deve fare i conti con una molteplicità di centri storici di 
irradiazione linguistica e culturale ma, al contrario dello Hochdeutsch, essa non 
ha carattere plurinazionale (se si esclude ovviamente la Svizzera italiana), né ha do- 
vuto affrontare tendenze centrifughe almeno paragonabili a quelle che si sono avute 
nell'area germanofona. In ogni caso, e tenendo anche conto del fatto che i repertori 
linguistici che si trovano in Italia sono molto più simili a quelli tedeschi ^'^ che a 
quelli francesi ^, resta confermato quello che già si sapeva a proposito della lingua 
letteraria nazionale ^i, vale a dire che le condizioni italiane sono più vicine a quelle 
dell'area germanofona che a quelle dell'area francofona. 

Nonostante ciò, il confronto con le ricerche svolte dagli studiosi di lingua 
francese nell'ambito delle loro lingue regionali ci consente di individuare alcu- 
ni temi che in Italia non risultano sufficientemente sviluppati. Penso qui in par- 
ticolare alle ricerche sui lessici speciali regionali e, soprattutto, alla collabora- 
zione che si può istituire tra linguisti e dizionari della lingua italiana al fine di 
stabilire norme generali circa la registrazione dei regionalismi. Contrariamente 
a quanto avviene in Francia e nell'area germanofona, infatti, in Italia non si co- 
noscono ancora iniziative del genere, ad eccezione del gruppo di lavoro che 
sotto la guida di Corrado Grassi e d'intesa con la Casa Zanichelli aveva prepa- 
rato nel 1974 un elenco di regionalismi che, in una seconda fase, avrebbero do- 
vuto essere localizzati e semanticamente precisati. Tuttavia, la crisi economica 
iniziata proprio in quegli anni ha impedito l'attuazione del progetto. 

In linea di massima tuttavia alla nostra linguistica non si addicono le limi- 
tazioni che la ricerca francese sembra essersi imposta, ignorando i rapporti fun- 
zionali tra quelli che sono stati definiti i 'tratti regionali' riscontrabili ai vari li- 
velli d'analisi 42 e le altre varietà del repertorio 43. Ora queste limitazioni, che 
sembrano rispondere alla preoccupazione fondamentale di raccogliere e regi- 
strare quel lessico regionale che copre i vuoti lasciati aperti dal lessico naziona- 
le 44, non si possono solo spiegare con la situazione singolare della dialettologia 
francese, che si è potuta occupare delle lingue regionali solo in un secondo 
tempo, e in ogni caso separatamente dai dialetti. Evidentemente, all'interno 
della linguistica francese pesa in questo momento la scarsa o nulla partecipa- 



39 V. ancora qui sopra, e alla nota 30. 

40 Nei quali sono ormai da tempo scomparse le varietà regionali e urbane di dialetto. 

41 V.Ascoli (1975). 

42 II riferimento ai 'tratti regionali' si trova esplicitamente nelle definizioni che del Fran- 
cese regionale danno Taverdet (1977) e Tuaillon (1977 a, b). Vedi ancora qui sopra e alla nota 
9. 

43 V. per esempio la definizione che Muller (1975, 35 s.) dà del Francese regionale. 

44 V. ancora qui sopra, e alla nota 15. 



62 CHIARA GRASSI BRAGA 

zione ai vivaci dibattiti sulla sociolinguistica che hanno coinvolto le consorelle 
anglosassone, tedesca federale e italiana. Si veda per esempio quanto è avvenu- 
to nell'area germanofona, con il recente impulso dato alle indagini sulle varietà 
di repertorio, specie nelle grandi città^s. Anche in Italia esistono le stesse pre- 
messe da cui tali indagini sono partite; solo, occorre che la nostra dialettologia 
cessi di interessarsi esclusivamente, e isolatamente, delle parlate locali la cui 
esplorazione, così com'è stato detto, avviene in situazioni sempre più spesso 
'simulate' in conseguenza del sempre più diffuso plurilinguismo dei soggetti 
intervistati (Grassi, in stampa). 

D'altra parte, la relativa somiglianza tra la situazione sociolinguistica ita- 
liana e quella tedesca ci induce a formulare delle riserve circa l'idea, general- 
mente accettata (De Mauro, 1976^ pp. 123-125), secondo la quale gli italiani 
regionali sarebbero nati dal contatto diretto tra la lingua nazionale scritta, di- 
ventata parlata solo dopo l'Unità politica, e i dialetti. Certo, situazioni come 
quella recentemente segnalata da Sandro Bianconi (1984) di un'effettiva pre- 
senza del toscano nel repertorio linguistico ticinese fin dal XV secolo come 
conseguenza di una corrente migratoria costante verso Firenze, Lucca, Pisa e 
Pistoia non può che essere considerata eccezionale. Ma l'assunzione di Tullio 
De Mauro di un italiano preunitario come "lingua 'morta', colta e usata nello 
scritto" è vera se ci si riferisce esclusivamente al 'parlato-parlato' della 
comunicazione orale, e in particolare della conversazione, dei non-Toscani o 
Romani. Essa deve però essere meglio precisata se si tiene conto che con una 
lingua italiana scritta che si parlava — o che almeno si leggeva — nelle chiese, 
nelle scuole, nelle amministrazioni, gli Italiani, sia pure con differenze anche 
rilevanti di tipo diastratico e regionale, dovevano avere una qualche dimesti- 
chezza. Ora, è proprio in questo tipo di 'parlato' o di 'letto' che, a mio parere, 
si devono cercare le prime manifestazioni delle nostre pronunce regionali, le 
quali sono sicuramente molto più antiche di quel che si pensi. Non solo, ma 
quanto si è osservato sulla pronuncia si può, entro certi limiti, ripetere anche 
per gli altri livelli d'analisi, in particolare per il lessico. Sotto questo aspetto, le 
proposte di Teresa Poggi Salani (1981 e 1984) di cercare le tracce degli attuali 
italiani regionali in determinati repertori di testi scritti potrebbero costituire un 
interessante filone di ricerca da sfruttare in futuro. 

Sempre il confronto con la situazione tedesca ci suggerisce poi di riconsi- 
derare criticamente il concetto di 'dialetto' cui in questi casi si fa di solito rife- 
rimento. Anche in Italia, evidentemente, ad entrare in contatto con le lingue 
scritte — prima o dopo la riforma bembiana indifferentemente — devono esse- 



"s V. Debus (1962), Harden (1981), Karch (1980), MaUheier ( 1 980 b); v. però anche I. Ra- 
dtke(1973). 



SPUNTI PER UN CONFRONTO TRA I CONCETTI DI LINGUA REGIONALE' IN ITALIA E .... 63 

re stati più gli utenti delle koinài regionali che non quelli delle parlate locali. In 
altre parole, anche in Italia è tempo di considerare le varietà regionali di lingua 
come il risultato non solo di un'imposizione dall'alto, ma anche di spinte dal 
basso, conseguenti alla costante tendenza verso forme di comunicazione sem- 
pre più ampie. La nascita degli italiani regionali presuppone cioè la preesisten- 
za di unità dialettali che, se non altro, hanno assicurato l'area di affinità cultu- 
rale indispensabile alla loro diffusione. Per queste ragioni, un'esplorazione at- 
tenta delle varietà dialettali regionali e sovraregionali come quelle proposte da 
Mioni (1984) e Trumper, Maddalon (1984) non possono che essere considerate 
con la massima attenzione anche se, occorre subito aggiungere, la dialettologia 
italiana, diversamente da quella francese e forse prima di quella tedesca, ha già 
avuto presenti questi problemi. Basti pensare all'impostazione dei nostri due 
atlanti linguistici nazionali rispetto a quelli nazionali e regionali tedeschi e 
francesi e, in particolare, alla polarizzazione dello spazio linguistico italiano 
operata da Matteo Bartoli con l'introduzione, nell'Atlante linguistico italiano, 
dei dodici punti considerati 'massimi' in corrispondenza dei centri intomo ai 
quali si sono costituite da tempo aree di affinità dialettale^. In ogni caso, e an- 
cora una volta, viene provato quanto sia operativamente più opportuno, in una 
situazione sociolinguistica come quella italiana e alto-tedesca, distinguere tra 
casi di 'macrodiglossia' e casi di 'microdiglossia' ^7. Infine il procedimento pro- 
posto qui dal Gruppo Fiorentino per l'analisi della situazione toscana potrebbe 
utilmente essere applicato anche ad altre situazioni italiane. 

Quando si opera all'interno di una situazione di macrodiglossia emerge poi 
la necessità di esplorare quelle che Thomas Stehl (1984) chiama le 'varietà 
d'interferenza'. Non a caso, proprio in molti degli interventi che si sono avuti 
nel corso di questo Congresso compare un'attenzione specifica a tali fenomeni 
di "intermediezza" fra italiano e dialetto. Così per esempio nella relazione di 
Gaetano Remato (1984 b)^^ viene avanzata una criteriologia di distinzione fra 
commutazione di codice e enunciazione mistilingue che permette di individua- 
re nuove prospettive di ricerca in grado di porre la linguistica italiana in 
posizione non solo di maggior stacco rispetto a quella francese, ma anche di 
modello per quella tedesca. 



46 V. Bartoli (1924). E si veda anche il progetto dell' ALEPO (Atlante linguistico ed etno- 
grafico del Piemonte occidentale) che, pur essendo riservato alle parlate provenzali alpine e 
francoprovenziali, compenderà anche le risposte dei centri piemontesi ai quali fa capo la lingua 
regionale veicolare, mentre alcune cartine dovranno riportare le risposte piemontesi di tutta 
quanta l'area. Vedi in merito Grassi (1983, p. 30 e n. 14). , ; 

■i^ V. in proposito Trumper (1977) e Mioni, Amuzzo Lanszweert (1979). Per l'analisi cnti- 
ca del concetto, v. Berruto (1984 a, p. 65). 

48 V. anche Petrini, Collovà (1981/82). 



64 CfflARA GRASSI BRAGA 

Resta da trattare un ultimo punto nella complessa tematica dell'Italiano re- 
gionale. Accettato infatti il principio che la varietà regionale di lingua può co- 
stituire un diatipo, e che quello che interessa è pertanto stabilire la correlazione 
esistente tra diatipo e situazione d'uso, ne derivano due conseguenze. Anzitut- 
to, occorrerà stabilire caso per caso la funzione svolta dal diatipo, il suo 'signi- 
ficato sociale'. Al di là di ogni intento classificatorio e descrittivo, esiste cioè 
un interesse per l'aspetto pragmatico che deriva dall'uso del regionalismo. Un 
esempio come quello studiato da Norman Denison (1968 e 1970, p. 290 e ss) 
nella comunità plurilingue di Sauris è facilmente generalizzabile nel senso che 
anche in un parlante medio italiano la scelta del diatipo 'Italiano regionale', o 
meglio di un suo registro intemo, può servire a creare, o a ri-creare, o addirittu- 
ra a manipolare la situazione, e quindi a ridefinire il ruolo che ciascun interlo- 
cutore svolge in essa (Denison 1970, p. 291 s. e p. 295). 

La seconda conseguenza sta nella necessità di valutare il grado di "consa- 
pevolezza" che s'accompagna all'uso del regionalismo. Ho già ricordato come 
il tratto (- consapevole) sia stato utilizzato da Ernest Schule come dato definito- 
rio del Francese regionale. Ma il problema non può esaurirsi entro termini così 
semplificati, in quanto la presenza, o l'assenza, di consapevolezza nell'uso del 
regionalismo può dare l'avvio a processi complessi e contraddittori. Così, come 
è stato dimostrato in due tesi di laurea preparate nel nostro Istituto a Torino 
(Rustichelli 1981 e Varzella 1981), un parlante reso consapevole della 'regiona- 
lità' del suo enunciato (e la cosa deve essere tanto più vera se dalla lingua par- 
lata si passa a quella scritta) provvede spesso ad autocensurarsi e quindi a 'cor- 
reggersi'. Ma all'estremo opposto, la consapevolezza può anche confondersi 
con la 'fedeltà linguistica' se non addirittura con il 'pregiudizio linguistico', 
ambedue sicuramente presenti in situazioni di intenso contatto tra Italiani re- 
gionali diversi. Non solo, ma come è stato mostrato in un recente, mirabile arti- 
colo di Giovanni Nencioni, proprio attraverso la consapevolezza della propria 
regionalità linguistica e il confronto con il comportamente altrui "l'individuo 
può sentirsi elemento fattivo e responsabile" (Nencioni 1983, p. 2) della storia 
della comunità alla quale egli appartiene. 

Si tratta, come si vede, di questioni molto complesse alle quali intendo solo 
accennare, ma che potrebbero costituire per la ricerca italiana un titolo di di- 
stinzione rispetto alle consorelle francese e tedesca^*?. 



'*9 Ringrazio i Professori Gaston Tuaillon e Ernest Schule, che mi hanno cortesemente pro- 
curato testi non reperibili in Italia; il Professor Peter Wiesinger, Direttore dell'Istituto di Ger- 
manistica dell'Università di Vienna (Sez. Liebiggasse), che mi ha consentito l'uso della biblio- 
teca e dello schedario del suo Istituto; il relatore della tesi Professor Gian Luigi Beccaria e il 
Professor Gaetano Berruto, che hanno letto il presente testo prima della sua presentazione a Pa- 
dova, fornendomi preziosi consigli e suggerendomi alcune modifiche. 



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DISCUSSIONE 

2arko MULJACIC: Il lussemburghese (Létzebuergesch) non è varietà della lingua standard te- 
desca ma è varietà della lingua per distanziazione tedesca. 

Tra le recenti pubblicazioni dcW Ausbaukomparatistik (studio comparato delle lingue elaborate) 
ricordo il libro edito da A. Scaglioni The Emergence of National Languages, Ravenna 1984, 
dove si dà una metafora del hanyan "fico indiano" i cui rami si avvicinano alla terra, fanno 
nuove radici e creano nuovi tronchi (rapporto inglese British — inglese American). È infine si- 
gnificativo che gli americani non insistano più sul nome American della loro varietà. 



Chiara GRASSI BRAGA: Ringrazio il prof. Muljaèic per le sue dotte precisazioni. Non mi 
sembra comunque che le sue osservazioni contraddicano quanto io ho affermato; ho citato, in- 
fatti, il caso del Letzeburgisch proprio come esempio di tendenza centrifuga rispetto allo 
Hochdeutsch. 



Francesco Sabatini 
(Roma "La Sapienza") 

'italiani regionali" e *4talìano dell'uso medio"* 



1. La "scoperta", la "definizione" e la connessa "rivalutazione" dell'italiano re- 
gionale hanno segnato una svolta decisiva e, almeno fino ad oggi, fecondissima 
negli studi sulla situazione linguistica italiana. Un'applicazione troppo rigida o 
unilaterale di questa categoria — a distanza di 25 anni dall'operazione geniale 
compiuta da G.B. Pellegrini — produrrebbe però, e ha già prodotto, deviazioni 
e restrizioni di visuale. Da un'applicazione del genere mi pare che siano deriva- 
te conseguenze di questo tipo: 

a) si tende sempre più a ricercare e sottolineare i tratti divergenti dei vari 
italiani regionali, e non si colgono quelli di convergenza e di conguaglio, che 
rappresentano veri traguardi nel processo di unificazione linguistica italiana 
(vedi 2); 

b) si considera il rapporto lingua/dialetto come il fattore dominante e quasi 
unico nella dinamica linguistica complessiva della società italiana; e si trascu- 
rano altri fattori generali come oralità/scrittura, grado di formalità, livello so- 
cio-culturale; 

e) avendo visto nella regionalizzazione dell'italiano soprattutto un processo 
di "diversificazione" e non avendo considerato per tempo altri fattori in gioco 
(diamesicità, diafasicità, diastraticità), i pur evidenti fenomeni di convergenza 
(in esiti estranei alla "norma") sono stati attribuiti in blocco a un altro agente: 
l'uso specificamente "popolare" della lingua. 

Partendo da una critica a quest'ultima posizione, le ricerche condotte so- 
prattutto da studiosi tedeschi (Albrecht, Ernst, Holtus, Radtke, ecc.), ma anche 
italiani (più specificamente da Berruto e da Lepschy), hanno portato negli ulti- 
mi anni a molte rettifiche. Per mio conto ritengo che il quadro del repertorio 
delle varietà linguistiche sia suscettibile di alcune modifiche essenziali: ce le 
impongono con piena evidenza i risultati delle indagini più recenti, nelle quali 
si è tenuto maggior conto degli altri parametri (appunto il diamesico, il diafasi- 
co, il diastratico, oltre al diatopico) e si va anche espolorando la dimensione 
storica di fenomeni. 



* Le osservazioni qui esposte sono ricavate dal mio saggio L' "italiano dell'uso medio" : 
una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in G. Holtus — E. Radtke (a cura di), Gesproche- 
nes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tiibingen, Narr, 1985, pp. 154-185. 



76 FRANCESCO SABATINI 

2. Una impostazione del genere mi porta a queste conclusioni: ' 

a) prendendo in considerazione soprattutto il livello morfo-sintattico e il 
lessico più comune, si coglie nei diversi italiani regionali una serie di tratti uni- 
tari (cioè panitaliani non indotti dal modello standard scritto. Esempi tipici (or- 
mai ben noti): 1) lui, lei, loro soggetti; 2) gli dativo onnivalente; 3) 'sto, 'sta, 
ecc.; 4) tipo a me mi; 5) risalita del clitico; 5) uso "pleonastico" del ci; 6) varie 
costruzioni "enfatiche"; 7) che polivalente; 8) ipotetica del tipo se me lo dice- 
vi, ci pensavo io; 9) soggetti collettivi con predicati al plurale; ecc. Lessico: ci 
vuole 'occorre'; si vede che 'probabilmente'; mi sa 'penso'; lo stesso 'ugual- 
mente'; sennò 'altrimenti'; combinare 'provocare; realizzare'; certo 'un dato ti- 
po di'; ecc. 

b) a questi tratti se ne aggiungono altri più propriamente regionali a tutti i 
livelli (fonologici, morfo-sintattici, lessicali), ma la loro presenza è quantitati- 
vamente ben diversa soprattutto in dipendenza dai parametri socio-culturali; è 
minima ai gradi più alti della scala, massima ai più bassi. Ciò induce a distin- 
guere decisamente tra un "italiano regionale delle classi istruite" e un "italiano 
regionale delle classi popolari". Questa distinzione (certamente sommaria, co- 
me altre, ma indispensabile) permette di trovare una collocazione molto più ap- 
propriata per il vero e proprio uso "popolare" dell'italiano (o "italiano popola- 
re"): questo va ricondotto sostanzialmente nell'ambito dell'italiano regionale 
(come ormai molti sostengono), ma con l'avvertenza che non tutti i tratti che lo 
caratterizzano sono di specifica provenienza dialettale. E stato chiarito suffi- 
cientemente (soprattutto da Berruto) che nell'italiano usato dal popolo i tratti 
innovativi comuni non derivanti dallo standard né da strutture "di fondo" (pa- 
nitaliane e a volte panromanze) dei dialetti, sono il prodotto di "interferenze" e 
"semplificazioni": è il caso di vadi, venghi, stassi, dassi, potiamo, suo al posto 
di loro agg. poss.; tanto avverbio concordato con l'aggettivo, loro declinato, 
aver di bisogno, mi tocca a pagare, e di pronunce come scottola, ombellico, 
ecc. (Innovazioni che, va ricordato, a differenza di quelle indicate sopra, sono 
oggetto di parodia perché hanno "passato la soglia dello stereotipo e della stig- 
matizzazione" come ha notato Mioni). 

Questa classificazione a più parametri ci permette di arrivare a una conclu- 
sione che, a mio modo di vedere, batte oramai alla porta (ed ha aleggiato più 
volte nel nostro Congresso dello scorso anno): il contatto tra l'italiano standard 
(di tradizione scritta) e i dialetti nella bocca dei parlanti istruiti ha portato alla 
formazione di un tipo di italiano notevolmente innovativo (rispetto allo stan- 
dard scritto tradizionale) chiaramente unitario ai livelli morfosintattico ' e lessi- 

' Va precisato che queste caratteristiche rappresentano, però, sohanto un recupero di tratti 
di antica data, esclusi dalla "norma" per lo più dal sec. XVI in poi e ora in corso di riaccredita- 



"ITALIANI REGIONALI" E "ITALIANO DELL'USO MEDIO" 77 

cale, differenziato regionalmente soltanto a livello di pronuncia e a volte (in un 
certo numero di parlanti) in misura molto leggera. In altri termini, possiamo di- 
re che sul piano della pratica (e dei corrispondenti giudizi immediati) Vitalia- 
no unitario medio — soprattutto parlato, ma anche delle scritture mediamente 
formali, d'altronde immuni da connotazioni di pronuncia — esiste: manca, for- 
se, soltanto un nostro più esplicito riconoscimento in sede di giudizio di 
accettabilità. 

Il "repertorio delle varietà linguistiche italiane" mi pare dunque che vada 
ridisegnato, con tutti i limiti e le approssimazioni insiti in ogni catalogazione, 
piuttosto nel modo che indica la tabella che segue: 



ASPETTI 
DIATOPICI 


VARIETÀ 


ASPETTI 
DIAMESICI 

(uso scritto / parlato) 


ASPhITl DIBASICI 

(uso formale/informale) 
E DIASTRATICI 








classi istruite 1 classi popolari 


varietà 
nazionali 


1 ) italiano standard 

2) italiano dell'uso 
medio 


scritto e 
parlato-scritto 

parlato e scritto 


formale 1 — 

mediamente 1 — 

formale 1 
e informale 1 


varietà 
regionali 
e locali 


3) italiano regionale 
delle classi istruite 

4) italiano regionale 
delle classi popolari 
("italiano popolare") 

5) dialetto regionale 
provinciale 

6) dialetto locale 


parlato 
parlato e scritto 

parlato 
parlato 


informale 1 — 

1 uso unificato, 
1 con infonnalità 

informale ] più accentuata 
] per il * 
1 dialetto 

informale | 



mento. Una sommaria documentazione storica è già nel mio saggio sopra citato. Una ricerca 
assai più vasta e puntuale è stata condotta da P. D'Achille nella sua tesi di dottorato Sintassi del 
parlato e tradizione scritta della lingua italiana. Analisi di testi dalle origini alla fine del seco- 
lo X\1II (Università di Roma "La Sapienza'", 1987; era in corso di stampa come volume n. 4 
della collana / volgari d'Italia, presso l'editore Bonacci di Roma). 



78 FRANCESCO SABATINI 

DISCUSSIONE 

Monica BERRETTA: sono molto d'accordo sulla necessità di evidenziare i tratti convergenti 
degli italiani regionali: è un problema che mi interessa particolarmente perché, studiando l'ita- 
liano parlato colto, mi sono convinta dell'utilità di una prospettiva per così dire autonoma, si- 
stemica, sull'italiano parlato. Appunto in questo senso vorrei chiedere a Sabatini se non giudica 
possibile e utile spingere più avanti la separazione (euristica, ovviamente) fra italiano "medio" 
e italiani "regionali", operando sulla natura parzialmente diversa dei tratti dell'uno e degli altri. 
Alcuni fenomeni dell'italiano medio sono infatti rapportabili a fatti di 'naturalezza' ben docu- 
mentati da dati tipologici/diacronici (per esempio, pescando fra quelli citati: fatti di usura mor- 
fofonologica per l'agglutinazione dei clitici ai verbi; naturalezza semantica per la concordanza 
al plurale di soggetti collettivi) e li si può forse considerare autonomi dell'italiano medio, non 
dovuti a interferenze dai dialetti. Lo stesso, naturalmente, si potrebbe dire di innovazioni dovu- 
te a forze inteme del sistema, se dati empirici ne mostrassero la presenza che io sospetto. 
È vero che le stesse o analoghe tendenze agiranno molto probabilmente anche nei dialetti, e da 
qui rinforzeranno la loro medesima azione sull'italiano; però, se vale quel che dicevo, potrem- 
mo per lo meno vedere alcuni aspetti costitutivi dell'italiano medio come dinamica sistemica 
più che come sommatoria di influenze, o interferenze che dir si voglia, dai dialetti. 



Francesco SABATINI: concordo con la sollecitazione di Monica Berretta e provo soddisfazio- 
ne nel vedere che anche altri studiosi sono portati a dare rilievo autonomo ai problemi dell'ita- 
liano "medio". È evidente che questa varietà, o sistema, ha una sua dinamica intema, che pro- 
cede per suo conto e produce alcuni esiti riscontrabili, per poligenesi, in altre varietà: tra questi 
fenomeni metto anch'io la concordanza al plurale con soggetto collettivo singolare, ma aggiun- 
gerei l'uso del che polivalente e la frase segmentata. La separazione "tipologica" tra italiano 
medio e varietà regionali è, d'altronde, marcata chiaramente da una linea anche nella tabella 
che accompagna la mia esposizione. 

Direi di più. Alcuni tratti che caratterizzano l'italiano medio di oggi (ad es. il ci ho per "ho") 
non trovano preciso riscontro nei dialetti settentrionali e meridionali della penisola, ma soltanto 
in quelli toscani o strettamente affini. Poiché non si può sostenere che questi dialetti, nella loro 
fase odiema, siano la matrice unica e diretta del comune modo di parlare degli Italiani (ci provò 
Manzoni a realizzare questo obiettivo, ma il suo intervento è relativamente tardo e ha avuto ef- 
fetti limitati), la base più larga del nostro italiano medio di oggi andrà ricercata piuttosto in 
quella tradizione di "tosco-italiano" che si è formata via via nei secoli, dapprima nelle scritture 
di uso comune (una "produzione" linguistica di enorme consistenza, ma quasi del tutto inesplo- 
rata) e poi nel parlare "civile" di alcuni strati di popolazione. 

Una matrice geo-socio-storica all'italiano medio di oggi, insomma, bisogna pure trovarla; con 
ciò non voglio dire, però, che questa realtà sia nata da un più o meno recente "influsso" dei vari 
dialetti sull'italiano standard. Tale realtà esiste da molto tempo in tutte le regioni italiane ed è 
attestata, ad esempio, nelle lettere di Michelangelo come in quelle di Salvator Rosa, e nei ver- 
bali di innumerevoli processi già del '500 e del '600. 



Gianna Marcato 
(Padova) 

Italiano d.o.c. 

Sagra delle etichette o categorizzazione linguistica? 



Italiano regionale; il problema è antico, coincidendo con quello della lin- 
gua, nella nostra realtà nazionale. Nel considerare la questione di sempre noi 
oggi non possiamo sottrarci ai più recenti contributi della teoria linguistica e 
sociolinguistica. Un puro descrittivismo di matrice storico comparativa, il ten- 
tativo di sistematizzare alcuni contrasti nella struttura superficiale, un approc- 
cio orientato secondo i criteri della dialettologia tradizionale, non avrebbero 
molto senso, se pretendessero di esaurire un ambito come questo, tanto più che 
l'oggetto linguistico si rivela estremamente dinamico, mutevole, in divenire. 

La dimensione più rilevante, a mio parere, è questa: siamo di fronte ad un 
nuovo sistema normativo, diverso da regione a regione, oppure ad una accentua- 
ta variabilità di matrice socioculturale piuttosto che geografico-amministrativa? 
E, ancora, una volta presupposto un italiano "regionale", si può escludere, al suo 
intemo, una frammentarietà che, collegandosi ad altre variabili, sia tale da inva- 
lidare l'ipotesi stessa? Fino a che punto lo sviluppo culturale post unitario, la più 
accentuata mobilità sociale, l'imporsi di canali comunicativi diversi, hanno re- 
troagito nel modello di lingua tradizionalmente trasmesso dalle istituzioni? Ar- 
ricchendolo di variazioni o intaccandolo a livello costitutivo? 

Il "parlato", fatto storico relativamente recente per l'italiano, attua con la 
specificità del suo modo — e con le ricchezze e i limiti attribuibili al canale ed 
alla situazione — la norma di matrice letteraria con la quale è venuta a lungo 
identificandosi la lingua nazionale, oppure, configurandosi come radicale inno- 
vazione, ha prodotto sistemi normativi in qualche modo altemativi? Qual è il pe- 
so della regionalità nel modo scritto? Patina, scelta accessoria o carattere distin- 
tivo? Subordinatamente al genere, alla funzione, a coordinate socio culturali o 
indipendentemente da essi? In quale rapporto sono, oggi, uso scritto ed uso par- 
lato? In quali sistemi si compongono? Con quali intersezioni? 

Entra a questo punto in gioco l'idea stessa di lingua, imponendo una presa 
di posizione sul grado di significatività dei diversi elementi analizzati, dei "dati" 
assunti misurando l'osservabile e procedendo a successive semplificazioni di 
una globalità comunicativa che, accanto alla forma linguistica, contempla l'into- 
nazione, il gesto, l'atteggiamento, la semantica, l'andamento testuale, il conte- 
sto, ecc. 



80 GIANNA MARCATO 

Non mi pare lecito confondere in questa analisi codice linguistico — in 
quanto sistema normativo vincolante anche dall'esterno — ed usi linguistici — 
in quanto attuazioni duttili e poliedriche. Questi ultimi, rispondendo ai bisogni 
ed ai limiti del singolo parlante ed alla necessità di mettersi in relazione con il 
sistema di riferimento dell'interlocutore, sono attuazioni estremamente provvi- 
sorie, effimere, destinate spesso a non lasciare che breve traccia per breve spa- 
zio di tempo. Norma come fatto sociale vincolante, conoscenza della norma ed 
attuazione della norma non sono concetti equivalenti: non ha senso farli coinci- 
dere, ma nemmeno considerarli alternative distinte, data la natura dinamica del 
processo che le collega e determina da un lato il mantenimento della norma 
unitaria — garantita da un medium semantico — dall'altro il proliferare di va- 
riazioni che si sviluppano in senso centrifugo. Esse non intaccano la possibilità 
di comunicare perché non prescindono da una matrice comune, pur attuandola 
in modo diversificato. È questo il concetto che bisogna rendere operativo per 
dare un contributo chiarificante all'attuale dibattito, culturalmente interessante 
per i risvolti pratici che presenta. La funzione del linguista potrebbe essere 
quella di dare consistenza alle intuizioni formulate da più parti, valutandone il 
significato, quantificandone lo spessore e, quindi, interpretandone l'attendibili- 
tà; soprattutto la scuola ha bisogno di chiari modelli, esplicativi e normativi, 
con i quali sostituire eventualmente quelli tradizionali, perché con una corretta 
didattica si possa retroagire su tutto il campo sociale. Non si può dare alcun 
contributo utile finché ci si limita ad affermare una variabilità di cui non è chia- 
ra né la direzione né la portata; non sarà che effimero fatto di moda quell'inte- 
resse "scientifico" per l'italiano regionale in cui le analisi dello specialista altro 
non facciano che ricalcare le osservazioni già espresse da qualsiasi parlante ab- 
bia appena appena avuto occasione di uscire dal circuito comunicativo del pic- 
colo paese. 

L'interazione tra osservatore e dato è, a sua volta, un processo delicato, che 
va reso esplicito e deve essere controllabile dall'esterno; la definizione del rea- 
le è, come ben si sa, interpretazione di un fatto, e non una sorta di foto "obietti- 
va", indipendente dai presupposti del ricercatore. Benché queste acquisizioni 
siano ormai talmente scontate, da fame apparire banale la riproposta, si indulge 
troppo spesso all'illusione che qualsiasi "dato" linguistico presentato dallo stu- 
dioso sia un fatto inconfutabile, una sorta di evento assolutizzabile. Sottovalu- 
tando la doppia polarità dal rapporto tra emittente e ricevente talvolta si tende 
ad eliminare il riscontro estemo, rinunciando a tener conto dei diversi processi 
di decodificazione sui quali ogni comunicazione si fonda. I criteri di percezione 
soggettiva non possono essere fatti coincidere con i criteri di misurazione del 
significato; e questo è tanto piìi vero quanto più ampia ed eterogenea è la popo- 
lazione che comunica facendo riferimento ad uno stesso codice. È lecito consi- 
derare differenze significative per la comunicazione quelle gamme di variazio- 



ITALIANO D.O.C. SAGRA DELLE ETICHETTE O CATEGORIZZAZIONE LINGUISTICA? 8 1 

ni "sfumate", che funzionano efficacemente proprio per la possibilità di adat- 
tarsi in modo elastico alle competenze ed alle intenzioni comunicative degli in- 
terlocutori? Quando l'ordine delle parole modifica veramente la ricezione del 
messaggio e quando la modifica solo per lo studioso che vuole vederla modifi- 
cata? 

Importante perciò diventa il risvolto metodologico della ricerca, sia essa 
teorica od empirica, ed anello di congiunzione fondamentale è, in questa pro- 
spettiva, la terminologia, in quanto ad essa è affidato il compito di mediare i 
principi generali, interpretando il materiale raccolto. Per lo stesso motivo risul- 
ta momento centrale la definizione dell'oggetto, non solo perché costituisce 
una garanzia di controllabilità — e quindi di scientificità — ma anche perché 
su di essa si innestano tutte le fasi successive del procedimento euristico (valo- 
re delle ipotesi, scelta degli strumenti e delle tecniche di raccolta e di analisi dei 
dati, estensibilità dei risultati). 

Se l'oggetto teorico, sia esso lingua o dialetto, è definibile con coerenza 
dall'interno del quadro epistemologico da cui si parte, per quanto riguarda l'og- 
getto empirico interagiscono problemi connessi con la specificità dell'osserva- 
bile e con le modalità di osservazione. In effetti, già quando parliamo di italia- 
no — e ancor più quando lo qualifichiamo come regionale, locale, popolare, 
parlato, ecc., — dobbiamo renderci conto del non senso di una serie di defini- 
zioni, prodotte là dove potremmo procedere correttamente solo attraverso delle 
descrizioni. Altrimenti, anziché giungere ad una più approfondita conoscenza e 
comprensione di un fenomeno socialmente rilevante, giungeremo solo al ridon- 
dare di gratificanti etichette, in cui non è chiaro il rapporto con l'oggetto, ed è 
scisso ogni rapporto con la popolazione comunicante. 

Affermare questo non significa certo caldeggiare quel riduttivismo empiri- 
co che accumula dati senza saperli porre in relazione con un modello il quale, 
ordinandoli, li interpreti: anzi è proprio in uno stretto rapporto tra teoria, meto- 
do e tecniche d'indagine che si innesta la significatività di una ricerca, soprat- 
tutto quando ci si trovi ad operare, come avviene oggi, all'interno di dinamiche 
linguistiche originate dalla opposta polarità di modelli concorrenti (Marcato, 
Ursini 1983). 

Credo non sia esagerato affermare che ancor oggi (o forse sarebbe meglio 
dire soprattutto oggi) la natura del rapporto tra la lingua italiana, la popolazione 
nazionale ed i diversi ambiti e livelli di uso linguistico è uno stimolante punto 
interrogativo, al di là delle frettolose e superficiali risposte Doxa; lo dimostrano 
il disorientamento degli insegnanti, continuamente alla ricerca di un modello 
adeguato (e discordi tra loro sul modello cui riferirisi!), le pressanti insistenze 
di quanti, all'estero, si trovano a dover insegnare una varietà di italiano adegua- 
ta ai tempi ed alle diverse situazioni, le realtà messe in evidenza dall'uso lin- 
guistico dei mass media, sia attraverso il canale dell'oralità che della scrittura. 



82 GIANNA MARCATO 

Si ha veramente l'impressione che tutto ciò che esula dall'uso letterario (carico 
del resto anch'esso dei suoi problemi non risolti) sia ancora terreno da sondare, 
foresta vergine dalle mille ipotesi. 

Benché tutti — o quasi — abbiano continuato a citare la nuova prospettiva 
aperta, un ventennio fa, dalle posizioni di De Mauro, don Milani, Pasolini, ben 
pochi studi si sono inseriti seriamente in tale tradizione. Alle loro sferzate pro- 
vocatorie, che, toccando nel vivo un problema sociale scottante, suscitarono 
l'interesse e la risposta anche dei non addetti ai lavori, è seguita una sorta di 
manierismo, che, dimenticando il problema centrale, si gingilla sui dettagli. 

Siamo dunque di fronte alla necessità di una analisi esplorativa, in cui non 
è sempre opportuno né possibile un rigore che dipenda da misurazioni di tipo 
quantitativo, soprattutto là dove non si sia ancora deciso che cosa sia utile mi- 
surare. L'alternativa a ciò non è tuttavia la valutazione soggettiva del ricercato- 
re, ma una serie di procedimenti atti a stabilire rapporti significativi e controlla- 
bili (per questo aspetto il classico Lazarsfeld (1967) resta pur sempre il punto 
di riferimento piìì completo). 

Le classificazioni, mirando a distinguere tutti gli elementi che si comporta- 
no in modo diverso nei confronti del problema studiato, sono uno strumento di 
tale operazione e, in quanto tali, impongono particolari accorgimenti nell 'at- 
tuarle. Quando si qualificano i diversi "italiani", in realtà si affronta un proble- 
ma di classificazione, dal momento che non si tratta di formulare osservazioni 
personali più o meno convincenti o più o meno in linea con le mode, ma di mi- 
surare alcune differenze, stabilendo delle distanze che consentano di identifi- 
carle in modo esclusivo. Va detto innanzitutto che si classifica sempre secondo 
una variabile ritenuta centrale agli effetti dei tratti che si vogliono ordinare; ora, 
quando parliamo di "italiano regionale", contrapponendolo ad altri "italiani", 
quali attributi del fatto vogliamo osservare? Quali caratteristiche vogliamo mi- 
surare? Su quali elementi della situazione vogliamo fissare la nostra attenzio- 
ne? Perché vogliamo combinarli proprio in una tale categoria? 

Se, linguisticamente, possono sembrare più pertinenti le prime domande, 
culturalmente è proprio quest'ultima la più interessante, in quanto potrebbe ri- 
velare un'esigenza assolutamente extralinguistica, di tipo politico-ideologico, 
rispetto alla quale l'uso del dato sarebbe strumentale e pretestuoso. Tra le ri- 
sposte possibili, quella più frequente sembra essere una sorta di tautologia: si 
parla di italiano regionale, perché interessa la dimensione regionale del proble- 
ma. Ma tale asserzione non introduce alcun elemento che renda razionalmente 
motivata la scelta della variabile, all'interno di una classificazione linguistica; 
resta infatti ancora da dimostrare che si tratti di una dimensione centrale, perti- 
nente, esplicativa. Il fatto è che la ricerca, in questo ambito, non parte da cate- 
gorie teoriche generali, ascrivibili ad una determinata matrice: allo stadio attua- 
le è già tanto, per taluni settori, se si riesce a rispondere qualitativamente a prò- 



ITALIANO D.O.C. SAGRA DELLE ETICHETTE O CATEGORIZZAZIONE LINGUISTICA? 83 

blemi nati dal fatto di intuire la tipicità di una situazione. 

La domanda sottesa è spesso solo questa: che cosa sta succedendo? Il ricer- 
catore si trova così tra le mani una serie esplosiva di dati linguistici — finora 
sconosciuti, negati, sottovalutati, definiti irrilevanti — che chiedono di essere 
letti, ma per i quali non esistono categorie teoriche precostituite. Non si può 
pensare di risolvere il problema limitandosi a raccogliere materiale da qualche 
fonte; si impone innanzitutto una formulazione chiara dei presupposti e degli 
obiettivi della ricerca. È importante avere un quadro organico in cui collocare il 
materiale grezzo, tanto più quando l'analisi è destinata a svolgersi su vasta sca- 
la ed interessa ampie gamme di differenziazioni. Ciò permette di comunicare e 
valutare i risultati di diversi lavori, mettendoli a confronto. Uno dei pregi di 
una classificazione è quello di consentire un equilibrio tra categorie generali 
che, indicando quali tratti sono pertinenti, rilevanti, centrali, stabiliscono un 
nesso con altri campi dell'esperienza, e categorie strettamente adeguate ai tratti 
raccolti, intesi come specifica caratterizzazione di un insieme più complessivo. 

Quando noi oggi ci occupiamo dell'italiano non letterario dobbiamo am- 
mettere di trovarci di fronte non solo ad una notevole esiguità di dati, ma anche 
ad una significativa carenza di elaborazioni teoriche, di concettualizzazioni e di 
ipotesi, tanto che ci possiamo collocare a mala pena all'interno di quella che 
viene definita "ricerca di sfondo", e serve a prendere correttamente coscienza 
di un fenomeno, delle possibilità operative che ci sono per investigarlo, dei me- 
todi più adatti ai fini che si vogliono raggiungere. Sarebbe il momento giusto 
per costruire un quadro comune, in base al quale cercare e confrontare senza 
dispersione nuovi dati. Si potrà ordinare significativamente il materiale lingui- 
stico solo disponendo di una articolazione che colleghi i singoli fenomeni a ca- 
tegorie più ampie. Ma da quale variabile sarà opportuno partire per una simile 
classificazione? Non nascondiamoci che, nel concreto della ricerca empirica, 
manipolando i dati non è nemmeno sempre facile discriminare dialetto da ita- 
liano, all'interno dell'effetto di campo prodotto da dinamiche socioculturali e 
linguistiche convergenti. Quella distinzione che in linea diacronica è pur sem- 
pre convincente, in linea sincronica rivela spesso la sua inadeguatezza (e, occu- 
pandoci dei vari "italiani" ci muoviamo prevalentemente nell'ambito della sin- 
cronia). 

Una classificazione per essere utile - in grado cioè di far chiarezza in un 
settore intricato da molteplici componenti, non tutte di uguale rilevanza - deve 
obbedire ad alcune elementari regole di logica, formalmente vincolanti: una di 
esse impone che le categorie dei diversi livelli siano esaurienti ed esclusive. Ma 
le categorie finora prodotte dalla letteratura linguistica contemporanea rispon- 
dono veramente a questo requisito fondamentale? Pur all'interno di una classi- 
ficazione a più livelli possono trovare coerentemente posto, in questo reciproco 
rapporto di esclusione, categorie come italiano nazionale, italiano regionale. 



84 GIANNA MARCATO 

italiano locale, italiano urbano, italiano rurale, italiano popolare, italiano scrit- 
to, italiano parlato, dialetto locale, dialetto regionale...? Se ciò non avviene la 
ricerca non può procedere produttivamente, la comunicazione tra i diversi ri- 
cercatori è inevitabilmente inibita, la scuola può attingere solo disorientamento. 
Che senso ha allora un lavoro specialistico che si traduce in incomunicabilità? 
E se quelle precedenti non sono categorie... allora cosa sono? In che cosa consi- 
ste la loro portata euristica? Non va sottovalutato il rischio che una terminolo- 
gia possa reificare un oggetto inesistente, ed è un rischio da non correre in un 
ambito che ha risvolti didattici e sociali. Ma anche qualora si decidesse di sce- 
gliere, tra le tante, una sola etichetta, sussisterebbe il pericolo di mescolar 
aspetti diversi degli oggetti, appiattendoli in una falsa unidimensionalità. Se, ad 
esempio, assumessimo il tratto "regionale" come qualificante, sarebbe da veri- 
ficare in quale rapporto esso sia con variabili di tipo socio-economico, funzio- 
nale o situazionale, oltre che con le variazioni di modo nella canalizzazione lin- 
guistica (scritto, parlato, mass media), con la rete di interazione, con i modelli 
di riferimento. 

Senza contare che la categoria "regionale" pone di per sé grossi problemi: 
se la intendiamo come limite geografico amministrativo, è già distrutta dalle 
acquisizioni della dialettologia; se la poniamo come "sostrato", trova un aggan- 
cio solo con precise matrici teoriche, rifiutate da molti; se la assumiamo come 
sistema di rapporti, si disintegra nel sociale; se la intendiamo come spazio cul- 
turale, rischiamo di porre analogie formali alla Lévi-Strauss, che hanno già fat- 
to il loro tempo, rivelando enormi fragilità. Oppure, partendo, più opportunata- 
mente, da tratti intemi al codice, per suffragare l'evidenza di una distinzione 
per aree, assumeremo la dimensione fonetica come centrale nella discrimina- 
zione? O gli elementi lessicali? Nemmeno lungo questa linea è facile produrre 
argomentazioni convincenti, perché entra in causa l'idea stessa di lingua e la 
possibilità di identificarla, unidimensionalmente, in alcuni livelli. 

Quando ci si occupa della lingua non esclusivamente come sistema norma- 
tivo, ma anche come uso (ed è in seguito all'insistente proporsi di usi diversi 
che è recentemente nato l'interesse degli studiosi per le variazioni dell'italiano) 
subentra un altro problema metodologico non semplice: se il sistema normativo 
tende all'unitarietà, nell'uso, sia individuale che sociale, si esplica la variazio- 
ne, spinta talvolta oltre il limite delle regole definite accettabili, talaltra in bili- 
co su di esse. Diverse modalità di sanzione, formali o informali, correggono e 
reprimono le devianze, con un insegnamento esplicito o con reazioni quali la 
disapprovazione, l'ironia, il disprezzo, il blocco della comunicazione, nei casi 
più gravi: tutto ciò ha un'azione centripeta, grazie alla quale i comportamenti 
tendono ad uniformarsi. Ma, con un movimento di direzione opposta, sfaccetta- 
no la lingua nell'uso variabili sessuali, generazionali, psicologiche, sociali e 
geografiche, esprimendosi spesso in diversità di istruzione, di professione, di 



ITALIANO D.O.C. SAGRA DELLE ETICHETTE O CATEGORIZZAZIONE LINGUISTICA? 85 

ruolo, di consuetudini comunicative, di contatti, di modelli, di reti di interazio- 
ne, e combinandosi con la virtualità principale di ogni lingua, quella di attuare 
funzioni diverse stabilendo sì relazioni referenziali e coreferenze, ma creando 
anche affinità psichiche, mediando spazi vitali, coniando segni con valore ope- 
rativo, stabilendo legami diacronici, culturali e strutturali lungo una dimensione 
letteraria (Braga 1977). 

Quando parliamo di italiano regionale a quale di questi aspetti della lingua 
intendiamo fare riferimento? Al primo? Al secondo? Ad ambedue? Non è certo 
una scelta irrilevante, che non meriti di essere esplicitata! Come consideriamo 
e garantiamo operativamente la pluralità di dimensioni presenti nella comuni- 
cazione linguistica attraverso i collegamenti strutturali e culturali che essa attua 
e dai quali dipende? Se non ne teniamo conto finiamo per falsare il rapporto tra 
le variabili e per produrre semplificazioni arbitrarie, tali da consentire di lancia- 
re sul mercato, per brevi periodi successivi, costrutti, definizioni ed etichette 
perfezionati a tavolino, ma non di individuare processi reali o modelli linguisti- 
ci che rispecchino la situazione e si adattino ai sistemi di riferimento dei par- 
lanti. 

Affrontando un problema grosso come quello dell'italiano contemporaneo 
c'è ancora bisogno di scoprire lungo quali dimensioni i dati possano essere piìì 
significativamente ordinati, senza precludersi alcuna possibilità di lettura: cer- 
cando ciò che è regionalmente rilevante si potrebbe dover ammettere che la di- 
scriminazione più rilevante corre lungo altre variabili. È dunque necessario 
sperimentare possibilità più ampie, ed è prematuro coniare delle etichette che, 
anticipando il prodotto che intendono qualificare, sono facilmente inquadrabili 
in un processo di sofisticazione. Nessuna ipotesi ha valore di certezza; il fatto 
che qualcuno la formuli non significa che possa essere comunque validata! Per 
questo il procedimento metodologico è così importante, perché solo in relazio- 
ne ad esso l'ipotesi assume valore. 

Data la situazione linguistica sarà dunque opportuno evitare accuratamente 
ogni classificazione impressionistica, intesa come riduzione pragmatica di uno 
spazio di attributi, perché si ha ragione di ritenere che induca correlazioni arbi- 
trarie (un po' come nelle definizioni di tipo razziale si assiste molte volte ad 
una precisa identificazione di tutte le qualità positive con una razza e di tutte 
quelle negative con un'altra, così in alcune analisi linguistiche pare di notare la 
tendenza a raggruppare ed etichettare assieme tutte le devianze, rendendo così 
impossibile la verifica di correlazioni di altro tipo). 

Mi sembrerebbe più opportuno che l'analisi conoscitiva si avviasse tenen- 
do conto in primo luogo della dicotomia tra scritto e parlato, basata sull'assun- 
to, fondamentale per la linguistica, che la forma del messaggio si struttura in 
relazione al canale e dipendentemente da esso. Dopo questa articolazione glo- 
bale, che presuppone due diversi modi di comunicare, si rivela utile il tentativo 



86 GIA>fNA MARCATO 

di ordinare via via in livelli successivi le diversità correlabili con le diverse 
funzioni della lingua; infatti una tale articolazione assume valore sia da un pun- 
to di vista epistemologico che in relazione ai comportamenti osservabili, sia a 
livello di produzione scritta che di oralità. I sottolivelli successivi dovrebbero 
riguardare le variabili dipendenti dalla popolazione comunicante, essendo an- 
che la dimensione sociale un fatto costitutivo della lingua, non scindibile dal 
suo valore semantico. Ciò consente di assumere in modo corretto i tratti dipen- 
denti dall'uso, qualificabili come "osservabile linguistico", "oggetto empirico", e, 
al tempo stesso, di tener conto operativamente, al momento della ricerca, del fatto 
che la comunicazione verbale è sempre interazione legata al contesto ed alla situa- 
zione. 

Solo a posteriori sarà utile e produttiva una riaggregazione dei dati che ve- 
rifichi, a diverso livello, la distribuzione degli andamenti per aree, tentando di 
misurare come le variabili extralinguistiche di tipo sociologico interferiscano 
con quelle più propriamente linguistiche (scritto-pariato, funzioni, ecc.), deter- 
minando addensamenti di divergenze o di convergenze più o meno accentuate. 
E si potrà decidere, allora, se la discriminazione regionale sia, da un punto di 
vista linguistico, più o meno significativa di altre. 



BIBLIOGRAHA 

G. Braga (1977), Per una teoria della comunicazione verbale, Milano. 

P.F. Lazarsfeld (1967), Metodologia e ricerca sociologica, Bologna. 

G. Marcato, F. Ursini (1983), Per una metodologia della ricerca sulla lingua orale, Padova. 



DISCUSSIONE 

Franca ORLETTI: la relazione di Gianna Marcato ha riproposto alla nostra attenzione una que- 
stione epistemologica con cui ci scontriamo ogni qualvolta facciamo ricerca e che sentiamo 
particolarmente quando compiamo un'indagine sul campo: quella del rapporto fra ricercatore e 
dato, delle alterazioni del dato che possono essere dovute alle categorizzazioni preesistenti nel- 
la mente del ricercatore. 

Una indicazione assai utile a questo riguardo ci viene sempre dal campo delle scienze sociali, 
ma non dalle "macro" già prese in considerazione da Marcato, ma dalle microsociologie, in 
particolare l'etnometodologia che ci propone di cercare delle categorie naturali, cioè già pre- 
senti nella comunità sociale in esame. Sono queste le categorie che i membri sociali utilizzano 
per categorizzare la realtà sociale in cui si trovano. L'obiettivo del ricercatore deve essere quel- 
lo di arrivare ad una identità fra le sue categorie e quelle dei membri sociali. Nell'esplorazione 
del repertorio sociolinguistico italiano un utile indizio di quelle che sono le categorie "naturali" 
dei membri della comunità si può trarre da fenomeni sociolinguistici quali gli atteggiamenti lin- 
guistici, la lealtà linguistica, ecc. 



ITALIANO D.O.C. SAGRA DELLE ETICHETTE O CATEGORIZZAZIONE LINGUISTICA? 87 

Gianna MARCATO: non posso che ringraziare Franca Orletti, e profittare della convergenza di 
interessi che pare trasparire dal suo intervento per riaffermare il desiderio che si possa uscire 
dal chiuso dei singoli istituti per avviare una sperimentazione di ricerca che coinvolga più cen- 
tri universitari in un progetto comune, che preveda contatti, seminari, scambi metodologici. 



ecc. 



Luciano Canepari 
(Venezia) 

Teorie e prassi dell'italiano regionale. 

A proposito del 'profilo della 'iingua italiana nelle regioni'" (pLIR) 



1 . Premesse 

Nel presente contributo, dopo aver discusso brevemente — in questo para- 
grafo — dei requisiti necessari per la messa a punto d'una descrizione adeguata 
dell'italiano regionale d'una data regione, svilupperemo (§ 2) alcune considera- 
zioni nate dall'esperienza acquisita nella preparazione della nostra monografia 
Lingua italiana nel Veneto (Canepari 1984, 1986 -) e nelle discussioni che ha 
fatto nascere. Presentiamo, infine (§ 3), il nostro progetto di Profilo della 'lin- 
gua italiana nelle regioni' , discutendo le modalità e i criteri con cui intendiamo 
realizzare l'opera. 

1.1 / livelli di analisi. Il concetto di 'italiano regionale' sembra in generale 
piuttosto chiaro: si riferisce all'uso della lingua italiana fatto in una particolare 
regione. Ci sono infatti peculiarità tipiche che sono abbastanza immediata- 
mente riconoscibili come appartenenti a una particolare zona del territorio na- 
zionale. Ci si riferisce, naturalmente, a tutti i tre livelli fondamentali dell'anali- 
si linguistica descrittiva e contrastiva: vocabolario (= lessico e semantica), 
grammatica (= morfologia e sintassi), pronuncia (= fonetica-prosodica e fone- 
matica-prosodemica, e anche parafonica o 'paralinguistica'). Queste classifica- 
zioni corrispondono a quelle che abbiamo ritenuto conveniente usare nel nostro 
contributo all'italiano regionale veneto (1984), riprendendo per il livello fonico 
quella presentata nel lavoro dell'anno prima (1983) e ampliando quella data nel 
volume specifico (1983 2). 

Fin qui tutto bene: le cose sembrano chiare e distinte. In pratica, però, la si- 
tuazione è molto più complessa e ingarbugliata. Infatti l'uso regionale è anche 
soggetto a variazioni, anche per la stessa persona, a seconda della situazione, 
dell'argomento, del momento, dell'intedocutore, &c. Non solo l'esecuzione ef- 
fettiva occasionale, ma anche la competenza teorica individuale, è considere- 
volmente varia per ognuno, pur avendo — ovviamente — una non indifferente 
base comune. 

Bisognerebbe in qualche modo considerare anche vari tipi di variazione. 



90 LUCIANO CANEPARI 

Quella sociolinguistica, cioè tipo (lettura di coppie minime, di liste di parole, 
d'un brano; intervista, conversazione), età, classe (socioeconomica), sesso, 
istruzione e residenza (Berruto 1980). Inoltre la variazione pragmalinguistica, 
cioè modalità (specialistica, neutra, gergale), stile (ricercato, colloquiale, popo- 
lare), registro (formale, informale, confidenziale). C'è inoltre la variazione geo- 
linguistica, cioè — per la lingua — nazionale, areale, regionale, locale, e — per 
i dialetti — del capoluogo, dei centri maggiori, dei centri minori, delle singole 
località (cfr. Canepari 1975; per i dialetti si ha a che fare coli' italianizzazione, 
l'urbanizzazione e la 'purezza'.) Un altro fattore importante nella considerazio- 
ne dell'uso linguistico è anche la variazione statistica, cioè frequenza, diffusione 
e tipicità degli elementi ai livelli di vocabolario, grammatica e pronuncia. 

Comunque si può delimitare abbastanza l'ambito e ridurre il tutto — pur 
senza tralasciare quanto appena detto — alla triade standard, regionale, popo- 
lare. Nel determinare ciò che è regionale e anche ciò che è popolare è necessa- 
rio attenersi a dei criteri omogenei fissati preventivamente, che definiscano e 
delimitino ciò che è standard. Per cercare d'evitare di dare come regionali for- 
me che in realtà non lo sono, noi abbiamo proceduto tenendo sempre presente 
l'ultima edizione dello Zingarelli (1983"), il più completo e aggiornato dizio- 
nario italiano sia per il vocabolario che per la grammatica e la pronuncia (indi- 
cata, fra l'altro, coi simboli intemazionali IPA). Qua e là però lo Zingarelli va 
integrato con Fogarasi (19832) e Canepari (1983 2)1. 

Il vocabolario che rappresenta l'uso di una regione contiene numerosi 
aspetti. Tutti vanno tenuti presenti in una descrizione accurata e aggiornata. Ci 
sono intanto le modificazioni di significato, esprimibili in tre classi a seconda 
che per un certo significante appartenente all'italiano ufficiale si abbia un si- 
gnificato (a) ampliato, (b) ristretto, (e) diverso all'uso normale (cioè non arcai- 
co, né letterario, né specialistico &c). Per esempio rimandare ha nel Veneto an- 
che {+) il valore di "vomitare", mentre camera ha solo il valore di "camera (da 
letto)", ma non ha (-) quelli di "sala (da pranzo/di soggiorno)"; invece balcone, 
nell'uso tipico non-istruito, ha il valore di "finestra". 

Ci sono poi le forme non presenti nell'italiano ufficiale che derivano diret- 
tamente dai dialetti e che restano nell'uso regionale, diversamente dai dialetti- 
smi che — pur essendo d'origine dialettale — sono ormai entrati nell'italiano 
comune, con referenti locali (gondola), o generali (catasto) &c. Mentre i dialet- 
tismi (Prati 1954) sono forme entrate dai dialetti nella lingua ufficiale, i regio- 



1 E, oggi, anche coi due seguenti dizionari, usciti nel 1987: Nuovo vocabolario illustrato 
della lingua italiana, in due volumi, di G. Devoto, e G.C. Oli e L. Magini, Milano, Selezione 
dal Reader's Digest, e il cosiddetto Grande dizionario Garzanti della lingua italiana, in un so- 
lo volume (e con solo il 30% di ciò che è "dichiarato"), Milano, Garzanti. 



TEORIE E PRASSI DELL'ITALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 91 

nalismi si fermano all'uso regionale. In certi casi sono dei potenziali dialettismi 
in quanto si riferiscono a determinati referenti tipici d'una regione, o zona, che 
ovviamente non hanno una forma nazionale (e potrebbero entrare nell'uso o 
nella lingua, per es. risi e bisi, come la pizza napoletana). In altri casi si usano i 
termini dialettali, più o meno italianizzati per quanto riguarda la pronuncia e la 
grammatica, perché non si conoscono i corrispondenti nazionali o standard: nel 
Veneto ossocollo per "capocollo". 

Una distinzione utile da fare riguarda poi l'estensione e la frequenza d'uso 
delle forme fomite. Perciò s'indicheranno in modo diverso le parole e espres- 
sioni molto diffuse, quelle abbastanza diffuse, e ancora quelle che si possono 
usare consapevolmente, vale a dire sapendo che non sono 'ufficiali'. Queste 
forme verranno allora scritte tra virgolette, o in corsivo, e pronunciate con de- 
terminate caratteristiche paralinguistiche: generalmente s'aumentano, rispetto 
al normale, l'accento, la durata e la tonalità, oltre all'uso non raro d'una modi- 
ficazione del tipo di voce corrispondente all'atteggiamento di (sor)ridere per 
consapevole intesa. 

Un'altra indicazione importante da fornire, nel descrivere l'uso del vocabo- 
lario d'una data regione, riguarda le forme previste dall'uso standard, come ca- 
tene sinonimiche del tipo di quelle presentate da Ruegg 1956 (ulteriori osserva- 
zioni in De Mauro 19702). Perciò si forniranno elementi generalmente evitati 
per ipercorrettismo (essendo ritenuti dialettali) come per es. cascare, ma anche 
altri su cui non tutti i parlanti — quindi non generalmente — hanno o possono 
avere dei dubbi riguardo all'italianità/dialettalità, per es. croccante. Non solo: 
s'indicheranno anche le forme (di catene sinonimiche) che non sono usate in 
una data regione, per es. desinare, volto (nel Veneto). 

Anche la grammatica va ovviamente tenuta presente. E le caratteristiche 
degli usi regionali dell'italiano dovranno tener presente anche il livello popola- 
re oltre a quello più tipicamente regionale. Il primo generalmente presenta pe- 
culiarità diffuse un po' ovunque in Italia, nell'uso non-istruito, che s'aggiungo- 
no di solito a quelle individuabili invece come vere peculiarità regionali o su- 
bregionali o (più spesso per quanto riguarda la grammatica) interregionali. Si 
dovranno mettere in luce anche le differenze strutturali morfologiche e sintatti- 
che rispetto all'uso standard, sia scritto che colloquiale, come per es. la genera- 
lizzazione delle desinenze del presente congiuntivo nell'uso veneto, cfr. la ta- 
bella seguente (ripresa da Canepari (1984, § 3. 77-78, dove si presenta anche 
un'altra generalizzazione, di tipo popolare, oltre a questa, regionale). 



92 LUCIANO CANEPARI 

Desinenze del presente congiuntivo: 



Italiano standard 



Italiano veneto 



-are -ere -Ire 



-are -ere -ire 



-iàmo 


•iàmo 


'iàmo 


-late 


-late 


-late 


'-ino 


'-ano 


'-ano 


•-/ 


'-a 


'•a 


'-/ 


'-a 


'-a 


'-/ 


'-a 


'-a 



1p 

2p 
3p 
1s 
2s 
3s 



•iàmo 


-iàmo 


-iàmo 


-àie 


-éte \ 


•ite 


'-ano 


'•ano 


'•ano 


'-a 


'-a 


'-a 


'-/ 


•-/ 


'-i 


'-a 


'-a 


'-a 



Anche per quanto riguarda la pronuncia e la grafia si dovrà naturalmente 
esser molto accurati. Infatti la trattazione dell'italiano d'una regione dovrà pre- 
sentare una buona descrizione delle realizzazioni fonetiche e intonative delle 
varie località rispetto alla pronuncia standard, che serve come termine di con- 
fronto e riferimento costante, in forma sintetica, come nel nostro lavoro del 
19832, o più estesa, come in quello del 1984. 

Si dovranno inoltre fare le dovute considerazioni per i fatti pertinenti del ìi- 
\e\\o fonologico, che poi sono quelli che determinano le deviazioni ortografi- 
che, non solo degli scolari, in quanto vengono neutralizzate o confuse determi- 
nate caratteristiche del livello fonico. Per il Veneto ciò vale soprattutto per le 
consonanti semplici/geminate (come in vano/vanno colare/ collare, frigo/frig- 
go, tufo/tuffo, eravamo/ erravamo) e per le sequenze simili gliV, gnV; liV, niV; 
lliV, nniV {Oglio, olio, Ollio &c) e sc(i), ss, s, z/zz (ascensore, assessore; pa- 
zienza, assenza, assenso, &c.). Una migliore conoscenza della struttura fonica 
della lingua (e dei dialetti) porta anche a un uso piti adeguato della grafia. Assai 
caratteristiche per i vari italiani regionali sono anche le differenze d'intonazio- 
ne (Canepari 19823, 1983, 19832 e 1985). 

1.2. L' 'italiano regionale' , tra base dialettale e 'vertice' standard. Per un'ope- 
ra monografica che voglia descrivere in modo utile e soddisfacente l'italiano 
regionale d'una data regione, si pone anche il problema di scegliere, nel conti- 
nuum degli usi linguistici, un insieme di fenomeni (ai vari livelli d'organizza- 



TEORIE E PRASSI DELLTTALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 93 

zione della lingua) che possano costituire un grado d'astrazione sufficiente- 
mente generale e rappresentativo degli usi della regione, che ne mostri i tratti 
tipici esclusivi o condivisi con le regioni vicine2. 

In effetti, nella realtà quotidiana della comunicazione sociale, succede che 
ci sia un vertice, che consideriamo per semplicità un 'traguardo' cui puntano 
molte persone, anche se molte altre non hanno la benché minima consapevolez- 
za che qualcosa del genere esista. C'è poi una base, più ampia, costituita dai 
vari dialetti locali, più o meno urbanizzati e italianizzati. Si potrebbe anche co- 
struire la figura corrispondente: un triangolo equilatero. Tra la base di partenza 
e il vertice, c'è, per molti parlanti tuttta una serie di posizioni intermedie, ora 
più vicine all'uno, ora all'altro dei due estremi, talvolta esattamente nel mezzo: 
si tratta, comunque, sempre di posizioni molto instabili e variabili. Inoltre, 
l'immagine vale, di volta in volta, per ogni singolo elemento considerato, an- 
che se — a scopi orientativi e documentari — se ne può fare una specie di me- 
dia statistica per il corpus d'una data comunità o d'un singolo parlante, identifi- 
cando così delle tendenze più o meno nette della situazione linguistica d'una 
certa zona e le differenze collo standard. 

Per i dialettofoni che usano l'italiano, il dialetto è una continua fonte d'in- 
terferenza sulla lingua nazionale, sia per trasposizione diretta di elementi che 
per influssi analogici, che tendono a generalizzare anche determinati meccani- 
smi, provocando così una semplificazione (o un 'impoverimento', secondo la 
prospettiva tradizionale e puristica) delle strutture della lingua stessa. Ma c'è 
anche il procedimento opposto: l'ipercorrettismo, che fa sì che il parlante sia 
portato a evitare e reprimere le forme dialettali, non ritenendole corrette e ade- 
guate, anche quando queste siano comuni al dialetto e all'italiano. Ma general- 
mente il parlante non lo sa o, se lo sa, ritiene che gli ascoltatori possano non sa- 
perlo, per cui giudica più sicuro non mettersi nella condizione di essere giudi- 
cato ignorante o incolto. 

In certi casi non sembra legittimo parlare d'un sistema linguistico interme- 
dio tra lingua e dialetto. È più realistico dire che i dialettofoni hanno una com- 
petenza piuttosto lacunosa della lingua nazionale e che l'usano in un modo più 
o meno approssimativo, secondo le loro capacità individuali e le diverse vicen- 
de della loro 'biografia linguistica'. Infatti, non si può certo negare che, per 
moltissimi italiani, la vera madrelingua sia il dialetto e che quest'ultimo colori 
in modo diverso l'uso che essi fanno dell'italiano. 11 fatto che si sia più abituati 
a scrivere in italiano e generalmente non si sappia (e spesso non si concepisca 
nemmeno) scrivere in dialetto, non dimostra certo il contrario: è solo il retaggio 
dell'istruzione scolastica tradizionale. 

2 Riprendiamo, in questo paragrafo e nel seguente, alcuni spunti generali, che sono più 
ampiamente sviluppati nella Premessa e nell'Introduzione a Canepari 1984 e 1986^. 



94 LUCIANO CANEPARI 

Unicamente nel caso dei monolingui che non usino affatto il dialetto, ma 
solo una forma d'italiano che possiamo definire regionale e/o popolare, in 
quanto non certamente standard, si potrà parlare d'un sistema linguistico vero e 
proprio. In effetti, in questi parlanti non è il dialetto a interferire direttamente 
sulla lingua che ne risulta. Invece essi si sono impadroniti d'una lingua formata 
da elementi e regole sia italiani che dialettali. 

Se nel caso del dialettofono incólto che usi l'italiano si può fare l'analogia 
coi 'pidgins' (lingue ausiliare assai semplificate, nate dal contatto di due o più 
lingue diverse, usate soprattutto in contesti di comunicazione rudimentale), in 
questo secondo caso è palese l'analogia coi 'creoli' (lingue miste nate dalla tra- 
smissione di un pidgin come lingua materna); l'analogia dev'essere, ovviamen- 
te, presa con una certa prudenza, dato che i fatti di semplificazione e di ibrida- 
zione subiti dall'italiano regionale/popolare sono certamente meno pronunciati. 

La lingua usata dal monolingue italiano regional(-popolar)e di solito è più 
vicina allo standard di quella usata dal dialettofono incolto. D'altra parte, un 
dialettofono cólto di solito può esser in grado d'usare una lingua più o meno vi- 
cina alla forma standard, soprattutto per la grammatica, sufficientemente per il 
vocabolario, ma di solito molto meno per la pronuncia. Perciò sembra di gran 
lunga più conveniente parlare della lingua italiana d'una certa località più o 
meno ampia, come s'è fatto nel titolo del nostro libro (1984), senza volere spe- 
cificar meglio. 

Per ogni singolo caso, invece, può esser possibile dare indicazioni più pre- 
cise, ricorrendo alle classificazioni che abbiamo presentato sopra e che potreb- 
bero esser approfondite maggiormente, col proseguire delle ricerche di questo 
tipo. Per di più, le conoscenze e le opinioni d'ogni singolo parlante, anche 
all'interno d'uno stesso nucleo familiare o d'una cerchia d'amici o colleghi, 
non coincidono mai pienamente con quelle d'un altro. 

È significativo il fatto che (a parte la gente comune, o gl'informatori inge- 
nui come si definiscono in linguistica) anche tra professori universitari proprio 
di linguistica e di dialettologia — chi scrive e dei suoi colleghi e amici — ci 
siano state non rare discordanze nel giudicare non pochi elementi lessicali e ca- 
ratteristiche grammaticali (lasciando da parte la pronuncia). 



2. U esperienza di "Lingua italiana nel Veneto" (1984). 

Questa nostra opera fornisce una descrizione delle caratteristiche presenti 
(e a volte anche quelle assenti) nell'uso dell'italiano fatto dalla maggior parte 
dei Veneti; tali caratteristiche sono — com'è naturale — messe a contrasto 
coli 'italiano cosiddetto standard e a volte con la presentazione che di quest'ulti- 
mo si fa nell'uso scolastico. L'intento principale era descrittivo (non normativo 



TEORIE E PRASSI DELL'ITALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 95 

o puristico) e informativo; ma il lavoro potrebbe benissimo essere impiegato 
per modificare consapevolmente il proprio uso dell'italiano, al fine d'avvici- 
narlo di pili a quello standard e di riuscire perciò a comunicare meglio con per- 
sone d'altre regioni, oppure per ottenere un 'autopromozione socioculturale o 
acquisire una maggiore sicurezza psicologica, &c. Questo lavoro, inoltre — ac- 
canto ad altri lavori futuri, dedicati a singole località — , sarà certamente utile 
agl'insegnanti e ai maestri. Infatti, già i programmi del 1979 per la Scuola Me- 
dia dell'obbligo additavano principi d'educazione linguistica fondati priorita- 
riamente su adeguate riflessioni sulla situazione linguistica nota agli allievi 3; 
analoghe istanze vengono anche assunte nel testo definitivo dei nuovi program- 
mi della scuola elementare, varati nel 1985. Tra le "capacità linguistiche da svi- 
luppare negli allievi" sono esplicitamente indicate le seguenti, che toccano piìi 
da vicino il problema dei diversi usi linguistici nel territorio italiano: 

— prestare attenzione alle corrispondenze lessicali tra il dialetto e lingua, allo sco- 
po di evitare interferenze inconsce tra i due sistemi linguistici; 

— individuare le diversità tra le pronunce regionali dell'italiano e la pronuncia 
dell'italiano cosiddetto standard, che rappresenta anche la base per una corrret- 
ta esecuzione scritta; 

— eseguire la lettura a voce alta di testi noti e non <sic! =no>, dando prova, anche 
attraverso un uso appropiato delle pause e dell'intonazione, di averne compre- 
so il contenuto; 

— scrivere in modo ortograficamente corretto e con buon uso della punteggiatura, 
con lessico appropriato e sintassi adeguata; 

— riflettere sui significati delle parole e sulle loro relazioni (rapporti di somi- 
glianza e differenza, gradazioni di significato, passaggio dal generale allo spe- 
cifico e viceversa, ecc.). 

Certo la nostra opera costitutisce solo una sintesi generale e è, in molti 
punti, perfettibile. Prima di tutto, perché — nonostante l'ampia collaborazione 
che abbiamo trovato nella preparazione del nostro lavoro — essa rimane co- 
munque l'opera di un singolo studioso; ci vorrebbero, invece, dell'équipes pre- 
parate, che indagassero con cura, geo-sociolinguisticamente e in modo omoge- 
neo tra loro, le singole località di tutto il territorio veneto. In secondo luogo, 
perché una descrizione geo-socio-linguistica dovrebbe necessariamente fornire 
anche un campione rappresentativo di registrazioni (su nastro o disco), comple- 
tato dalla trascrizione fonetica, e da eventuali osservazioni e chiarimenti di ca- 



3 Dietro a questi programmi sta tutta la ricca discussione precedente, per la quale ci basti 
rinviare all'antologia di Renzi-Cortelazzo (1977). Molti importanti linguisti italiani hanno am- 
piamente diffuso tale sensibilità alla variazione linguistica, sia in manuali universitari che in li- 
bri scolastici; ci limiteremo a citare, tra tutti, Sobrero (1978), Lepschy (1981), Sabatini (1978) 
e (1984). 



96 LUCIANO CANEPARI 

ratiere diverso. Un esempio di tali possibili campioni è rappresentato dai dischi 
con trascrizione e traduzione dei brani dialettali che sono presenti nei volumi 
della serie Profilo dei dialetti italiani diretta da Manlio Cortelazzo (per il Vene- 
to il volume è quello d'Alberto Zamboni 1974). 

Nonostante la convinzione del suo carattere provvisorio, spinti anche da 
amici e colleghi, abbiamo deciso di pubblicare la nostra monografia, per quanto 
incompleta, perché è senz'altro meglio poco che niente! D'altra parte, appunto, 
non è che ci sia ancora molto di disponibile sull'uso dell'italiano nelle varie re- 
gioni e città del nostro paese (per una rassegna generale dell'esistente rinviamo 
alla relazione di G.B. Pellegrini, in questo volume). 

Per il nostro lavoro abbiamo utilizzato appunti e osservazioni che eravamo 
venuti raccogliendo da anni (dal ginnasio in poi) e scambi d'idee con colleghi e 
amici, ma ci sono state soprattutto preziose le non poche registrazioni che ab- 
biamo raccolto sul campo (sia allo scoperto che di nascosto, cioè con informa- 
tori consenzienti oppure involontari e inconsapevoli) e da radio e televisioni 
private del Veneto. 

Le discussioni su questo argomento con 'profani' sono state tra le più im- 
prevedibili fonti d'informazione, ma anche di timori e sensi d'impotenza e 
d'inutilità, oppure anche di soddisfazione. Infatti, troppo spesso c'è capitato di 
sentirci dire che il nostro lavoro non è che un granello di sabbia rispetto a tutto 
quello che ancora resta da fare, date tutte le differenze e peculiarità da parlante 
a parlante, da casa a casa, da paese a paese. Per fortuna, molto spesso questi 
giudizi si basano su un insieme di caratteristiche che danno un particolare effet- 
to, istintivamente riconoscibile dai più: si tratterà di identificare, di volta in vol- 
ta, con adeguate procedure analitiche, i singoli tratti che contribuiscono a pro- 
durre questo 'effetto', riducendo il tutto a un insieme maneggevole di caratteri- 
stiche di variazione. Nello sceverare i giudizi linguistici (più o meno basati su 
'stereotipi') dei parlanti non sofisticati, ci è toccato di constatare come essi per 
lo più riguardino il dialetto o particolari usi gergali, piuttosto che l'uso corrente 
dell'italiano regionale. 



3. Il progetto di un "Profilo della 'Lingua italiana nelle regioni'" . 

Il nostro Lingua italiana nel Veneto ha suscitato grande interesse sia 
nell'ambiente scolastico e accademico che in quello degli appassionati (dilettan- 
ti o professionisti) della cultura e delle tradizioni regionali; pensiamo che ne ab- 
biano apprezzato l'impostazione, non inutilmente astrusa per eccesso d'astratto 
teoricismo, né, d'altra parte, aberrantemente dilettantesca per difetto d'un co- 
struttivo scetticismo; per questo è già in preparazione una nuova edizione rive- 
duta e notevolmente ampliata, soprattutto per il Vocabolario. 



TEORIE E PRASSI DELL'ITALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 97 

Il successo di questa esperienza (e anche quello incontrato da Canepari 
19832) ha fatto nascere l'idea d'una collana impostata su scala nazionale: il 
progetto è stato chiamato Profilo della 'Lingua italiana nelle regioni' (pLIR) e 
vuol essere una specie di parallelo del Profilo dei dialetti italiani (coordinato 
da Manlio Cortelazzo, direttore del Centro di studio per la Dialettologia Italia- 
na). Esso, infatti, prevede una ventina di volumi: diciotto dedicati ognuno a una 
regione linguistico-amministrativa, esponendo l'uso che in ogni regione si fa 
della lingua italiana, secondo lo stesso metodo descrittivo ed espositivo. 

Per la pronuncia e le interferenze grafico-foniche si daranno indicazioni per 
le varie zone; per la grammatica, le osservazioni saranno prevedibilmente piut- 
tosto unitarie, mentre per il vocabolario s'è convenuto per praticità di conside- 
rare soprattutto la zona o le zone più importanti dal punto di vista linguistico e 
socioculturale, senza però trascurare le zone periferiche, quando sia il caso. 

Perché il programma sia omogeneo e coerente, lo scrivente funge sempre 
da coordinatore e da coautore con almeno un collaboratore esperto del tipo di 
lavoro e nativo, o per lo meno profondo conoscitore, della regione. I volumi 
potranno sempre esser integrati in edizioni successive, anche grazie ai risultati 
degli altri della serie, che serviranno come continuo confronto tra le varie re- 
gioni e l'italiano ufficiale. Senz'altro porteranno anche a un certo ridimensio- 
namento di ciò che consideriamo standard (come, per la pronuncia, in Canepari 
(19832), in uno dei capitoli aggiunti nella nuova edizione), regionale e popola- 
re, dato che ci saranno della convergenze, almeno al livello colloquiale e infor- 
male, non ancora registrate nei vari dizionari, nemmeno nello Zingarelli 
(1983'>)4. 

Degli altri due volumi previsti, uno darà i testi spontanei delle varie regioni 
e subregioni allegati in cassette registrate, che serviranno anche come docu- 
mento sonoro illustrativo; l'altro volume (forse in piti tomi) presenterà una sin- 
tesi ragionata delle caratteristiche di pronuncia, grammatica e vocabolario, sul 
tipo della Grammatica del Rohlfs (1966, 1968-69), con cartine geolinguistiche, 
sul tipo di quelle presentate nella nuova edizione del nostro contributo (19832). 
Non è escluso che in un volume supplementare, prima dei due ora considerati, 
si tratti anche l'italiano in uso nelle zone non in territorio italiano: Corsica, 
Istria, e Svizzera meridionale. 

L'editore potrà benissimo essere lo stesso del primo volume: la Clesp di 
Padova, con cui abbiamo già un accordo; d'altra parte, le singole monografie 
potrebbero anche esser pubblicate da editori delle rispettive regioni, dato l'inte- 



4 In questo contesto potranno essere riviste le posizioni di opere classiche, più o meno for- 
temente puriste (come Tagliavini 1965, Fiorelli 19652, Migliorini-Tagliavini-Fiorelli 19813, Ca- 
milli-Fiorelli 1965), come potranno essere rifondate su base documentaria più ampia opere che 
sostengono posizioni meno rigide (come Lepschy 1981). 



98 LUCIANO CANEPARI 

resse diretto. L'importante è che si mantenga la stessa impostazione che, come 
si diceva prima, essendo rigorosa ma accessibile, si pone a una conveniente di- 
stanza sia dall'insoddisfacente incompetenza dilettantesca, sia dall'inutilizzabi- 
le astrattezza teoricistica. 

Per quanto riguarda il metodo che seguiamo nella realizzazione del Profilo 
della 'Lingua italiana nelle regioni' , bisogna sùbito fare i conti colla realtà: ciò 
che si vorrebbe fare è una cosa; ciò che si può fare, un'altra! Non illudendoci di 
poter far tutto, s'è concluso — anche grazie a dei sondaggi in vari ambienti 
socioculturali e per scopi diversi — che, come s'è accennato sopra, oggi c'è bi- 
sogno di descrizioni ragionate della realtà d'uso della lingua italiana nelle varie 
regioni^. Tali descrizioni devono essere scientificamente accurate e utilizzabili 
nell'insegnamento pratico, sia scolastico che extrascolastico, per portare alla 
piena consapevolezza della variazione linguistica. Ciò significa: far conoscere 
e guidare la scelta tra differenti formulazioni e modulazioni della lingua, per di- 
re le stesse cose in momenti e situazioni diverse e per scopi diversi. Però, tali 
scelte cominciano, necessariamente, dalla scelta tra lingua e dialetto e, sùbito 
dopo, tra lingua standard o regionale e/o popolare. 

Portare alla riflessione linguistica — che è un'operazione ben diversa dalle 
azzardate e mirabolanti spiegazioni etimologiche e ricostruzioni dei veri dialetti 
genuini, da parte di non pochi dilettanti! — è un grande risultato, soprattutto se 
ciò comporta un impegno costante e cauto. Ovviamente, non è pensabile di vo- 
ler analizzare e descrivere compiutamente l'uso linguistico d'ogni centro abita- 
to. Dato che l'indagine riguarda praticamente tutte le caratteristiche possibili 
per la fonetica, la fonologia, l'intonazione, la morfologia, la sintassi, il lessico, 
la semantica (senza trascurare lo stile e la grafia), è chiaro che non si finirebbe 
mai. Tanto più che s'includono anche caratteristiche geo-sociali. 



5 Varie tesi di laurea da me promosse e seguite presso l'Università di Venezia hanno per 
argomento l'italiano regionale: così Troncon 1982-83 ha fornito molti materiali della città di 
Venezia per Canepari 1984, mentre Scalco 1983-84 e Bottacin 1984-85 offrono elaborazioni 
utili per il pLIR e cioè, rispettivamente, per il Friuli e per la Lombardia. Ci auguriamo che tesi 
analoghe possano essere dedicate anche ad altre regioni. Infatti, nel frattempo sono già state 
completate e discusse quelle di M.T. Scoccimarro 1985-86 (Puglia centrosettentrionale), V. 
Botto 1986-87 (Piemonte), R Fodde 1986-7 (Campania), M. Pemèchele 1987-88 (Trentino), 
seguite da me, e, seguita da A. Batinti, presso l'Università di Perugia, quella di D. Ruggieri 
1986-87 (Anzi, in provincia di Potenza). Ora sto seguendo quelle di E. Carlet (Marche centra- 
li), C. Ferialdi (Toscana settentrionale), E. Vitali (Romagna), N. Artusi (Piemonte, a integrazio- 
ne di Botto 1986-87), E. Giacometti (Alto Adige), L. Marangon (Gorizia e Trieste). Riprese e 
ampliate, diventeranno le monografie del 'pLIR', come per le altre regioni per le quali ho già i 
collaboratori: A. Batinti, N. Briamonte, L. Coveri, F. Foresti, F. Gava, G. Larizza, G. Moretti, 
V. Porceddu, S. Riolo, S. Rosini, Y. Weichsel-Luisi; e qualcuno si potrà sempre aggiungere, 
con tutto vantaggio dell'intera serie. L'amico Salvatore Riolo, inoltre, molto cortesemente, fun- 
ge anche da organizzatore e segretario per molti dei più fastidiosi compiti amministrativi e di 
public relations. 



TEORIE E PRASSI DELLTTALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 99 

I sostenitori della sociolinguistica potranno dirci che bisogna procedere con 
metodo sociologico, e prender centinaia — se non migliaia — d'informatori, e 
sottoporli alle varie prove, con e senza questionari, in modo palese e no, per ge- 
nerazioni e sessi e ceti &c diversi, e così via. A parte il fatto che anche i risulta- 
ti così ottenuti non sono immuni da interpretazioni forzate e soggettive, resta il 
fatto che logicamente, non si possono riferire che a pochissimi dati, le variabili, 
esposti in una quantità di grafici, diagrammi e tabelle, che dapprincipio posso- 
no affascinare per le linee di tendenza evolutive che mostrano, ma che spesso 
lasciano il tempo che trovano: quando si confrontano elaborazioni diverse sulla 
stessa realtà, che a volte sembrano addirittura riferirsi a tutt'altra cosa, se non 
sono poi palesemente discordanti. Quanto tempo ed energie utilizzate male! 
D'altra parte, queste indagini sociolinguistiche non si possono fare se non si 
hanno a disposizione (precedenti) descrizioni — o perlomeno osservazioni — 
che mettano in luce le peculiarità d'una certa zona o città o regione. Perciò van- 
no preparate, nel modo più rigoroso, tutte le descrizioni possibili che dovranno 
cercare anche di dare la maggior quantità possibile di dati concreti e 
d'informazioni in merito. Peraltro, se queste vengono realizzate con cura, le co- 
se sono già ricavabili, sapendole interpretare adeguamente. 

Ciò non toglie, però, che dopo (ovviamente: dopo) chi vuole possa aggiun- 
gere anche inchieste sociolinguistiche intese in senso stretto. Nessuno l'impedi- 
sce. Se c'è chi lo vuol fare, non saremo certo noi contrari! Bisognerebbe però 
che anche noi ci potessimo muovere liberamente, senza rischiare d'esser consi- 
derati poco moderni o peggio, poco scientifici. In fondo, come s'è detto, i no- 
stri lavori servono sia per impostame altri, sia — e questo c'interessa molto di 
più — per l'insegnamento e l'educazione linguistica moderni e consapevoli. 

Per gli atlanti linguistici (cioè dialettali) s'usano dei questionari fino a qual- 
che migliaio di domande, ma solo per pochi informatori — a volte uno solo — 
interrogati piuttosto frettolosamente (comunque sempre troppo in fretta) e senza 
grosse possibilità di verificare adeguatamente le risposte, e per poche località 
per regione. Come ultimamente sono stati segnalati i difetti delle ricerche socio- 
linguistiche, così già da molto tempo sono stati ampiamente denunciati quelli 
degli atlanti linguistici, e non è il caso d'insistere qui. Anche 7000 o 8000 do- 
mande nel questionario, comunque, sono poche per un sistema linguistico a sé; 
d'altra parte, sono anche troppe perché l'inchiesta si svolga proficuamente. 

Vorremmo solo rilevare che le inchieste dialettali e quelle sociolinguisti- 
che sono quasi agli antìpodi per metodi e risultati. Nel giusto mezzo ci sembra 
di scorgere proprio il nostro modo di procedere che ci piace chiamare geolin- 
guistico (nel senso di lingua, non di dialetto) e che ora vedremo in che cosa 
consiste esattamente. 

Senza ripetere quali sono i dati finali che ci si propone d'esporre contrasti- 
vamente coli 'uso standard, vediamo come li raccogliamo. Secondo questo me- 



100 LUCIANO CANEPARI 

todo, va ricordato che l'autore, o almeno un coautore, è nativo della regione, e 
che quindi è già immerso, praticamente da sempre, nella realtà linguistica che 
descrive. Se il vero nativo non c'è, si tratta comunque sempre d'una persona 
che ha molta familiarità colla regione e in più è appositamente addestrata e ap- 
passionata per raccogliere, e verificare, le peculiarità (che a volte coglie meglio 
ancora del nativo). Come si raccoglieranno queste peculiarità? Intanto, non so- 
lo quelle; ma anche le cose comuni e normali, che danno sempre una preziosa 
informazione sull'uso linguistico. Comunque, la raccolta avviene in tutti i modi 
possibili, anche tramite annotazioni dal vivo, sul campo (nemmeno in spiaggia 
giriamo senza un po' di carta e una matita o biro). Generalmente s'indica anche 
l'esatta provenienza della persona e dei familiari, spesso ottenuta con abili do- 
mande turisticheggianti, oppure rivolte per sapere dove si trova una certa via 
(magari inesistente), o dove si può trovare un particolare negozio per acquisti 
speciali, per cui c'è la scusa di chiedere se la persona è proprio del luogo, se 
anche i genitori lo sono, &c. Naturalmente, s'usa molto anche l'autoanalisi dei 
collaboratori nativi, che è una procedura molto più rigorosa degli autogiudizi 
sociolinguistici, checché se ne dica. Tanto più che ogni elemento va poi 
riconsiderato e discusso con tutti i nativi che si possono 'sfruttare' (ma di solito 
è un'esperienza reciprocamente interessante e divertente), e che alla fine, per 
ogni regione, non sono affatto pochi. 

In più si raccolgono molte registrazioni magnetiche, sia dalla radio e televi- 
sione nazionale che da quelle regionali, sia da parecchie persone con cui venia- 
mo in contatto. Di solito giriamo con un piccolo registratore in tasca o in borsa 
sempre pronto per l'uso (e, quando possibile, anche col microfono estemo 
nascosto), per cui ci capita di raccogliere testi che vanno da brevi indicazioni 
stradali a racconti dell'intera vita di qualcuno. Altre volte chiediamo espressa- 
mente a qualche persona di poterla registrare, soprattutto quando si tratta del 
questionario fonologico, costituito da qualche decina di frasi che contengono 
elementi sufficienti per rivelare (tutte) le caratteristiche dei vari fenomeni, e 
contengono anche delle domande totali (come: "Fa freddo?"; non: "Che ora 
è?", &c), che solo raramente si riescono a raccogliere nello spontaneo. Un altro 
modo per raccogliere domande totali (da confermare poi sia con quelle del que- 
stionario che con quelle spontanee) consiste nelle domande indirette, per cui si 
chiede alla persona di domandarci se "abbiamo freddo", se "ci siamo divertiti", 
&c. Una volta raccolte varie domande, la stessa persona (e poi altre) valuta le 
sue esecuzioni per giudicare se siano attendibili o meno. 

Naturalmente, s'assumono anche tutte le informazioni bibliografiche possi- 
bili. Tra vocabolari, grammatiche, trattati specifici e anche opere (più o meno 
letterarie) che siano in lingua regionale e/o popolare e/o in dialetto, si riesce a 
ricavare una certa quantità di materiali che vanno confrontati con quelli raccolti 
dal vivo e da registrazioni, e su cui si richiedono anche pareri di nativi. Costo- 



TEORIE E PRASSI DELL'ITALIANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 101 

ro, anche da un vocabolario dialettale, spesso riescono a ricordare o ricavare se 
una determinata parola o espressione viene usata anche parlando (e scrivendo) 
in lingua, con o senza determinati adattamenti grammaticali e fonici. Quando 
c'è concordanza di più fonti, si prende buona nota della forma in questione, che 
alla fine del lavoro sarà sottoposta, colle altre, a un'ulteriore verifica con un 
gruppo scelto di nativi. Ciò è particolarmente importante per contrastare le 
ricorrenti impressioni soggettive di qualche nativo che, in perfetta buona fede, s'ac- 
calora nel sostenere: "Questo, non l'ho mai sentito!", o "Questo non si dice". 

Seguendo questo metodo si ricavano informazioni più varie e più abbon- 
danti che con qualsiasi altro, più monotono e più rischioso di manipolazioni in- 
volontarie dei dati. Inoltre, come già detto, in séguito si potrà sempre aumenta- 
re la quantità sia del materiale descritto che delle zone rappresentate. È impor- 
tante contrastare il dilagare dell'astratto teorismo, che sfocia nello sterile im- 
mobilismo di certa cultura. Infatti, bisogna convincersi che, nonostante l'in- 
completezza, si dovrà continuare a far ricerca e a fame conoscere i dati (anche 
se parziali) e i metodi (anche se provvisori e perfezionabili). In ciò ci conforta 
l'esempio dei migliori e più seri studiosi, secondo i quali "le cose si fanno un 
po' alla volta", dato che "è meglio poco che nulla"... 

Come s'è visto, poi, il Profilo della Lingua italiana nelle regioni è un pro- 
getto geolinguistico eminentemente descrittivo, anche se non mancano spiega- 
zioni e osservazioni psico-socio-pragma-linguistiche. Si vuole descrivere l'uso 
linguistico, e far riflettere sulle possibilità d'impiego, in confronto colla forma 
ufficiale, standard odierna. Non si pensa affatto a creare, né a seguire, teorie 
(nuove o vecchie) di cui si sia subito il fascino, spesso effimero e indebito. Ciò 
significa che è inutile cercarle qui, perché esse non ci avranno spazio, se non 
per eventuali utilizzazioni pratiche e concrete, che servano davvaro a chiarire 
qualcosa, e non a generare fumose confusioni. 



BIBLIOGRAHA 

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DISCUSSIONE 

Alberto MIONI: L'interferenza del dialetto sull'italiano viene spesso vista un po' unilateral- 
mente: cioè nei casi in cui l'interferenza sia diretta ed esplicita. Vi sono invece casi assai meno 
espliciti, come quelli di piirziale estensione semantica di parole italiane su influsso delle corri- 
spondenti dialettali: e tu ne hai dato alcuni esempi interessanti. E non si deve dimenticare che, 
in fondo, anche molti fenomeni di ipercorrezione non sono tanto o solo l'esagerazione di ten- 
denze (vere o presunte) dell'italiano, ma molto spesso l'influsso e contrario del dialetto, che 
provoca delle 'fughe', degli allontanamenti dal dialetto, che anche in quei casi in cui, eventual- 
mente, dialetto e italiano corrispondono. 



TEORIE E PRASSI DELLTTALI ANO REGIONALE. A PROPOSITO DEL ... 1 03 

Luciano CANEPARI: In effetti, in generale, com'è già contenuto nella domanda stessa, "influs- 
so diretto e indiretto del sostrato dialettale" significa accettazione e, viceversa, reazione iper- 
correttistica alle strutture, che fa allontanare a ogni costo dal modello dialettale originario. 

Alberto SOBRERO: Negli esempi di uso popolare da te fomiti non mi pare fosse sufficiente- 
mente chiarito il loro ambito di validità: alcuni di essi, infatti, sono presenti nell'italiano popo- 
lare dell'Italia intera, altri hanno un'area ben più ampia di quella di una singola regione, altri 
sono attestati in più regioni, anche non contigue tra loro. Puoi esplicitare i criteri della tua scel- 
ta? Desidererei anche alcune precisazioni sulla tua concezione di "accenti regionali": come li 
valuti, come li delimiti, a quali tipi di parlanti li attribuisci? 

Luciano CANEPARI: Certo, alcuni degli elementi dell'uso popolare contenuti in questa rela- 
zione sono reperibili in parte anche in De Mauro, Cortelazzo, ecc., proprio perché hanno quelle 
caratteristiche di cui s'è detto (cioè: l'esser determinati da scarsa conoscenza della lingua italia- 
na da parte dei parlanti). 

Altri elementi sono tratti dai moltissimi raccolti nella mia monografia Lingua italiana nel Vene- 
to; se, nel citarne alcuni, ho scelto i più noti — in parte già presenti anche nelle opere indicate 
— è perché tutto il resto è reperibile nel volume (compresi tutti i problemi connessi, riguardanti 
i giudizi, a volte così diversi, dati dagl'intervistati; che avrebbero inevitabilmente complicato e 
dilungato le cose, in questa sede). Certo, tra gli esempi fatti, ce ne sono anche di "areali" (più 
ampi di "regionali"), che sono usati anche in altre regioni: è il caso di balcone per "finestra" 
diffuso anche in Liguria, come mi dice Còveri, e nella Venezia Giulia. 

Per quanto riguarda la suddivisione nella classificazione degli "accenti" regionali, devo dire 
che l'ho tratta da un altro mio libro: Italiano standard e pronunce regionali, interamente dedi- 
cato alla pronuncia sia standard che delle ventun coinè regionali identificate. Alla pp. 48-49 si 
dice: "Approssimativamente, per ogni coinè, r80% circa dei parlanti presentano l'accento tipi- 
co della loro regione. Metà di questi hanno un accento regionale medio-normale, l'altra metà si 
colloca ai poli opposti dividendosi in due: una parte presenta l'accento più marcato (con carat- 
teristiche regionali più spinte e/o meno frequenti). Il restante 20% circa d'ogni coinè si divide 
perlopiù in due categorie: quella degli accenti compòsiti (con presenza d'elementi di più coinè, 
o anche individuali/personali, fusi tra loro più o meno bene) e quella degli accenti semiregiona- 
li (con presenza o distribuzione più o meno occasionale e asistematica d'elementi regionali e 
non-regionali) che non consentono una sicura e precisa collocazione regionale del parlante. 
L'approssimazione più probabile consiste perlopiù nel classificare tali parlanti come settentrio- 
nali (o meridionali o centrali, a seconda dei casi) sulla base, anche incoscia, della considerazio- 
ne della mancanza di determinate caratteristiche e della presenza d'altre che in qualche modo 
contraddicono o confondono il quadro d'insieme. Per concludere, escludendo il 3,5% della po- 
polazione, costituito da parlanti più o meno standard e da alloglotti, possiamo dire che su 10 
persone d'una determinata regione approssimativamente 2 presentano l'accento tipico p/w mar- 
cato, 4 l'accento tipico, 2 l'accento tipico meno marcato, 1 quello composito e 1 quello semi re- 
gionale o macroregionale." Tale suddivisione è il risultato della media dell'analisi di registra- 
zioni, varianti da quindici a cinquanta per ogni coinè. In quella sede s'è proceduto alla media, 
dato che i risultati erano piuttosto omogenei sia per le coinè con 15 informatori che per quelle 
con 50, sempre completate naturalmente anche da dati ricavati sia da giudizi di parlanti nativi, 
sia da osservazioni e indagini personali e di collaboratori. Naturalmente, la suddivisione potrà 
esser modificata: aspetto proposte e prove; da quattro anni in qua, però, ho avuto solo o tacito 
consenso o pieno assenso. 

La domanda continua sulla bibliografia relativa agli esempi popolari e regionali: le ultime dodi- 
ci pagine del volume sul Veneto rispondono alla richiesta. LI c'è tutto ciò di pertinente che po- 
teva esserci (in quanto, com'è emerso da tutto il nostro congresso, i materiali mancano); è stato 
raccolto in parte dalla dottoressa Antonella Troncon, e riportato nella sua tesi di laurea, e poi 
completato da me con altre ricerche e indagini, e risistemato. Nel fattempo, dall'uscita del vo- 
lume a oggi, naturalmente ho raccolto parecchie altre cose da inserire in séguito. 



104 LUCIANO CANEPARl 

[Nel frattempo è uscita la seconda edizione di Lingua italiana nel Veneto, Padova, Clesp, 1 986, 
emendata, modificata e ampliata (soprattutto nel Vocabolario, del 40%), e aggiornata, specie 
per la bibliografia. Inoltre (con A. Troncon) ho completato il lavoro sul Lazio (Roma, Jouven- 
ce), che viene quindi a esser la seconda monografia del Profilo; sono in lavorazione, poi, la 
Lombardia (con D. Bottacin), le Puglie (con M.T. Scoccimarro e F. Tommasi, compreso il Sa- 
lento), il Friuli e Venezia Giulia (con L. Scalco e L. Marangon)]. 



Gaetano Berruto 
(Zurigo) 

Italiano regionale, commutazione di codice e enunciati mistilingui 

"(...) Poi, seguendo il filo di altri 

pensieri (chi lo conosce è abituato 

alle sterzate nei discorsi): "Quand 

l'è mort el me papà, l'ho messo nella 

cassa col vestito che voleva lui (...)" 

(G. Mura, "la Repubblica", 20.01.1984, p. 25). 



1. Nonostante la gran mole di lavori accumulatisi nell'ultimo ventennio sul rap- 
porto fra italiano e dialetti, poca e marginale attenzione è stata sinora dedicata 
al tema dell'alternanza dei due sistemi (o meglio di loro varietà) nei concreti 
usi linguistici dei parlanti, esemplificato dalla citazione giornalistica in esergo. 
Sui fenomeni di code switching, o commutazione di codice, in area italo-ro- 
manza ne sappiamo infatti piuttosto poco, al di là delle (peraltro ovvie) impli- 
cazioni pubbliche e formali e private e informali che connotano rispettivamente 
l'impiego, e la scelta, dell'italiano e del dialetto. Gli studi si sono concentrati 
molto più sulla convergenza linguistica (regionalizzazione dell'italiano, italia- 
nizzazione dei dialetti, interferenze dall'uno agli altri e viceversa), che non 
sull'avvicinamento negli usi contestuali e nella realizzazione discorsiva. 

Se si escludono cenni sparsi in diversi contributi, i lavori italiani specifici 
sul tema si riducono a ben pochi. L'ampia monografia di Somicola (1977) sulla 
'competenza multipla' di una parlante di origine siciliana residente a Napoli è la 
sola indagine di una certa mole che analizzi le produzioni linguistiche quotidia- 
ne in diverse circostanze, e quindi anche il cambiare di codice che in esse si ve- 
rifica, anche se non si pone in effetti il problema della commutazione come fuo- 
co specifico di interesse. Di qualche anno precedente è l'indagine di Tibiletti 
Bruno (1974) su parlanti anziani di una località del Varesotto, in cui 
l'interessante materiale raccolto è però riportato senza la minima consapevolez- 
za di analisi del tema che qui ci interessa. Piti recentemente, osservazioni al ri- 
guardo si trovano nello schizzo di CoUovà e Petrini (1981-82) sull'interazione 
verbale tra macellaio, cassiera e clienti in un negozio del Luganese, mentre inci- 
sivi spunti sono offerti da un capitoletto su "Il problema del dialetto all'interno 
della conversazione" nel lavoro di Trumper e Maddalon (1982) sull'italiano re- 
gionale a Padova '. 

' Non ho potuto consultare J. Trumper (1984), ancora in stampa al momento della stesura 
del presente testo, e presumibilmente di notevole interesse. 



106 GAETANO BERRUTO 

In complesso, non si può insomma certo dire di saperne molto, sulla com- 
mutazione di codice e fenomeni congeneri nel parlato quotidiano spontaneo in 
area italo-romanza, al punto che vien da constatare che se ne sa molto di più su 
analoghi fenomeni nell'opera letteraria di molti autori, in specie per quel che ri- 
guarda l'inserzione di forme e espressioni dialettali in un tessuto in lingua, 
espediente comunissimo in tutto il filone 'espressivista' e 'centrifugo' della 
geografia della nostra letteratura. È purtuttavia chiaro che la commutazione di 
codice è uno dei due macroaspetti in cui si manifesta l'attuale fenomenologia 
del contatto fra lingua nazionale e dialetto: si tratta infatti della controparte sul 
piano del discorso attualizzato di quello che sul versante del sistema è l'avvici- 
namento strutturale tra i due poli del repertorio linguistico italiano medio. È 
cioè, in quanto uso, funzionalmente o non, alternato di italiano e dialetto, il cor- 
rispettivo nel language in use di quello che le varietà intermedie dei continua, 
come l'italiano regionale molto marcato, o popolare, o, per dirla à la Trumper, 
"molto interferito", o d'altro lato il dialetto italianizzato/italianizzante, sono nel 
repertorio. La commutazione di codice infrange (anch'essa) la compartimenta- 
zione, e crea luoghi di permeabilità, confluenza ed equipollenza fra italiano e 
dialetto: la sua parentela, dal punto di vista conversazionale, con alcuni dei te- 
mi centrali circa le distinzioni da farsi trattando dell'italiano regionale mi par 
ovvia. 

Nel presente contributo, cercherò di fornire qualche spunto per un'analisi 
dei fenomeni di commutazione e consimili in area italo-romanza, tentando di 
inquadrarli nei contesti particelari di diglossia esistenti nel nostro paese, e so- 
prattutto di illuminarli in relazione al problema della descrizione dell'interazio- 
ne fra lingua standard e dialetto. Nell'affrontare tale compito, mi sono però re- 
so presto conto che era tutt' altro che solido il terreno concettuale su cui muo- 
versi: mi è sembrato perciò opportuno iniziare la trattazione con la discussione 
di alcuni problemi teorici e classificatori, o anche meramente terminologici. 

2. Com'è noto, nella bibliografia intemazionale di sociolinguistica, soprattutto 
(ma non solo) americana, vi è una serie sterminata di lavori sulla commutazio- 
ne, nelle più svariate situazioni sia di bilinguismo in senso stretto (per es. J. 
Gumperz, il massimo esponente di questo indirizzo di ricerca, ha lavorato su 
casi inglese-spagnolo, tedesco-sloveno, hindi-inglese, hindi-punjabi, ecc.), sia 
di diglossia in senso lato (per es., lo stesso Gumperz su bokmàl e ranamàl a 
Hemnesberget, una situazione norvegese che sembra non dissimile da quelle 
italiane). Ciononostante, la reale natura dei modi in cui la commutazione di co- 
dice e fenomeni consimili si manifestano è ancora lungi dall'esser totalmente 
chiarita sul piano generale. In particolare, poi, è fluttuante, e nel complesso, a 
mio parere, insoddisfacente l'identificazione e classificazione dei tipi di feno- 
meni riportati/riportabili sotto l'etichetta di commutazione di codice. Senza vo- 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 07 

ler condividere l'esagerato problematicismo e l'ipercriticismo di una recente 
rassegna di studi sul tema (Gardner-Chloros, 1983), è innegabile che vi sia piià 
di un punto tutt'altro che chiaro e assodato. 

Non essendo questa la sede per una compiuta disamina della questione, mi 
limiterò a segnalare due di questi punti. Anzitutto, spesso si tende a raccogliere 
sotto l'etichetta suddetta indistintamente tutto quanto concerne la code choice, 
la selezione e l'alternanza nell'uso dei due codici o lingue o varietà di lingua. 
Per un riferimento recente esemplare al riguardo, si cfr. '\\ focus article di L.B. 
Breitborde nel n. 39 (1983) di "International Journal of the Sociology of Lan- 
guage"; o, per un trattamento manualistico del tema e quindi sintomatico della 
sua dimensione istituzionalizzata nella sociolinguistica del plurilinguismo, le 
pagine sulla commutazione in Bell (1976); o, più banalmente, basti citare il 
contenuto della voce commutazione (nel senso che qui ci interessa) nel Dizio- 
nario di linguistica di Dubois e altri (1979, p. 58): "nelle situazioni in cui un 
individuo o un gruppo sono portati ad utilizzare due lingue, si dice che vi è 
commutazione se l'uso di queste due lingue è alternato (...)", confrontandolo 
con la classica definizione weinreichiana di bilinguismo: "chiameremo bilin- 
guismo la pratica dell'uso alternativo di due lingue" (Weinreich, 1974 [1953J, 
p.3). 

In secondo luogo, e nonostante le ricche e approfondite partizioni inteme 
fatte da più autori circa i fenomeni di commutazione, pochi studiosi (fra cui po- 
trei citare, alla rinfusa, Clyne, 1967, Kachru, 1978, Thelander, 1976, Ellul, 
1978, Me dure, 1981) hanno sentito il bisogno di distinguere esplicitamente 
due classi di fatti che a mio avviso vanno ben differenziati, e cioè la commuta- 
zione di codice vera e propria {code switching) e l'enunciazione mistilingue 
{code mixing) 2. 

Per quanto riguarda il primo punto, e a parte qualche inappropriatezza insi- 
ta nel termine stesso di code switching 3, ad una prima occhiata alla bibliografia 
sull'argomento si nota la latitudine tutt'altro che concorde della definizione 
della nozione. Si va da una concezione così 'larga' da risultare fuorviante, 
com'è quella dello stesso Hymes (1980 [1974], p. 88): "uso alterno di due o più 
lingue, o varietà di una medesima lingua, o anche stili verbali" (là dove l'aper- 
tura della porta genericamente alle "varietà", e ancor più agli "stili verbali". 



2 Come traduzione di quest'ultimo termine, 'mescolanza di codici' mi parrebbe ambiguo, 
dato che potrebbe essere inteso anche nel senso di 'convergenza' e 'fusione' dei due sistemi 
(spesso designata come code shifting: cfr. Auer-Di Luzio 1983). 

3 Gardner-Chloros (1983) ha per es. segnalato l'evidente infelicità, e vaghezza, del termi- 
ne 'codice', e l'ambiguità di switching, che può designare sia un processo sia il suo risultato. 
Quanto al termine code switching stesso, Tabouret-Keller (1983) lo dice coniato da Haugen 
(1956): ma si trova già per lo meno in Weinreich (1953; cfr. le osservazioni di Cardona, 1974, 
p. XXVIII). 



108 GAETANO BERR uro 

Stempera il code switching nel normale comportamento quotidiano di ogni par- 
lante di qualsiasi lingua e comunità linguistica, facendo perdere alla nozione 
qualunque specificità significativa) ■*, ad altre più strette, come quella classica 
di Gumperz, che in una formulazione recente (1982, p. 59) suona più o meno 
"la giustapposizione all'interno dello stesso scambio linguistico di passaggi 
verbali appartenenti a due differenti sistemi o subsistemi grammaticali" 5. 

Senza impelagarci in discussioni tutto sommato nominalistiche, la defini- 
zione che a me parrebbe da accettare suona semplicemente, seguendo piuttosto 
Gumperz, all'incirca così: è commutazione di codice il passaggio (dal punto di 
vista del processo, naturalmente; volendo accentuare il punto di vista del ri- 
sultato, si dirà 'giustapposizione') nel discorso da un sistema linguistico a un 
altro sistema linguistico ^ in concomitanza con un cambiamento nel flusso della 
situazione comunicativa. Escludiamo quindi che si possa trattare di qualunque 
cambiamento di registro nel parlare, mentre cominciamo a porre una distinzio- 
ne fra la commutazione di codice e quella che designeremo meglio come enun- 
ciazione mistilingue. 

Quanto a quest'ultima, è da dire che il concetto, pur apparendo indifferen- 
ziato rispetto al precedente in buona parte degli studiosi del code switching che 
ho potuto consultare (così, trattano in effetti di enunciazione mistilingue sotto 
l'etichetta di commutazione di codice per es. Timm, 1978, Lipski, 1978, Pop- 
lack, 1981, ecc.), e in particolare nello stesso Gumperz, è peraltro chiaro presso 
certi autori, ed in specie autori italiani. Una precisa distinzione fra code 
switching e code mixing si trova per es. in Thelander (1976, p. Ili), che defini- 
sce il secondo come la "combinazione in una, e nella stessa, clause di items di 
diverse varietà", in ElluI (1978, p. 32), che parla di "random mixing of 
languages" come di caso particolare della commutazione, in Clyne (1969), che par- 
la di trigger ing come cambiamento di varietà 'intemo' al discorso, cioè non condi- 



4 A parte la genericità dell'aggettivo "alterno", è chiaro che non c'è nessun parlante nor- 
male che non usi alternativamente almeno alcuni registri diversi della propria lingua o del pro- 
prio dialetto. La stessa critica si può fare a Myers Scotlon-Ury (1977, p. 5), che partano di "uso 
di due o più varietà linguistiche nella stessa conversazione o interazione", ove "le varietà pos- 
sono essere qualcosa [che va] da lingue geneticamente non imparentate a due styles della stessa 
lingua". 

5 Simili sono altre definizioni correnti, come per es. in Di Pietro (1978, p. 275), "l'uso di 
più di una lingua da parte dei comunicanti nell'esecuzione di uno stesso speech acf\ o in Die- 
bold (1963, p. 56), "alternanza di codici all'interno dello stesso discorso". Altri mettono l'ac- 
cento sul fatto che si usi materiale appartenente a codici 'intatti', che non risentono struttural- 
mente dell'azione l'un dell'altro, come per es. Shaffer (1978, p. 273): "ogni transference che 
coinvolga due codici intatti [intact\ a disposizione di un parlante è switching\ 

6 Forse si potrebbe precisare maggiormente dicendo 'una lingua o una varietà socio-geo- 
grafica di lingua', che consentirebbe di evitare Vimpasse derivante dalla posizione hymesiana e 
allo stesso tempo metterebbe in evidenza il fatto che si passa sempre da una determinata varietà 
di lingua a un'altra determinata varietà di lingua. 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 09 

zionato da un cambiamento né di contesto né di argomento né di interlocutore. 

In Italia, hanno richiamato l'attenzione sui fenomeni di enunciazione misti- 
lingue fra gli altri Mioni (1976, p. 331-32), ove, a proposito del continuum lin- 
guistico padovano, si accenna ai delicati problemi posti dalla presenza di "frasi 
con costituenti misti italiani e dialettali", da risolvere mediante "sapienti tecni- 
che di analisi conversazionale", e Trumper (1977), che mette in relazione 
un'alta ricorrenza di enunciati mistilingui dovuta alla "continua commutazione 
di codice" con la situazione di macrodiglossia. Gli stessi (Mioni-Trumper, 
1977, p. 367) accennano poi al fatto di come (a Padova) "sia spesso possibile 
un'alternanza (libera o forse probabilisticamente definibile?) tra una varietà 
dell'italiano e una del dialetto", poste allo stesso gradino del modello di conti- 
nuum, e di come "nell'ambito di questa variazione possano essere spiegate an- 
che frasi con costituenti misti di italiano e dialetto". 

Mentre Tibiletti Bruno (1974, pp. 206 e 212) liquidava esempi come [è 
béi^, ti te sé un laurea, te làsi a la lurjga un odore di sistema, forte così, ma non 
lo stesso] come casi in cui "il discorso si frammenta fra due o più realtà lingui- 
stiche mescolate senza un nesso logico apparente" o "sistemi linguistici in 
completa e occasionale confusione", un'attenzione specifica è dedicata al no- 
stro fenomeno da Sanga (1978, p. 349), che mette nel suo schema delle varietà 
del repertorio un cosiddetto registro 'italiano-dialetto', "costituito da una conti- 
nua mescolanza fonetico-lessicale di elementi italiani e dialettali (spesso italia- 
nizzanti) e (...) di uso corrente nei grandi centri urbani (Milano)" \ 

3. Vista questa prima distinzione fra commutazione di codice ed enunciazione 
mistilingue, mi sembra utile proporre ora ulteriori categorie, per muoversi me- 
glio nel territorio di mistilinguismo i cui limiti stiamo delineando. Come sche- 
matizzato nella tabella num. 1, vorrei distinguere, con l'occhio volto in partico- 
lare alla situazione di lingua cum dialectis italiana (ma non solo a quella), cin- 
que categorie diverse sotto cui trattare i fenomeni che qui ci interessano. 

Abbiamo anzitutto l'alternanza di codice, vale a dire il cambiamento di lin- 
gua (o di varietà socio-geografica di lingua: cfr. nota 6) a seconda di, o in cor- 



^ Le osservazioni che Sanga fa sul fenomeno sono molto interessanti, ma non del tutto 
convincenti. Se esistesse davvero, fra le varietà del repertorio, una varietà italiano-dialetto, si 
dovrebbe trattare di una varietà di lingua ibrida vera e propria, derivante dalla fusione nella 
concreta produzione linguistica di regole del dialetto e della lingua, e non dalla semplice me- 
scolanza di elementi dell'uno e dell'altra nella frase. Questo non mi pare il caso della situazio- 
ne italiana. D'altro canto, mi sembra impossibile rintracciare una serie di forme che siano pro- 
prie di una varietà del genere e che quindi la identifichino: le forme che troviamo negli enun- 
ciati mistilingui, prese singolarmente, sono di solito attribuibili o riconducibili all'uno o all'al- 
tro polo del repertorio (una qualche varietà di italiano o una qualche varietà di dialetto). Si 
tratta di un mistilinguismo neWa parole, e non di un mistilinguismo di langue. Vero è che tutta- 
via ci sono sintomi di parziali shifting di sistemi: cfr. su ciò qualche considerazione in seguito. 



1 10 GAETANO BERRUTO 

relazione con, lo speech event o la situazione comunicativa di cui si è parteci- 
panti, o dell'interlocutore o meglio destinatario a cui ci si rivolge. Si tratta di 
un fenomeno di carattere macro-sociologico, connesso coi domini, e del tutto 
normale ovunque ci sia bilinguismo diffuso, e, dovrei aggiungere, diglossia o 
dilalìa 8. La commutazione di codice andrà ben distinta dalla semplice alternan- 
za, in quanto, restando i medesimi lo speech event e il destinatario, la giustap- 
posizione di passaggi verbali in diversi sistemi (o il passaggio dall'uno all'altro 
di essi) è correlata con un mutamento in (almeno) uno o più degli elementi o 
fattori del flusso della situazione comunicativa in atto, vale a dire con un 
qualche cambiamento (a volte assai sottile e tutt'altro che facile da esplicitare) 
nelle intenzioni comunicative o nell'argomento o nei ruoli o nelle (micro)fun- 
zioni o nella chiave, ecc. (e qui può tornar utile il ricco inventario hymesiano 
dei fattori dello speech event). 

Un esempio, dal nostro corpus (cfr. nota 15), "^ di alternanza di codice (ita- 
liano/dialetto piemontese): 

A (rivolto a una cliente): Eh, è un po' caro, ma è bello. 

(rivolto alla moglie): ... 'zbasa ke ma'dama aj da fa'stidi. '<>, 

rispetto a un esempio di commutazione di codice: 

A (rivolto a una cliente): E in un posto critico, lei, è lì a metà. Me 

'pare la serv ner) e mi 'jìarjka ". 

Da questa proprietà sociolinguistica, o situazional-funzionale (come sono 



8 Sulla distinzione a mio parere da farsi, infine, tra situazioni in cui la varietà alta non è 
normalmente usata da nessun gruppo della comunità nella conversazione ordinaria quotidiana 
(diglossia in senso stretto, fergusoniano) e situazioni in cui la varietà alta sia usata, assieme alle 
varietà basse di un repertorio lingua rum dialectis, anche per la conversazione ordinaria (che 
chiamerei provvisoriamente dilalìa), cfr. Berruto (1987). La categoria di diglossia in senso lato, 
normalmente impiegata per designare tutte le situazioni di uso funzionalmente differenziato, e 
conseguente differente prestigio, di due lingue o varietà di lingua, è divenuta così ampia e gene- 
rica da offuscare distinzioni non prive di rilevanza. 

9 Nell'esemplificazione adotto i seguenti criteri di trascrizione: se si tratta di materiale rac- 
colto da me, trascrivo il dialetto in grafia IPA larga e l'italiano secondo la grafia corrente; se si 
tratta di materiale tratto da fonti, mantengo la trascrizione della fonte; le parti in italiano sono 
comunque sempre in corsivo; tra parentesi, pongo eventuali indicazioni sulla situazione comu- 
nicativa; tre punti non tra parentesi indicano una pausa; A, B indicano i parlanti; altre notazioni 
episodiche sono quelle correnti nella trascrizione di parlato dell'analisi conversazionale. Dopo 
ogni esempio, fornisco in nota (a meno che non sia del tutto inutile) una traduzione in italiano 
delle parti in dialetto. 

•0 " (...) abbassa (scil. il volume della radio) che alla signora dà fastidio". 
" "(...) mio padre non la serve e io nemmeno". 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUl 1 1 1 

le prime quattro proprietà della tabella num. 1), consegue a catena che: a) la 
commutazione, come la definiamo noi, è sempre in qualche modo socio-comu- 
nicativamente intenzionale, e il segmento commutato ha quindi sempre una sua 
micro-funzione, nel senso dell'analisi del discorso, distinguibile da quella di 
quanto precede e di quanto segue (v. criterio e); b) dal punto di vista linguisti- 
co, il segmento commutato costituisce, o coincide con, un'unità pragmatica e 
discorsiva, vale a dire un atto linguistico, unità discorsiva minima (nel senso in 
cui il termine è impiegato dagli analisti della conversazione: per un veloce rife- 
rimento, V. Berruto, 1979): v. criterio e); e) a differenza dell'alternanza, la com- 
mutazione dovrebbe essere riservata prevalentemente agli usi informali, nel 
parlato colloquiale, e (tendere a) non occorrere nello scritto, specie se formale 
(criterio m). 

Tabella 1 



Criteri o proprietà 


Categorie 

Altem. Comm. Enunc. (Ci- Prest. 
di cod. di cod. mist. taz.) non a. 


a) Concomitanza con un cambia- 
mento dello speech evenl o 
dell'interlocutore 

b) Concomitanza con un cambia- 
mento nel flusso della situazione 
(tranne l'interlocutore) 

e) Intenzionalità 'socio-comunica- 
tiva' (=dotato di 'funzione') 
d) Avente effetto stilistico 


+ - - - - 
+ - - - 

± -1- - ±(?) - 
± - -1- ± 


e) Avente natura di unità discorsiva 

f) „ „ „ „ morfosintattica 

g) „ „ „ „ lessicale 


+ + - - - 
+ -1- 

± -1- 


h) Implicante bilinguismo 
i) Incertezza nella scelta del codice 
j) Corrispettivo dell'interferenza a 
livello dell'organizzazione sequen- 
ziale del discorso 


+ + + ± ± 
±(?) 


k) Presenza di una 'lingua-base' 

1) Il parlante non ha a disposizione un 

equivalente nella 'lingua-base' 
m) Occorrenza nello scritto 


-(?) ±(?) + + 

+ 

+ -(?)- + + 



1 1 2 GAETANO BERRUTO 

L'enunciazione mistilingue, nel nostro schema, sarà caratterizzata in nega- 
tivo dal non co-occorrere con i tratti che abbiam visto definire la commutazio- 
ne; si tratterà del passaggio all'interno di una frase (o di una struttura ricondu- 
cibile a una frase) da una lingua o varietà ad un'altra lingua o varietà senza che 
vi sia concomitanza con mutamenti nel flusso della situazione, e senza quindi 
che sia attribuibile al segmento frammisto una sua microfunzione in cui sia 
messo in evidenza o in gioco il significato sociale o il valore simbolico della 
varietà interessata; non vi è pertanto intenzionalità a scopi socio-comunicativi, 
e il segmento frammisto non coincide con un atto linguistico, bensì è definibile 
solo in termini di categorie morfosintattiche, e non pragmatico-discorsive (cri- 
terio/). Dal punto di vista della compresenza dei sistemi l'enunciazione misti- 
lingue è, come s'è detto, il corrispettivo discorsivo dell'interferenza (criterio 7), 
ed è legata a situazioni di incertezza nella scelta del codice, o addirittura a so- 
vrapposizioni e invasioni' delle rispettive grammatiche. Ma su questo si dirà 
qualcosa piii avanti. 

Così definita l'enunciazione mistilingue, non avrei esitazioni nell'indivi- 
duare tratti che la differenziano dal prestito non adattato. Fra le due categorie 
però ne porrei ancora un'altra, che mi par rappresentare un caso diverso, la 'ci- 
tazione', ancorché la distinzione a questo proposito diventi problematica e labi- 
le, e tutt' altro che chiara. Comunque, mentre alternanza, commutazione e enun- 
ciazione mistilingue esigono giocoforza e per defìnitionem il bilinguismo del 
parlante, così non è per la citazione né per il prestito (non adattato). Né l'una né 
l'altro implicano necessariamente bilinguismo, ma semmai la semplice presen- 
za di lingue in contatto, non nel senso weinreichiano definitorio del bilingui- 
smo stesso, ma nel senso di lingue a contatto, di presenza adstratica (o an- 
che sostratica) di un'altra lingua accanto a quella di base dell'enunciazione (v. 
criterio 'estemo' A), dalla quale vengono presi degli 'spezzoni' in qualche mo- 
do codificati. Il vezzo di intercalare nel discorso modi di dire o sintagmi più o 
meno standardizzati in latino, o in francese, o in inglese, ecc. (o anche in 
dialetto), è normale nel comportamento linguistico di molti parlanti, in specie 
colti o semicolti, e anche dell'uso formale e scritto, senza che si possa ovvia- 
mente dire che si è bilingui per es. italiano-latino. 

A loro volta, citazione e prestito si potrebbero distinguere secondo qualche 
altro criterio. La citazione in genere ha un effetto stilistico, a volte netto (crite- 
rio d), evoca consapevolmente ambienti e connotazioni socioculturali della lin- 
gua e cultura da cui è tratta, o, esagerando un po', si può anche dire che crei 
spesso un secondo piano simbolico di discorso, come se si trattasse di parente- 
tiche promosse a costituenti de facto dell'enunciato. Il prestito a sua volta è 
sempre costituito da una singola parola o da un sintagma fisso, cioè da un'uni- 
ca entità lessicale autonoma (criterio g); e, mentre non è detto che abbia intento 
e valore stilistico, rappresenta in generale la risposta a un'esigenza semantico- 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 1 3 

lessicale (criterio /), o in quanto colma una lacuna nella lingua base, o in quan- 
to rappresenta per il parlante il tentativo di dire il più esattamente possibile una 
cosa che è abituato a trattare (o con cui è venuto specificamente in contatto) 
nell'altra lingua, o che solo nella rispettiva cultura esiste: si deve ritenere quin- 
di che non vi sia per il parlante un corrispondente preciso disponibile nel lessi- 
co della lingua base 12. 

A proposito di lingua base, va accennato al fatto che, mentre nella commu- 
tazione di codice mi pare difficile isolare una lingua base da cui il parlante di 
discosti frapponendo segmenti in un'altra lingua o varietà, e nell'enunciazione 
mistilingue la stessa nozione di lingua base non sembra troppo pertinente (o 
meglio, lo è solo nel senso di 'lingua di inizio dell'enunciato'), sia per la cita- 
zione sia per il prestito la presenza di una lingua base in cui è inserito un seg- 
mento allotrio è un presupposto. 

Ecco, sempre dal nostro corpus, un esempio rispettivamente di quella che 
per noi è un'enunciazione mistilingue: 

A) (rivolto a un cliente): Guardi che loro a sur) 'fumne,'e: '^ 
una citazione: 

(...) era sorella di Marino al latèr (...) (Foresti e altri, 1983, p. 37) '4, 

un prestito non adattato: 

(...) i fichi si facevano seccare sui taurgt (...) (Tibiletti Bruno, 1974, p. 
210). 



4. Per avviare un abbozzo di studio in area italo-romanza dei fenomeni apparte- 
nenti alla seconda ed alla terza delle categorie da me proposte sopra, ho preso 
in esame un corpus costituito da sei campioni, di estensione e genere diversi 
(andando dal parlato conversazionale e transazionale a quello narrativo-descrit- 
tivo), esemplificativi di differenti situazioni geo-sociolinguistiche. E precisa- 
mente: registrazioni (e qualche caso colto al volo) in un mercato rionale e din- 
tomi nel centro di Torino; registrazione con un parlante semincolto a Bergamo, 
che risponde a domande postegli in italiano circa il significato di alcuni brani 

'2 II continuum dal prestito non adattato all'interferenza è discusso, proprio ai fini della 
problematica della commutazione di codice, in Shaffer (1978). Su prestiti adattati e non adatta- 
ti, acclimatati e non acclimatati, è fondamentale Gusmani (1981). 

'-^ "(...) sono donne, eh". 

'4 "(...) il lattaio". Nell'esempio successivo, [taurQt] è intraducibile ("tavolotti"?). 



1 14 GAETANO BERRUTO 

radiofonici fattigli udire; i materiali riportati in Tibiletti Bruno (1974) per il Va- 
resotto (ancorché non sempre ben valutabili);il mazzo di esempi contenuti, per 
il Veneto, in Marcato-Ursini-Politi (1974, pp. 109-10) e in Trumper-Maddalon 
(1982, pp. 25-30); uno spoglio delle narrazioni orali sulla Grande Guerra tra- 
scritte in Foresti e altri (1983) per l'Emilia-Romagna (San Giovanni in 
Persiceto); e i materiali riportati in Somicola (1977) per il siciliano. 

Di questi campioni, o sarebbe meglio dire scampoli, ho estratto e classifi- 
cato i casi di commutazione di codice e di enunciazione mistilingue, cercando 
di applicare le categorie sopra esposte. Va subito detto che la classificazione e 
la conseguente trattazione che ho potuto fare soffrono di difetti non rimediabili 
se non con la raccolta personale dell'intero materiale: la mia interpretazione per 
molti dei casi che prendo dalle fonti è azzardata e vale come ipotesi di lavoro, 
non potendo avere le informazioni sulla 'scena' e sul contesto delle enunciazio- 
ni, che sole consentono una precisa attribuzione di valori. Fatti salvi difficoltà e 
possibili errori del procedimento, ho comunque ottenuto un totale di 509 casi, 
di cui 288 commutazioni di codice e 221 enunciazioni mistilingui, suddivise 
come nel prospetto che segue is; 





piem. 


berg. 


var. 


ven. 


emil. 


sic. 


Comm. di cod. 


50 


26 


30 


11 


103 


68 


Enunc. mist. 


17 


12 


99 


38 


47 


8 



Per quanto riguarda le commutazioni di codice (di cui 172 con passaggio 
dall'italiano al dialetto e 116 con passaggio inverso), mi soffermo in questa se- 
de solo sulla funzione socio-comunicativa del fenomeno. In base ad una som- 
maria individuazione di tipi di atti linguistici, designati dalla micro-funzione 
svolta nel contesto (per la quale ho adoperato, molto artigianalmente, etichette 
quali "commento", "autoriflessione", "glossa", "ripetizione enfatica", "conclu- 
sione", "unità narrativa" "commento espressivo", ecc.), è risultato che si posso- 
no enucleare tre funzioni o gruppi di funzioni dominanti. 



'5 II campione più piccolo è dunque quello bergamasco, e quello più ampio il campione 
emiliano (38 e 150 esempi rispettivamente). Si badi che i relativi corpora non erano affatto di 
estensione fra loro paragonabile. Nel vasto corpus di narrazioni contenuto in Foresti e altri 
(1983), sarà interessante notare che, di tredici parlanti intervistati, ben undici alternano in qual- 
che misura nei loro ricordi l'italiano col dialetto, uno racconta esclusivamente in italiano, e uno 
esclusivamente in dialetto. Potrà sembrare a prima vista un po' strana la presenza di così nume- 
rosi fatti di mistilinguismo in narrazioni (cfr. avanti); una funzione 'narrativa' della commuta- 
zione di codici è comunque già stata notata fra gli altri da Fantini (1978) in bambini bilingui in- 
glese-spagnolo. La mancanza di un adeguato co-testo rende particolarmente ipotetica la mia 
trauazione dei materiali contenuti in Tibiletti Bruno (1974), Marcato-Ursini-Politi (1974), 
Trumper-Maddalon (1982) e Somicola (1977). 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCLVH MISTILINGUI 1 1 5 

Una, presente in 64 casi di commutazione italiano-dialetto e in 29 casi di 
commutazione dialetto-italiano, è caratterizzabile approssimativamente come 
riferimento, o riporto, al privato, al personale, ed è simile quindi alla "per- 
sonalization vs. objectivization" della lista di sei funzioni del codeswitching in 
Gumperz (1982) '6. Un'altra, presente in 51 casi italiano-dialetto e in 64 casi 
dialetto-italiano, è caratterizzabile come riferimento o riporto al pubblico, 
con accentuazione denotativa (è dunque ali 'incirca simmetrica e contraria alla 
precedente), e copre in parte anche quella che in Gumperz (1982) è la 'reitera- 
zione' a fini di chiarificazione e spiegazione del messaggio. La terza, infine, è 
etichettabile come enfasi, espressività, accentuazione emotiva: fattore che 
sapevamo a priori dover avere grande importanza, e che è stato sottolineato più 
volte da Hymes in generale, e per le situazioni vicine a noi da Somicola (1977, 
per es. a p. 151) '7. È appena il caso di menzionare che sia la prima classe di 
funzioni che questa terza saranno in non flebile relazione con l'egocentrismo, 
fattore della cui importanza a mio avviso non secondaria per la struttura del 
parlato conversazionale ho avuto modo di parlare in altra occasione. 

Do di seguito alcuni esempi. In 

A (rivolta al cliente): Me:z 'kilu. Li basta? '8, 

il primo segmento è un 'autoconferma che il venditore si dà, commentando la 
pesatura, mentre il secondo segmento è la richiesta di conferma al cliente. Il 
contrario in 

A: Non vi imbroglio, eh! A suTj tari' bur|... '9, 

dove il passaggio dall'italiano al piemontese marca un conmiento intemo, mar- 
ginale al discorso. In 

A: Come fanno a parlare, me par, no?, 



'6 Saremo all'interno di quella che Gumperz in più sedi ha chiamato commutazione 'meta- 
forica' (cfr. per es. Blom-Gumperz, 1968) e che Oksaar (1979) dice internai switching. Ma tali 
categorie, debbo dire, alla luce della ricerca recente mi paion superate. Com'è da aspettarsi, la 
lista delle funzioni attribuite/attribuibili alla commutazione non è breve: ne ho potuto contare 
nei diversi autori almeno una ventina, anche se in parte in sovrapposizione. Cfr. da ultimo su 
questo punto Ludi-Py (1984, pp. 120-28). 

i'' Il fatto che l'enunciazione emotivamente coinvolta tenda ad essere un luogo privilegiato 
per le commutazioni di codice sarà di nuovo in relazione con l'opposizione gumperziana di 
personalization a objectivization. 

18 "Mezzo chilo (...)". Si noti il // per glille regionalmente assai marcato (italiano regionale 
popolare). 

1' "(—) sono tanto buone {scil. le arance)". 



1 1 6 GAETANO BERRUTO 

l'inserzione del segmento bergamasco è un inciso rivolto al parlante stesso, co- 
me nella prima parte di 

(...) non è che si accordano, cioè...ke l-£ 'mia 'fatj il... 

ke se. ..io la domenica leggo dall'Eco all' Unità. ..ki gè ga re'zuT)? 20, 

dove la seconda parte presenta invece il valore di conclusione espressiva (do- 
manda enfatica, retorica) del segmento commutato. In 

(...) per me il fon... il terreno, il fondo, è tutto uguale... '\xs,iidi, me ma'jiava 
'kwaze. E pure è quello, che è.~\ 

si vede molto bene il valore emotivamente coinvolto del segmento in bergama- 
sco; mentre in 

Eorza donne, spe'tj aj...Daj 'fumne, speciali, forza! 22, 

richiamo del venditore dalla bancarella del mercato, abbiamo l'alternanza di un 
duplice modulo 'appello + commento', con doppio passaggio dall'italiano al 
piemontese e viceversa. 

Nello spezzone di dialogo 

A: Questa qui? eh... a 1-e mej. 'Mila 'lire. 23 

L B: Sembra più bella A 

c'è una conferma in piemontese di quanto detto dall'interlocutore in italiano, e 
l'enunciazione del prezzo in piemontese. Analogamente, c'è un commento in 

A (rivolta a una cliente): Quale vuole, quei da duemila o quei da tre e cin- 
quanta! Ka 'varda k-a sur] ko 'bele 'kule la, ne: 'stejla... 24, 

dove va notata altresì la sprezzatura espressiva e confidenziale del segmento in 
piemontese, con l'epiteto ['stejla]. 
Ancora: in 



20 "(...) che non è mica facile. ..che se (...) chi ci ha ragione?" 

21 "(...) ostia, quasi mi mangiava (...)". 

22 "(...) speciali (scil. le arance e altra frutta). Dai donne (...)". 

23 "(...) è meglio. Mille lire". 

24 "(...) Guardi che sono anche belle quelle là, eh, stella...". Si noti quei, italiano regionale 
popolare (dial. [kuj]). 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCL^Ol MISTILINGUI 1 1 7 

(...) dice che non sta bene. ..a. 1-a 'tyte le ra'zuTj, ha tutte le ragioni..., 

vediamo un bel caso di ripetizione 'privata', e in 

A (rivolta a (Cecco): 'tjeko, a t-'tjama 'Nina... Ti chiama Mina un minuto... 25, 

un esempio di ripetizione 'pubblica'; un caso di passaggio dalla considerazione 
personale narrativa all'appello all'interlocutore (privato/pubblico, dunque) è in 

La 'lava al per'tyz k-a l-aT| fajt a 1-a stu'palu, hai guardato la televisione! ^, 

mentre un bel caso di adeguamento all'interlocutore, o adattamento, si ha in 

A: L-a dezmeri'tja...? 

B: Ho dimenticato un pezzo. 

A: Vengo, neh. -i\ 

in 

A: Ne ho tolto uno perché era brutto. 

B: Grazie. 

A: 'Basta pa'rej? 28, 

c'è un tipico esempio di formula di routine in piemontese. 

Sperando che questa sommaria esemplificazione sul materiale da me rac- 
colto sia sufficiente per farsi un'idea dei criteri adottati e della natura del feno- 
meno, e riservando una trattazione più distesa ad altra sede, occorre dire che un 
punto importante derivante dalla mia analisi sta nel fatto che la correlazione fra 
il senso della commutazione, nel totale del corpus considerato, e i valori asse- 
gnabili all'italiano e al dialetto è sì presente, ma non nella maniera netta e rile- 
vante che ci si sarebbe aspettati. Mentre pare chiara la tendenza per quanto 
concerne la funzione 'privata, personale', con 64 casi di commutazione al dia- 
letto contro 29 inversi, e la funzione connessa all'espressività, con 50 e 22 casi 
rispettivamente, la correlazione è sorprendentemente debole (per non dire 
insussistente) quanto alla funzione 'pubblico-denotativa', ove abbiamo sì 64 
casi di commutazione all'italiano, ma anche ben 51 di commutazione al dialet- 



25 "Cecco, ti chiama Nina (...)". 

26 "La lava il buco che hanno fatto l'ha otturato (...)". 

27 "Ha dimenticato...? (...)". 



1 1 8 GAETANO BERRUTO 

to. Ciò significa che già per la commutazione di codice, c'è, nelle situazioni 
italiane che ho preso in considerazione, un alto grado di sovrapponibilità fun- 
zionale e di intercambiabilità fra italiano e dialetto; e che, a ben vedere, la com- 
mutazione di codice dal dialetto all'italiano risulta un passaggio non marcato. 

Questo ha come conseguenza che nel corpus considerato troviamo: a) scar- 
sa importanza del fattore determinante 'argomento': sono piuttosto rari i casi in 
cui la commutazione coincide con un netto cambio di argomento o topic discor- 
sivo, come in 

(...) I tedesch i stevan seimpar in elt e nuetar a i eran in bas ch'avevan d'an- 
dèr in elt. // Podgora è un colle che resta prima di Gorizia, perché per entrare 
(...) 29 (Foresti e altri, 1983, p. 27); 

la cosa non è tuttavia in contraddizione con la rilevanza giustamente assegnata 
da Somicola (1977), e da altri ^o, all'argomento come fattore di mutamento di 
codice nelle nostre situazioni diglossiche (o dilàliche): l'argomento è importan- 
te per l'alternanza di codice, mentre per la commutazione vera e propria pare 
molto più rilevante l'intenzione e l'atteggiamento del parlante, nei sensi prima 
indicati; b) scarsa importanza dei ruoli reciproci di parlante e interlocutore: non 
frequentissime sono le commutazioni sicuramente attribuibili a un cambiamen- 
to di ruolo del parlante o del destinatario; e) soprattutto, non enorme importan- 
za dell'adeguamento all'interlocutore; come esempio di segno contrario a quel- 
lo prima riportato, valga il seguente 'dramma in due battute': 

A: Ha mica cento lire, per favore? 

B: ? Perché? 

C: V"'ria pje r|-ka'fe... 3', 

dove si vede bene la prevalenza, almeno nella situazione torinese, del fattore 
'rivolto all'esterno vs. rivolto all'interno' (pubblico/privato), rispetto sia all'ar- 
gomento che all'adeguamento all'interlocutore. 



28 "(...) Basta così?". 

29 "I tedeschi stavano sempre in alto e noialtri eravamo in basso che dovevamo andare in 
alto (...)". 

30 Nella famiglia colta considerata in Somicola (1977, p. 97) si ha per es. che "all'uso del 
dialetto per argomenti riguardanti eventi comportamentistici della sfera domestica si oppone 
l'uso dell'italiano per argomenti riguardanti situazioni culturali più complesse", donde molte 
commutazioni elicitate dallo "stimolo argomento concernente eventi comportamentistici della 
sfera domestica" (p. 151). In questa situazione sembra dunque più evidente che non nelle altre 
situazioni da noi esemplificate la parentela della variabile 'argomento' con l'opposizione fra in- 
code o we-code da una parte, e out-code o they-code dall'altra. 

31 "(...) Volevo prendere un caffè...". 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 1 9 

L'importanza dell'atteggiamento del parlante, già ben notata da Somicola 
(1977) per la situazione siciliana ^- — si noti qui che io non prendo in conside- 
razione le presumibili differenze fra le diverse situazioni da cui ho tratto i ma- 
teriali, limitandomi a mettere in evidenza gli aspetti comuni; i casi riportati in 
Somicola (1977) sono stati naturalmente ri-classificati secondo le mie catego- 
rie, e ne può dunque risultare una lettura differente — , potrebbe indurre a porre 
una parentela con l'opposizione fra they-code e we-code che Gumperz (1982) 
ha utilmente impiegato come tratto retrostante a molte commutazioni in varie 
situazioni di bilinguismo: ma non mi pare che siano esattamente applicabili al 
caso italiano categorie del genere, che implicano uno stato se non di conflitto 
etnico-linguistico per lo meno di precisa contrapposizione di gruppo, che non 
mi pare di trovare dai miei dati (come risulta da quanto sopra esposto). Anzi, i 
dati italiani mostrano la tendenza all'abbandono della compartimentazione fra i 
codici, invece che un ri-uso comunicativo di tale compartimentazione ". 



5. Veniamo ora all'enunciazione mistilingue. Tralascio in questa sede alcuni proble- 
mi di metodo non ancora del tutto risolti, che vanno dalla stessa delimitazione della 
nozione (in concreto, non sempre è possibile escludere del tutto una qualche fun- 
zione socio-comunicativa all'inserzione, per es., di un predicato in dialetto dopo un 
soggetto in italiano, o viceversa), alla corretta identificazione e attribuzione ad un 
sistema o all'altro di elementi che siano uguali nei due sistemi (se ne veda un esem- 
pio in la lava, che può essere contemporaneamente dialetto e italiano) ^, e ancora 
alla natura di certi costrutti che possono essere ritenuti costituenti frasali (tipica- 
mente, alcuni tipi di completive), o a casi come il seguente: 



32 Somicola (1977, p. 146) osserva per es. che "al variare del gruppo di riferimento sele- 
zionato dal parlante, e quindi della identità sociale e delle relazioni di ruolo che egli intende 
rappresentare, si verifica una variazione nella sua selezione linguistica". Tale atteggiamento è 
mediato, secondo Somicola, dall'argomento, dato che "sono gli stimoli argomento a veicolare 
questo significato sociale" {ibidem). Va detto che non è tuttavia chiaro se queste conclusioni si 
riferiscano alla commutazione di codice propriamente detta, o piuttosto all'alternanza di codice 
in genere (com'è più probabile). Collovà-Petrini (1982) sottolineano più volte il comportamen- 
to linguistico determinato dal "riconoscimento dell'appartenenza al gruppo" (p. 281) come luo- 
go di commutazione. 

''3 Come noto più avanti, non mi sembra dunque così rilevante l'aspetto 'conflittualistico' 
della commutazione. L'osservazione di Gumperz-Hemandez (1969) che si crei frequente code 
switching "whenever minority language groups come into dose contact with majority language 
groups under conditions of rapid social change" non mi pare applicabile alla situazione italo- 
romanza, dove è difficile individuare effettivi rapporti di maggioranza-minoranza tra i diversi 

gruppi- 

34 Cfr. nota 26. In casi di questo genere, ho applicato il seguente principio: un termine 
omofono in italiano e in dialetto viene assegnato al sistema a cui appartengono i costituenti alla 
sua destra e alla sua sinistra; se si trova a un 'confine' sintattico, viene assegnato al sistema cui 
appartiene la costruzione sintattica direttamente dominante di cui esso è costituente. 



120 GAETANO BERRUTO 

(...) Se i carabinieri che erano lì con noi dicevano qualcosa i psevan tirèr 
una bomba e l'era bele fine. Si andava per forza perché (...) (Foresti e altri, 
1983, p. 14)35, 

o anche 

(...) prima ni disintossikamu, pikkì javi reci joma, io ò-ttutto avvelenato, a 
kuSina, si-ttu mi kriri, sto malissimo (...) (Somicola 1977, p. 218) 36 

Mi limito a qualche osservazione generale, tratta da un materiale che appa- 
re presentare le caratteristiche qui schematizzate: 

Costituenti frammisti: 69 GN (18 N), 65 GV (15 V), 40 G complessi 
(GN+GV, GV+GN, GN+GPrep, GV+GPrep,...), 22 GPrep, singoli elementi 29 
(9 Avv, 7 Gong, 5 Part pass, 3 Prep, 2 Pro, 2 Agg, 1 Art), altri casi 14. 

Punto d'innesto: 65 GV-, 37 GN-, 25 Avv-, 23 GPrep-, 18 Gong-, 13 Prep, 
13 0, 11 Agg-, 11 Art-, 7 Pro-, 4 Pro rei-, 1 Part pass-. 

Il dato che balza più evidente è la grande libertà sintattica dell'enunciazio- 
ne mistilingue nei casi italiani ". Essa non sembra soggetta a restrizioni eviden- 
ti di alcun genere, tranne quella cosiddetta dell'equivalenza di struttura propo- 
sta da Poplack (1981) per commutazioni di codice (in realtà, enunciazioni mi- 
stilingui, secondo il nostro modello) inglese-spagnolo. L'altra condizione se- 
condo Poplack obbligatoria, quella del cosiddetto morfema libero, nei miei 
esempi non vige, essendovi casi, per es., di innesto di un costituente di un altro 
codice dopo un verbo ausiliare; e la stessa condizione dell'equivalenza di strut- 
tura è peraltro, data la situazione italo-romanza, poco più che tautologica 38. 



35 "(...) potevano tirare (...) ed era bell'e finita (...)". Il brano può essere analizzato in due 
modi diversi, o come 'italiano + enunciazione mistilingue in dialetto con inserzione in italiano 
+ commutazione in dialetto', oppure come 'italiano + commutazione in dialetto costituita a sua 
volta da un enunciato mistilingue con inserzione in dialetto + commutazione in italiano', a se- 
conda delle gerarchie che imponiamo alla segmentazione. 

36 "prima ci disintossichiamo, perché sono dieci giorni (...) cugina, se tu mi credi (...)". 

37 Per inciso, troviamo un grado di libertà analogo, seppure ancora più ampio, a quello che 
ha analizzato Timm (1978) studiando le enunciazioni mistilingui russo-francese in Guerra e 
pace di Tolstoj. 

38 È chiaro che nel caso italiano la condizione dell'equivalenza di struttura non ha molta 
pertinenza, giacché le varietà in gioco, o per via di parentela linguistica stretta, o per via di 
convergenza (o per entrambe), tendono a presentare strutture morfosintattiche molto simili, se 
si eccettuano per esempio la posizione della negazione e dei pronomi, specie clitici. Se si accet- 
ta una concezione contrastiva della commutazione di codice, per cui là dove strutture delle lin- 
gue divergono si ha interferenza, e dove sono congruenti si ha commutazione di codice/enun- 
ciazione mistilingue (cfr. sul problema Lipski, 1978), si potrebbe dire che nella situazione italo- 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 2 1 

Se fra i segmenti frammisti prevalgono di gran lunga gruppi nominali e 
verbali anche complessi, e se lo stesso si ha per quel che riguarda la natura sin- 
tattica dei punti d'innesto del segmento frammisto, cioè del costituente a cui il 
costituente tratto da un altro sistema è per così dire 'attaccato' (per cui la strut- 
tura più frequente di un enunciato mistilingue è quella di un gruppo nominale 
seguito da un gruppo verbale nell'altro codice, o viceversa), si hanno anche ca- 
si in cui viene frammisto un singolo elemento incassato dentro un costituente 
con i cui membri l'elemento frammisto ha un forte legame morfosintattico: cin- 
que volte un participio passato, tre una preposizione, due un aggettivo, e una 
volta addirittura un articolo. Stessa, anzi maggiore, libertà vige per i punti d'inne- 
sto, costituiti ben diciotto volte da una congiunzione, tredici da una preposizione, 
undici da un articolo, quattro da un pronome relativo, sette da un pronome. 

La situazione italo-romanza sembra dunque permettere una grande discon- 
tinuità sintattica attraverso i fenomeni di enunciazione mistilingue. La casistica 
sarebbe ampia e interessante, e merita un apposito studio. Bastino qui due 
esempi come 

(...) zero, sir|k, de:z na ri'port yr), sette e due nove (...) ^9, 

con passaggio dall'italiano al piemontese e di nuovo all'italiano nel corso 
di un'enumerazione che accompagna un'addizione, e 

Io son già stato 'seTjsa tre o kwat giorni (...) -^"^ 

dove il segmento frammisto si scinde quanto a struttura sintagmatica in un 
primo elemento, ['seri sa], che è legato sintatticamente al costituente alla sua si- 
nistra, e un secondo pezzo, [tre o kwat], che è legato sintatticamente al costi- 
tuente di destra; ecc. ^'. 



romanza non è tanto la (maggiore o minore) distanza linguistica a fare scattare o no le commu- 
tazioni quanto piuttosto l'abitudine a alternare italiano e dialetto. È poi ovvio che la somiglian- 
za (e al limite l'uguaglianza) fra forme nel dialetto (specie italianizzato) e nella lingua favori- 
sce la transizione e la mescolanza: v. l'es. varesotto [l'era tenuta in considerazione] (Tibiletti 
Bruno, 1974) dove l'imperfetto italianizzato ('era) fa scivolare nell'italiano. 

39 "(...) cinque, dieci ne riporto uno (...)". 

40 "(...) senza tre o quattro (...)". 

"" Si vedano anche altri esempi notevoli, come: ma come sono? mi semhran dje'la: ! 
["(■•■)gelate!"], piem.: stamattina mi ho smitizzato la signora! ["(...) io (...)"], berg.; kjel li a 
doev a'vej na famiglia numerosissima ["quello lì deve avere una (...)"], piem.; (...) 1-è difezzil. 
E quindi ai eran in utabar (...) ["è diffìcile (...) eravamo in ottobre"! (Foresti e altri, 1983, p. 9); 
alle cinque e 'meza era tutto aperto (Trumper-Maddalon, 1982); e la seguente interazione: A: 
Da 'vari aj voel / carciofi? — B: Kuj ai] pò bej. — A: ...kuj da kwat seqt. — B: Sì. — A: a'iura 
fa mile'se:z. Mi pagol — B: eh. che si paga, 'vceli seqt 'lire? — A: No, k-a 'lasa, 'grasje 
i'stes...[A: "da quanto li vuole (...)" — B: "quelli un po' belli" — A: "quelli da quattrocento 



122 GAETANO BERRUTO 

Quanto al rapporto fra commutazioni di codice e enunciati mistilingui nei 
nostri sotto-campioni, i dati appaiono discordanti e sono difficili da interpreta- 
re. Vi sono (cfr. prospetto in 4) più commutazioni (fatte salve le riserve meto- 
dologiche già accennate) nei campioni piemontese, bergamasco, emiliano e si- 
ciliano (caso in cui il bassissimo numero di enunciati mistilingui andrà spiegato 
appositamente, e fa sospettare una maggiore separatezza dei due codici), men- 
tre vi sono più enunciati mistilingui nel campione varesotto e in quello veneto. 
La correlazione con le osservazioni di Trumper (1977) circa la presenza di ma- 
cro- ovvero micro-diglossia in situazioni regionali diverse è ambigua: la quan- 
tità relativamente alta di enunciati mistilingui a San Giovanni in Persiceto 
(campione emiliano) ^2 induce a prospettare la necessità di qualche correzione o 
di ulteriori riflessioni, dato che l'Emilia-Romagna secondo Trumper rappresen- 
terebbe tipicamente una situazione di micro-diglossia, in cui dovremmo 
aspettarci scarsità di enunciati mistilingui. 

Ma sarebbe azzardato trarre dai miei dati anche solo ipotesi, visto tra l'altro 
che la reale dimensione del fenomeno a questi fini può essere offuscata o celata 
da non pochi fattori, e che bisognerebbe avere più dati relativi a diversi tipi di 
testi orali e a categorie diversificate di parlanti e di situazioni comunicative. Mi 
limito a suggerire, visto che a mio avviso in Piemonte abbiamo una koinè 'for- 
te', in Lombardia una koinè 'debole', e in Veneto una koinè 'fortissima', e am- 
messo che in Sicilia e Emilia-Romagna non abbiamo una koinè (tendenzial- 
mente) regionale, che i miei dati autorizzerebbero ad avanzare un'ipotesi per 
cui nella situazione di macro-diglossia l'impiego di commutazioni e enuncia- 
zioni mistilingui è abbastanza indipendente dal fatto che l'interlocutore sappia 
il dialetto (sia cioè davvero bilingue: presumibilmente, caso torinese e forse ve- 
neto) 4\ mentre nelle situazioni di micro-diglossia queste vengono usate solo se 



(...) allora fa millesei (...)" — B: "(...) volete cento lire?" — A: "No, lasci, grazie lo stesso"], 
dove i frequenti passaggi dal piemontese all'italiano e viceversa pongono non pochi problemi 
descrittivi (/ carciofi sarà da ritenere un prestito o no? Sì. battuta di A, sarà italiano o dialetto 
— dato che è l'unico costituente dell'enunciato, non si potrà applicare il criterio menzionato in 
nota 34, o si dovrà estenderlo oltre i confini della 'mossa', e quindi sarà dialetto — ? ecc. E si 
noti la forma assai interferita che si paga, dial. [k-a s 'paga]). 

^'^ Foresti (comunic. pers.) osserva che a San Giovanni in Persiceto, come in altre località 
rurali emiliane, ciò che governa il discorso mistilingue è il grado di conoscenza, e non per es. il 
ruolo dell'interlocutore: se si conosce il destinatario, si passa volentieri al dialetto (per es., an- 
che col medico). Quel che sembra contare, potremmo dire, in moltissimi casi è la presupposi- 
zione del parlante che l'interlocutore condivida l'interpretazione della situazione nella scelta 
della varietà, indipendentemente dal fatto che l'interlocutore sappia o no parlare in dialetto. 
Cfr. note 43 e 47. 

43 Mioni (nella disc.) fa opportunamente osservare che in casi del genere c'è una questione 
di '± rispetto per l'interlocutore': i parlanti sembrano non porsi il problema di che cosa vera- 
mente capisca l'interlocutore e di quali presupposizioni e aspettative abbia circa la scelta del 
codice, tanto sono abituati ad alternare italiano (popolare) e dialetto. 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCL\TI MISTILINGUI 1 23 

(si sa che) l'interlocutore sa il dialetto, o (versione debole dell'ipotesi) se si è 
comunque abituati a parlare anche in dialetto (vale a dire, alternando i due co- 
dici) con un certo interlocutore. 

Come che sia, è indubbio che in molte situazioni italiane la presenza nel 
parlato quotidiano di discorso mistilingue (intendendo per tale le commutazioni 
di codice p/w gli enunciati mistilingui; che tale è l'effetto dei fenomeni 'a grana 
grossa') è ampia, e mostra un alto grado di compatibilità, intercambiabilità e 
equipollenza di varietà dell'italiano e varietà del dialetto. 



6. Con questa osservazione, si apre un'altra questione sulla quale occorre svi- 
luppare la ricerca: quali varietà del repertorio a disposizione del parlante ven- 
gono effettivamente selezionate per il discorso mistilingue? I miei dati non por- 
tano eccessivi lumi al proposito, ma consentono comunque di affermare due 
cose. Anzitutto, che occorrono modelli diversi a seconda dei tipi di parlanti, da- 
to che, a quanto pare, producono discorso mistilingue (presumibilmente, con 
modalità e restrizioni ben diverse: ma la cosa è da studiare) sia parlanti incolti e 
semincolti prevalentemente dialettofoni e con una buona competenza solo della 
varietà popolare di italiano regionale, sia parlanti colti e semicolti prevalente- 
mente italofoni e con una competenza spesso non piìi che discreta del dialetto. 
Ciò mostra, fra parentesi, la larga accettazione del fenomeno, e induce anzi a 
vedervi un'ideologizzazione, che sarebbe ben coerente con gli altri sintomi 
dell'attuale 'vissuto' del rapporto fra italiano e dialetto. 

In secondo luogo, e conseguentemente, le varietà che vengono commutate 
e frammiste spesso non sono varietà contigue nel repertorio comunitario (per 
es., la varietà più bassa di italiano e la varietà più alta di dialetto, o italiano re- 
gionale popolare e dialetto italianizzato, ecc.), ma sono quelle normalmente a 
disposizione nel centro, per così dire, del repertorio del singolo parlante. Se 
ammettiamo, senza scendere troppo nei particolari nel pelago delle differenzia- 
zioni che a tal proposito sono state fatte, un repertorio comunitario con italiano 
standard, italiano regionale standard o medio, italiano regionale popolare o bas- 
so e/o italiano dialettizzante sul polo dell'italiano, e con dialetto italianizzato 
e/o (dove c'è) dialetto koinè regionale o dialetto urbano alto, dialetto locale 
medio, dialetto locale molto marcato e/o dialetto rustico sul polo del dialetto, 
potremmo schematizzare eventuali moduli di selezione delle varietà nel discor- 
so mistilingue come segue: 



1 24 GAETANO BERRUTO 



IRm. 



IRm. 



IRb. 



IRb. 

11 



IRb. 



d. koinè 



d. loc. m. 



* t 



d. loc. 



I 



(IR molto interferito) 



d. rust. 

— T 



d. loc. 



(p. colti) 



(parlanti 
incolti) 



Avremmo cioè: un primo modello in cui l'italiano regionale medio alterna 
e co-occorre con la koinè o il dialetto alto italianizzante, e in qualche caso può 
co-occorrere anche con il dialetto locale medio (in genere, parlanti colti); un se- 
condo modello, in cui l'italiano regionale basso alterna e co-occorre con il dia- 
letto locale medio o anche con la varietà rustica localmente marcata (in genere, 
parlanti incolti); infine, un modello allotrio, in cui l'italiano regionale basso al- 
terna e co-occorre con il dialetto locale e si creano forme isolate intermedie fra 
l'uno e l'altro, riconducibili a una varietà che risulta un italiano molto molto in- 
terferito (e quindi con possibili fenomeni di 'ibridazione' e di creazione di va- 
rietà di transizione fra italiano e dialetto) ^. 

L'ultimo argomento che vorrei toccare riguarda le cause e le possibili spie- 
gazioni del discorso mistilingue, e in particolare dell'enunciazione mistilingue. 
Sarei portato ad escludere che tali fenomeni siano dovuti, in genere, a una ef- 
fettiva incapacità di tenere o mantenere il discorso in italiano, come da alcuni è 
stato osservato. Così come escluderei, per la situazione italo-romanza, altre ra- 
gioni sostenute da varie parti, come la trascuratezza nel selezionare la varietà 
appropriata, o l'incapacità di scegliere propria di una situazione conflittuale tra 
i due codici, o l'intrusione voluta di elementi di un codice per 'promuoverlo', 
ecc. Il discorso mistilingue mi sembra tutt'altro che imposto, in condizioni nor- 
mali, dalla non sufficiente conoscenza di uno dei due sistemi linguistici o da un 
rapporto di conflitto fra essi, per cui si tenda a fame emergere uno là dove 'non 
dovrebbe'. Ne è una conferma anche il fatto che esitazioni, pause e incertezze 



44 Queste riflessioni fanno rivalutare la pertinenza descrittiva di nozioni divenute così fami- 
gerate fra i 'varietisti' dopo la condanna che Labov ne ha fatto, a favore della "variabilità ineren- 
te", come la "mescolanza dialettale". Se accettiamo che l'alternanza fra sistemi coesistenti possa 
avvenire senza essere la risposta a altri cambiamenti funzionali (cioè, la nostra enunciazione mi- 
stilingue), la spiegazione in termini di mescolanza di varietà appare certo piìi economica e sem- 
plice. Cfr. su problemi del genere le osservazioni di Hudson (1980, pp. 71-73). 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 25 

nella produzione verbale non sembrano, nel mio materiale, correlare significati- 
vamente con l'enunciazione mistilingue 4\ 

Seguirei piuttosto la pista indicata da Mioni (1976) e da Mioni-Trumper 
(1977), che conduce a vedere la ragione del discorso mistilingue nella presenza 
al confine fra i due {sub)continua (o gradata, se preferiamo) del repertorio di 
un'area, da ritenere di una certa ampiezza (variabile da situazione a situazione), 
in cui il polo italiano e il polo dialetto sono ritenuti e sentiti funzionalmente pa- 
ritari, in sovrapposizione di impiegabilità tale da essere intercambiabili. Ciò 
implica un riconoscimento dell'accettazione sociale del comportamento misti- 
lingue, connesso con la sicurezza di poter usare (abbastanza indipendentemen- 
te, almeno nelle situazioni urbane, dalla sicurezza di essere certamente capiti in 
ogni caso dal destinatario) una varietà omogenea oppure mescolarne due, in si- 
tuazione di bilinguismo diffuso. Il che implica anche un certo grado non dicia- 
mo di fusione, ma comunque di interpolazione, delle relative grammatiche. In 
effetti, se un barlume di conclusione si può trarre dal materiale a disposizione 
circa gli enunciati mistilingui, esso porta a ritenere che ci siano certe zone della 
sintassi del dialetto e dell'italiano fuse, mentre rimangono separate la morfolo- 
gia e la fonologia, e mentre il lessico si pone a metà fra le une e l'altra. È pro- 
prio il fatto che i parlanti abbiano nella parte centrale del loro repertorio una 
sola (almeno parzialmente) sintassi per più varietà a consentire la grande disin- 
voltura nel maneggiamento intercalato delle due grammatiche che abbiamo 
constatato ■^^\ così come era l'accettazione sociale a dar conto dell'ampia possi- 
bilità di impiego della commutazione di codice nei due sensi. 

Tale determinazione 'in positivo' del discorso mistilingue in area italo-ro- 
manza, che ne sottolinea il carattere di compenetrazione funzionale e selettiva, 
trova buoni appoggi teorici. Fra l'altro, è stato recentemente osservato da 
Myers Scotton (1983 a, p. 122) che, all'interno di un modello generale della 
scelta del codice come governata da una serie di 'massime di negoziazione 
dell'identità' "per molti bilingui, la scelta non marcata (...) quando parlano a 



*^ Mi sembra quindi vero solo in determinate occasioni che l'enunciazione mistilingue sia 
dovuta a incompetenza di una varietà qualunque di italiano, e della coppia di ragioni citate da 
Sanga (1978, p. 359: "continuo passaggio dall'espressione italiana alla dialettale, legato soprat- 
tutto a motivi stilistici in senso lato o anche a effettiva incapacità di mantenere il discorso in 
italiano") vedrei dunque da studiare la prima, cercando di analizzare gli eventuali "motivi stili- 
stici in senso lato", o meglio le condizioni di realizzazione e la grammatica degli enunciati mi- 
stilingui. 

46 Non per nulla Lipski (1978) postula che nella competenza del parlante che fa commuta- 
zioni ci sia non solo il presupposto di una certa omologia fra le strutture sintattiche superficiali 
degli enunciati nelle due lingue, ma anche una certa quota di interconnessione fra le grammati- 
che delle due lingue, che non saranno 'tabulate' separatamente. Vien qui fuori anche il proble- 
ma dell'eventuale realtà psicologica dei modelli di continua o gradata usati per descrivere la 
variazione linguistica. 



126 GAETANO BERRUTO 

peers ugualmente bilingui è [la scelta di] più di un codice, cioè è il code swi- 
tching" 47. 

Resterebbe da parlare di molte cose ancora: delle condizioni che costitui- 
scono il presupposto in cui si produce il discorso mistilingue, delle situazioni in 
cui esso tipicamente si realizza, della sua grammatica, di come si manifesti 
presso diversi (tipi di) parlanti, e via enumerando. Formulazioni riassuntive 
quali quelle che io ho dovuto adottare qui rischiano già di far troppo torto alla 
complessità dei fatti: gli stimoli a continuare e approfondire la ricerca in questo 
settore sinora poco esplorato della nostra situazione sociolinguistica mi pare 
siano pili che abbondanti. 



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"^7 Nella situazione italiana ci sarebbe dunque il primo dei tre tipi di switching ipotizzati da 
Myers Scotton (1983 b): quello che dà luogo a scelte non marcate (come abbiamo visto, basta 
l'imputazione di presunto bilinguismo, o solo quella di condivisione di una situazione, da parte 
dell'interlocutore) in uno scambio convenzionalizzato; e mancherebbero quelli che mirano o a 
una scelta marcata per cambiare lo status quo o a una scelta esplorativa per attribuire le identità 
in uno scambio non convenzionalizzato. L'impiego di code switching come 'non-scelta', o al- 
meno come scelta non marcata, è sottolineato anche da Spolsky (1983). 



ITALIANO REGIONALE, COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 27 

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DISCUSSIONE 

John TRUMPER: Vorrei ringraziare Berruto per alcune precisazioni nella sua relazione e per i 
tentativi di costruire una prima tipologia dei fattori che si combinano per determinare la com- 
mutazione di codice. Forse ci vorrebbe qui anche una tipologia della commutazione stessa, un 
modello più completo di quello gumperziano in cui si oppongono 'situational switching' a 'me- 
taphorical switching'. Io pure mi trovo lievemente imbarazzato di fronte alla categoria di 'me- 
taphorical switching' che, nella situazione italiana, riesco a definire solo in termini di ciò che 
non è (cioè negativamente). 

D'altronde, una qualche tipologia sarebbe necessaria, ma deve tener conto della complessa si- 
tuazione italiana. Sarebbe necessaria anche, a mio avviso, una definizione più rigorosa di 
'enunciato mistilingue'. 

In ultimo, bisognerebbe spendere qualche parola in più sul cosiddetto 'valore semantico' di cia- 
scun codice del repertorio. Un codice A 'we-code' vis-à-vis un codice B 'they-code' può a sua 
volta diventare un 'they-code' rispetto a un terzo codice 'we-code' in un senso un po' diverso. 
Trasportiamo la complicata situazione italiana alla situazione di emigrazione e tutto si complica 
ancora di più. Evidentemente le situazioni 'italiane' che qui stiamo discutendo non assegnano 
un unico 'valore semantico' ad ogni codice, ed un unico tratto semantico non è adeguato a sve- 
lare il complesso valore psico-semantico che i parlanti attribuiscono ai codici in gioco. 



Alberto MIONl: In varie discussioni inedite e orali con Trumper sul concetto di macrodiglos- 
sia avevamo osservato come questo concetto reggeva se considerato nel complesso dei tratti 
che lo definivano, ma che poteva far acqua se si esaminavano i singoli punti isolatamente. 
Il quadro terminologico e teorico che qui ci hai presentato mi pare contenere più di una buona 
proposta verso una giusta soluzione: ma il tempo dedicato alla tua relazione è troppo breve per 
permettere di cogliere qui, a freddo, il quadro globale delle tue proposte, che vanno valutate 
con ponderazione. Mi riprometto di farlo col testo intero sotto mano. 



Franca ORLETTI: Vorrei chiedere fondamentalmente dei chiarimenti: innanzitutto se ti sembra 
che esistano dei correlati nella comunicazione non verbale e paralinguistica della commutazio- 
ne di codice, se, cioè, ad ogni commutazioen di codice corrisponda un mutamento di "footing", 
per usare un termine goffmaniano, cioè di atteggiamento generale del parlante nei confronti 
della situazione. 

In secondo luogo, se il tratto dell'intenzionalità è sempre presente nella commutazione di codi- 
ce secondo la tua griglia, in che relazione si pone la tua nozione di commutazione di codice con 
quella di commutazione metaforica analizzata da Gumperz e Fishman? 



ITALIANO REGIONALE. COMMUTAZIONE DI CODICE E ENUNCIATI MISTILINGUI 1 29 

Sempre a proposito dell' intenzionalità mi sembra che sia il tratto più problematico soprattutto 
per le difficoltà di attribuzione. Ti faccio a questo riguardo un esempio, che mi sembra abba- 
stanza interessante, di ambiguità interpretativa fra commutazione di codice e enunciazione mi- 
stilingue: un individuo inciampa, emette un'imprecazione in dialetto, ritoma successivamente 
all'italiano per chiedere scusa ai presenti. Se la scelta del dialetto è intenzionale, come attenua- 
zione della forza dell'imprecazione, questo si può considerare un caso di commutazione di co- 
dice, anche perché ci troviamo di fronte a un'unità di discorso, una mossa comunicativa, se in- 
vece la selezione del dialetto è dovuta alla spontaneità della reazione immediata si tratterebbe 
di una enunciazione mistilingue. Come interpreteresti questo esempio? 



Marinella ANGIONI LÒRINCZI: Suggerirei di includere nella ampia casistica già illustrata da 
Berruto anche il tipo di enunciazioni mistilingui emesse frequentemente da parlanti la cui com- 
petenza attiva del dialetto o, comunque, della variante linguistica "bassa" è quasi nulla, a giudi- 
care dalla loro incapacità di portare a termine un discorso o un dialogo compiuto nella sola va- 
riante menzionata, vale a dire in dialetto. 



Marina SBISA': Ho dei dubbi sulla nozione di "enunciazione mistilingue". Si può davvero so- 
stenere e in base a quali criteri che determinati passaggi lingua-dialetto o viceversa non hanno 
funzione sociocomunicativa (o, comunque, qualche tipo di 'funzione')? Non mi sembra rile- 
vante il fatto che tali passaggi riguardino unità morfosintattiche inferiori alla frase: anche tali 
unità possono infatti aver 'funzione'; e la frase non equivale necessariamente (o almeno, io so- 
spetto che non equivalga) a un'unità 'discorsiva'. 

Inoltre, mi sembra che casi apparenti di "enunciazione mistilingue" potrebbero a volte essere 
interpretabili anche come commutazioni di codice "fuori ritmo" rispetto alla struttura frasale, o 
commutazioni di codice e/o alternanze di codice mal riuscite, che il parlante non riesce a soste- 
nere. 



Corrado GRASSI: Una semplice osservazione sul penultimo esempio della quarta sezione. Mi 
pare che in questo caso, come in altri a me noti, il mutamento di codice sia pilotato, oltreché da 
un passaggio dal "we code" al "they code", anche dal riferimento a "testi" preesistenti e ben 
noti al parlante, e quindi da un trapasso di argomento. 



Fabrizio FRANCESCHINI: Voglio riprendere una questione cui hanno accennato questa matti- 
na Pellegrini e or ora Berruto. 

Assistiamo in molte regioni ad un notevolissimo rilancio della "dialetlalità" attraverso teatro, 
letteratura, giornaletti ecc. (con casi di "riapprendimento" del dialetto da parte di giovani che 
non l'hanno appreso per tradizione diretta). 

Domando al relatore se sia apprezzabile un qualche rapporto tra questi fenomeni, di ordine cul- 
turale ed anche ideologico, e le reali situazioni linguistiche (bilinguistiche, plurilinguistiche) 
analizzate. 



Gaetano BERRUTO: Ad alcune delle numerose ed interessanti domande postemi si trova ri- 
sposta esplicita od implicita nel testo completo della mia relazione, mentre altre mi vedono im- 
preparato a rispondere soddisfacentemente. Comunque, ribadirei anzitutto che anche per me la 
contrapposizione gumperziana fra situational e metaphorical switching funziona poco e male, 
almeno nelle situazioni italiane. Così come sono d'accordo con Trumper che la qualità di they- 
code vs. we-code non si adatta a situazioni in effetti non fortemente conflittuali, e che le varietà 



1 30 GAETANO BERRUTO 

diverse di un repertorio italiano possono a seconda delle circostanze scambiarsi il ruolo (per 
es., possono certamente essere we-code sia l'italiano regionale che il dialetto). 
A Mioni, sottolineerei che ciò che mi pare suscettibile di discussione non è la nozione di ma- 
crodiglossia opposta a quella di microdiglossia, che anzi mi pare centrata, molto utile e impor- 
tante, ma piuttosto l'applicazione di tali categorie a questa o quella situazione italiana concreta, 
che credo abbisogni di molto appoggio empirico prima di essere adeguatamente attuata (a Bo- 
logna e dintorni, per es., c'è davvero microdiglossia nel senso trumperiano? I materiali di San 
Giovanni in Persiceto di cui ho tenuto conto direbbero, almeno per il criterio dell'enunciazione 
mistilingue, di no). 

A Orletti, rispondo che, nel materiale utilizzato su cui ho avuto personalmente controllo, non si 
dà di solito alcuna correlazione fra commutazione di codice e fatti di comunicazione non ver- 
bale e parahnguistica (contrariamente a quanto osservato da più studiosi in situazioni per es. di 
emigrazione, o di imperfetta padronanza di uno dei due codici). Quanto all'opposizione fra 
commutazione 'normale' e commutazione metaforica, come ho detto io non compio la distin- 
zione, e attribuisco intenzionalità (qualche tipo di intenzionalità comunicativa) alla commuta- 
zione in generale, come uno dei suoi tratti costitutivi. L'esempio proposto è anche per me un 
caso lampante di commutazione di codice: l'imprecazione in dialetto ha una sua funzione co- 
municativa (valore psico-semantico, per dirla forse con Trumper), non è un costituente minore 
di una struttura sintattica frasale nell'altro codice, ecc. Riconosco comunque che la nozione di 
intenzionalità comunicativa, che io interpreto fondamentalmente, per ora, nel senso di 'dotato 
di qualche funzione nel corso dell'interazione verbale', è molto problematica, e andrebbe defi- 
nita meglio. 

Nel caso dell'esempio, ad ogni modo, non vi sono dubbi: la "spontaneità della reazione imme- 
diata" è pur essa chiaramente una funzione comunicativa (anche se per così dire automatica). I 
problemi si pongono non tanto nel delimitare le commutazioni rispetto alle enunciazioni misti- 
lingui, quanto nel delimitare le enunciazioni mistilingui rispetto alle commutazioni: in altre pa- 
role, fino a che punto si può davvero asserire che il fatto di produrre per es. un verbo in dialetto 
dopo un soggetto in italiano (o viceversa) sia del tutto privo di una qualche funzione? In ogni 
caso, mi pare tuttavia che l'insieme dei criteri proposti sia tale da permettere di distinguere be- 
ne i due fenomeni, anche quando i singoli parametri presi di per sé possono provocare più di un 
dubbio. Con questo, forse ho risposto almeno parzialmente anche a Sbisà, con le cui osserva- 
zioni circa l'importanza di fatti 'di confine' mi trovo d'accordo. Peraltro, non ho affatto affer- 
mato che la frase equivalga a una unità discorsiva: è esattamente il contrario, dato che il fatto di 
costituire un'unità discorsiva (indipendentemente dalla loro categorizzazione morfosintattica) è 
definitorio per i segmenti che sono commutazione di codice, e il fatto di non costituire un'unità 
discorsiva lo è per le enunciazioni mistilingui, per le quali diventa dunque pertinente la catego- 
rizzazione morfosintattica. 

La nozione di enunciazione mistilingue che ho illustrato è tale da consentire tranquillamente di 
comprendervi anche i casi con motivazione particolare a cui accenna Angioni Lòrinczi. Sono 
molto d'accordo con la precisazione di Grassi, che trovo assai a puntino. Infine, noterei a pro- 
posito di quanto dice Franceschini che non vedo, o non so vederli, rapporti diretti fra i fenome- 
ni socio-ideologici a cui fa riferimento e le reali situazioni linguistiche da me indagate; se mai, 
si potrebbe dire che una frequenza relativamente alta di commutazioni di codice e di enuncia- 
zioni mistilingui assieme (cioè, di discorso bilingue) dovrebbe essere tipica di situazioni con 
scarsa o nulla conflittualità fra i codici e di conseguente loro larga fascia di sovrapposizione e 
interpenetrazione, mentre una ricorrenza alta di sole commutazioni di codice (e non di enuncia- 
zioni mistilingui) potrebbe essere connessa a situazioni di conflittualità e di 'rivincita': ma qui 
occorrerebbe prendere in esame in maniera specifica la direzione del cambiamento di codice e 
il suo eventuale significato. 



Alessio Petralli 
(Lugano/Zurigo) 

Osservazioni sul lessico dell'italiano regionale ticinese 



1 . In questo contributo, in cui riprendo materiale confluito in un mio lavoro di ricer- 
ca all'Università di Zurigo, mi occuperò della natura dell'italiano regionale ticinese 
(d'ora in poi IRT), limitandomi ai fenomeni più appariscenti, quelli che riguardano 
il lessico e, in parte, la fraseologia. 

Nelle classificazioni finora proposte delle peculiarità lessicali presenti in alcuni 
italiani regionali, l'importanza del sostrato dialettale è nettamente preponderante. 
Le categorie vengono quasi sempre stabilite in rapporto al risp)ettivo dialetto regio- 
nale (ipercorrettismi, calchi, estensioni o restrizioni di significato, ecc.) e si potreb- 
be addirittura affermare che le peculiarità lessicali dei singoli italiani regionali non 
siano nient'altro che una conseguenza diretta dei rispettivi sostrati dialettali (ciò al- 
meno per la stragrande maggioranza dei casi). 

Per l'IRT il discorso cambia: il sostrato dialettale lombardo riveste sì ancora 
una grande importanza, ma vi è anche l'azione di altri fattori e di altre lingue o va- 
rietà di lingua che contribuiscono in maniera assai netta a caratterizzare l'IRT. 

Nell'analisi dell 'IRT è indispensabile tener presente le vicissitudini storiche del 
territorio ticinese, che soprattutto a partire dall'Ottocento (è nel 1803 che con l'en- 
trata nella Confederazione nasce il Canton Ticino) favoriscono il formarsi di una 
cultura ticinese per certi versi diversa dalla matrice lombarda. L'influsso del france- 
se e del tedesco, le altre lingue nazionali con cui i ticinesi erano già entrati 
parzialmente in contatto durante il periodo di sudditanza alla lega dei cantoni sviz- 
zeri ', assume grande importanza in relazione all'incremento dei rapporti dovuto a 
ragioni di diverso tipo (turismo, motorizzazione, esercito, traffici, mass media, 
ecc.). Questi contatti vengono via via rafforzati dal formarsi di una coesione politi- 
ca federale dei vari cantoni, che conservano però fin dall'inizio una forte autonomia 
decisionale in vari settori, anche molto importanti (ad esempio la scuola 2). 



' Questo periodo di sudditanza alla lega dei cantoni svizzeri, detto anche "periodo dei ba- 
liaggi", che va dal 1512 al 1798, fa seguito alla dominazione italiana (Milano e Como in parti- 
colare) e precede la nascita del Canton Ticino, sancita dall'Atto di Mediazione voluto da Napo- 
leone Bonaparte (tra il 1798 e il 1803 l'odierno Canton Ticino era diviso nei due cantoni di 
Bellinzona e di Lugano). 

- A complemento di questo accenno storico è opponuno precisare che già le costituzioni 
federali del 1848 e del 1874 riconoscono alla lingua italiana il carattere di lingua nazionale (per 



132 ALESSIO PETRALLI 

Chi si occupa dell'IRT deve quindi far ricorso a metodi d'analisi che diver- 
gono in parte da quelli usati per gli italiani d'Italia, in quanto l'IRT non solo ha 
conosciuto una storia che l'ha messo da tempo in stretto contatto con altre Hn- 
gue, ma vive e si sviluppa in un contesto politico e socioculturale molto parti- 
colare e composito, ben diverso dal retroterra degli italiani d'Italia. 

Com'è noto, uno dei primi problemi che si pongono al ricercatore in questi 
casi è connesso con l'assenza di strumenti, che permettano verifiche attendibili 
dell'effettivo carattere regionale di un termine che si presume tale. Uno studio 
sull'italiano regionale dovrebbe infatti chiarire esplicitamente se i fenomeni 
linguistici presentati compaiono davvero esclusivamente nell'italiano regionale 
indagato, o se sono presenti anche in altri italiani regionali. Il ricercatore può 
riferirsi ai vocabolari, agli altri lavori sugli italiani regionali e alla propria com- 
petenza di parlante un/l'italiano d'Italia (o magari anche di Svizzera). Questo 
controllo in genere non è tuttavia sufficiente, vista la mancanza di indagini si- 
stematiche veramente rappresentative del lessico dei diversi italiani regionali. 

Un esempio che illustra bene il problema è l'avverbio bonariamente nel 
senso tecnico giuridico di "in via amichevole, senza adire le vie legali", per 
esempio nella frase «si invitano le parti in causa a voler risolvere bonariamente 
la controversia». All'inizio pensavamo si trattasse di una particolarità ristretta 
all'IRT \ ma abbiamo constatato in seguito che Leone (1982, p. 89) la consi- 



quanto riguarda la situazione giuridica della lingua italiana nel diritto federale svizzero cfr. Pe- 
drazzini 1952). Ciò significa, tra l'altro, la possibilità di intrattenere corrispondenza già da tem- 
po in italiano con l'amministrazione federale. 

Riflettere sulla posizione dell'italiano nell'amministrazione federale implicherebbe tutta 
una serie di problemi, che non possono ovviamente essere trattati qui esaurientemente. Mi limiterò 
quindi a segnalare il progresso che il biasimato italiano federale ha fatto negli ultimi anni. Ciò è do- 
vuto soprattutto ad un certo dinamismo che, come ho potuto constatare personalmente, regna oggi ne- 
gli uffici bernesi che traducono in italiano. Inoltre è sicuramente aumentata la qualità della formazio- 
ne scolastica degli attuali traduttori, rispetto solo ad una ventina di anni fa. 

Un primo risultato molto evidente è la notevole produzione quantitativa odierna: nel 1983 
il Foglio federale contava 4.540 pagine di testo italiano e la Raccolta ufficiale delle leggi fede- 
rali circa 2.000. Anche se un certo numero di pagine è comune ai due bollettini, la mole di la- 
voro svolta dalla decina di persone che a Berna si occupa dell'italiano ufficiale delle leggi 
(un'altra settantina di traduttori è dislocata nei vari dipartimenti) è notevole. 

Dal punto di vista qualitativo va ricordato il contatto, abbastanza recente, con i traduttori 
dello Stato italiano. Oltre allo scambio di informazioni, si effettua anche una suddivisione ra- 
zionale di certi tipi di traduzione comuni (per esempio di trattati intemazionali, che in Italia 
vengono tradotti solo da due o tre anni riferendosi per lo più al testo inglese, mentre in Svizzera 
si fa questo lavoro da parecchi anni, basandosi però essenzialmente sul testo francese). 

Òggi di positivo vi è inoltre il contatto con la ricerca linguistica, ed a Bema si seguono da 
vicino i lavori della linguistica computazionale e della traduzione automatica in generale. Si 
può quindi affermare che negli ultimi vent'anni l'italiano "bernese" ha cambiato rotta e sta cer- 
cando di togliersi di dosso quella patina di purismo eccessivo che l'ha caratterizzato a lungo, 
dandogli talvolta l'immagine di un italiano in provetta (per altre informazioni sull'italiano fe- 
derale cfr. Boschetti 1966). 

3 In IRT c'è in effetti una certa confusione per il termine da adottare quando ci si riferisce 



OSSERVAZIONI SUL LESSICO DELLTTALIANO REGIONALE TICINESE 1 33 

dera invece a sua volta una particolarità siciliana. Ci si potrebbe quindi chiedere in 
quante regioni d'Italia questo significato di honariamente sia sentito "normale", e 
riproporremmo così il già citato problema della mancanza di strumenti idonei. 

2. La mia indagine si è basata su una lista molto ampia di possibili ticinesismi, che 
sono scaturiti dall'osservazione partecipante, da una lettura finalizzata di diversi 
giornali e riviste ticinesi e dallo spoglio dei lavori che si sono occupati finora 
dell'IRT^. Diverse "particolarità" si sono però rivelate subito difficilmente tali già a 
un primissimo riscontro sui vocabolari o con parlanti italiani che hanno immediata- 
mente osservato "si dice anche da noi". Abbiamo poi sistematicamente sottoposto 
le centinaia di forme superstiti alla verifica di due parlanti colti di Lombardia, uno 
milanese e l'altro bergamasco \ e di tre dizionari di diverso carattere ^, con lo scopo 
di sfoltire la lista degli effettivi termini peculiari all'IRT all'interno del coacervo di 
presunti ticinesismi preliminarmente raccolti. Queste verifiche si sono mostrate 



alla risoluzione di una vertenza "in via amichevole". In un contesto giuridico in via amichevo- 
le non è praticamente mai usato nello scritto: si preferisce di solito adottare in via banale e ho- 
nalmente, a quanto mi risulta ignoti in Italia, e anche, ma più raramente, honariamente. 

4 Si tratta di Ruegg (1956). Seminario di Friburgo (1965 e 1968), Biscossa (1968), Lurati 
(1976, 1978, 1980, 1982) , Bianconi (1980 e 1982). Berruto (1980). 

Parte dei ticinesismi presenti in quest'articolo possono quindi già essere stati segnalati nei 
lavori che sono elencati in questa nota. 

"^ L'informatore bergamasco ha 32 anni e si occupa di linguistica professionalmente come 
ricercatore, docente e traduttore. Ha buone conoscenze passive del dialetto veneto e di quello 
bergamasco (di quest'ultimo ha anche una certa competenza attiva). Conosce bene diverse lin- 
gue straniere, ma è forte, per ragioni professionali, soprattutto l'influenza del tedesco. Si è re- 
cato una sola volta nel Canton Ticino, per due giorni, per motivi di lavoro. La sua città di resi- 
denza è Bergamo, ma ha contatti costanti con Pavia e con Milano. 

L'informatore milanese, che al momento attuale non ha ancora preso visione di tutte le vo- 
ci sottoposte all'informatore bergamasco, è poco più anziano e si occupa anch'egli di linguisti- 
ca a livello professionale: ha ottime conoscenze del dialetto milanese ed è molto interessato ad 
una linguistica di tipo antropologico. Ha già svolto numerose inchieste dialettologiche anche in 
regioni che confinano con il Canton Ticino (che peraltro conosce poco). 

La soluzione ideale sarebbe chiaramente quella di sottoporre le presunte particolarità re- 
gionali a parianti di tutti gli italiani d'Italia, scelti in funzione di un'esaustiva rappresentatività 
sociolinguistica. Evidentemente, poiché questo lavoro sarebbe molto oneroso e praticamente 
quasi irrealizzabile, siamo stati costretti a limitare, e di molto visto l'alto numero di //mw, 
l'ampiezza delle nostre verifiche sul terreno. Nel nostro caso abbiamo avuto la possibilità di far 
capo a persone colte, linguisti di professione, con caratteristiche che si sono rivelate positive 
per i fini della nostra ricerca. L'interesse per la linguistica, abbinato ad una scarsa conoscenza 
della realtà ticinese e ad una competenza italiana di tipo lombardo, ha permesso di verificare le 
presunte particolarità regionali soprattutto laddove avevano più possibilità di essere smentite: 
nel nostro caso, ovviamente, con parlanti colti lombardi. 

6 Abbiamo preso come punti di riferimento tre dizionari di diverso carattere, che abbiamo 
consultato sistematicamente: il DEI, per la sua notevole attenzione anche a termini dialettali/re- 
gionali; il Devoto-Oli, per la sua funzione di riferimento come vocabolario di larga consultazio- 
ne e per un certo conservatorismo che lo porta ad escludere i vocaboli "di confine"; e lo Zinga- 
relli (1983), che a nostro avviso rappresenta attualmente il meglio della lessicografia italiana di 
pronta consultazione ed ha il pregio di essersi occupato di vocaboli che. per una ragione o per 
l'altra, non sono stati considerati dagli altri dizionari presenti ora sul mercato italiano. 



1 34 ALESSIO PETRALLI 

senza dubbio opportune, perché in effetti molte supposte particolarità ticinesi si so- 
no rivelate di uso lombardo o addirittura panitaliano. Si è avuta inoltre la chiara e 
prevedibile dimostrazione che la lingua registrata nei vocabolari si scosta sensibil- 
mente dalla lingua d'uso, a causa di diversi fattori fra cui una certa prudenza, peral- 
tro talvolta giustificata, nel registrare fragili neologismi che però, inaspettatamente, 
si impongono magari a breve termine e una tendenza normativo-toscana ancora in 
parte presente, che nega talora cittadinanza a vocaboli dialettali divenuti ormai pa- 
nitaliani o quasi. La verifica dei presunti regionalismi con informatori di altre regio- 
ni (che sarebbe forse più adeguato chiamare "verificatori") mi sembra quindi calda- 
mente consigliabile ^. 

Le nostre verifiche ci hanno riservato parecchie sorprese; vediamone alcune: 
coltivo (sost.) 'terreno coltivato' è dato come "antico, antiquato" dal DEI, "lettera- 
rio" dal Devoto-Oli ed è presente senza particolari precisazioni nello Zingarelli 
1983 (non era però stranamente riportato nella decima edizione del 1970); esperi- 
mento 'compito in classe' è riportato solo dallo Zingarelli 1983; termopompa 
'pompa di calore' solo dal Devoto-Oli. Queste osservazioni riguardano differenze 
fra vocabolari, mentre sono un esempio di differenze fra vocabolari e informatori 
chiavi in mano (per esempio nella frase «la ditta X fomisce case chiavi in mano»), 
e la lezione cade 'la lezione è sospesa, non ha luogo' che, pur non essendo registra- 
ti nei vocabolari, suonano possibili per lo meno all'informatore bergamasco (l'in- 
formatore milanese ritiene normale chiavi in mano solo per l'acquisto di un'auto- 
mobile, mentre non direbbe mai la lezione cade). Termopompa ** è invece riportato 
solo dal Devoto-Oli, risulta sconosciuto all'informatore bergamasco, mentre l'in- 
formatore milanese ne ha sicuramente sentito parlare ma non sa bene cosa sia. Se è 
ovvio che vi siano contrasti fra la posizione dei vocabolari e quella degli informato- 
ri, è meno ovvio, anche se senz'altro comprensibile, che vi siano differenze anche 
importanti fra i due informatori, riconducibili in genere ad una differente 
"esperienza del mondo". Alcuni 'ticinesismi' ignoti all'informatore bergamasco si 
sono dimostrati noti all'informatore milanese: caricare l'alpe 'portare le bestie 
all'alpeggio', cifra d'affari 'volume d'affari' (che abbiamo poi in seguito trovato 
anche su "La Stampa" di Torino), entrare in linea di conto 'entrare in considerazio- 
ne'. Esperimento 'compito in classe' è invece regolare a Bergamo (dove però non 
si abbrevia espe come spesso accade nell'IRT '), ma sconosciuto all'informatore 



"7 Lodevoli quindi i questionari di verifica sottoposti a parlanti non siciliani da Leone 
(1982, pp. 31-56). 

* In IRT il termine è abbastanza diffuso data l'attualità dell'apparecchio, anche se fra i 
non specialisti sarebbero probabilmente pochi a poter dare una seppur sommaria spiegazione di 
che cosa sia una termopompa. 

9 Caratteristica del linguaggio scolastico degli studenti ticinesi è una propensione molto spiccata 
f)er il troncamento di certi termini, in genere per lo meno quadrisillabi e di uso frequente: do solo al- 
cuni esempi, fra i molti, scelti a caso. Si parla quindi, oltre che i espe, di ita e mate: «oggi ho due ore 
di ita e una di mate»; e addirittura, dopo l'unione a scopo didattico delle due materie, di geosto. Pre- 



OSSERVAZIONI SUL LESSICO DELL'ITALIANO REGIONALE TICINESE 1 35 

milanese. Interessante il ticinesismo cartone nel senso di 'contenitore cartaceo di 
bevande (specialmente di latte, ma anche di succhi di frutta e ultimamente perfino 
di vino) a forma di parallelepipedo o tetraedro', a cui corrispondono in italiano 
d'Italia '0 numerosi geosinonimi come per esempio: scatola, scatola, busta, pac- 
chetto, cartoccio, ecc. Il termine è ignoto all'informatore milanese mentre l'infor- 
matore bergamasco lo sente forse possibile, ma a livello molto tecnico. In IRT è de- 
nominazione correntissima: «se vai a far la spesa portami due cartoni di latte". Da 
ultimo, in questa prima serie di esempi, segnalerei nafta 'gasoUo', sentito arcaico 
dall'informatore bergamasco, solo leggermente arcaico da quello milanese ". 



valentemente sottocenerini sono sore e soressa jjer 'professore' e 'professoressa'. 

Questi esempi potrebbero forse rientrare in una certa tendenza alla sintesi ed all'economia lin- 
guistica, che sembrerebbe essere una delle caratteristiche dell'IRT, rispetto all'italiano d'Italia Altri 
esempi "extrascolastici" sono: trattando 'punto all'ordine del giorno di un'assemblea', ovesttedesco, 
avamprogetto 'progetto preliminare' (usato di solito in politica), civica 'educazione civica', commis- 
sionale 'della commissione', prea\'\isare 'esprimere un parere preliminare all'indirizzo di chi ha po- 
tere decisionale', commercio 'esercizio commerciale', ecc. 

Naturalmente, il voler accomunare queste due serie di esempi, facendole rientrare in una tenden- 
za comune ad un certo tipo di economia linguistica è ipotesi piuttosto azzardata che, per poter even- 
tualmente essere confermata, abbisogna di altre verifiche empiriche sistematiche e di adeguata rifles- 
sione teorica. 

10 Usiamo "italiano d'Italia", preferiamo evitare "italiano standard", intendendo "il diasistema 
degli italiani regionali" e prescindendo da qualsiasi connotazione normativo-puristica Per evitare la 
normatività cui può senz'altro rimandare il concetto di "standard", Sobrero-Romanello (1981, p. 34, 
n. 18) propongono di adottare "italiano comune": pur essendo difendibile, questa scelta dell'aggettivo 
"comune", che in certi casi può avere un significato leggermente spregiativo, potrebbe a nostro avvi- 
so porre dei problemi d'interpretazione analoghi a quelli posti a suo tempo, e ancora oggi non del tut- 
to risolti, dair"italiano popolare". 

" Mi sono informato presso due ditte ticinesi importatrici di olio combustibile sull'uso di nafta, 
gasolio e cherosene (gli ultimi due termini sono di uso normale in Italia) nell'IRT. 

Alla mia domanda su quale termine fosse usato ho ottenuto le seguenti risposte: «Noi al 90% 
parliamo di nafta, ma diciamo gasolio quando si parla italiano»; «io non uso nafta perché è una paro- 
la vecchia, uso gasolio: i clienti però comandano la nafta». 

Cercando di chiarire eventuali differenze "tecniche" fra nafta e gasolio, ho potuto inoltre epu- 
rare che quella che in Italia viene ancora talvolta chiamata nafta è in effetti un olio combustibile pe- 
sante che in Ticino è praticamente quasi scomparso: il suo alto tenore di zolfo sicuramente nocivo jjer 
l'ambiente ne sconsiglia l'impiego, che tende d'altronde ad essere limitato, a quanto mi risulta, anche 
in Italia La nostra nafta equivale invece a ciò che in italiano d'Italia è il gasolio e cioè 'un olio per ri- 
scaldamento extraleggero'. 

Da notare anche che quello che in IRT è il carburante diesel, o più semplicinente diesel, viene 
chiamato in Italia gasolio da trazione (solo per i camion). 

Interessante rilevare che l'informatore bergamasco ignora l'esistenza dell'usatissimo sintagrna 
ticinese stufa a nafta, ma parla ovviamente di stufe a cherosene: il cherosene è un olio combustibile 
leggero che viene anche usato per gli aeroplani; mi pare però di aver capito che il carburante aereo sia 
in effetti ancora un'altra cosa: un combustibile ancora più leggero che è forse il kerosene (con la kap- 
pa). D sintagma stufa a cherosene è quasi sconosciuto in IRT: solo ultimamente, dato un incremento 
recente dell'importanzione di stirfe a cherosene dall'Italia (con l'influsso linguistico degli annessi ma- 
nuali d'istmzione per l'uso), si sente a volte anche da noi questo sintagma. 

E campo semantico degli oli combustibili è un ottimo esempio di come un confine politico, e 
quindi amministrativo, possa influire su determinate scelte terminologiche, provocando notevoli dif- 
ferenziazioni all'interno di una stessa lingua. Certe divergenze subiscono poi continui riaggiustamen- 
ti, a seconda dell'intensità dei contatti economici e sociali transfrontalieri. 



136 ALESSIO PETRALLI 

3. Un altro problema su cui prendere posizione fin dall'inizio il più precisamente 
possibile è stato lo stabilire di quale "porzione" di lingua ci saremmo occupati. In- 
fatti uno studio sull'italiano regionale può teoricamente muoversi all'intemo di due 
estremi, invero molto distanti fra loro. Per quanto riguarda l'IRT, l'accento può es- 
sere messo sulle sue molteplici manifestazioni correnti, che corrispondono in gran 
parte agli altri italiani d'Italia ed in particolare all'italiano di Lombardia, oppure si 
può porre l'accento solo (o soprattutto) sulle particolarità che distinguono l'IRT da 
tutti gli italiani regionali d'Italia e in particolare da quello di Lombardia. Nel nostro 
repertorio di particolarità lessicali ticinesi abbiamo comunque cercato di seguire un 
criterio omogeneo per quanto riguarda la qualifica di ticinesismo, intendendo 
con ticinesismo "una manifestazione linguistica, non estemporanea né di ambito 
troppo specialistico, in cui l'IRT si differenzia in rapporto all'italiano d'Italia (inte- 
so come diasistema degli italiani regionali)". Abbiamo quindi tralasciato termini 
troppo specializzati, ponendoci come punto di riferimento la lingua in cui il tici- 
nese medio si esprime e con cui viene, o può facilmente venire, in contatto. De- 
finizione precaria, ma d'altra parte ogni suddivisione della lingua in porzioni 
d'analisi è basata su criteri arbitrari e lascia sempre problemi aperti. Nei settori 
tecnici abbiamo escluso per esempio l'edilizia e il settore delle carni con le loro 
nomenclature strettamente specialistiche (ambiti in cui le peculiarità ticinesi sa- 
rebbero state numerose e interessanti), ma ne abbiamo inclusi altri, quali il lin- 
guaggio burocratico del Foglio Ujficiale (corrispondente pressappoco alla Gaz- 
zetta Ufficiale italiana) e delle assicurazioni '2. 

Possiamo ora proporre una tabella che evidenzi le "forze" linguistiche cui 
l'IRT è sottoposto e che chiarisca schematicamente alcune delle cause, sia sincro- 
Dato lo stretto rapporto che il Ticino ha con l'Italia per quanto riguarda l'importazione di olio 
combustibile, è lecito ipotizzare, e la tendenza mi sembra già ora p)ercepibile, che nafta si trovi da noi 
in una fase iniziale di arcaicizzazione. Nel linguaggio parlato nafta è però sempre chiaramente domi- 
nante. Come fjer molti altri ticinesismi è probabile l'influsso di una delle due altre lingue nazionali: in 
questo caso il francese naphte. 

Per quanto riguarda l'influsso del tedesco e/o del francese sui ticinesismi, o presunti tali, propo- 
sti finora, segnaliamo: Wàmiepumpe, clés en mains, die Stunde fàllt aus, le chiffi-e d'ajfaires, entrer 
en tigne de compie. 

Bisogna però andare cauti nell'asserire posibili influssi francesi e/o tedeschi su presunti ticinesi- 
smi. Tanto per fare un esempio conduttore nel senso di 'bigliettario sui treni', che potrebbe di primo 
acchitto sembrare un ticinesismo derivato dal francese conductew e dal tedesco Kondukteur è in ef- 
fetti termine usato anche dalle ferrovie italiane. 

La parola è piuttosto ambigua e molti, l'ho verificato personalmente più volte sia in Italia sia in 
Ticino, pensano che conduttore sia sinonimo di macchinista. Il conduttore è nelle ferrovie federali 
svizzere colui che dalla gente viene in genere chiamato controllore o bigliettario (si sente però a volte 
anche bigliettaio). Sui treni dove vi è più di un controllore, il conduttore è subordinato ai capotreno 
(praticamente un controllore con maggiori responsabilità). 

•2 Naturalmente non abbiamo escluso tutti i termini del settore edile, poiché alcuni di essi 
sono di largo dominio (ad esempio betoncino 'sottile strato di calcestruzzo', che secondo recen- 
ti informazioni è però presente anche in Lombardia), e non abbiamo tenuto in considerazione 
tutte le peculiarità ticinesi presenti nel Foglio Ufficiale (non abbiamo ad esempio registrato ter- 
mini specialistici del linguaggio catastale). 



OSSERVAZIONI SUL LESSICO DELLITALI ANO REGIONALE TICINESE 1 37 

niche che diacroniche, della presenza di ticinesismi lessicali (in senso stretto) 
nell'IRT. 



mr 


ITll'IT 


Lingua alla 
base delia- 
eventuale 
' interferenza' 


Tipo di 
fenomeno 


Fanorl 

'culturali' 

favorenli 


Date e 

avvenimenti 
salienti 


Categorie 

sociali 

interessate 


'Forza' 

del 

fenomeno 


Tendenza 


a sbalzo 


«alla leggera» 
«fuori posto» 
«a disagio» 


dialetto 


dialettismo 


dialettofonla 
diffusa 


1960-^ dia- 

lett, in re- 
gresso spec 
a Lugano 


-> 1960: Tutti 
1960 ^ten- 
denza ad ab- 
bassarsi: 
medio-bassa 


^ 


dim. 


trattanda 
azione 


«punto all'ordine 
del giorno, 
«sconto» 


tedesco 


elvetismo 


parali, triling 
trad, led, t/it 
trad. di mer- 
cato 
ATS (t/it) 


1803 TI in 
CH 

gallena fer- 
rov, Gottardo 


politici 
burocrati 

traduttori 


* 


cost. 


piano 

casa al lago 
gommaschiuma 


«rilievo, mappa» 
«gommapiuma» 


tedesco 


tedeschismo 


università CH t 
turismo t in TI 
emigi TI in 
CHt 
mass media 


intell (stud, 
TI in It netta 
dim 1960^) 
gali Gottardo 
emigr TI in 
CHt1900->1960 
(RSI 1932) 
TSI 

1962(pubbl 
trad) 


intellettuali 

élite ->massa 
operai 

traduttori 


^ 


aum. 


dipartimento 
emissione TV 


«trasmissione» 


francese 


elvetismo 


parali triling, 
trad (ed e ro- 
mande l/it 
trad di mercato 


1803 TI in CH 


politici 
burocrati 

traduttori 


= 


cost. 


debile 
suggestione 


«handicappato» 
«suggerimento» 


francese 


francesismo 


università CH f 
f=lingua veic 
mass media 


^1960f=lin- 
gua veicolare 
1962 TSI 


intellettuali 
traduttori 


* 


dim. 


pullover 


«maglia, maglione» 


inglese 


internazio- 
nalismo 


mediazione t 
e f che può 
anticipare 1 in- 
terferenza ri- 
spetto all'Italia 


1945-» 


intellettuali 
tecnocrati 


- 


aum. 


ronco vignalo 
attinenza 


«terreno con 

vigna» 

«origine» 


(italiano del- 
la vecchia 
cancelleria 
milanese) 


regionalismo 
burocratico 


Autonomia po- 
litica e am- 
ministrativa. 
Altre esigen- 
ze rispetto 
all'Italia 


1803 TI in CH 
-♦inizio 
XVI sec di- 
pendenza 
da Milano 
e Como 


politici 
burocrati 
proprietah 
di terra 




dim. 


servisol 
forbicicchio 


«self service» 




localismo 








— 


7 



ALCUNE SIGLE E ABBREVIAZIONI CONTENUTE NELLA TABELLA 

ATS "agenzia telegrafica svizzera"; RSI "radio della Svizzera italiana"; TSI "televisione della Sviz- 
zera italiana"; / "tedesco"; /"francese"; trad.fed. "traduzioni federali"; puhhl. trad. "pubblicità tradotta"; 
parali, triling. "parallelismo trilingue"; intell. "intellettuali"; aum. "in aumento"; cost. "costante"; dim. 
"in diminuzione". 

Segni: + "elevata"; = "media"; - "scarsa"; -> 1960 "fino al 1960"; 1960 -^ "dal 1960 in avanti". 



1 38 ALESSIO PETRALLI 

Questa tabella necessita di alcune precisazioni: procediamo con ordine ini- 
ziando dalla prima categoria: il dialettismo. Già abbiamo detto dell'importanza 
del sostrato dialettale lombardo che fa spesso sentire la sua influenza (per il Ti- 
cino sarebbe forse meglio parlare di adstrato, vista la situazione di dialettofo- 
nia diffusa). Qui è importante sottolineare che il dialetto tende anche in Ticino 
ad essere sempre meno parlato, specialmente a partire dagli anni sessanta ed in 
particolare nei centri urbani e fra le giovani generazioni '\ Ciò dovrebbe 
senz'altro avere un influsso sull'IRT, nel senso che i dialettismi sembrano de- 
stinati a ridursi con il passare del tempo. Come esempi concreti di dialettismi 
vitali, oltre ali 'a sbalzo presentato nella tabella, mi limiterò a due esempi tratti 
dalla fraseologia. Esserci fuori: «cosa c'è fuori a Lugano?» nel senso di "che 
film danno a Lugano?", di chiara origine dialettale: cusa gh'è fora a LiÀgàn?. Il 
secondo esempio, qua di (+ infinito presente): «qua di venir via si sono accorti 
di aver dimenticato la cosa più importante» nel senso di "al momento di venir 
via si sono accorti...", trova la sua matrice nell'espressione dialettale scià da 
ve g ni via... 

Passiamo ora ad altre categorie: per quanto riguarda la distinzione fra el- 
vetismi da una parte e francesismi/tedeschismi dall'altra, nella compila- 
zione della tabella ci siamo basati su questo presupposto: sono da considerare 
elvetismi quei ticinesismi che trovano riscontro in un termine analogo usato 
nella Svizzera tedesca (e magari anche in Germania, ma non necessariamente) 
e in un termine analogo usato nella Svizzera francese (e magari anche in Fran- 
cia, ma non necessariamente). Presupposto indispensabile del "ticinesismo 
elvetico" oelvetismo è quindi il parallelismo trilingue (a volte quadrilin- 
gue, se consideriamo anche il romancio): si veda per esempio lista delle trat- 
tande "lista di argomenti all'ordine del giorno", che trova i suoi corrispondenti 
nel ted. Traktandenliste, fr. liste des tractandes, rom. glista de tractandas). 

Sarebbe poi interessante stabilire due ulteriori categorie: i francesismi 
elvetici, che trovano riscontro nel francese solo della Svizzera romanda e i 
tedeschismi elvetici, che trovano riscontro nel tedesco solo della Svizzera 
tedesca. 

È evidente che il parallelismo trilingue trova la sua origine soprattutto nel 
linguaggio giuridico-amministrativo, dove spesso vi è l'esigenza di denominare 
in tre o quattro lingue qualcosa che deve risultare "il piìi uguale possibile" per 
tutti i cittadini. Arduo il compito del traduttore, ed è quindi comprensibile che 
il magistrato nel senso non solo di 'membro del potere giudiziario', ma anche 
di 'uomo politico' ritrovi i suoi paralleli nel ted. Magistrata fr. magistrat e an- 
che nel rom. magistrat. Bell'esempio di parallelismo trilingue è dare scarico al 

'3 Per un quadro dettagliato dell'uso di dialetto e italiano del Canton Ticino cfr. Bianconi 
(1980). 



OSSERVAZIONI SUL LESSICO DELL'ITALIANO REGIONALE TICINESE 1 39 

cassiere 'sgravare il cassiere dalle proprie responsabilità amministrative, pren- 
dendo atto della correttezza delle sue operazioni finanziarie', che si ricollega al 
ted. Dem Kassier Decharge erteilen e al fr. donner décharge au caissier '4. Biso- 
gna inoltre ricordare che anche molte grandi aziende private svizzere traducono 
in italiano: è quindi normale per il ticinese trovarsi di fronte a testi trilingui (dal 
documento ufficiale all'etichetta del vasetto di marmellata). Si può quindi affer- 
mare che qualsiasi ticinese è costantemente immerso in una realtà fortemente 
plurilingue. 

Altro fattore che favorisce l' imporsi di tedeschismi e di francesismi è il fat- 
to che la stragrande maggioranza di studenti ticinesi studia nelle università 
svizzere tedesche o svizzere francesi (il Ticino è sprovvisto di una propria uni- 
versità). Così facendo vengono riportati in Ticino moltissimi termini rifatti sul 
francese {il problema a sapere 'il problema di sapere', fr. le problème à savoir) 
o sul tedesco {situazione 'planimetria', ted. Situation). Il fatto che V élite ticine- 
se sia formata a livello universitario in francese o tedesco ha evidentemente un 
grosso impatto linguistico. Se i medici ticinesi avessero continuato ad andare a 
Pavia, com'era tradizione fino a pochi decenni fa, in Ticino non avremmo forse 
sentito parlare di tablette 'compresse' (l'importantissima industria chimica 
svizzera parla comunque soprattutto tedesco: bisogna quindi considerare i pro- 
blemi di traduzione di un linguaggio molto specialistico, destinato però anche 
alla massa dei consumatori di prodotti farmaceutici) e, molto probabilmente, 
neanche di toracale e medicale '5. 



•'* Dare scarico può anche aver il significato di 'rendere conto a qualcuno di qualcosa' ed 
è espressione che ho già sentito anche in dialetto {dà scarich). 

'5 Tanto per fare un esempio concreto, in una recente trasmissione televisiva, un medico 
ticinese, oltre ad aver usato il solito medicale, ha ripetutamente parlato di calvizia ed addirittura 
di ricettazione [sic] (nel senso di 'ricetta medica' ovviamente). 

Altro fenomeno abbastanza frequente cui si può assistere parlando con certe categorie di 
professionisti ticinesi (ingegneri, architetti, medici, avvocati, ecc.) che hanno studiato in fran- 
cese e soprattutto in tedesco (e sono, come detto, la maggioranza), è la proliferazione di termini 
tecnici stranieri inseriti di peso in colloqui in italiano: «oggi devo ricordarmi di fare la Ver- 
messung» ('misurazione'); «vado al lahor» ('laboratorio'). Il fenomeno non si restringe però 
all'ambito strettamente tecnico, cosa che sarebbe comprensibile, ma si ritrova anche nella nor- 
male lingua d'uso: «si trova in quel Gehàude in fondo alla strada». Non è quindi raro vedere 
avvocati o ingegneri ticinesi, specialmente fra i giovani laureati e fra coloro che si sforzano di 
ovviare alle carenze lessicali, annaspare alla ricerca di un termine italiano che trovano a fatica 
o che talvolta sostituiscono con l'equivalente tedesco o francese. Si ha quindi spesso l'impres- 
sione di essere di fronte ad un italiano abbastanza approssimativo e maneggiato con scarsa si- 
curezza. Bisogna però anche precisare, attenuando così la precarietà di questo quadro tracciato 
a fosche tinte, che l'ostinata ricerca dell'equivalente italiano si rivelerebbe comunque poco 
operativa in contesti strettamente tecnici e per quanto riguarda la denominazione di aspetti del- 
la realtà rigidamente collegati a contesti elvetici. 

Si deve inoltre aggiungere che la decrescente importanza assegnata all'insegnamento 
dell'italiano nella scuola ticinese, e ciò a beneficio delle materie scientifiche e soprattutto del 
tedesco, non favorirà sicuramente una miglior padronanza dell'italiano da parte delle nuove ge- 
nerazioni. 



140 ALESSIO PETRALLI 

Per gli internazionalismi il discorso è abbastanza complicato. Mi limiterò 
a notare come l'IRT sembri meno ricettivo dell'italiano d'Italia al prestito inglese. 
Come esempi si vedano senisol, coniazione autonoma piìi usata in Ticino di self 
service, e progressione a freddo a cui corrisponde in Italia il fiscal drag. Esempi 
contrari sono però pullover più frequente in Ticino di maglione (e di golfo golfino 
che suonano molto marcati in IRT) e training 'tuta da ginnastica', che sono stati ve- 
rosimilmente favoriti dalla mediazione francese e, rispettivamente, tedesca. 

Nei regionalismi burocratici troviamo il riflesso della forte autonomia 
politico-amministrativa di cui gode il Canton Ticino nel sistema federale svizzero 
(molte leggi che governano il Ticino vengono fatte da ticinesi), e delle esigenze lin- 
guistiche spesso diverse che il Ticino ha rispetto all'Italia. Oltre a ronco vignato e 
attinenza, si possono citare il patriziato 'corporazione che riunisce le piti vecchie 
famiglie del paese' e, fuoco 'famiglia, nucleo familiare', vitalissimo in IRT: il termi- 
ne era usato ed è poi stato abbandonato dalla vecchia cancelleria milanese. 

E per finire arriviamo all'ultima categoria: il localismo. Si tratta di creazioni 
autonome dell 'IRT (già abbiamo detto di servisol: non verrà da Selbstbedienung 
come vorrebbero alcuni ma sarà una contrazione della scritta, frequente nei self ser- 
vice ticinesi, sentitevi da soli). Forbicicchio, l'ultimo esempio della tabella, sembra 
essere uno dei pochi casi di influsso dell'IRT sull'italiano d'Italia i^; si tratta del 
corrispondente in italiano del tedesco Scherenschnitt ^i. 

Come "fattori culturali favorenti" il ticinesismo e relative "date e avvenimenti 
salienti" potremmo ancora ricordare le notizie fomite dall'ATS "agenzia telegrafica 
svizzera" (corrispondente all'italiana ANSA): tipico rappresentante della lingua 
ATS è il sovrano (sost.) 'il popolo', fr. le souverain, ted. der Souveràn: «il sovrano 
giurassiano ha accettato ieri la legge...». 

Importante anche il notevole afflusso turistico che parla essenzialmente tedesco 
e schwyzerdUtsch: il Ticino mristico conta infatti nove milioni di pemottamenti an- 
nui per una popolazione di 270.000 persone. 

4. Dopo aver commentato la tabella, che sostanzialmente dovrebbe aiutare a 



È infine indicativo di un certo laissez faire ticinese di fronte all'attuale penetrazione del 
tedesco, un aumento relativamente consistente delle insegne e delle scritte esposte al pubblico 
redatte solo in tedesco, senza che siano precedute dal testo obbligatorio in italiano, previsto da 
un'apposita legge. 

Queste due ultime considerazioni, ricollegate ad altre che ultimamente si odono sempre 
più spesso nel coro di lamentele sulla situazione dell'italiano nel nostro paese, non devono però 
dar luogo ad allarmismi eccessivi, ma devono servire a far riflettere e, dov'è il caso, indurre ad 
agire con interventi appropriati. 

"^ In "Tuttolibri", supplemento a "La Stampa" dell'S ottobre 1983, in un articolo firmato 
Giampaolo Dossena (specialista di giochi) trovo: "È un gioco che non ha nulla a che fare con la 
furberia [il proto aveva scrino furbiclcchio nell'articolo della settimana prima], si fa con le for- 
bici e si chiama, forbicicchio". 

1^ Cfr l'interessante e convincente storia del vocabolo in Lurati (1976, p. 185 ss.). 



OSSERVAZIONI SUL LESSICO DELL'ITALIANO REGIONALE TICINESE 1 4 1 

Stabilire alcune caratteristiche importanti del ticinesismo affinché si possa meglio 
circoscriverlo e affmché sia possibile individuarne la genesi, sarà quindi opportuno 
fissare categorie, che possano indicare più precisamente la peculiarità linguistica ti- 
cinese in rapporto all'italiano d'Italia. È solo in questo momento che il ticinesismo, 
inteso nella nostra versione ristretta e appoggiato dai riscontri sui vocabolari e con 
gli informatori, può ricevere l'inquadramento tassonomico che proponiamo qui a 
mo' di conclusione. Si tratta però in effetti piuttosto di una proposta operativa che, 
per essere efficace, dovrà venir raffinata, in funzione di una più precisa rappresenta- 
zione del complicato mondo linguistico ticinese. 

Come prima categoria proponiamo il ticinesismo assoluto, che si qualifi- 
ca in rapporto al fatto che in italiano d'Italia non esiste un'unità segnica corrispon- 
dente (mister prezzi 'funzionario dell'amministrazione federale addetto alla sorve- 
glianza dei prezzi', grotto 'tipico ristorante ticinese', caffè tazza grande 'caffè mol- 
to lungo (circa due deciUtri) servito in una grande tazza'). 

Abbiamo poi il ticinesismo formale, che si caratterizza per il fatto che in 
italiano d'Italia non esiste il significante, pur esistendo un significato corrispon- 
dente, veicolato da una forma diversa (huralista 'impiegato che sta allo sportel- 
lo', gamasce 'ghette', entrare in linea di conto 'entrare in considerazione', pen- 
na a biglia 'penna a sfera, biro'). 

La terza categoria, il ticinesismo semantico, si presenta sotto tre forme: 
ticinesismo semantico assoluto, ticinesismo semantico parziale e ticinesismo se- 
mantico contestuale. Esempi di ticinesismo semantico assoluto (in italiano d'Italia 
esiste il significante, ma non il significato ticinese) sono attinenza 'origine', patri- 
ziato 'corporazione di diritto pubblico'; per il ticinesismo semantico parziale (in ita- 
liano d'Italia esiste il significante, ma con significato normale diverso) citiamo /?ro- 
spetto 'dépliant, pieghevole', mentre per il ticinesismo semantico contestuale (unità 
segnica che si trova sia in italiano d'Italia che in IRT, ma con un raggio d'impiego 
leggermente diverso) due buoni esempi sono capanna {alpina) 'rifugio (alpino)' e 
rifugio (alpino) 'capanna (alpina)'. 

Ultima categoria è il ticinesismo sociolinguistico, che può essere di 
due tipi: ticinesismo sociolinguistico per arcaismo e/o aulicismo (in italiano 
d'Italia varietà obsoleta, aulica, letteraria, a registri sostenuti, ecc.: ad esempio 
volontieri 'volentieri'), e ticinesismo sociolinguistico per specializzazione (il tici- 
nesismo "specializza" il valore di un termine esistente in Italia accanto a geosino- 
nimi o a sinonimi funzionali: ad esempio nafta, che potrebbe però presto diventa- 
re un arcaismo). 

Come già detto, queste categorizzazioni sono solo una prima proposta, che po- 
trà poi essere sviluppata in modo da consentire una descrizione esauriente di tutti 

'8 Siamo convinti che si potranno trovare ancora molte particolarità lessicali dell'IRT, se si 
riterrà opportuno un ampliamento del corpus finora costituito. 



142 ALESSIO PETRALLI 

quei ticinesismi'8 che fanno dell'IRT un italiano regionale molto particolare. Tal- ■ 
mente particolare che potremmo magari chiamarlo italiano cantonale. 

Naturalmente quest'ultima riflessione non deve essere interpretata come un 
desiderio di differenziare l'IRT a tutti i costi, ma come la presa di coscienza di 
evidenti diversità linguistiche, conseguenza normale della storia diversa, di 
cantone svizzero più che di regione italiana, che il nostro paese ha avuto. 



POSTILLA 

In questi anni il nostro lavoro sul lessico delFIRT, di cui renderà conto una pubblicazione im- 
minente, è proseguito mettendo l'accento soprattutto sulla verifica presso informatori italiani 
(in particolare lombardi) di circa un migliaio di presunte particolarità ticinesi, e su una catego- 
rizzazione raffinata delle effettive pecualirità che sembrano "resistere" nel tempo. Di queste ul- 
time abbiamo cercato sistematicamente riscontro nei massmedia locali, e ne abbiamo sondato il 
grado di vitalità nella comunità ticinese mediante apposite inchieste presso un gruppo di par- 
lanti sociolinguisticamente rappresentativo. 

(marzo 1988) 



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di p. Giovanni Pozzi). 

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di p. Giovanni Pozzi). 

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gna, Zanichelli, (a cura di Miro Dogliotti e Luigi Rosiello). 



DISCUSSIONE 

2arko MULJACiC: Avverto la necessità di insistere sulla valeur, nel senso saussuriano, di les- 
semi esistenti in zone diverse, spesso molto lontane dal Ticino {bonariamente in Sicilia). Le 
microstrutture lessicali sono state ben studiate da Jacques Pohl e altri specialisti dei francesi re- 
gionali. Se nella Francia esagonale si trova qualche caso di septante, octante, nonante, per 
"70", "80", "90", bisogna vedere se esistono tutti e tre questi lessemi, o solo due (e quali due: 
1° e 2°, 2° e 3°, 1° e 3°) o uno solo (1° o 2° o 3°). La stessa realtà materiale fa parte di diverse 
reti di rapporti e i rapporti sono, nell'ottica strutturalista, più importanti della realtà materiale. 



Monica BERRETTA: Frequentando, anni fa, il Ticino e i ticinesi, avevo notato usi peculiari di 
morfemi di formazione di parola, frequenti non solo negli adolescenti, ma anche — quel che 
appunto mi colpiva — in parlanti colti (casi, poniamo, come interrogamento in luogo di inter- 
rogazione). 

Avevo pensato che si trattasse di incertezze dovute alla posizione sociolinguisticamente delica- 
ta, forse fragile, dell'italiano in Ticino. 

Ora però mi domando, a posteriori, se non vi siano invece delle regolarità, in questi fenomeni, 
analoghe a quelle mostrate da Petralli per il lessico, e chiedo la sua opinione sia sulla effettiva 
consistenza del fenomeno, sia sulla interpretazione che se ne può dare. 



Alessio PETRALLI: Quanto dice Zarko MuljaCic è senz'altro importante ed anch'io durante le 
ricerche mi sono posto il problema di come valutare peculiarità simili in zone diverse e talvolta 
anche molto distanti fra loro. Effettivamente il bonariamente siciliano, di significato analogo a 
quello di bonariamente ticinese ('in via amichevole') e mi sembra di poter dire, da quanto si 
legge in Leone 1982:89, di ambiti d'uso molto simili, potrebbe senz'altro essere inserito in po- 
sizione anche parecchio differente all'interno del sistema dell'italiano regionale siciliano, ri- 
spetto a quello dell'italiano regionale ticinese. 

In Ticino per esempio bonariamente subisce la concorrenza di altre peculiarità locali {in via 
banale, ma soprattutto banalmente), che a quanto mi consta non sono presenti in nessun'altra 
regione d'Italia: in un'analisi "raffinata" bisognerebbe evidentemente tener conto anche di que- 
sto fatto. 

A questo proposito si ripropone però la mancanza di strumenti idonei (qualcosa come degli 
atlanti degli italiani regionali), che possano aiutare il ricercatore, che per forza di cose potrà co- 
noscere molto bene un numero limitato di italiani regionali (e magari solo il proprio). 
L'alternativa resta quella di ricorrere ad informatori locali particolarmente competenti ed 
all'osservazione partecipante, che però non possono ovviamente esaurire che in parte, per evi- 



144 ALESSIO PETRALLI 

denti ragioni pratiche, le complesse problematiche sistemiche di un numero ingente di partico- 
larità lessicali. 

Come afferma Monica Berretta, penso che esistano effettivamente in Ticino scelte peculiari, 
anche in parlanti colti, per quanto riguarda l'uso di morfemi di formazione di parola e in parti- 
colare di certi suffissi (non penso però a livello di interrogamento per interrogazione che mi 
sembra abbastanza improbabile). Credo si tratti essenzialmente di un problema di lingue in 
contatto che ovviamente agiscono in modo particolare in Ticino, anche se poi uno stesso feno- 
meno può riproporsi in Italia a distanza di tempo, magari seguendo un'altra trafila: è il caso per 
esempio di parole formate con il suffisso -zione, molto produttivo da parecchio tempo nell'ita- 
liano per influsso dell'inglese (come esempio citerei calcolazione usato da tempo in Ticino e 
ultimamente entrato anche in Italia almeno a livello di "computerese"). 

Direi per concludere che se è vero che l'italiano regionale ticinese presenta formazioni di paro- 
le talvolta in contrasto con l'italiano d'Italia è anche vero che la formazione delle parole è in 
certi casi poco prevedibile e soggetta ad oscillazioni molto forti (anche nei diversi italiani re- 
gionali d'Italia). 

L'italiano regionale ticinese si comporta in maniera confacente alla sua situazione di contatto 
con molti altri sistemi linguistici e da ciò può a volte risultare, come detto, un panorama forma- 
tivo certamente piuttosto particolare. 

Direi comunque che bisogna andar cauti nel vedere in questo fatto unicamente un sintomo di 
fragilità ed incertezza, poiché sarebbe in fondo anche teoricamente possibile sostenere che più 
possibilità suffissali {calcolo e calcolazione, regolaggio e regolazione) siano anche giustificate, 
oltre che dal sicuro influsso più o meno facilmente focalizzabile di altri sistemi lingusitici, dalla 
possibilità di differenziare significati molto simili mediante l'uso di significanti diversi. A ben 
vedere nell'italiano regionale ticinese per molti parlanti un calcolo si differenzia da una calco- 
lazione: piuttosto strettamente legato alle nude cifre il primo, a più o meno sofisticati strumenti 
(strumentazioni!) il secondo. 



Giuliano Bernini 
(Bergamo) 

Il trattamento delle affricate neirìtaliano di Gandino (Bg) 



1. Nell'ambito degli studi sugli italiani regionali, l'indagine puntuale della va- 
riabilità nella resa delle affricate alveoprepalatale sonora (dg,) e alveolari sorda 
(ts) e sonora (dz) riveste un certo interesse, in quanto essa si discosta in misura 
notevole da quella rilevata per l'italiano regionale bergamasco in generale sia 
per quanto riguarda la sostanza fonica delle diverse realizzazioni, sia per la di- 
stribuzione di queste rispetto a parametri più propriamente sociolinguistici, sia 
infine per quanto concerne l'ordinamento relativo delle variabili in una scala di 
implicazione. Dall'analisi dei dati rilevati emerge per le affricate alveolari una 
maggior tendenza alla standardizzazione che non per l'affricata alveoprepalata- 
le e inoltre una certa rilevanza di fenomeni di tensione articolatoria nella distri- 
buzione delle diverse realizzazioni. Le pronunce che verranno prese in esame 
rappresentano comunque solo i punti focali di un continuum che comprende an- 
che realizzazioni intermedie lungo i parametri considerati. 

2. Gandino (6.000 abitanti circa, in provincia di Bergamo, a 25 km dal capoluo- 
go nell'omonima valle che confluisce nella valle Seriana) è il centro più impor- 
tante di un'area economicamente e socialmente omogenea caratterizzata da an- 
tica industrializzazione (settore tessile) che convive con una discreta attività a- 
gricola, e da una mobilità di popolazione relativamente ridotta con limitati fe- 
nomeni di immigrazione/emigrazione. Il repertorio linguistico comprende la lo- 
cale varietà di dialetto bergamasco (con una maggiore complessità fonologica e 
un maggior grado di conservatorismo rispetto alle aree adiacenti) e una gamma 
ristretta di varietà regionali di italiano, rappresentate sostanzialmente da un po- 
lo con caratteristiche marcatamente locali in parte comuni al dialetto e da un 
secondo polo con caratteristiche comuni alla koiné regionale bergamasca. Ri- 
spetto alla realtà linguistica del territorio circostante, Gandino sembra inoltre 
svolgere un ruolo pilota nei processi di trasmissione di italianismi, sia lessicah 
sia morfosintattici, nel dialetto. 



3. I dati sui cui si fonda questo studio sono costituiti da materiali sonori raccolti 
tra il 1978 e il 1979 nell'ambito di una più vasta ricerca sull'italiano regionale 
bergamasco (per la quale cfr. Berruto, 1987). I 12 informatori formano un cam- 



146 GIULIANO BERNINI 

pione che, seppur con qualche distorsione, è sufficientemente rappresentativo 
della popolazione statistica da cui è tratto' e si suddividono tra tre fasce di età 
(12-20, 21-35, 36-70 anni) e quattro classi socio-economiche, definite sia in ba- 
se all'attività lavorativa che al grado di scolarizzazione (contadina, operaia, im- 
piegatizia, dirigenziale). 

Per ciascun informatore, i materiali raccolti consistono in: (a) lettura di 15 
frasi contenenti variabili fonetiche rilevanti ai fini della descrizione dell'italia- 
no regionale; (b) conversazione, in parte libera e in parte guidata dall'intervi- 
statore. Ciascuna intervista dura dai 20 ai 30 minuti. 



4. A livello fonologico e fonetico, l'italiano regionale di Gandino ripropone un 
quadro di fenomeni comuni alle varietà di italiano regionale bergamasco (e an- 
che lombardo in genere), come per esempio la distribuzione di [e] medio-alta e 
[e] medio-bassa in funzione della struttura sillabica. Nel consonantismo ritro- 
viamo le variabili piti interessanti, che si possono disporre in un ordine gerar- 
chico che vede ai livelli più bassi, cioè quelli implicati dagli altri, la pronuncia 
velare delle nasali in fine di sillaba e la pronuncia approssimante delle occlusi- 
ve sonore intervocaliche 2. A livelli più alti si pongono rispettivamente la realiz- 
zazione prepalatale (seguita eventualmente da approssimante palatale) delle 
consonanti palatali / j, p, X / e la ridistribuzione dell'intensità delle consonanti, 
soprattutto sorde, a seconda dei contesti sillabici (p. es. sessanta, andat'o e si- 
mili). 

Le variabili che, in questa scala gerarchica, vengono a trovarsi ai massimi 
livelli (la loro realizzazione implica quella di tutte le altre) sono costituite dalle 
affricate (dg), (ts), (dz). 



5. L'affricata alveoprepalatale sonora (dg;)^ mostra realizzazioni che si dispon- 



' Le distorsioni riguardano soprattutto la prima fascia di età (leggermente sovrarappresen- 
tata) e la terza fascia di età (leggermente sottorappresentata). Questi difetti, oltre alla consisten- 
za numerica stessa del campione, non permettono computi statistici rigorosi delle probabilità di 
occorrenza delle varianti in esame rispetto ai diversi gruppi demografici o sociali, ma non infi- 
ciano neppure la validità delle osservazioni di ordine generale circa il comportamento linguisti- 
co della comunità gandinese. 

- Per Gandino, la posizione di questa variabile sulla scala gerarchica sembra diversa da 
quella proposta in Berruto (1983, p. 182) per l'italiano regionale bergamasco in genere. La que- 
stione richiede però uno studio più approfondito. 

^ Questa realizzazione è la piìi diffusa negli italiani regionali settentrionali, cfr. Canepari 
(1983) per il Piemonte (p. 99), la Liguria (p. 101), il Trentino (p. 95), il Veneto (p. 93), il Friuli 
(p. 89), la Venezia Giulia (p. 90), l'Emilia Romagna (p. 102), oltre alla stessa Lombardia (p. 
97). Lo stesso vale per la corrispondente affricata sorda [ti]. 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELL'ITALIANO DI GANDINO (BG) 1 47 

gono lungo tre parametri diversi. Uno di questi, certamente il meno rilevante in 
questo contesto dato il numero esiguo di occorrenze (solo 5 su un totale di 383) 
è costituito dal relativo arretramento del luogo di articolazione, che da alveo- 
prepalatale diventa prepalatale, cui si accompagna la riduzione del tratto [solca- 
to] nel modo di articolazione e talvolta un'approssimante palatale sonora de- 
bolmente articolata. Quattro delle occorrenze registrate, e precisamente ['ma^a] 
«(Val) Maggia», [sta'^one, non 'e 'dzjustp, della d^u'sti0-sja], ricorrono 
nell'intervista di un informante contadino (età 31 anni), la quinta, cioè [# # 
dzin'"astika] nell'intervista di un informante figlio di operai (età 13 anni). Mi 
sembra utile registrare questi fatti molto marginali sia per dare un quadro com- 
pleto delle diverse realizzazioni sia per tenere aperte altre direzioni di indagine 
che potrebbero essere fruttuose (si ricordi che pronunce altrettanto arretrate so- 
no state rilevate per il Veneto centrale)-*. Il divergere di queste pronunce da 
quella piti corrente alveoprepalatale non interagisce, d'altronde, con gli altri 
due parametri molto piià significativi che sono al centro di questa discussione. 

Il primo di questi due parametri è rappresentato dalla deaffricazione 5, cioè 
dall'indebolimento del modo di articolazione, che si riscontra sporadicamente 
dopo pausa (1 occorrenza: [##'3a]) o in confine di parola dopo approssimante 
palatale (3 occorrenze: [dej 'twoj geni'tori, i 'mjej g^ni'tori, at^ra'verso-j 
gor'nali]), e massicciamente in contesti intervocalici anche in confine di parola 
(nel 40,65% dei casi). Tra gli esempi di deaffricazione in confine di parola ab- 
biamo: 

[la 'sente, i 'govani, una gestjone, 'mio gar'dinp, 'kwesto 'gener^, ri'tjerke 
3^o'grafike, tr^ '3o:mi, 'notte '3o:mo, fa'tjeva 3oqa:re, 'trovp 'ga, o ^i'rato si 
'kjama 30'vanna, 'era g^pgra'fia, 'an"o gettato, pju 'gustp, 'kwazi ,3u, 'vaóo a 
39qa:re, a 'geryo, dagp'kare, k^ 'gokinp, su e '^u]. 

I casi di deaffricazione all'interno di parola comprendono: 

[pri39'ryeri, diri'gèrjt^, reli'gone, o'rigini, ^zi'gèrjt-s^, arti'gano, artiga'na- 
1^, re'goni, 'mene^er, kol^^'^ali, sta'gone, ra'goni, in'dagini, ragon^'ria, si 
mag;i'nava, 'manager, 'pagin^, autoge'stit^, psikp'bgika, sotjo'bgiika, ku'gini]. 

Come si può facilmente osservare dagli esempi riportati il contesto fonetico 

4 Cfr. Canepari (1979, p. 209) e soprattutto (1983, p. 93), che dà per le province di Padova 
e Vicenza la realizzazione prepalatale [d?], per altro rilevata anche in Val d'Aosta, v. Canepari 
(1983, p. 99). 

5 Lo stesso fenomeno si ha categoricamente in Toscana, dove la deaffricazione di /ds/ tra 
vocali trova però un parallelo in quella di /tj/ nel medesimo contesto. Cfr. Canepari (1983, p. 
57), Lepschy-Lepschy (1981, p. 61) e soprattutto Giannelli-Savoia (1978, p. 46 seg.). 



148 GIULIANO BERNINI 

non sembra essere rilevante per la realizzazione fricativa, il cui numero assolu- 
to di occorrenze all'interno di parola è superiore a quello in confine di parola. 
Tutti i gradi di altezza e di avanzamento/arretramento delle vocali sono ben 
rappresentati sia in posizione precedente che in posizione seguente la realizza- 
zione fricativa^'. Inoltre, in confine di parola, non sembrano esistere restrizioni 
per quanto riguarda l'elemento precedente, che può essere un qualsiasi determi- 
nante (articolo, cfr. la gente, una gestione; dimostrativo, cfr. questo genere; 
possessivo, cfr. mio giardino), un sostantivo (cfr ricerche geografiche), un ver- 
bo {cfr. faceva giocare, trovo già), un avverbio (cfr. più giusto), una preposizio- 
ne (cfr. da giocare), una congiunzione (cfr. che giochino, su e giù). 

L'aspetto più interessante della realizzazione fricativa è invece costituito 
dalla sua variabilità in funzione di fattori piij prettamente sociolinguistici. Essa 
infatti appare favorita dall'appartenenza alle fasce di età più alte (cioè dai 20 
anni in su), dove le realizzazioni fricative nei contesti pertinenti sono di poco 
superiori alla metà del totale delle occorrenze (cioè, in termini percentuali, 
55,45%). Di contro, nella prima fascia di età la resa fricativa non arriva a 1/5 
del totale delle occorrenze (in termini percentuali, 18,05%). 

Al di là di questa prima differenziazione, il fattore che in subordine favori- 
sce la deaffricazione è l'appartenenza a classi socio-economiche (CSE) medio- 
basse. Questo secondo fattore agisce in maniera diversa nei due gruppi dei gio- 
vani e degli adulti. Nella prima fascia di età, infatti, la percentuale di rese frica- 
tive, abbastanza alta per la CSE contadina (62,5%), si attesta intomo a valori 
relativamente bassi per le altre tre classi socio-economiche rappresentate nel 
campione (13,55% per quella operaia, 7,69% per quella impiegatizia, 10% per 
quella dei liberi professionisti/dirigenti). L'andamento mostra da una parte l'in- 
flusso tuttora forte del dialetto (dove la deaffricazione di /dj/ nei contesti indi- 
cati è categorica^) sull'italiano per il settore più basso della scala socio-econo- 
mica; dall'altra, la relativa vicinanza dei valori rilevati per gli altri gruppi è in- 
dice di una forte tendenza alla standardizzazione, almeno nel senso di un ade- 
guamento a una koiné provinciale o regionale. 

Nelle fasce di età degli adulti le percentuali confermano l'andamento visto 
sopra solo per i due poli estremi della scala sociale (poco meno del 79% per la 
CSE contadina e circa il 25% per quella dei dirigenti). Le due classi socio-eco- 



6 II contesto precedente è rappresentato, nel nostro corpus, soprattutto da /a/ e, in misura 
minore, da /o/, /o/ e /i/, mentre /e/, /e/ e /u/ sono poco rappresentate. Il contesto seguente vede 
soprattutto casi con diversi gradi di altezza delle vocali intermedie sia anteriori che posteriori e, 
in misura minore, casi con fi/. Anche /u/ e /a/ sono comunque ben rappresentati. È quindi trop- 
po restrittiva la regola data a questo proposito da Berruto (1983, p. 181), che ammette nel con- 
testo precedente solo articoli terminanti in vocale e nel contesto seguente solo vocali centrali e 
posteriori e la vocale anteriore alta fi/. 

7 Cfr. Bernini 1987, p. 231. 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELL'ITALIANO DI GANDINO (BG) 1 49 

nemiche intermedie mostrano al loro intemo notevoli discrepanze (p.es., tra il 
75% di un informante e 1' 11,1% di un altro nella CSE operaia e tra il 94,4% di 
un informante e il 33,3% di un altro nella CSE degli impiegati). I picchi dei va- 
lori riflettono probabilmente il permanere di una situazione di relativa omoge- 
neità linguistica, fortemente permeata dall'uso del dialetto anche in situazioni 
formali, per altro congruente con la realtà socio-economica relativamente stabi- 
le della zona. I valori più bassi riflettono invece un comportamento linguistico 
pili attento alle caratteristiche molto marcate localmente indipendentemente 
dalla informalità che si era instaurata al momento dell'intervista; comporta- 
mento probabilmente correlato con dinamiche di sindacalizzazione e/o emanci- 
pazione sociale in genere. Riprova di quanto detto, che era riferito ai dati tratti 
dalla conversazione libera e guidata, è il fatto che nella lettura di frasi l'unica 
occorrenza di /dj/ intervocalica (nel sintagma ogni giorno) è stata resa come 
fricativa da un intervistato contadino, dall'impiegato col valore superiore al 
90% e da un libero professionista. 

Un aspetto meno cospicuo (35 occorrenze in tutto su 383) delle realizzazio- 
ni di (dj) è dato dalla variante affricata alveoprepalatale sonora tesa [dj], carat- 
terizzata da una sensibile perdita di sonorità rispetto alla corrispondente realiz- 
zazione non tesa. Essa si ritrova una sola volta in contesto intervocalico all'in- 
terno di parola (cfr. [parti 'djani]) e sei volte in confine di parola tra vocali o 
approssimante palatale e vocale (cfr. [i djor'nali, i djorna'lini, si 'djoqa, di 
djin'"astika, ke dji'rava, dej' djomi]. La si riscontra anche dopo pausa (cfr. 
[## djin'"astika, ## djo'kjamo] e tra consonante e vocale (cfr. [ar^'àri 'djate, 
màri'djare, ùr| 'djiro. Tri 'dju, emard^'nati, al 'd^omo]), ma soprattutto nei 
contesti che corrispondono alla doppia dello standard all'interno di parola, cfr. 
['pjoddja, ko'raddjo, lTr)'gwaddji, pas'^addjo, ped'djore, ad*?jor'nato, 'od^^, 
mad^jor'mèrite, apod<?jare, 'leddjere, 'leddjerlo, led'^jér|do]. 

L'occorrenza in contesti intervocalici implica l'occorrenza anche negli altri 
contesti. 

Nonostante l'esiguità dei dati non permetta di operare generalizzazioni cate- 
goriche, nella distribuzione delle realizzazioni tese attraverso le fasce di età e le 
classi socio-economiche sembra tuttavia delinearsi una certa regolarità. Le realiz- 
zazioni tese sono infatti distribuite abbastanza omogeneamente fra gli informanti 
della prima fascia di età sia in contesto intervocalico che negli altri contesti indi- 
cati, con valori percentuali (sempreché attendibili) che regrediscono quanto piti si 
sale la scala socio-economica, per annullarsi comunque nel punto più alto (CSE 
dirigenziale) che non partecipa della pronuncia tesa. Abbiamo rispettivamente 
per i contesti non-intervocalici (compresi quelli corrispondenti alla doppia dello 
standard) e per quelli intervocalici: 75% e 25% per i figli di contadini; 14,63% e 
12,19% per i figli di operai; 7,69% e zero per i figli di impiegati. Per gli adulti 
abbiamo invece realizzazioni tese solo in contesti non-intervocalici, concentrate 



1 50 GIULIANO BERNINI 

nelle due CSE intermedie operaia e impiegatizia pur con un notevole scarto tra le 
due (in termini percentuali il 2,56% di contro al 35,41%). 1 dati a disposizione, 
anche disaggregati, non lasciano riconoscere correlazioni particolari, se non un 
picco del 45,83% di realizzazioni tese non-intervocaliche nell' informante impie- 
gato con il «record» del 94,4% di realizzazioni fricative. 

La realizzazione tesa e parzialmente desonorizzata rappresenta il fenomeno 
opposto all'indebolimento dell'articolazione che ha come risultato la fricativa e 
infatti questo si verifica in contesti particolarmente critici come quelli intervo- 
calici, quello in contesti «forti» e anzitutto là dove lo standard ha la pronuncia 
intensa. Le realizzazioni tese nei contesti dove è più «naturale» la deaffricazio- 
ne acquistano così un valore diagnostico di reazione alla deaffricazione e vanno 
quindi interpretate quasi come ipercorrettismi. Significativo è dunque il fatto 
che queste realizzazioni si riscontrino nella prima fascia di età, dove più forte è 
l'impatto dell'italiano, e nelle CSE più basse, dove molto più frequente è l'inte- 
razione in dialetto: la tensione viene infatti ad essere sintomo di standardizza- 
zione in corso. È possibile che anche nei settori intermedi della scala socio-eco- 
nomica e in particolare nella CSE impiegatizia le realizzazioni tese rispecchino 
un primo momento critico nel confronto tra abitudini articolatorie dialettali e 
locali e adeguamento all'italiano. 

I fenomeni di tensione, che rimangono comunque un campo d'indagine an- 
cora poco esplorato, sembrano rivestire un ruolo non indifferente nell'italiano 
regionale di Caudino (e probabilmente di buona parte della Lombardia) «: si 
pensi al relativo rafforzamento delle occlusive sorde in certe posizioni (p. es. 
['brut^p] per Bruto e brutto) e, viceversa, al relativo indebolimento delle occlu- 
sive sonore in contesto intervocalico (p. es. [tre 69t'Ul,je]), contrastato, almeno 
a Gandino, dal loro relativo assordimento davanti ad approssimante palatale (p. 
es. [stud'^jamp, 'libbri]. In questo quadro di fenomeni la stabilità di [t^, che 
non subisce mai deaffricazione, troverebbe la sua naturale collocazione. 

Possiamo costruire, a questo punto, una regola variabile che renda conto 
del comportamento descritto a proposito di (dg). Per la forma di questa regola, 
cui va attribuito solo il valore di formalizzazione descrittiva (eventualmente a 
fini comparativi), al di là di grosse questioni la cui discussione non è pertinente 
qui9, si è scelto di seguire le convenzioni adottate nello studio di Giannelli e 



8 Cfr. Sanga 1987, p. 26 sgg. 

9 Si vedano a questo proposito Kay-McDaniel (1979), Sankoff-Labov (1979) e ancora 
Kay-McDaniel (1981). Per i problemi connessi in generale con la descrizione e l'interpretazio- 
ne della variazione sociolinguistica, si vedano ancora Berruto (1984), Romaine (1984), van 
Hout (1984). Per la descrizione della variabilità in una situazione italiana complessa, v. Mioni- 
Trumper(1977). 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELLITALIANO DI CANOINO (BG) 1 5 1 

Savoia sull'indebolimento consonantico in Toscana 'o, convenzioni che permet- 
tono di illustrare i fenomeni di variabilità rigorosamente pur senza fare uso di 
tecniche statistiche di certo non adeguate al nostro campione. Nella REGOLA 
1 riportata qui sotto (come pure nella REGOLA 2 e nella REGOLA 3 illustrate 
pili avanti), i diversi gruppi di parlanti sono indicati come segue: ETÀ 1 ed 
ETÀ 2 si riferiscono alle due fasce di età rispettivamente più giovane (fino a 20 
anni) e meno giovane; CSE indica la classe socio-economica e gli indici nume- 
rici si riferiscono, nell'ordine da 1 a 4, alle CSE contadina, operaia, impiegati- 



REGOLA 1 



+ cons. 
+ anter. 
+ coron. 
- contìnuo 
+ soluz.rit. 
+ sonoro 
+ lungo 




là/- cont.\ \ 
\ b /- cont.\ / 

f<«#> 



m 



1 <^+ lungo^ 



( à /- com.\ \ 

>/ 



^- distribuito^ /- r- 



f<##> 



d <C S E 1> 




a <ETÀ 2> 
b<CSE 1,2,3> 

e •(attegg). 



a <ETÀ 1> 
b <C S E 1> 
e <C S E 2> 
d <C S E 3> 

d<ETÀ 2> 
e <C S E 3> 
d <ATTEGG> 



IO Cfr. Giannelli-Savoia (1978, 1979). 



152 GIULIANO BERNINI 

zia, dirigenziale. Gli indici alfabetici che precedono le condizioni contestuali 
indicano il grado di facilitazione che queste esercitano sull'applicazione della 
regola, con a indicante il massimo grado di facilitazione e b, e, d, etc. gradi 
sempre minori. L'asterisco segnala invece quei tratti che rendono categorica 
l'applicazione della regola. Col tratto ad hoc [ATTEGG(IAMENTI)] ci si rife- 
risce invece a tutti quei fattori di natura più psicologica e individuale che favo- 
riscono la fedeltà linguistica. 



6. La variabilità nelle realizzazioni delle altre due affricate in questione, cioè 
l'alveolare sorda e quella sonora, conferma in maniera sorprendente il quadro 
che si era delineato per l'affricata alveoprepalatale sonora, accentuando però le 
tendenze che là affioravano solo. È necessario osservare subito che entrambe 
sono in realtà sequenze di occlusiva e fricativa alveolari, che sono (semi)lun- 
ghe tra vocali anche in confine di parola e davanti ad approssimante palatale, 
conformemente alla situazione riscontrata in tutta l'Italia settentrionale n. Pari- 
menti, all'inizio di parola si ritrova solo l'affricata sonora, che altrimenti appare 
solo in certi casi (p. es. mezzo, romanzo, il suffisso -izzare) all'interno di parola. 
Le realizzazioni di (ts) variano lungo i parametri dell'avanzamento dell'ar- 
ticolazione e del suo parziale indebolimento. L'articolazione alveolare è cate- 
gorica per la fascia di età minore, mentre per il gruppo di informanti adulti 
abbiamo categoricamente luogo di articolazione alveolare per la classe socio- 
economica più alta e, tra il ceto impiegatizio, solo in correlazione con atteggia- 
menti di maggior aderenza ai modelli di comportamento linguistico non dialet- 
tali già rilevati per (dj). Altrimenti abbiamo categoricamente luogo di articola- 
zione laminale-postdentale 12 (come nel dialetto) per la CSE contadina (con 
un'unica interessante eccezione presso un informante che pronuncia alveolare 
la sequenza nell'antroponimo Ghezzi) e per quella parte di parlanti appartenenti 
al ceto impiegatizio più sensibili ai comportamenti di fedeltà linguistica già ri- 
levati. La classe socio-economica operaia si avvicina molto all'applicazione ca- 
tegorica della pronuncia alveolare (97,35% delle occorrenze) nei settori più 
esposti all'influsso dell'italiano (v. p. es. sindacalizzazione), altrimenti è carat- 
terizzata da una certa variabilità, anche se con una netta preferenza per la pro- 
nuncia postdentale (80% delle occorrenze). Tra gli esempi di pronuncia lamina- 
le-postdentale segnaliamo: [ra'gat^-si, 'zvit^-sera, 'spat^-si, 'paj^-so, ser'vit^- 



" Queste realizzazioni si discostano lievemente da quelle riportate in Canepari (1979, p. 
208) e (1983, p. 97), dove si parla di sequenze dentali. I fenomeni di avanzamento e di deaffri- 
cazione, di cui si parlerà sotto, trovano invece riscontro in diverse parti dell'Italia settentriona- 
le, in particolare in Veneto e in Emilia-Romagna, v. Canepari (1983, p. 93, 103). 

'2 Per l'uso del tratto [laminale], cfr. Ladefoged (1982). 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELLITALIANO DI CANOINO (BG) 1 53 

sJ9, rivolut-sjo'nari, manipolai '^-sjon^, sitwafi-sjon?, dirigèrit-sjal^, àq't-sjan^, 
jèr|t-se, art-sarmi, 'fort-sa]. 

L'indebolimento dell'articolazione, che non riduce la quantità della sequen- 
za, ma ha come risultato la pronuncia approssimante del primo elemento, si ri- 
scontra solo presso parlanti con pronuncia postdentale. Tra gli esempi abbiamo: 
['pe90-so, arte90-sa, ragaG'^-sina, 'gwa06-sa, indi'ri9®-so, dikjaraG'^-sione, 
direG'Q-sjone, ristrutturaG'^-sjone, negoG-'^-sjati, li'tjèqG-sa, finàqG-sja'meqti, 
'sèqG-sa]. 

Per la CSE contadina, l'indebolimento dell'articolazione, che occorre dopo 
consonante, tra vocali e tra vocale e approssimante palatale, raggiunge valori 
molto alti (71% delle occorrenze), mentre per la CSE impiegatizia e per quella 
operaia, dove l'indebolimento avviene solo tra vocali o tra vocale e approssi- 
mante palatale, i valori raggiunti sono sensibilmente più bassi se si tiene conto 
anche del contesto tra consonante e vocale (27,5% e 6,75% rispettivamente). 

Le realizzazioni di (ts) sono rappresentate nella seguente REGOLA 2, co- 
struita secondo gli stessi criteri già illustrati sopra i\ 



REGOLA 2 



+ cons. 
+ anter. 
+coron. 
-continuo 
+soluz.ril. 
+ sonoro 
+ lungo 





a (ETÀ 2> 
* <CSE1> 
d<CSE2> 
e <CSE3> 
d(ATrBaG> 



a'(-cons.^ ì 
b<(+nasale)> j 



[-distrib.] [-cons] 



a <C5EI> 
d<CSE2> 
b <CSE3> 
c<ATraaG> 



'-^ Dato che /t-s/, /d-z/ hanno allofoni con diversi gradi di lunghezza/intensità a seconda 
dell'intorno fonetico, il tratto |+lungo] può essere utilizzato per indicare la qualità di sequenza 
che li contraddistingue (a differenza di /dg/, che è una vera e propria affricata). Ovviamente, in 
una descrizione completa della fonologia dell'italiano regionale di Gandino, spetterebbe a par- 
ticolari regole il compito di descrivere nei dettagli la realizzazione fonetica del tratto l+lungo]. 



154 GIULIANO BERNINI 

7. L'andamento delle realizzazioni di (dz) ripropone il quadro già illustrato per 
il suo omologo sordo, sia per quanto riguarda l'avanzamento del luogo di arti- 
colazione che per quanto concerne l'indebolimento del modo di articolazione, 
che si distribuiscono tra le fasce di età e le classi socio-economiche esattamente 
alla stessa maniera. L'indebolimento avviene sia tra vocali che tra vocale e ap- 
prossimante palatale sia all'interno che in confine di parola (cfr. p. es. [ la^9'^- 
zona, karat^e'riò^-zi, 'meò^-zi, getH9'^-zati, organió^-zaG'^-sjone, aò'^-zjèT|da], 
di contro, a, p. es., [la_5'^-zona, 'med^-zo, penalid'<J-zato]). Esso presenta però 
valori percentuali superiori rispetto a (ts), e precisamente 80% per la CSE con- 
tadina, 40% per quella operaia, 33,3% per quella impiegatizia. C'è però una di- 
screpanza tra i valori di indebolimento della sorda rispetto a quelli della sonora, 
particolarmente evidente per le due classi socio-economiche intermedie, che ri- 
flette forse ancora una volta la rilevanza dei fenomeni di tensione, che, nel caso 
delle sorde, blocca l'indebolimento dell'articolazione (almeno solo fino a un 
certo punto nel caso delle sequenze, la cui stabilità è di per sé inferiore a quella 
delle affricate vere e proprie). 

Un certo numero di realizzazioni tese assordite caratterizzano d'altronde la 
prima fascia di età anche per la sequenza che stiamo esaminando (cfr. [ad'^- 
zjèrida, zmitid'^-zare, 'me dd-za , orid^-zòTì'tale]. 

In termini percentuali, queste realizzazioni rappresentano il 23% circa del 
totale e si riscontrano, a differenza delle realizzazioni tese di (dj), anche nella 
CSE più alta, ma non in quella impiegatizia. Nella fascia di età degli adulti ri- 
troviamo realizzazioni tese nella CSE impiegatizia e in quei settori della CSE 
operaia piìi aperti all'influsso dell'italiano, con una distribuzione che ricalca 
perfettamente l'andamento già visto per l'affricata alveoprepalatale sonora. La 
tensione sembra essere in correlazione con il luogo di articolazione alveolare 
tranne nel caso dell'informante impiegato già messo in evidenza per l'affricata 
alveoprepalatale, per il quale la pronuncia tesa si accompagna a quella postden- 
tale. Anche questa distribuzione non perfettamente regolare richiama l'ipotesi 
di interpretazione già avanzata per le realizzazioni dell'affricata (dj). 

Anche le realizzazioni di (dz) possono essere riassunte in una regola varia- 
bile, che è riportata qui di seguito come REGOLA 3 e per la quale valgono le 
stesse osservazioni già fatte per le regole precedenti. 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELL'ITALIANO DI GANDDMO (BG) 1 55 



REGOLA 3 



+ cons. 

+ anter. 

+coron. 

-continuo 

-i-soluz.rit. 

+sonoro 

+ lungo 




^ <C5EI> 

'+continuo\ /. . b /r^nioN 

/ / [-distnb.] e <CSE3> 

'* <ATIBaG> 



<+.eso> / [-cons.] ^^^^ ^. 




<CSE3> 
^ <ATffiaG> 



8. Il quadro complessivo che emerge dall'analisi del trattamento delle affricate 
nell'italiano regionale di Gandino è dunque caratterizzato principalmente da fe- 
nomeni di indebolimento/rafforzamento dell'articolazione, che porta a una dif- 
fusa variabilità nelle realizzazioni fricative e/o tese-desonorizzate soprattutto 
per l'affricata alveoprepalatale sonora. Nel caso delle sequenze alveolari i con- 
tomi della variabilità risultano molto più netti, con una preponderanza di realiz- 
zazioni alveolari uditivamente ben distinte da quelle postdentali comuni al dia- 



1 56 GIULIANO BERNINI 

letto, dove altrettanto cospicui sono i casi di indebolimento dell'articolazione a 
sequenza di approssimante e fricativa postdentali'-*. 

Dal confronto fra le realizzazioni dei singoli parlanti si delineano infine 
chiaramente alcuni rapporti di implicazione che permettono di ordinare i feno- 
meni osservati in una gerarchia che vede nei ranghi più alti la pronuncia post- 
dentale, cioè l'avanzamento (e l'indebolimento) di (dz), in quelli intermedi l'a- 
vanzamento (e l'indebolimento) dell'articolazione per (ts) e infine, nel punto 
più basso, la deaffricazione di (dg). Cioè, se un parlante indebolisce la pronun- 
cia avanzata di (dz) farà altrettanto per (ts) e pronuncerà una fricativa alveopre- 
palatale sonora tra vocali: schematicamente, (dz) 3 (ts) Z) (d3)i\ 

Nel contesto dell'italiano regionale bergamasco di Gandino, se escludiamo 
deaffricazione di (dg), è la relativa stabilità nell'articolazione delle sequenze, 
che, a parte il luogo di articolazione, ha certo contribuito a mantenerle anche 
nel dialetto. Il trattamento delle affricate a Gandino mette in luce la rilevanza 
dei fenomeni di tensione, che nel dialetto esistono ma non si esplicano allo 
stesso modo, e che probabilmente giocano un certo ruolo nel processo di stan- 
dardizzazione. Tali fenomeni andrebbero anche visti, in un programma di lavo- 
ro più ampio, in relazione al problema dell'isocronismo sillabico e della equidi- 
stribuzione della forza articolatoria. 

Infine, da un punto di vista generale e metodologico, ci sembra che indagini 
puntuali di situazioni specifiche, almeno per quanto riguarda la fonetica, rivesta- 
no un certo interesse oltre che per la possibilità di registrare nuovi fenomeni, an- 
che per l'istituzione di correlazioni tra varietà e stratificazione sociale da una 
parte e l'eventuale definizione di una nozione di «italiano locale» dall'altra. 



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14 Cfr. Bernini 1987, pp. 227-230. 

'5 Mentre nel contesto più generale dell'italiano regionale bergamasco è (dg) ad occupare 
il punto più alto della scala gerarchica, seguito da (dz) e da (ts) (cfr Berruto 1983, p. 182) e la 
resa fricativa [?] si configura come un tratto rustico e molto marcato, nell'ambito più specifico 
della comunità gandinese la situazione appare capovolta. 



IL TRATTAMENTO DELLE AFFRICATE NELL'ITALIANO DI CANOINO (BG) 1 57 

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DISCUSSIONE 

Alberto MIONI: Ho apprezzato la tua relazione sia per il dettaglio della tua trascrizione, sia per 
l'analisi che mi pare adeguata, anche se, forse, le regole in futuro potrebbero rivelarsi in qual- 
che modo semplificabili (non nascondo che così come sono sembrano ancora troppo comples- 
se). Mi pare augurabile che, estendendo l'analisi (con analogo approfondimento) ad altre parti 
della fonologia, tu riesca a inquadrare i fenomeni in tendenze generali della varietà linguistica 
sotto esame o della piìi ampia zona circostante: mi pare, ad es. che i fenomeni che tu hai esami- 
nato potrebbero inserirsi nella più ampia tematica delle scale di forza consonantica e che, tra le 
tendenze generali che possono condizionare gli esiti che tu analizzi e altri simili, vi sia anche 
quella (non abbastanza studiata) relativa all'isocronismo sillabico. 



Glauco SANGA: L'importanza dei fenomeni di tensione nell'evoluzione del consonantismo 
lombardo sta emergendo via via che la ricerca sul campo e l'analisi dei risultati ci permettono 
di conoscere meglio i dialetti lombardi (vedi il volume, cui ha collaborato Bernini, su Lingua e 
dialetti di Bergamo e delle valli, a cura di Glauco Sanga, Bergamo, Ed. Lubrina 1987; e Glauco 
Sanga, Dialettologia lombarda. Pavia, Ed. Aurora 1984). 

Alla luce di questi fenomeni possono essere interpretati fatti, finora poco chiari, dell'italiano 
popolare scritto lombardo: a) frequenza significativa di gg per g palatale (Luiggi. Dioniggi, 
raggiane), in lettere di soldati (inizio XX sec), inventari e liste dotali (XVII-XVIII sec), scritte 
nelle pitture murali (XVII-XX sec). Si tratta probabilmente di una spia della pronuncia locale 
continua (e non affricata) di g palatale italiano; a livello grafico solo gg garantisce la pronuncia 
affricata; b) assoluta predominanza della scrittura geminata di z italiano, anche nel caso di pas- 
saggio a .y (lombardo orientale, Milano): ad es. azzione. istruzzione, ragasso. nassione. ecc. Nei 
dialetti lombardi l'affricata dentale z è sempre molto forte e tesa (=zz). In proposito concordo 
con l'osservazione di Berruto, che in Lombardia — sia nel dialetto che in italiano — non vi è 



1 58 GIULIANO BERNINI 

una semplice e generale degeminazione, ma vi sono i tre gradi consonantici: breve [C], medio 
[C], lungo [C:]. In particolare, in reazione alla posizione debole, le consonanti intervocaliche 
sono generalmente realizzate con maggiore energia che in italiano, sono cioè realizzate medie 
[C], e ne fanno fede le scritture popolari, specie le più antiche, che, accanto alla semplificazio- 
ne delle doppie, hanno frequentissima la geminazione delle scempie: vello 'velo', ecc.; e) diffu- 
sione significativa della perdita di sonorità, e in generale degli scambi grafici tra sorda e sono- 
ra, nelle scritture popolari: ringhresiuto 'rincresciuto', occiciorno 'oggigiorno', vede 'fede', 
fede 'vede', ecc.; le testimonianze spesseggiano anche oggi nei compiti scolastici (ad es. a Vo- 
ghera e in Valle Intelvi). Si tratta probabilmente del risultato dello scontro tra il sistema conso- 
nantico dialettale, governato dalla tensione, e il sistema consonantico italiano, governato dalla 
sonorità. 



Giuliano BERNINI: Ringrazio i colleghi per i loro interventi, in particolare Sanga, i cui dati 
vengono a confermare indirettamente il quadro che ho delineato per Gandino per quanto riguar- 
da il fenomeno della tensione. La continuazione del lavoro nella prospettiva indicata dal colle- 
ga Mioni (soprattutto scale di forza e isocronismo sillabico) dovrebbe anche portare alla defini- 
zione di pochi tratti al cui equilibrio si possano ricondurre fenomeni fonetici che «in superfi- 
cie» appaiono divergere nei diversi italiani regionali, come p. es. nel caso degli indebolimenti 
o, viceversa, rafforzamenti di certe consonanti negli stessi contesti (si pensi alla fricativizzazio- 
ne di b intervocalica in parte dell'Italia settentrionale e alla sua geminazione in parte dell'Italia 
centro-meridionale), o anche nel caso della tendenza della deaffricativizzazione di z postconso- 
nantica nel nord (con pronunce tipo tersa per terza) e alla resa affricata di s postconsonantica 
nel centrosud (tipo inzomma per insomma). 



John Trumper - Marta Maddalon 
(Cosenza) 

Il problema delle varietà: Titaliano parlato nel Veneto''' 



0. Introduzione 

Il presente lavoro riguardante l'italiano regionale parlato nel Veneto si pre- 
figge di analizzare un campione, anche se non ancora del tutto completo, di 
parlanti provenienti dai maggiori agglomerati urbani di questa regione. 

Questo nostro campione preliminare risulta così composto, allo stato attua- 
le della ricerca: 

1) città di Padova: 27 maschi/ 27 femmine, divisi per raggruppamento so- 
cio-economico ed età (campione completo); 

2) città di Venezia (Mestre): 14 maschi divisi tra proletariato (7) e piccola 
borghesia (7); come si vede per essere completato questo sottocampione manca 
della componente medio-borghese e di quella femminile; 

3) città di Verona: 18 maschi, divisi tra PRO e PB (rispettivamente 9 e 9) e 
secondo gruppi di età; anche in questo caso manca il sottocampione medio-bor- 
ghese e quello femminile; 

4) città di Belluno e sinistra Piave (Valdobbiadene, Montello, Passo Rolle): 
7 maschi PB e 7 maschi MB, divisi per gruppi di età, di cui fino ad ora se ne 
sono analizzati completamente solo 7 (4 PB e 3 MB). 

Per avere infine un panorama il più possibile completo si è deciso di inseri- 
re anche un campione per la città di Trento, che non appartiene amministrativa- 
mente alla regione veneta, anche se qualitativamente presenta un tipo di italia- 
no regionale assai simile. Questo campione consta di 9 PB e 9 MB maschi, di- 
visi per età, mentre manca per il momento l'analisi dei 9 PRO intervistati nella 
città; si è quindi supplito con l'analisi di 6 interviste con Proletari del circonda- 
rio della città di Trento, mentre manca tuttora il campione femminile. 

All'altro estremo geografico si è iniziato ad analizzare un campione di par- 
lanti pordenonesi per ora limitato al sottocampione maschile proletario. 

Il campione ottimale che ci si era prefissi di raggiungere era articolato co- 
me nella Fig. 1 : 



* La relazione risulta così divisa tra i due autori: i paragrafi 0, 4, 5, 6.0 e 6.1 sono attribuiti 
a J. Trumper, i paragrafi 1 , 2 e 3 a M. Maddalon. 



1 60 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 



Fig. 1 Composizione del campione di informanti. 



LUOGO 


SOTTOCAMPIONE 


SOTTOCAMPIONE 


NI 


N2 




MASCHILE 


FEMMINILE 


eventuale 


analizzato 


PADOVA 


PR0(9) 


PB(9) 


MB (9) 


PR0(9) 


PB (9) MB (9) 


54 


54 


VENfEZIA 


" 


" 


" 




II 


54 


14 


(MESTRE) 




" 






" 


54 


18 


BELLUNO 


PR0(7) 


PB(7) 


MB (7) 


PR0(7) 


PB (7) MB (7) 


42 


7 


-SINISTRA 
















PIAVE 
















TRENTO 


PR0(9) 


PS (9) 


MB (9) 








27 


23 


PORDENONE 


PR0(9) 


PB(9) 


MB (9) 




TOTALE 


27 


4 




258 


120 












DONNE 


102 


27 












UOMINI 


156 


93 



Ogni raggruppamento socio-economico era a sua volta suddiviso in fasce 
di età e cioè: 18-25 anni, 26-50, 51-72. 

Di questo campione totale sono stati analizzati allo stadio attuale 120 par- 
lanti che costituiscono tuttavia un sottocampione sufficiente per individuare, da 
un lato, delle nette indicazioni di tendenza, dall'altro per iniziare ad affrontare 
una prima analisi statistica della variabilità dell'italiano regionale. 

Va precisato che i dati da noi elaborati sono stati estrapolati da interviste li- 
bere della durata media 25-30 minuti, in cui si cercava di garantire, fatte salve 
le limitazioni insite nell'uso del registratore, la maggiore spontaneità possibile. 
Si è tenuto conto, ai fini del nostro lavoro, solo delle parti in italiano, anche se 
in alcuni casi non sono mancante le parti in dialetto, proprio perché si cercava 
di evitare da parte dell'intervistatore un intervento troppo drastico nell' indiriz- 
zare la scelta del codice da parte dei parlanti. Non ci soffermeremo ulterior- 
mente in questa sede su tutta la problematica dell'intervista nelle inchieste so- 
cio-linguistiche. 

Prima di affrontare i problemi più strettamente connessi con l'analisi dei 
dati linguistici emersi dai nostri sottocampioni e dal campione globale finora e- 
saminato (N= 120), dobbiamo però soffermarci su tutta una serie di considera- 
zioni preliminari riguardanti i problemi teorici legati alla definizione e all'ana- 
lisi dell'italiano regionale parlato. 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 6 1 

1. // repertorio: Le varietà dell' italiano 

Com'è ben noto, le posizioni teoriche e gli approcci al problema delle va- 
rietà dell'italiano sono molteplici, come numerose sono le categorie varietali 
proposte nei vari casi, ad esempio italiano standard/non standard, italiano po- 
polare unitario, italiano imperfettamente imparato, italiano regionale ecc. ecc., 
come dimostra l'amplissima bibliografia in merito. Una tale eterogeneità rivela 
di fatto la complessità sia della fenomenologia riscontrata che dei problemi teo- 
rici connessi; comunque, ciascuna di queste proposte necessita di opportune ve- 
rifiche che ne mettano in luce pregi e limiti e che ne testino l'effettiva validità 
come costrutti teorici. Da parte nostra, l'istanza che emerge con maggiore forza 
è quella di un approccio che trovi la sua validità e i suoi fondamenti teorici e 
pratici nell'analisi sequenziale di situazioni concrete, che abbiano cioè la loro 
ragione e la loro conseguente verifica nella reale interazione dei parlanti. Vor- 
remmo ribadire qui che uno dei rischi maggiori in cui si può incorrere facil- 
mente è infatti quello di proporre dei costrutti teorici basati unicamente su opi- 
nioni nate a "tavolino" e non suffragate da dati sperimentali raccolti sul campo 
e analizzati. Riaffermando l'interdipendenza tra dati sperimentali e modelli teo- 
rici, rifiutiamo una sociolinguistica che nasca esclusivamente da mere osserva- 
zioni di tendenza ed in esse si esaurisca, per proporre un modello che tragga i 
suoi fondamenti sia da una sociolinguistica 'interpretativa' (Gumperz et al.) 
che da una sociolinguistica 'correlativa' (Labov et al.), i quali approcci che 
hanno come fulcro una tale interdipendenza. 

Vorremmo inoltre spendere alcune osservazioni sul problema di un partico- 
lare tipo di approccio all'analisi sociolinguistica, piti precisamente i test di au- 
tovalutazione. Non si intende certamente negare tout court la validità o l'atten- 
dibilità di simili inchieste, ma ribadiamo, come già abbiamo avuto modo di dire 
in altra sede, che si tratta di una validità e di una attendibilità relative. Altret- 
tanto si dica di test in cui la scelta del codice e le modalità dell'interazione ven- 
gono pesantemente indirizzate, quando addirittura non imposte, dagli intervi- 
statori e dagli enquéteurs stessi. Queste strategie sono ampiamente in contrasto 
con l'approccio interpretativo in cui ogni analisi sequenziale di reali interazio- 
ni, le pili spontanee possibili, serve a verificare di volta in volta la validità 
scientifica delle categorie e delle funzioni prescelte. 

Prima di iniziare l'analisi vera e propria di un tipo di italiano regionale vor- 
remmo soffermarci brevemente sul problema del repertorio italiano, così come 
viene presentato dai maggiori autori che si sono occupati dell'argomento. Essi 
hanno individuato una serie di partizioni, più o meno articolate, che presentano 
come poli estremi da un lato il dialetto, dall'altro l'italiano 'standard' o 'comu- 
ne'. Lo spazio all'interno di questa polarizzazione viene poi segmentato a se- 
conda degli autori in: 



1 62 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

a) dialetto italianizzato/italiano dialettalizzato; 

b) italiano popolare; 

e) italiano regionale 1 / italiano comune 1 ; 
d) italiano regionale 2 / italiano comune 2. 

Mentre tutti gli autori risultano abbastanza concordi nel definire le condi- 
zioni e le caratteristiche delle situazioni agli estremi della polarizzazione, che 
sono del resto, per motivi opposti, le meno rappresentate nel repertorio globale 
dei parlanti italiani, esiste una grande eterogeneità di definizioni e di suddivi- 
sioni dello spazio intermedio. Se tutti sono concordi nel constatare un progres- 
sivo e costante regresso dell'uso esclusivo del dialetto, per lo meno delle sue 
varietà locali (denominate patois da alcuni autori quali Pellegrini, Cortelazzo, 
ecc.), è pur vero che bisogna forse distinguere tra la situazione di regioni in cui 
è riscontrabile una koinizzazione dialettale più o meno ampiamente comune ri- 
spetto a quelle di regioni in cui ciò non avviene. 

Per quanto concerne l'altro polo, cioè l'italiano standard, per alcuni autori 
quali Canepari e Sobrero l'italiano comune (comune 2 di Sobrero), si desume 
che esso non debba avere connotazioni sociolinguistiche, non debba presentare 
'deviazioni' regionali di alcun tipo (siano esse morfo-sintattiche, lessicali o al- 
tro), debba corrispondere nella maniera più fedele possibile all'uso scrittuale, 
debba inoltre essere esente da tonie regionalmente connotate (Pellegrini 1962 e 
passim). Va comunque rimarcato che una tale definizione di uno 'standard' o 
'lingua comune' è fortemente in contrasto con il concetto di standard nelle lin- 
gue europee con standard plurisecolare, com'è il caso dell'inglese o del france- 
se, in cui la pronuncia standard ha poca attinenza con lo standard scrittuale, 
cioè in cui si hanno due standard, uno 'parlato' -'parlato', l'altro 'scritto '-'scrit- 
to'. Alla luce di quanto detto il far riferimento nell'uso orale ad uno standard 
scrittuale è caratteristico, da un lato, in situazioni in cui gli standard siano net- 
tamente separati, delle nuove classi emergenti, dall'altro di situazioni in cui 
non esiste uno standard orale, quindi in ogni caso di situazioni di insicurezza 
linguistica. In questo senso dunque ci sembrerebbe quantomeno improprio par- 
lare tout court di standard orale (= italiano comune 2) nel caso dell'italiano, ma 
su questa problematica torneremo nel paragrafo successivo. Del resto per am- 
missione degli stessi autori che fanno riferimento a tali categorie, esso sembra 
essere patrimonio di settori molto ristretti della popolazione quali attori, spea- 
ker radiotelevisivi e pochi altri (Pellegrini 1962 et passim, Canepari 1975). 

Fatte salve le due posizioni estreme cui abbiamo accennato, ciò che ci ri- 
mane da discutere e definire è il vasto spazio intermedio che rappresenta sicu- 
ramente la maggioranza delle reali produzioni linguistiche dei parlanti italiani. 
Se vogliamo accettare le definizioni di Mioni 1975, Canepari 1975, Mioni- 
Trumper 1977, Somicola 1977, Sobrero 1979, dovremo considerare questo spa- 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO >fEL VENETO 1 63 

zio linguistico come un continuum in cui di fatto i confini superiori di una data 
partizione costituiscono al contempo i confini inferiori di quella successiva. 
Restano ora da discutere il numero e le modalità delle divisioni categoriali di 
tale spazio. La posizione più diffusa è quella di suddividere il continuum in 
quattro categorie di base, cui altri autori come Canepari e Sobrero aggiungono 
ulteriori suddivisioni inteme. Esaminiamo in via esemplificativa la partizione a 
sei proposta in Sobrero-Romanello 1981, pp. 30-34, cioè: 



Italiano comune 2 
Italiano comune 1 



Italiano regionale 2 
Italiano regionale 1 



Dialetto 2 
Dialetto 1 



Tale schema riproduce in modo più articolato lo schema di Sobrero 1978 
(pag. 127). Ancora più complesso ma sostanzialmente simile è lo schema a otto 
livelli proposto in Mioni 1979 (pag. 111). 

Il problema principale è costituito appunto dalle modalità in base alle quali 
queste suddivisioni vengono operate. Non risulta infatti chiaro in che senso ad 
esempio Sobrero 1981 affermi che, da un lato, le variabili linguistiche siano 
soltanto debolmente associate a fattori socio-economici, dall'altro che l'asso- 
ciazione forte e generalizzata è tra la scelta di codice e il gruppo di età dei par- 
lanti (op. cit. pag. 37, cfr.; anche Sobrero 1979: 65-66), dal momento che l'in- 
dividuazione stessa della partizione all'interno dei codici è effettuata tramite la 
presenza di determinate variabili linguistiche, come sembra affermare anche 
Mioni 1979: 111. Se così non fosse, non si vede in che altro modo sia possibile 
stabilire a priori una determinazione dei codici funzionali del repertorio così in- 
dividuati. 

La nostra proposta, dunque, è di rovesciare in qualche modo l'ordine dei 
problemi, partendo dall'individuazione e dall'analisi statistica della presenza 
qualitativa e quantitativa sia delle variabili linguistiche pertinenti che dei conte- 
sti di commutazione in cui si registrano l'operatività e il grado variabile di ope- 
ratività di tali variabili. L'attuale lavoro tratterà di conseguenza il problema del- 
la variabilità linguistica di per sé del codice 'italiano', rimandando a un secon- 
do momento della ricerca il compito di definire le varietà in base alle proprietà 
statistiche delle variabili prescelte. Per i nostri commenti sull'argomento di- 



1 64 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

glossia, per definire meglio il continuum italiano (per una risposta negativa cfr. 
Somicola 1977, Sobrero 1979), si vedano Trumper-Maddalon 1982 e Trumper 
1984. 

Nell'attuale fase della ricerca propendiamo per considerare come 'apparte- 
nente' alla categoria 'italiano regionale' ogni produzione linguistica della reale 
interazione italiana che non sia definibile in modo inequivocabile come dialetto 
o che non sia la produzione di quella piccolissima percentuale di professionisti 
della lingua cui abbiamo accennato in precedenza. Con ciò non intendiamo af- 
fatto sostenere che esista un'effettiva omogeneità nella produzione linguistica 
di almeno il 98% dei parlanti italiani quanto piuttosto richiamare l'attenzione 
sull'arbitrarietà di partizioni che, non essendo corredate da opportuni criteri 
classificatòri testabili, risultano per molti versi ad hoc. Vorremmo far notare in- 
fine che proprio il criterio maggiormente invocato da molti autori citati come 
principale sintomo e criterio classificatorio di 'regionalità', e cioè il lessico, è, 
al contrario, per le sue peculiari proprietà statistiche il meno analizzabile tra i 
possibili criteri applicabili alla produzione orale. Finora, del resto, nessuno stu- 
dioso ha mai dimostrato che i vari indici di frequenza e la distribuzione di va- 
riabilità del lessico rilevati per la produzione scritta siano o identici o correlabi- 
li con possibili indici e distribuzioni del lessico del parlato. Tantomeno rispetto 
a potenziali differenze tra diversi gruppi socio-economici e generazionali! 

2. // campione veneto del nostro progetto 'italiano regionale' . 

Si sono già discusse nell'introduzione le modalità di divisione del campio- 
ne che esamineremo (vedi fig. 1). Ci sembra opportuno, comunque, ritornare 
sul pili problematico dei tre criteri adottati e precisamente sulla suddivisione in 
'classi sociali'. Come si nota dalla terminologia da noi usata in precedeneza si 
è volutamente evitata tale denominazione, preferendo quella di 'raggruppamen- 
to socio-economico'. Tale scelta trova le sue principali giustificazioni soprattut- 
to nella difficoltà di giungere ad una definizione sociolinguisticamente corretta 
di 'classe sociale' da un lato, dall'altro nei criteri adottati per arrivare ad una si- 
mile classificazione. All'individuazione di questi raggruppamenti socio-econo- 
mici hanno contribuito infatti anche fattori non puramente economici, dal mo- 
mento che il fattore 'reddito' (che del resto è in molti casi il meno direttamente 
controllabile (e accessibile) è stato integrato con fattori quali grado di istruzio- 
ne (forse meno indicativo degli altri parametri), posizione occupazionale, stile 
di vita e aspirazioni sociali. Non essendo la nostra un'inchiesta strido sensu so- 
ciologica, teniamo a precisare che alcune di queste osservazioni sono state de- 
sunte o da precedenti informazioni sui soggetti intervistati o da affermazioni 
più o meno occasionali riscontrate nel corso dell'intervista stessa, nonché 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: LTTALIANO PARLATO NEL VENETO 1 65 

dall'osservazione effettuata in loco. Questo, comunque, resta il problema più 
rilevante in questo tipo di inchiesta e richiederebbe degli approfondimenti mag- 
giori anche da parte dell'altro versante, quello piìi prettamente sociologico. 

Pur non essendo ancora il campione del tutto completato (ca. il 50%: vedi 
fig. 1 ), soprattutto per quanto riguarda il componente femminile, crediamo tut- 
tavia che un simile campione sia in grado di fornirci dati sufficienti per cercare 
di individuare il 'nucleo comune' che costituisce l'italiano regionale parlato nel 
Veneto e nel Trentino. Accanto a questo primo momento di analisi atto ad indi- 
viduare inventari e processi comuni, ci siamo riproposti di testare l'omogeneità 
o, al contrario, ove essa esista, l'eterogeneità nel comportamento linguistico dei 
diversi gruppi di età, dei 'raggruppamenti socio-economici' e, dove sia possibi- 
le, tra i due sessi, allo scopo di riscontrare e testare una possibile correlazione, 
pure in senso statistico, tra tali suddivisioni e la effettiva produzione linguistica. 

Il nostro campione, se confrontato con le cifre di campionamento proposte 
in altre inchieste può sembrare numericamente irrisorio. Ribadiamo però che 
nel nostro caso l'analisi verteva su interviste di circa 30 minuti ciascuna, atte 
ad esplorare le variabili fonetico-fonologiche da noi qui analizzate, senza per 
questo escludere variabili morfologiche e sintattiche, e che tali interviste richie- 
dono un'interazione molto dispendiosa dal punto di vista temporale, nonché dal 
punto di vista puramente analitico. Sarà chiaro a tutti coloro che abbiano avuto 
analoghe esperienze di lavoro sul campo come tutto ciò risulti molto più onero- 
so che non l'analisi e l'interpretazione dei questionari comunemente usati nella 
maggior parte degli studi finora compiuti. In secondo luogo per il tipo d'analisi 
da noi intrapreso e sulla scorta di precedenti lavori effettuati si è constatato che, 
già con un campione non randomizzato ma diviso per raggruppamenti socio-e- 
conomici e di età di ca. 100 persone, un considerevole numero di variabili pre- 
senta una distribuzione non ancora gaussiana della variabilità ma almeno bino- 
miale, fatto invece non riscontrabile nel caso di campioni di ca. 50 parlanti. In 
questi casi (campioni di più di 100 parlanti) è sufficiente operare con la percen- 
tuale di variabilità, ottenendo dei risultati attendibili senza ricorso al tipo di cal- 
colo effettuato nei noti lavori di Labov, Sankoff, Trudgill ed altri. È evidente 
quindi che all'aumento del numero dei parlanti testati corrisponde di conse- 
guenza una maggiore tendenza dei dati di variabilità alla normalità. 



3. Inventari comuni, variabili testate, risultati ottenuti. 

Prima di passare all'analisi dettagliata delle variabili prescelte proponiamo 
una breve discussione degli inventari degli estremi del continuum linguistico, 
più particolarmente degli inventari fonemici. Il vocalismo di ambedue è costi- 
tuito dallo stesso sistema eptavocalico già esaurientemente trattato in tutta la 



1 66 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

letteratura in merito, tranne che per il sotto campione pordenonese che presen- 
ta, tramite la riduzione delle vocali medie, un sistema pentavocalico, come il 
veneto giuliano. Le diversità tra i due estremi constano di una differente distri- 
buzione delle vocali medie /e ~ e/, /o ~ o/che a loro volta sono alla base di insi- 
curezza e di variabilità nell'interlingua che è l'italiano regionale. Forniamo a 
scopo esemplificativo due casi di quanto detto. Il dialetto di Padova presenta 
dei casi di apertura vocalica in posizione davanti ad 'r' (il dialetto di Vicenza 

generalizza questo processo), cioè informalmente /e/ — > /e/ / /r/, processo 

dialettale che interferisce sull'italiano regionale e che produce variabilità in un 
gruppo di lessemi ben preciso. Diamo una breve esemplificazione del compor- 
tamento di 6 parlanti del sottocampione padovano: 

1. MB maschio 51-72 anni: 'vedére', 'ottenére' ma 'véro'; 'avere', 'vèrgine'; 

2. MB donna 51-72 anni: 'avere', 'vedére', 'piacére', 'vérdi' (1 volta), 'vé- 
ro' ma 'avere' (1 volta), 'vérdi' (1 volta); 

3. PB maschio 51-72 anni: 'vedére', 'avere', 'néro', 'véro', 'sapere' (que- 
sto parlante non presentava casi di /e/ in posizione davanti ad 'r' nella produ- 
zione analizzata); 

4. PB donna 51-72 anni: 'avere' (1 volta), 'volére', 'néro' ma 'avere' (varie 
volte); 

5. PRO maschio 51-72 anni: soltanto 'avere', 'dovére', 'véro', 'sapere'; 

6. PRO donna 51-72 anni: soltanto 'séra', 'néro', 'vérgine', 'avere', 'tené- 
re', ma 'prèsto' secondo la distribuzione dialettale. 

Il secondo esempio riguarda le opposizioni /e ~ e/, /o ~ o/ in posizione da- 
vanti a nasale implicata (senza contare i casi di 'bène' per 'bène'). 

Tutti i gruppi dialettali caratterizzati dal sistema eptavocalico presentano la 
neutralizzazione dell'opposizione /o ~ o/ a favore del primo membro in questa 
posizione, come d'altronde il toscano e il cosiddetto 'italiano standard'. I grup- 
pi dialettali padovano, veneziano e veronese generalizzano tale neutralizzazio- 
ne a tutte le vocali medie, per cui si ha anche /e ~ e/ — > /e// NC tranne nei 

paradigmi dei verbi 'venire' e 'tenere' e in alcuni lessemi 'dotti'. Va notato pe- 
rò che anche nei dialetti in cui si mantenga l'opposizione in questo contesto la 
distribuzione dei fonemi non corrisponde necessariamente a quella toscana, ad 
esempio si ha uniformemente 'ménte', '-ménte', '-mento' rispetto alle forme 
'ménte', '-ménte' '-mento' del toscano. Nel caso dei gruppi padovano-venezia- 
no-veronese si rilevano dalle conversazioni percentuali di /e/ in tale contesto 
non significativamente diverse dal 100%. Nell'attuale lavoro abbiamo studiato 
a fondo questo secondo problema, lasciando il primo ad un successivo comple- 
tamento dell'analisi. 

Passiamo ora a riconsiderare il problema degli inventari consonantici par- 
tendo dall'estremo ALTO del continuum come analizzato in Muljaéic 1972 et 
al.. Il sistema di opposizione può essere abbreviato come nella fig. 2, escluden- 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALLSlNO PARLATO NEL VENETO 1 67 

do per motivi morfonologici possibili segmenti /j, w/ . 

L'inventario minimo conterrà 20 segmenti fonologici di base composti di 
15 che possono essere sia scempi che doppi, 5 che si presentano unicamente 
come doppi (lunghi). 



Fig. 2 Sistema consonantico dell'italiano standard 





LABIALI 


CORONALI 
(alveo-dentali) 


CORONALI 

(palato-alveolari) 


PALATALI 


VELARJ 


OCCLUSIVE 


P/PP 


t/tt 








kAk 




b/bb 


d/dd 


— 


— 


g/gg 


AFFRICATE 


— 


tts 


tl/ttj 


— 






— 


ddz 


d3/dd3 


— 


— 


CONTINUE 


f/ff 


s/ss 


1! 


— 


— 




v/vv 


(z) 


— 


— 


— 


NASALI 


m/mm 


n/nn 


— 


JiJi 


— 


LIQUIDE 


— 


1/11 


— 


XX 


— 


VIBRANTI 


— 


r/rr 


— 


— 





Quanto ai sistemi dialettali, essi possono essere riassunti nelle figg. 3, 4, 5 
e sono desumibili da Lepschy 1962 e 1963, Trumper 1972 e 1977, Pellegrini 
1949 e 1975, Zamboni 1974. Il primo scoglio in cui incappa il parlante (dialet- 
tòfono — italòfono) è costituito dalle mancate corrispondenze nell'inventario 
tra i vari sistemi che egli padroneggia, con maggiore o minore competenza. 



Fig. 3 Sistemi consonantici veneti: A (Belluno-Sinistra Piave; Padova rurale; 
Verona rurale). 



LABL\LI 



CORONALI CORONALI-R\LATALI VELARJ 



OCCLUSIVE 
AFFRICATE 



t 
d 
morbide stridule 



CONTINUE 

NASALI 

LIQUIDE 

VIBRANTI 



e 

(9) 



1 68 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

Fig. 4 Sistemi consonantici veneti: B (Trentino; Belluno-Sinistra Piave urbano; 
alcuni centri minori veronesi). 



LABIALI CORONALI CORONO-PALATALI VELARI 

DENTALI POST- 

ALVEOLARI 

OCCLUSIVE p t — e k 

b d — i g 

CONTINUE f s ^ — — 

V z z — — 

NASALI m — n — ji — 

LIQUIDE _ _ 1 _ _ _ 

VIBRANTI _ _ r — — — 



Fig. 5 Sistemi consonantici veneti: C (Padova, Venezia, Verona: sistemi urbani; 
Pordenone presenta C, con alcuni parlanti anziani ancora in fase di transizione 
da B a C). 



LABIALI CORONALI CORONO-PALATALI VELARI 

OCCLUSIVE p t e k 

b d } g 

CONTINUE f s — — 



NASALI m n IL- 

LIQUIDE _ 1 _ 

VIBRANTI — r — - 

c/j in genere sono affricate alveo-palatali, talvolta affricate palatali nei sistemi rurali. 



Come si vede confrontando gli inventari delle figg. 3, 4, 5, con quello della 
fig. 2, le differenze pili eclatanti risultano essere: 1) la mancanza nei sistemi 
dialettali dell'opposizione consonante scempia/consonante doppia, 2) l'assenza 
dei fonemi /ts, dz, j X/ presenti invece nel sistema italiano. Per la discussione 
delle regole e dei processi coinvolti in questo confronto interlinguistico si veda- 
no Mioni-Trumper 1977 e Trumper-Maddalon 1982. Ci limiteremo quindi in 
questa sede a fornire l'elenco delle variabili che saranno l'oggetto della nostra 
analisi del campione intraregionale: 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: LITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 69 

var. 1: realizzazione del fonema /b/ non come occlusiva, ma o come fono 
non completamente occluso e di difficile interpretazione percettiva {^[y)] o co- 
me continua [P] o come approssimante [{3^1 (per questa convenzione si veda 
Ladefoged 1983, Tab. 8/2 'symbols for combination of terms in table 8/1 a'; 
Canepari 1983: F. 5.73 dà soltanto [P] approssimante bilabiale, non distinguen- 
do tra costrittive e approssimanti bilabiali). Data però la non elevata ricorrenza 
di /b/ in una conversazione della durata di ca. 30 minuti, si è optato per cumula- 
re tutte le realizzazioni non occlusive di /b/ e su questi dati si è poi calcolata la 
percentuale di variabilità. 

Var. 4: realizzazione del fonema /d/ come non occlusiva; in un primo mo- 
mento abbiamo cumulato tutte queste realizzazioni; cioè foni non completa- 
mente occlusi [òj], costrittivi [9] o approssimanti [ò^J nella convenzione di La- 
defoged 1983 Tab. 8/1 a, 8/2, [5] nella convenzione di Canepari 1983 F. 5.73. 

Var. 5: questa variabile rappresenta il totale delle realizzazioni come ap- 
prossimanti [9y] [6] a seconda dell'autore rispetto al totale delle realizzazioni 
non occlusive. 

Var 6: rappresenta tutti i casi di evidente cancellazione del segmento /d/ 
rapportati al totale delle realizzazioni come approssimanti. Il conteggio di una 
tale variabile presuppone evidentemente il graduale passaggio fonetico fd — > 6^ 

Var. 7: realizzazione del fonema /g/ come non occlusiva; si presuppongono 
di nuovo tre tipi fonetici, cioè fono non completamente occluso [gT], costrittivo 
[y], approssimante trascritto o [y] o [u\] a seconda dell'autore: l'AFl aggiornato 
ora accetta il simbolo [iq]. È pur vero che nel caso del nostro campione non si 
sono mai riscontrati casi di realizzazioni come vera costrittiva ma soltanto co- 
me [gY] o [u\]. 

Var 8: realizzazione del fonema /g/ come approssimante [u\] Le percentuali 
di casi rilevati non sono risultate sufficientemente significative; infatti i risultati 
sono compresi nell'analisi fattoriale per completezza ma non per altri aspetti 
dell'analisi. 

Var 9: rappresenta tutti i casi di evidente cancellazione del segmento /g/, 
rapportati al totale delle realizzazioni come approssimante. Valgono le stesse 
considerazioni fatte per la variabile 4. 

Var 10: realizzazione del fonema /v/, ortofonicamente una costrittiva labio- 
dentale, o come approssimante bilabiodentale \x>] o come approssimante velo- 
labiale [w]. 

Var 11 : tutti i casi di evidente cancellazione del segmento /v/, rapportati al 
totale delle realizzazioni come approssimanti. 

Var 12: per quanto riguarda la realizzazione delle consonanti doppie o lun- 
ghe dell'italiano abbiamo semplificato altri schemi proposti e ridotto la scala 
delle lunghezze percettive a tre, cioè: 



1 70 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

a. (C:) vera geminata o contoide molto lungo, 

b. (C) contoide moderatamente lungo ma non una vera geminata, 
e. (C) contoide scempio, di durata minima. 

In prima istanza abbiamo cumulato le realizzazioni b+c rispetto al totale 
a+b+c. 

Var. 13: viene riferita alla variabile 12 ma in questa istanza abbiamo consi- 
derato le realizzazioni e rispetto al totale b+c. 

Var. 14: percentuale di totale neutralizzazione dell'opposizione consonanti- 
ca tra geminata e scempia, cioè i casi di e rispetto al totale a+b+c. 

Var. 15: percentuale di neutralizzazione dell'opposizione /ts ~ s/. 

Var. 16: percentuale di resa dell'opposizione /ts ~ s/ nei termini fonetici 
[s~^] : tale variabile ha, nel campione considerato, principalmente valore dia- 
topico. 

Var 17: percentuale di neutralizzazione dell'opposizione (settentrionale) 
/dz ~ z/. 

Var 18: percentuale di resa dell'opposizione /dz ~ z/ nei termini fonetici 
[z~?]: valgono le stesse osservazioni della variabile 16. 

Si noti che con la trascrizione [s z] si intendono delle costrittive solcate ve- 
ramente dentali (con evidente presenza di rumore bianco dai ca. 5-6 KHz in su 
e non dai 2-3 KHz in su come nel caso delle costrittive alveolari). 

Var 19: la percentuale di neutralizzazione dell'opposizione /} ~ s/, con resa 
del fonema /}/ come [s, sj, s, sj]. Anche qualora i membri del nostro campione 
realizzino /// come [J], allofoni labializzati IJ^] ricorrono soltanto davanti alle 
vocali posteriori /u, o, o/, diversamente dal caso toscano in cui [r] ricorre da- 
vanti a qualsiasi vocale. 

Var 20: tasso di neutralizzazione dell'opposizione /e ~ e/ davanti a nasale 
implicata, come indicato all'inizio di questa sezione; questa variabile, a livello 
intraregionale, ha principalmente valore diatopico. 

Accanto a queste variabili individuate nel corso della prima analisi, sono e- 
merse altre variabili fonetico-fonologiche adatte all'analisi globale del conti- 
nuum di interazione verbale panveneta, come ad esempio le possibili realizza- 
zioni di /X/, di /l/, di /r/ neutralizzazioni vocaliche davanti ad /r/ in atonia, gradi 
di nasalizzazione di vocoidi, ecc., ecc., variabili che però verranno eventual- 
mente discusse in ulteriori lavori. 

Per quanto riguarda la variabilità diatopica all'interno della regione (qui in- 
tendiamo il Veneto-Trentino), le percentuali di variazione per ogni singolo sot- 
tocampione e per ogni singola variabile sono fomite nella Tab. 1, assieme al 
valore della varianza e quello stimato della deviazione standard (a^, (5 rispetti- 
vamente). Come si vede, è stato omesso il sottocampione pordenonese in quan- 
to per il momento composto di un numero troppo esiguo di parlanti, anche se il 
suo apporto è stato calcolato nelle cifre per il totale del sottocampione maschi- 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 7 1 

le. La variabilità diastratica è fornita nella Tab. 2, per cui valgono le stesse pre- 
cisazioni di cui sopra, tranne per l'inclusione del sottocampione pordenonese. 

Prima di passare all'analisi statistica vera e propria, in base ai dati delle 
Tabb. 1 e 2, possiamo già cominciare ad avanzare delle ipotesi preliminari. Par- 
tendo dalla Tab. 1, riguardante le differenziazioni diatopiche, si può intanto os- 
servare che, pur all'interno del quadro di un italiano regionale parlato, relativa- 
mente omogeneo, emerge l'esistenza di un primo 'blocco' dialettale composto 
dai sottocampioni di Belluno-Sinistra Piave e Trento che si differenzia netta- 
mente da un secondo 'blocco' composto dai sottocampioni di Padova, Venezia 
e Verona, per quanto riguarda le variabili 7, 11, 15, 16, 17, 18, 20; invece nel 
caso della variabile 4 l'aggregazione sembra riguardare i sottocampioni trenti- 
no e veronese. 

Questo comportamento viene ribadito anche nel caso delle variabili 1 e 10 
in cui, ancora una volta, il sottocampione veronese si stacca dal 'blocco' pado- 
vano-veneziano per aggregarsi agli altri sottocampioni, dando vita ad un nuovo 
raggruppamento composto da Belluno-Sinistra Piave, Trento, e Verona. Prima 
di proseguire nell'analisi vorremmo soffermarci brevemente sull'interpretazio- 
ne delle variabili 1 e 10. 

Come risulta dalle fig. 3, 4, 5 i sistemi urbani posseggono l'opposizione /b/ 
~ /v/, comprendente una gamma allofonica che contempla realizzazioni del tipo 
[P ~ 1)], nelle quali però è mantenuta costante la funzione oppositiva. Nel caso 
dei dialetti rurali, invece, l'opposizione di base è data da /b ~ (3/, opposizione 
che viene mantenuta esclusivamente grazie alla presenza/assenza del tratto 
'continuo', risultando coincidenti tutti gli altri tratti. Ne consegue che i dialetti 
rurali, pur presentando allofoni approssimanti di /d, j, g/ e molto più frequente- 
mente che nel caso del nostro campione, bloccano tali processi allofonici nel 
caso del fonema Ibi, proprio per tutelarsi dalla perdita di un'opposizione assai 
funzionale. Un'ulteriore prova di ciò è data semmai dal noto fenomeno del be- 
tacismo nei dialetti rurali, ad esempio hùo 'avuto', bólpe 'volpe', salhègo 'sel- 
vatico', baón 'ingresso del campo' (< uàdònem) ecc., in contrasto con i dialetti 
urbani. Sembra quindi evidente che la percentuale relativamente bassa delle va- 
riabili 1 e 10 per il raggruppamento Trentino-Belluno/Sinistra Piave- Verona 
stia ad indicare il permanere di legami più stretti di questi agglomerati urbani 
con il loro retroterra agricolo (rurale). Per quanto riguarda i processi di lenizio- 
ne è da rimarcare che l'ordine di indebolimento di un segmento è il seguente: 



1) g (PD 61.52%, VE 72.11%, VR 66.85%) 

2) rd (PD 42.03%, VE 43.56%, VR 34.15%) 
tv (PD 38.18%, VE 45.92%, VR 30.25%) 



172 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

3) b (PD 15.65%, VE 22.82%, VR 9.94%). 

L'ordine di cancellazione, invece, è speculare rispetto alla gerarchia stabili- 
ta, cioè: 

1) d (PD 6.84%, VE 3.93%, VR 4.01%) 

2) V (PD 4.74%, VE 2.98%, VR 2.86%) 

3) g (PD 0.78%, VE 0.9%, VR 0.51%). 

Tali gerarchie di indebolimento consonantico e di resistenza alla caduta 
completa sono alla base di molti 'scambi' consonantici diacronici nei dialetti. Il 
nord Veneto e il Trentino dimostrano diverse gerarchie di lenizione che forse 
indicano una diversa cronologia del fenomeno globale. Riassumendo dunque 
queste osservazioni preliminari, si nota che il fatto più eclatante risulterebbe la 
posizione di transizione tra gli altri due raggruppamenti ricoperta dalla città di 
Verona. Questo ruolo cuscinetto di Verona viene del resto confermato dal suo 
comportamento particolare nel caso delle variabili 13 e 14, in cui si distingue 
nettamente dagli altri sottocampioni. 

Passiamo ora a trattare brevemente la relazione tra variabili demografiche e 
variabili linguistiche, in primo luogo la differenza tra i due sessi. Bisogna co- 
munque tener presente che, come si è già detto, i dati relativi al sesso a cui fac- 
ciamo riferimento sono puramente indicativi, vista la sproporzione tra il nume- 
ro di soggetti che compongono i due sottocampioni. Nonostante ciò, ci sembra 
lecito concludere, in base ai dati presentati nelle Tabb. 1 e 2, che le differenze 
di comportamento linguistico non si discostano da quelle ipotizzate per un tipo 
di società occidentale ad alto o medio sviluppo industriale. La maggiore accu- 
ratezza tipica in genere del comportamento linguistico femminile emerge nel 
nostro caso più chiaramente nel caso delle variabili 1, 4, 5, 7, 12, 14, 15, 17 e 
in modo meno marcato nella variabile 10. L'unica variabile che sembrerebbe 
smentire quest'ipotesi è la 9, le cui medie però non sono significativamente di- 
verse dallo 0%. Concludiamo questo breve excursus ricordando che, diversa- 
mente dalle osservazioni fatte nel caso del campione maschile, tutto quanto 
detto, pur rispecchiando molto probabilmente la tendenza generale, è comun- 
que frutto di un'analisi relativa ad un campione femminile ancora troppo ri- 
stretto per permetterci delle considerazioni generali. 

Affrontiamo ora il problema dei conflitti generazionali. Secondo le previ- 
sioni, il gruppo più giovane (18-25 armi) risulta più accurato nel caso delle va- 
riabili 12, 13, 14, 15, 17 rispetto agli altri due gruppi che invece non risultano 
differenziati fra di loro. Nel caso della variabile 19 mtti e tre i gruppi risultano 
ben distinti fra di loro (giovani x = 16.97%, 26-50 anni x = 29.69%, 51-72 anni 
X = 45.93%) nel modo ipotizzato, benché vi sia molta dispersione della variabi- 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: LITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 73 

lità (valori di à molto alti). Sulla scorta di questa osservazione si può quindi 
concludere che vi è una relazione tra variabili linguistiche e gruppi di età, rela- 
zione che del resto rispecchia la tendenza verso una maggiore accuratezza da 
parte dei più giovani. Gli unici due casi che presentano qualche incongruenza 
rispetto al quadro generale di cui sopra sono le variabili 1 (maggiore accuratez- 
za da parte del gruppo più anziano) e 10 (maggiore trascuratezza da parte dei 
giovani). Tornando brevemente alle nostre precedenti osservazioni su queste 
due particolari variabili, si noterà come il comportamento della classe più an- 
ziana sia legato a un modello linguistico in cui non esisteva di fatto una vera e 
propria frattura fra forme più tipicamente rurali e forme urbane, come nella si- 
tuazione odierna. Si potrebbe cioè dire che in passato vi fosse un rapporto più 
diretto e immediato tra i codici costituenti il repertorio che non al giorno d'og- 
gi. Questo spiegherebbe perché mentre da un lato gli anziani tendono a blocca- 
re una sottoparte del processo di lenizione. dall'altra i giovani sembrano più 
propensi a generalizzare il processo a tutte le componenti coinvolte, pur rima- 
nendo in genere più accurati degli altri gruppi d'età. 

Le osservazioni che si possono desumere dal comportamento linguistico 
dei tre raggruppamenti socio-economici sono le seguenti: l'unica variabile per 
la quale i tre gruppi risultano ben differenziati è la variabile 7; nel caso della 
variabile 19 la MB si distingue nettamente dagli altri due raggruppamenti: per 
le rimanenti variabili infine, cioè le variabili 4, 11, 12, 13, 14, 15, 17 (e per il 
sottocampione Trento-Belluno/Sinistra Piave anche le variabili 16 e 18). è PRO 
a distaccarsi in modo netto dagli altri due raggruppamenti. Tale quadro sembre- 
rebbe indicare che nel campione maschile si distinguono grosso modo due 
blocchi, l'uno costituito da PRO, l'altro da PB e MB, che pur presentando delle 
lievi differenze al loro intemo dimostrano nel complesso un comportamento 
piuttosto omogeneo. Ciò che emerge in questo primo stadio della ricerca sem- 
brerebbe essere in conflitto con le ipotesi più diffuse in sociolinguistica che ve- 
dono invece la PB come gruppo di transizione e come tale caratterizzata da fe- 
nomeni come la frequente ipercorrezione ecc., cfr. Labov 1973 et al. 

Per concludere questo breve excursus sul rapporto tra la produzione lingui- 
stica di un campione regionale e variabili extralinguistiche vorremmo ritornare 
ad alcune delle osservazioni esposte in Sobrero-Romanello 1981. Ci sentiamo 
infatti di dissentire da alcune loro considerazioni, in sf)ecial modo per quanto 
riguarda il problema della relazione tra variabili linguistiche e extralinguisti- 
che. Come si vede dalla nostra esposizione, tutti i parametri extralinguistici 
(luogo, sesso, età, raggruppamento socio-economico) influiscono in maniera 
minore o maggiore, a seconda dei casi, sul reale comportamento linguistico dei 
parlanti e ci sentiremmo di conseguenza autorizzati a pensare anche alla scelta 
di un codice piuttosto che di un altro. È chiaro che tale posizione implica da 
parte nostra la preminenza dell'individuazione delle variabili rispetto a quella 



1 74 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

del tipo di codice usato, subordinando anzi quest'ultima alla prima, nel tentati- 
vo di giungere ad una determinazione o classificazione dei vari codici o delle 
partizioni all'interno dei codici primari tramite dei criteri analitici studiati in mo- 
do esauriente, al posto di quelle che molte volte sembrano essere delle intuizioni 
basate su indicatori morfo-sintattici e lessicali spesso non meglio specificati. 



4. Proprietà statistiche della variabilità 

In primo luogo abbiamo testato la 'normalizzabilità' delle variabili lingui- 
stiche da noi testé analizzate, allo scopo di stabilire se la distribuzione e la di- 
spersione di tale variabilità si avvicinino, e in quale maniera, alla distribuzione 
gaussiana, e in tal caso approfondire l'analisi in sede statistica. Raggruppando i 
dati per ogni variabile in gruppi di percentuale abbiamo quindi stimato, tramite 
le solite procedure, le medie e le deviazioni standard (x, (5) dei dati così rag- 
gruppati. Calcolando poi i valori z (z = margine di classe — xM) per i margini 
di tali classi di percentuali ed interpretando i risultati con la solita tabella, ab- 
biamo potuto stimare le frequenze teoriche per ogni classe, in base all'ipotesi 
che la distribuzione sia gaussiana. Abbiamo quindi applicato il test chi-quadra- 
tico {y}) alla differenza tra frequenze realmente riscontrate e frequenze ipotiz- 
zabili in base ad una distribuzione 'normale' di variabilità, per testare effettiva- 
mente l'ipotesi che la distribuzione reale di variabilità linguistica sia gaussiana. 
Diamo un'esemplificazione della procedura adoperata nelle Tabb. 3 (Var. 4 ma- 
schi), 4 (Var. 4 donne), 5 (Var. 14 ambedue i sessi). Ovviamente la frequenza 
teorica viene calcolata come il risultato della differenza tra i valori z di due 
margini moltiplicato per N, ad esempio nella Tab. 3 la frequenza teorica per la 
classe di percentuali 0-10% è così calcolata: 

(z (o) -z (10.5)) X N= (0.4978-0.4793) x 93=2. 

Naturalmente per la classe in cui si trovano la mediana e la media si addi- 
zionano i due valori z, cioè per la classe di percentuali 31-40% (z (30.5 -i- z 
(40.5)) X N = (0.1915 -t- 0.1141) X 93 = 28. 

Nel primo caso per testare l'ipotesi che le due distribuzioni siano significa- 
tivamente diverse (H^) usiamo il test chi-quadratico con (8-1) gradi di libertà, 
da cui il risultato 

(2-1)2 (8-6)2 (19-24)2 (28-30)2 (22-17)2 (10-12)2 (3-2)2 (i-i)2 

^2 = + + + + -I- + + 



7 



cioèx^ = 4.33 >x^ 

7 7,0.25 



19 28 22 10 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 75 

In altre parole, vi è il 25% di probabilità che le due distribuzioni siano di- 
verse, il 75% di probabilità che non siano significativamente diverse. Nel se- 
condo caso si ha (3-1) gradi di libertà, per cui i} = i.oi < x- , nel terzo 

X' =1.08>xio.25 



Effettuando questo testo di normalizzabilità per tutte le variabili ed accet- 
tando come distribuzione non signficativamente diversa da quella gaussiana i 
risultati per l'H^ in cui > 

^n-l n- 1,0.25 ' 



abbiamo accertato che le variabili 4 (divisa in due sottocampioni di maschi e 
donne), 5, 10 (divisa in due sottocampioni di maschi e donne), 14, 15 e 19 (con 
distribuzione bimodale, per cui abbiamo diviso in due sottogruppi) hanno una 
distribuzione di variabilità non significativamente diversa da quella gaussiana, 
cioè una distribuzione in pratica casuale della variabilità. Altre variabili quali la 
7 si dimostrano promettenti ma con risultati non ancora del tutto soddisfacenti, 
dato N = 120. Le possibili curve di distribuzione delle variabili 4 e 14 vengono 
fomite nelle figg. 6 e 7 rispettivamente. 

Oltre ai test di normalizzabilità, che si dimostrano assai promettenti, dato 
che un terzo delle variabili (6 su 18) in pratica posseggono una distribuzione 
gaussiana con N = 120, abbiamo misurato la simmetria e la curtosi delle curve 
di variabilità così ottenute. Questo per testare possibili anomalie rispetto a una 
distribuzione perfettamente casuale e gaussiana. Come prima, abbiamo usato i 
dati raggruppati per stimare il secondo, terzo e quarto momento intomo alla 
media, con i risultati 



a3 = m3 / V m2 per simmetria e a^ = m4 / m2 per curtosi 



fomiti nella tabella 6. Visto che, per una distribuzione completamente simme- 
trica, a3 = 0, e che, per una distribuzione normalmente mesocurtotica, a^ = ?> 
(il valore di «4 per la curva di Gauss ampiamente descritta nella letteratura), si 
può concludere quanto segue: 

a. le variabili 4 (maschi), 5, 10 (maschi), 14 e 19 (modo 2) possiedono una 
curva di variabilità accettabilmente simmetrica; 

b. presentano una curva accettabilmente mesocurtotica e normale le varia- 
bili 4 (maschi), 4 (donne — leggera platicurtosi), 10 (maschi — leggera plati- 
curtosi), 14 e 19 (modo 1 — leggera leptocurtosi). 



176 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

L'unica variabile a presentare una curva che sia nel contempo asimmetrica 
e con curiosi completamente inaccettabile è la variabile 15 che dovrà esere ria- 
nalizzata con campionatura più ampia, anche se la sua distribuzione di variabi- 
lità non è significativamente diversa da quella gaussiana. Ulteriori commenti su 
queste curve di variabilità verranno presentati in altra sede. 



Var.4 40 ■ 










30 - 


# 


*% 






Fig.6 


20 ■ 


* 
t 

1 














p 


V \ 








10- 






#7 

y J 










10 20 30 40 50 60 70 80 


90 


100 





Fig. 6. Curva di distribuzione della variabile 4 (realizzazioni lenite di /d/), differenziata secon- 
do il sesso. 



Var.14 












80 -1 














70 - 




à 


y*^ 


\ 






Fig. 7 


60 ■ 




/ 




\ 








50 - 


1 


1 




\ 


\ 






40 - 










\ 






30 - 


/ 








\ 






20 - 


/ 








X 

\ 








1 ■ 


1 


1 1 1 


1 1 1 


"1 






10 20 


30 


40 50 60 


70 80 90 


100 





Fig. 7. Curva di distribuzione della variabile 14 (neutralizzazione dell'opposizione tra C 
geminata e scempia). 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 77 

5. Analisi fattoriale 

Dopo aver normalizzato i dati fomiti nelle tabb. 1 e 2, si è passati a calcola- 
re la matrice di correlazione tra le variabili, comprendente anche i dati relativi 
ai parametri extralinguistici di età, sesso, raggruppamento socio-economico (si- 
glato CULTURA): la matrice è fornita nella tab. 7. Si è deciso di considerare i 
valori r > ± 0.525 come indicativi di un qualche tipo di correlazione, dato il va- 
lore abbastanza elevato di N. In primo luogo, le prime variabili a risultare abba- 
stanza ben correlate tra di loro sono alcune relative alla lenizione, ad esempio 
la variabile 4 (/d/) è ben correlata con la variabile 7 (/g/ : r = 0.57) e con la va- 
riabile 10 (M : r = 0.618). In secondo luogo, le variabili che riguardano la sem- 
plificazione delle affricate /ts, dz/ risultano correlate tra di loro (variabile 15 ri- 
spetto a 16, r = 0.527, variabile 16 rispetto a 18, r = 0.888, ecc.), nonché con lo 
scempiamento variabile delle doppie (variabile 13 rispetto a 15, r = 0.735, va- 
riabile 13 rispetto a 16, r = 0.586 ecc.). Già da questa prima fase dell'analisi si 
potrebbe arrivare all'individuazione di una serie di processi raggruppati fra di 
loro, cioè il blocco di variabili che concernono la lenizione, il che ci sembra al- 
quanto naturale nonché prevedibile, visto che linguisticamente si dovrebbe trat- 
tare di sottoparti della stessa regola, il blocco composto dal processo di scem- 
piamento delle doppie e dalla deaffricazione di /ts, dz/. Anche in quest'ultimo 
caso si può riscontrare una certa coerenza nel raggruppamento, visto che si trat- 
ta in entrambi i casi della sospensione graduale di opposizioni, fenomeno d'al- 
tronde più appariscente di altri quali la lenizione; L'unica correlazione che ci 
lascia momentaneamente perplessi è quella che emerge tra le variabili 19 {/]/) e 
20 ( /e ~ e/ in posizione davanti a nasale), con r = 0.958. 

Interessante è la correlazione negativa tra le variabili 17 e 19 (r = -0.763). 

Dalla Tabella della correlazione multipla (R^) di ogni variabile con tutte le 
altre (si veda Tab. 8) si possono evidenziare le seguenti correlazioni forti, pren- 
dendo come significativi valori di R^ = 0.5 che corrispondono a R = 0.7: 

a. tre variabili di lenizione (4, 7, 10) sono ben correlate a tutte la altre; 

b. due variabili di scempiamento delle doppie (12, 13) sono ugualmente 
ben correlate; 

e. quattro variabili di semplificazione delle affricate dentali (15, 16, 17, 18) 
presentano una buona correlazione con la totalità delle altre; 

d. le ultime due variabili che riguardano il fonema /J/ 'sci-' e l'opposizione 
/e ~ e/ in posizione davanti a nasale risultano anch'esse ben correlate. 

In una seconda fase dell'elaborazione statistica si sono sottoposti i dati 
all'analisi in componenti principali ed all'analisi fattoriale. 

Per la matrice 23 x 23, fornita nella Tab. 7, 22 fattori spiegano il 100% del- 
la varianza dei dati del nostro campione. Ovviamente molti fattori spiegano un 
minimo di varianza, come risulta dalla Tab. 9. Il primo fattore individuato spie- 



1 78 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

ga il 21.7% della varianza, i primi due fattori il 40%, i primi tre il 51.15%, i 
primi quattro il 57.37%. Da questo fattore in poi la varianza spiegata è vera- 
mente minima, cioè intomo al 2-4%, come si vede dalla tabella, inoltre il quar- 
to fattore spiega anch'esso poca varianza rispetto ai primi tre (il 6% in più). Le 
informazioni più importanti che si possono trarre da questi dati sono, in primo 
luogo, che tre fattori (tre insiemi di variabili) sono sufficienti per spiegare la 
variabilità del campione, per cui l'analisi ulteriore utilizzerà soltanto questi tre 
fattori; in secondo luogo, che il fatto che i tre componenti principali spiegano 
soltanto un po' più di metà della varianza totale dimostra ciò che avevamo ipo- 
tizzato all'inizio di questa relazione, cioè che il campione è sufficiente (con N 
= 120) per uno studio preliminare di una regione omogenea ma non per uno 
studio statistico particolareggiato (necessiterebbe N = 258). La comunanza (h^) 
di ogni variabile con i fattori individuati viene fornita nella Tab. 10. Dai risulta- 
ti dati in questa tabella emergono quali sono le variabili meglio collegate con i 
fattori di cui sopra, cioè le variabili 4 (/d/), 7 (/g/), 10 (/v/), 12 (CC), 13 (CC), 
15 e 16 (/ts/), 17 e 18 (/dz/), 19 (/j/), 20 (/e ~ e/), variabili che successivamente 
si dovrebbero raggruppare nei blocchi di cui sono composti i fattori. E interes- 
sante notare che le variabili extralinguistiche SESSO (h^ = 0.5085) e PROVIN- 
CIA D'ORIGINE (h^ = 0.5133) si collegano con tali fattori, mentre ciò non av- 
viene nel caso delle altre due. Nella Tab. 1 1 diamo, secondo un ordine decre- 
scente, le associazioni di ogni variabile con i tre fattori menzionati. Da questa 
tabella emerge chiaramente che il fattore 1 è costituito dal raggruppamento del- 
le variabili che riguardano lo scempiamento e la deaffricazione ed è fortemente 
ma inversamente connesso con la variabile extralinguistica del raggruppamento 
socio-economico. Ciò conferma ampiamente quanto ipotizzato sul ruolo lingui- 
stico del fattore CLASSE del paragrafo 3. 

Tuttavia, l'analisi fattoriale non include nel primo fattore le variabili 5 e 17 
discusse in quel paragrafo, motivo per cui il loro collegamento con il fattore 
CLASSE ci sembra più attenuato. Come si vede, il fattore 2 è composto dalle 
variabili 19 e 20, che sembrano essere collegate ad una categoria extralinguisti- 
ca quale PROVENIENZA GEOGRAFICA. Il fattore 3 invece è composto 
dall'associazione delle variabili 1, 4, 7, 10, riguardanti la lenizione delle conso- 
nanti /b, d, g, v,/ rispettivamente, e si potrebbe quindi indicare come un'unica 
variabile di lenizione. La variabile extralinguistica CLASSE, come si è detto, si 
associa al fattore 1, mentre quella di SESSO è più debolmente associata al fat- 
tore 2, il fattore più problematico, e quella di ETÀ' non risulta bene associata 
ad alcun fattore. I tre principali criteri che motivano la variabilità del nostro 
campione sembrano dunque essere (1) la trascuratezza ed il raggruppamento 
socio-economico di appartenenza del parlante, (2) la provenienza geografica, 
pur trattandosi di aree relativamente omogenee, (3) la coerenza intema dei pro- 
cessi coinvolti (lenizione). Altri fattori o criteri da noi precedentemente ipotiz- 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ; L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 79 

zati non sembrano rilevanti dal punto di vista della struttura matematica dei ri- 
sultati, almeno allo stadio attuale della ricerca. 

Un ulteriore momento di analisi consiste nell'uso di matrici di somiglian- 
za/dissimiglianza tra le variabili per 'clusterizzarle' secondo il metodo delle di- 
stanze minime. I risultati sono tabulati nella Tab. 12 sotto forma di matrice di 
distanza. Le associazioni più deboli tra variabili si trovano all'esterno a destra, 
quelle più forti (distanze minime tra 'cluster') all'interno a sinistra. La matrice 
di distanze assolute può essere tradotta, per facilitarne la lettura, nel corrispon- 
dente dendrogramma derivato (albero di dipendenza) come nella fig. 8. Il pri- 
mo 'cluster' a sinistra nell'albero è costituito dalle variabili 17, 19, 20, il secon- 
do dalle variabili 4, 7, 10, che assieme danno origine a loro volta ad un terzo 
'cluster' che li comprende entrambi. Separato da questi, ma più vicino a loro di 
altre configurazioni, si ritrova il quarto 'cluster' composto dalle variabili 12, 
13, 15, 16, 18, a cui vanno associate le variabili extralinguistiche CULTURA 
(raggruppamento socio-economico) e SESSO. Il quinto 'cluster' significativo è 
costituito da due soli elementi, la variabile 14 associata alla categoria ETÀ'. Si 
nota innanzitutto che grosso modo il 'cluster' l corrisponde al secondo fattore 
già individuato, con l'aggiunta della variabile 17, mentre il 'cluster' 2 corri- 
sponde al terzo fattore individutato, sottratta la variabile 1. Il fattore 2 è stato 
individuato come PROVENIENZA GEOGRAFICA, il fattore 3 come COE- 
RENZA INTERNA DEL PROCESSO DI LENIZIONE. 



Figura 8 



FATTORE 
2 



FATTORE 
3 



FATTORE 
2 



FATTORE 
1 



Prov. VÌ7 Vf9 V20 V4 V10 V7 cui- VTz'Vie V 18 V 13 'V 15 Sesso età V14 

tura 



Fig. 8. Albero di dipendenza tra le variabili (cf. Tab. 12) 



1 80 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

Tuttavia, data la vicinanza dei due 'cluster', cioè il fatto che il fenomeno di 
lenizione si trova strettamente associato a quelli individuati come caratterizzan- 
ti la PROVENIENZA GEOGRAFICA, si può concludere che quest'ultima è 
appunto il fattore unificante dei processi variabili 4, 7, 10, 17, 19, 20. Tutto ciò 
ci permette di ipotizzare che un'analisi più approfondita e più completa sul pia- 
no numerico ci consentirebbe di individuare, con alta percentuale di probabili- 
tà, la reale provenienza geografica di un parlante, anche nel caso di regioni re- 
lativamente omogenee, tramite l'investigazione di fenomeni linguistici variabili 
e non più soltanto in base a quelli categorici. 

Torniamo ora a discutere il 'cluster' 4. Questo ci sembra ben corrispondere 
al fattore 1, già individuato, sottratta la variabile 14. Comunque, la variabile 14 
non è distante dal 'cluster' 4, visto che da sola essa forma il più vicino 'cluster' 
5. Da ciò si conclude che nel caso di alcune variabili ben individuabili, nel no- 
stro caso lo scempiamento delle doppie e il trattamento delle affricate /ts, dz/, 
esiste una fortissima correlazione e al tempo stesso una netta separazione tra i 
comportamenti linguistici di raggruppamenti socio-economici precisi. Infine il 
parametro ETÀ' sembra essere solo debolmente distintivo dal punto di vista lin- 
guistico del nostro campione e sembra essere associato esclusivamente alla va- 
riabile 14. 



6. Conclusioni 

Vorremmo concludere ritornando su alcuni argomenti di carattere generale. 
Nell'analisi sia delle koinài dialettali già esistenti o in formazione, sia dell'ita- 
liano regionale, è più che evidente che bisogna tener conto del criterio ascolia- 
no della distanza relativa del codice base rispetto al toscano, come implicita- 
mente in Trumper 1977. Questo criterio discriminante o classificatòrio è a no- 
stro avviso assai rilevante nei casi testé citati, ma non necessariamente nel caso 
di una classificazione puramente dialettale dei 'patois' che non tenga conto del- 
le grandi koinài urbane regionali. In altre parole, nel caso sia dell'italiano re- 
gionale che di una vera koiné dialettale si evidenzia una ovvia deriva sempre 
maggiore verso lo scritto a base toscana. Ad esempio la maggior parte delle va- 
riabili rilevate per le nostre zone, pur evidenziando chiaramente tutta una serie 
di conflitti geografici e interclasse, non testimoniano un significativo allontana- 
mento dal modello scrittuale. Le uniche variabili che sembrano intaccare que- 
sto rapporto tendenzialmente isomorfico tra opposizioni fonologiche e grafiche 
sono: 

1) deaffricazione delle 'z' /ts, dz/; 

2) possibile neutralizzazione di 'gU' /ÀX/ e 'H' ('figli'-'fili'); 

3) possibile neutralizzazione di 'sci' /jj/ e 'ssi'/'ss' ('lascio'-'lasso'); 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 8 1 

4) problema più eclatante è quello che riguarda l'opposizione tra consonan- 
te scempia e geminata. 

Ponendo il problema in termini non più bipolari di presenza/assenza ma in 
termini di un gradatum fonetico 

(CC / CC: ~ C) ^ (C ~ C) ^ C, 

si constata che la percentuale di fusione reale diminuisce considerevolmente in 
funzione di fattori quali il conflitto interclasse (si vedano il fattore 1 ed il 'clu- 
ster' 4 del paragrafo 5) e quello generazionale (solo nel caso della variabile 14). 

Nonostante le eccezioni di cui ci rendiamo ben conto, si può constatare che 
l'italiano regionale non rappresenta altro che una serie di tentativi di trasposi- 
zione delle norme scrittuali nel parlato, processi complicati però dalle forze so- 
cio-geografico-demografiche che non esistono nel caso dello scritto. L'italiano, 
proprio per la sua situazione storico-sociale, non può far ricorso ad una norma 
parlata relativamente indipendente dallo scritto, la cui assenza rende necessario 
ed inevitabile il continuo riferimento anche per il parlato alla norma scrittuale. 

È appunto questo che differenzia sostanzialmente la situazione sociolingui- 
stica italiana da quella anglo-francese. In questo senso il criterio discriminante 
ascoliano, valido nel nostro caso ma forse non in tutti i contesti contemplati da 
Ascoli, non è altro che una consecutio logica della situazione storico-sociale 
dell'italiano. Il vero compito del sociolinguista in ambito italiano ci sembra 
quello di indagare sul campo i conflitti sociali ed aUri impliciti in questa situa- 
zione. 



6.1. Per quanto concerne i problemi morfosintattici non risulta possibile, né con 
il metodo dell'intervista diretta, né con un campione di queste dimensioni, an- 
dare al di là di singoli e ristrettissimi fenomeni ai quali si può applicare al limi- 
te il test chi-quadratico. Concludiamo infine con un brevissimo accenno ai pro- 
blemi lessico-semantici e non puramente lessicali dell'italiano regionale. Per 
quanto riguarda l'analisi e la raccolta dei dati si rende necessario innanzitutto 
un ripensamento e una riformulazione dei metodi di raccolta e di indagine, so- 
prattutto alla luce delle nuove problematiche emerse in tali studi, cosa resa ne- 
cessaria dall'inadeguatezza dei materiali regionali finora esistenti e degli stru- 
menti a disposizione, quali dizionari ed atlanti linguistici. Si sono già intrapresi 
in tal senso (rimandiamo ai lavori di: Trumper-De Vita, Maddalon, Chiarelli- 
Maddalon) delle analisi interregionali su micro-campi lessico-semantici che 
hanno come punto centrale il concetto di prototipicità e che tengono inoltre 
conto del rapporto esistente tra almeno due codici nel caso di ogni parlante. 



1 82 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 



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1 84 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 
Tabella 1. Diversità diatopica 



Variabile 




Maschi PD 

N=27 


Maschi VE 
N=14 


Maschi VR Maschi BL-TVMaschi TN 

N=18 N=7 N=23 


Maschi 
N=93 


Donne 

N=27 


1. 


X 

6 

o2 


15.65% 
9.94 
95.13 


22.82% 
14.78 
202.9 


9.94% 
6.54 
40.37 


4.52% 
3.78 
12.24 


8.57% 
4.72 
21.35 


12.71% 
10.17 
102.37 


9.82% 
7.26 
50.67 


4. 


X 

Ò 
a2 


42.03% 
14.05 
190.05 


43.56% 
7.24 
48.68 


34.35% 
10.28 
99.78 


43.86% 
8.8 
60.4 


25.55% 
6.07 
35.24 


36.73% 
12.34 
150.58 


28.62% 
13.66 
179.59 


5. 


X 

6 
o2 


63.57% 
14.29 
196.58 


61.02% 
15.77 
231.04 


65.49% 
13.34 
168.16 


76.99% 
10.23 
89.71 


68.39% 
21.46 
440.42 


66.77% 
16.71 
276.28 


53.45% 
13.18 
167.15 


6. 


X 

ó 

o2 


6.88% 
4.86 

22.73 


3.93% 
4.82 
21.58 


4.01% 
4.53 
19.34 


3.14% 
2.48 
5.26 


2.76% 
3.37 
10.84 


4.4% 
4.44 
19.48 


4.34% 
4.36 
18.32 


7. 


X 

a 
a2 


61.52% 
17.97 
311.03 


72.11% 

17.5 
284.28 


66.85% 
14.42 
196.38 


29.44% 
11.82 
119.8 


27.05% 
9.42 
84.89 


52.26% 
23.19 
531.91 


42.51% 
21.18 
431.84 


9. 


i 
6 
a2 


0.78% 
2.4 
5.56 


0.9% 
2.53 
5.95 


0.51% 
2.14 
4.34 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.46% 
1.88 
3.48 


2.07% 

4.9 

23.14 


10. 


X 

ó 
a2 


38.18% 
14.02 
189.31 


45.92% 
5.92 
32.6 


30.25% 
12.11 
138.44 


34.63% 
14.27 
174.65 


28.84% 
8.57 
70.3 


34.96% 
12.48 
154.06 


28.41% 
13.68 
180.11 


11. 


X 

ó 
o2 


5.14% 
4.74 
21.64 


2.86% 
2.98 
8.24 


2.86% 
3.76 
13.37 


8.8% 
8.51 
62.14 


8.61% 
10.26 
100.77 


5.43% 

6.8 
45.72 


5% 
4.19 
18.88 


12. 


X 

d 

o2 


73.59% 
13.46 
174.53 


81.35% 
6.11 
43.61 


82.15% 
8.81 

73.27 


87.63% 
6.16 
32.51 


81.73% 
8.41 
67.6 


80.33% 
8.35 
69.0 


65.47% 
17.43 
292.5 


13. 


X 

ò 
o2 


57.05% 
10.36 
103.35 


46.79% 
5.77 
30.93 


69.67% 
18.74 
331.51 


41.28% 
6.63 
37.64 


55.22% 
13.47 
173.56 


57.07% 
15.09 
225.16 


53.14% 
11.63 
130.18 


14. 


X 

d 


42.97% 
14.14 
192.6 


38.1% 
6.12 
42.74 


58.76% 
20.04 
379.4 


36.42% 
7.79 
52.02 


43.68% 
10.26 
100.78 


46.07% 
15.53 
238.7 


35.3% 

14.6 

205.32 


15. 


X 

à 

a2 


6.12% 
15.19 

222.3 


8.22% 
14.75 
202.16 


33.31% 
33.81 
1079.29 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


N=63 
15.78% 
24.93 
611.41 


6.91% 
15.74 
238.56 


16. 


X 

ò 
o2 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


1.56% 
5.34 
26.91 


62.38% 
21.55 
398.12 


73.89% 
17.25 
284.52 


N=30 

71.21% 

18.61 

334.78 


II 
II 
II 


17. 


X 

ò 


11.36% 
22.13 
471.56 


7.14% 
26.73 
663.27 


30.61% 
36.48 
1256.55 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


N=63 

11.54% 
29.35 
847.74 


9.03% 
18.67 
335.58 


18. 


X 

à 
a2 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


0.0% 
0.0 
0.0 


61.77% 
28.17 
680.05 


80.19% 
15.3 
224.0 


N=30 

74.37% 
22i43 
486.37 


II 
II 
II 


19. 


X 

ó 

o2 


24.49% 
31.98 
984.8 


31.8% 
VV26.78 
665.84 


29.54% 
41.48 
1624.63 


38.54% 
27.32 
639.86 


38.92% 
26.47 
670.57 


31.93% 
32.49 
1044.31 


32.36 
1008.58 


20. 


X 

d 

o2 


97.91% 
1.55 
2.31 


97.67% 
3.96 
146 


98.65% 
2.43 
5.58 


44.46% 
17.94 
275.81 


38.14% 
11.72 
131.3 


II 
II 
II 


II 
II 
II 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 85 

Tabella 2. Diversità diastratica 



Variabile 




Maschi MB 

N=2I 


Maschi PB 

N=38 


Maschi PRO 

N=34 


Maschi 18-25 
N=28 


Maschi 26-50 

N=38 


Maschi 51-72 

N=27 


1. 


X 

ó 
o- 


11,4% 
8,36 
66,61 


12,96% 

11,5 
128,69 


13,24% 
9,82 
93,65 


14.66% 
9,87 
93,85 


13,43% 

11,7 
133,33 


9,66% 

7.47 
53.69 


4. 


o2 


35,39% 
11,58 
128,0 


35.98% 
10,91 
115,96 


38,39% 
14,31 
198,72 


37,87% 
13,18 
167.59 


37,61% 
11,88 
137,5 


34.3% 
7.47 
143,02 


5. 


X 

ó 
a- 


68,95% 
18,56 

327,93 


69.34% 
12,47 
151,38 


62,54% 
19.14 

355,7 


69.33% 
16.12 
250.45 


65.57% 
17.61 
272.65 


65,79% 
298,47 


6. 


X 

ó 
o2 


4,21% 
4,46 
18,97 


4,61% 
3,45 
11,5 


4,27% 
5,42, 
28,55 


4,79% 
4,69 
21.24 


4.74% 

4,7 

21,53 


3,51 
3,77 
13,66 


7. 


X 

ó 


37,79% 

17,6 
295,17 


51,25% 
23,02 
515,92 


62,34% 
21,86 
462,75 


54.92% 
24.59 
583,18 


55,48% 
25,04 
610,36 


46,83% 
16,2 

252,75 


9. 


X 

ò 
a2 


0,49% 
2,25 
4,8 


0,57% 
2,11 

4,34 


0,31% 
0,56 
1,68 


0,27% 
0,98 
0,93 


0,92% 
2.77 
7,45 


0,0% 
0.0 
0.0 


10. 


X 

d 
c2 


34,94% 
13,36 
169,98 


34,94% 
12.29 
146,96 


34,99% 
12.52 
152.17 


37,51% 
13,7 
181.0 


34,78% 
12.02 
140.62 


32.55% 
11.73 
132.44 


11. 


X 

ò 

a2 


4,93% 
4,19 
16,69 


4,61% 
5,05 
24,86 


7.89% 
13.84 
185.99 


6,01% 
7,36 
52,17 


3,99% 
3.98 
15,44 


6.86% 

8.9 
76.36 


12. 


X 

à 


75,65% 
13,27 
167,6 


79,06% 
9,77 
92.9 


82.91% 
9.69 
91,15 


75,61% 
12.49 
150.37 


81,19% 
9.11 
80.81 


81.83% 
10.57 
107.49 


13. 


X 

à 
a2 


49,49% 
8,22 
64,29 


51.91% 
11,63 
131,71 


67,53% 
16.19 

254,43 


53.31% 
15,35 

227,2 


57.61% 
16.13 
253,29 


60,2% 
12,83 
158,61 


14. 


X 

Ó 
o2 


37,81% 
10,53 
105,53 


41,11% 
10.89 
115,46 


56,71% 
16,86 
275,91 


40,91% 
16,11 
250.24 


47,21% 
15,37 
230,14 


49,8% 
14,25 
195,44 


15. 


X 

d 

a2 


N=9 

0,55% 

1,64 

2,39 


N=25 

5,65% 

10,7 

109,96 


N=29 

29.23% 

30.39 

891.41 


N=19 
8.97% 
19.31 
353.35 


N=27 
18,89% 
27,02 
703,01 


N=17 
18,44%. 

26,88 
680,04 


16. 


X 

ó 

a2 


N=12 
64,99% 

15,4 
217,48 


N=13 

68.52% 

18,79 

325,73 


N=5 

93,12% 

7.72 

47.65 


N=9 
69,47% 

19.56 
340,21 


N=ll 

67,49% 

21,0 

401.1 


N=I0 

76.85% 

15.17 

207.08 


17. 


X 

d 


N=9 
3,08% 

6,84 
41,55 


N=25 
7,06% 
13,21 
167,6 


N=29 
30.54% 
36.72 
1301.8 


N=19 
6,02% 
22.99 
500,88 


N=27 
18.53% 
31.07 
929.86 


N=17 
27.95% 
28,31 

754,53 


18. 


X 

ò 
o2 


N=12 

67,66% 

23,04 

486,42 


N=13 

74,7% 

22,9 

483,98 


N=5 
89,58% 

13,82 
152,73 


N=9 

74,01% 

24,0 

512.2 


N=ll 

69.09% 

23,78 

514,0 


N=10 
80,49% 
20,13 
364,52 


19. 


X 

d 
a2 


20,79% 
19.86 

375,52 


31,40% 
31,91 
991,14 


36.71% 
37.49 
1363.82 


16,97% 
25.08 
600,38 


29,69% 
31,75 
979.88 


45,93% 
34,64 
1155,57 



1 86 JOHN TRUMPER - MARTA MADDALON 

Tabella 3. Variabile 4: / d/ (maschi) 



Classe di 


Frequenza 


Margini 


z 




Frequenza 


percentuali 


(persone) 








teorica 









.4978 






0-10% 


1 


10.5 


.4793 


.0185 


2 


11-20% 


6 


20.5 


.3962 


.0831 


8 


21-30% 


24 


30.5 


.1915 


.2047 


19 


M — ► 31-40% 


30 


40.5 


.1141 


.3056 


28 


41-50% 


17 


50.5 


.3554 


.2413 


22 


51-60% 


12 


60.5 


.4671 


.1117 


10 


61-70% 


2 


70.5 


.4955 


.0284 


3 


71-80% 


1 






.0042 


1 


N: 




80.5 


.4997 


> 




= 93 


f= 95 



Tabella 4. Variabile 4: / d / (donne) 



Classe di 




Frequenza 


Margini 


z 




Frequenza 


percentuali 




(persone) 






teonca 













.4463 






M — ► 0-30% 




17 


30.5 


.0793 


.5256 


14 


31-60% 




9 


60.5 


.4756 


.3963 


11 


61-90% 




1 






.0243 


1 




N 




90.5 


.4999 


N= 




= 27 


26 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 87 

Tabella 5. Variabile 14: /CC/ (ambedue i sessi) 





Classe di 


Frequenza 


Margini 


z 




Frequenza 




percentuali 


(persone) 








teorica 











.4943 








- 30% 


23 


30.5 


.2852 


.2091 


25 


M-* 


31 -60% 


79 


60.5 


.3238 


.609 


73 




61 - 90% 


18 


90.5 


.4959 


.1721 


21 


N= 120 


N= 119 



Tabella 6. Simmetria e curtosi delle curve di variabilità. 



Variabile 


m2 


m3 


m4 


«3 


a4 


4 (maschi) 


166.08 


774.49 


83374.92 


0.3619 


3.0227 


4 (donne) 


284.00 


4763.71 


240393.94 


0.9953 


2.9805 


5 


267.77 


-1813.86 


300606.69 


-0.414 


4.1925 


10 (maschi) 


221.82 


756.02 


138480.56 


0.2316 


2.8144 


10 (donne) 


208.53 


2790.32 


182076.14 


0.9266 


4.1870 


14 


305.94 


24.22 


274000.29 


0.0045 


2.9274 


15 


175.00 


5250.00 


188125.00 


2.2678 


6.1429 


19(modol) 


59.48 


756.8 


13169.86 


1.6498 


3.7225 


19 (modo2) 


429.89 


1463.17 


344482.28 


0.1642 


1.864 



188 JOHN TRUMPER - MARTA M ADD ALON 

Tabella 7. Matrice di correlazione tra le variabili. 







prov 


ETÀ 


SESSO CblTURA 


vi 


v4 


v5 


v6 


v7 


v8 


v9 


vlO 


vii 






1 


3 


4 


5 


6 


7 


8 


9 


10 


11 


12 


13 


14 


prov 


1 


1.000 


























ETÀ 


3 


0.115 


1.000 
























SESSO 


4 


-0.240 


0.006 


1.000 






















CLTLTURA 


5 


-0.101 


0.012 


1.076 


1.000 




















vi 


6 


-0.165 


-0.230 


-0.126 


-0.057 


1.000 


















v4 


7 


-0.097 


-0.023 


-0.261 


-0.194 


0.347 


1.000 
















v5 


8 


0.317 


-0.032 


-0.331 


0.024 


0.045 


0.226 


1.000 














v6 


9 


-0.156 


-0.078 


-0.005 


0.028 


0.129 


0.201 


0.027 


1.000 












v7 


10 


-0.331 


-0.006 


-0.178 


-0.438 


0.391 


0.570 


0.006 


0.144 


1.000 










v8 


11 


-0.132 


-0.007 


0.113 


-0.098 


0.060 


0.057 


0.199 


0.035 


0.127 


1.000 








v9 


12 


-0123 


0.073 


0.233 


-0.056 


0.020 


0.002 


-0.149 


0.092 


0.089 


0.060 


1.000 






vlO 


13 


-0.101 


-0.065 


-0.211 


-0.057 


0.357 


0.618 


0.239 


0.190 


0.463 


-0.122 


0.035 


1.000 




vii 


14 


0.095 


0.065 


-0.029 


-0.063 


-0.076 


-0.091 


-0.080 


-0.082 


-0.204 


0.074 


-0.018 


-0.184 




vl2 


15 


0.255 


0.232 


-0.429 


-0.389 


-0.033 


0.384 


0.376 


-0.021 


0.288 


-0.097 


0.089 


0.239 


-0.095 


vl3 


16 


0.031 


0.149 


-0.077 


-0.475 


0.049 


0.085 


0.032 


0.007 


0.373 


0.101 


0.015 


-0.043 


-0.150 


vl4 


17 


0.154 


0.403 


-0.049 


-0.242 


-0.103 


0.100 


0.077 


0.040 


0.081 


-0.073 


0.130 


0.081 


0.033 


vl5 


18 


0.035 


0.250 


-0.047 


-0.148 


-0.047 


0.097 


0.065 


0.070 


0.245 


0.099 


0.037 


-0.069 


-0.118 


vl6 


19 


0.180 


0.213 


-0.117 


-0.488 


-0.035 


0.075 


0.042 


0.068 


0.258 


0.099 


0.033 


-0.078 


-0.009 


vl7 


20 


-0.802 


-0.093 


0.275 


-0.063 


0.228 


0.176 


-0.246 


0.242 


0.498 


0.293 


0.167 


0.155 


-0.236 


vl8 


21 


0.256 


0.253 


-0.288 


-0.533 


-0.037 


0.231 


0.207 


0.036 


0.331 


0.034 


0.054 


0.043 


-0.061 


vl9 


22 


0.368 


0.058 


-0.305 


0.179 


-0.244 


-0.222 


0.139 


-0.198 


-0.516 


-0.302 


-0.161 


-0.124 


0.350 


v20 


23 


0.353 


0.049 


-0.294 


0.192 


-0.236 


-0.219 


0.153 


-0.185 


-0.518 


-0.322 


-0.155 


-0.118 


0.314 






vl2 


vl3 


vl4 


vl5 


vl6 


vl7 


vl8 


vl9 


v20 














15 


16 


17 


18 


19 


20 


21 


22 


23 










vl2 


15 


1.000 


























vl3 


16 


0.393 


1.000 
























vl4 


17 


0.398 


0.380 


1.000 






















vl5 


18 


0.352 


0.735 


0.308 


1.000 




















vl6 


19 


0.347 


0.586 


0.267 


0.527 


1.000 


















vl7 


20 


-0.214 


0.146 


-0.115 


0.128 


-0.007 


1.000 
















vl8 


21 


0.717 


0.666 


0.396 


0.585 


0.888 


-0.082 


1.000 














vl9 


22 


0.169 


-0.258 


0.028 


-0.261 


-0.105 


-0.763 


-0.032 


1.000 












v20 


23 


0.184 


-0.262 


0.069 


-0.257 


-0.132 


-0.757 


-0.043 


0.958 


1.000 











IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 89 

Tabella 8. Correlazioni multiple quadratiche {Squared Multiple Correlations = SMC) di ogni 
variabile con tutte le altre. 



1 


prov. 


0.85168 


3 


ETÀ 


0.34584 


4 


SESSO 


0.42339 


5 


CULTURA 


0.53259 


6 


vi 


0.28940 


7 


v4 


0.58642 


8 


v5 


0.43042 


9 


v6 


0.15927 


10 


v7 


0.71719 


11 


v8 


0.32396 


12 


v9 


0.18029 


13 


vlO 


0.54576 


14 


vii 


0.27949 


15 


vl2 


0.94402 


16 


vl3 


0.73417 


17 


vl4 


0.39777 


18 


vl5 


0.62018 


19 


vl6 


0.97238 


20 


vl7 


0.92026 


21 


vis 


0.98648 


22 


vl9 


0.93172 


23 


v20 


0.93064 



Tabella 9. Varianza spiegata dai ventidue fattori. 



Fattore 


Varianza spiegata 


Proporzione 
cumulativa della varianza totale 


1 


4.776046 


0.217093 


2 


4.033891 


0.400452 


3 


2.444631 


0.511571 


4 


1.368344 


0.573769 


5 


1.179135 


0.627366 


6 


1.126722 


0.678580 


7 


0.963996 


0.722398 


8 


0.937686 


0.765020 


9 


0.790856 


0.800968 


10 


0.699242 


0.832752 


11 


0.669456 


0.863182 


12 


0.532917 


0.887405 


13 


0.509371 


0.910559 


14 


0.429372 


0.930076 


15 


0.388434 


0.947732 


16 


0.372113 


0.964646 


17 


0.269457 


0.976894 


18 


0.242210 


0.987903 


19 


0.167764 


0.995529 


20 


0.051928 


0.997889 


21 


0.038517 


0.999640 


22 


0.007915 


1.000000 



La varianza spiegata da ciascun fattore è l'autovalore di quel fattore. La varianza totale 
viene definita come la somma degli elementi diagonali della matrice di correlazione. 



1 90 JOHN TRUMPER - MARTA MADD ALON 



Tabella 10. Comunanze ottenute con i tre fattori più significativi. 



1 


prov. 


0.5122 


3 


ETÀ 


0.2068 


4 


SESSO 


0.5085 


5 


CULTURA 


0.4398 


6 


vi 


0.3851 


7 


v4 


0.6723 


8 


v5 


0.3320 


9 


v6 


0.1205 


10 


v7 


0.7328 


11 


v8 


0.1314 


12 


v9 


0.0769 


13 


vlO 


0.6495 


14 


vii 


0.1336 


15 


vl2 


0.7031 


16 


vl3 


0.6968 


17 


vl4 


0.3158 


18 


vl5 


0.6301 


19 


vl6 


0.6625 


20 


vl7 


0.8439 


21 


vl8 


0.8729 


22 


vl9 


0.8137 


23 


v20 


0.8110 



La comunanza di una variabile è il quadrato della sua correlazione multipla con i suoi fattori. 



Tabella 11. 



Associazioni di ogni variabile con i tre fattori piìi significativi. 
Modello dei carichi assortiti dei fattori ruotati. 







Fattore 1 


Fattore 2 


Fattore 3 


vis 


21 


0.916 


0.000 


0.000 


vl6 


19 


0.810 


0.000 


0.000 


vl3 


16 


0.800 


0.000 


0.000 


vl5 


18 


0.759 


0.000 


0.000 


vl2 


15 


0.650 


0.380 


0.369 


CULTURA 


5 


-0.632 


0.000 


0.000 


vl4 


17 


0.550 


0.000 


0.000 


vl7 


20 


0.000 


-0.876 


0.267 


v20 


23 


0.000 


0.858 


-0.251 


vl9 


22 


0.000 


0.858 


-0.263 


prov. 


1 


0.269 


0.643 


0.000 


SESSO 


4 


0.000 


-0.531 


-0.437 


v4 


- 


0.000 


0.000 


0.808 


vlO 


13 


0.000 


0.000 


0.800 


v7 


10 


0.317 


-0.411 


0.681 


vi 


6 


0.000 


0.000 


0.584 


vii 


14 


0.000 


0.251 


-0.262 


ETÀ 


3 


0.391 


0.000 


0.000 


v6 


9 


0.000 


0.000 


0.286 


v9 


12 


0.000 


-0.260 


0.000 


v8 


11 


0.000 


-0.353 


0.000 


v5 


8 


0.000 


0.419 


0.370 




VP 


4.301 


3.907 


3.047 



Questa matrice di carico dei fattori è stata riordinata in modo che le colonne appaiano in ordine 
decrescente della varianza spiegata dai fattori. Le righe sono riordinate in modo che per ogni successivo 
fattore appaiano prima i carichi maggiori di 0.50000. 1 carichi minori di 0.2500 sono stati sostituiti da 0. 



IL PROBLEMA DELLA VARIETÀ: L'ITALIANO PARLATO NEL VENETO 1 9 1 

Tabella 12. Matrice di somiglianza/dissimiglianza tra le variabili stampata in forma di 
dendrogramma 

Dendrogramma sulla matrice di correlazione assoluta. Clustering col metodo della distanza 
minima. 



VARIABILE 

NOME No. 



(1) 
(20) 



80 ,'36 35 ,'9 10 33/10 25 17 25 3 3/24/11 15/16/31/ 9/13/ 4' 12 / 

/ / / / / t f t t t t ^* 

y% ISyh 15 49/' 6 21 8 14 12/'27/'9 ll/'22/'24/'23/'29/'24/''l6/' 

,' /' / / t f t t t * ^' 

(22) 9i''22 12 51 /'17 16 10 3 25 26/'30 /'5 ;''24 /'B/'M/V'' V''l6 /' 
/ / ///'*''' / 

(23)'' 21 11 51 /'19 18 13 4 26 25/'29/'4 6/' 23/15/ 3l/32/''V'''5 / 

(7) 61/57/^9 38 7 23 8 9/'26/'2 9/'34 /22/'9/'5/2o/o /' 

(13)/'46/'5 23 7 4 4 6/'21/'6 8 ''35 /23 /'is/l /'l8 '' 3 /' 



34 71/ 39 35 /'42 '^22 39 /' 3 /'37 /' 9 / 9 /' 2 / %/ 
/ / / / / / / / / / 

88/58 52 /il /l 26/3/'4/'0/'9/'6 /'3 /' 



prov. 

vl7 

vl9 

v20 

v4 

vlO 

v7 (10)/'43 28 25 33 37 24/'l7/0 8/39 /'o /20 /'l2/'l4/ 8 /' 

.1 y / / / / / / / / 

CULTURA (5) 38 48 53 47 41/7/1 24/ 5/'2/'6/'9/' / 5/ 

vl2 (15) 

vl6 (19) 

vl8 (21) /66 58/28^^^25 39/ 3 /20/ 6^/'' 3/ !>/ 5 / 

_______ t t * t' t' * / ' ' 

vl3 (16) 73/7/4 37/4/3/15/0/0/1/ 

/'' /' /' /' .'' / ,'' /'' /'' 

vl5 

SESSO 
ETÀ 




v5 


(8)/ 7/19/ 2/14 / 




t * f ./ 










vii 


(14)/ 7/ 8/ 1 / 














v8 


(11)/ 3/ 5 / 




' f 




' t 


v6 


(9)' 9/ 


v9 


(12) / 



I valori di questo dendrogramma sono stati scalati da a ICQ 


secondo la seguenta tabella: 






Valore sopra 


Correlazione 


Valore sopra 


Correlazione 





0.000 


50 


0.500 


5 


0.050 


55 


0.550 


10 


0.100 


60 


0.600 


15 


0.150 


65 


0.650 


20 


0.200 


70 


0.700 


25 


0.250 


75 


0.750 


30 


0.300 


80 


0.800 


35 


0.350 


85 


0.850 


40 


0.400 


90 


0.900 


45 


0.450 


95 


0.950 



Alberto M. Mioni 
(Padova) 

La standardizzazione fonetico-fonologica a Padova e a Bolzano 
(stile di lettura) 



0. Premesse generali. 

Presento qui qualche riflessione su alcuni lavori in collaborazione a cui ho 
partecipato a vario titolo: essi toccano la definizione delle caratteristiche foneti- 
che e fonologiche dell'italiano regionale (d'ora in poi IR) dell'Italia di NE. Da- 
rò, prima di tutto, dei brevi cenni sulla natura dei materiali da me usati, solo 
parzialmente comparabili tra loro. 

Si tratta, prima di tutto, della tesi di laurea di Maria Grazia Diano (1978) 
suiriR di Padova, preparata sotto la mia guida; essa elabora lo stile di lettura di 
54 interviste, basate su di un campione di parlanti stratificato per sesso, età e 
classe sociale"; come termini di raffronto si sono poi usati dei materiali raccolti 
(con altro scopo) a Bolzano 2, da cui si sono potute estrarre informazioni sullo 
stile di lettura di oltre una ventina di studenti italofoni e sui risultati delle pre- 
stazioni in italiano fomite da dieci germanofoni, nell'ambito della stessa ricerca 
bolzanina (quest'ultimi sono stati oggetto della tesi di Anna Getti (1982), da me 
diretta) 3. 



' Per lo stile di conversazione si veda il contributo di Trumper-Maddalon in questi atti. La 
presente ricerca è stata finanziata (acquisizione di materiale documentario, e librario, fotocopie, 
ecc.) con in fondi del 60% del Ministero della Pubblica Istruzione. 

2 I dati sono stati raccolti nell'ambito di un progetto di ricerca sul bilinguismo dei giovani 
italofoni a Bolzano, promosso e finanziato dall'Assessorato alla Pubblica Istruzione in Lingua 
Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano e condotto da un'equipe mista padovano-vienne- 
se (Mura et al. 1981). L'obbiettivo delle interviste era quindi quello di studiare il grado e le mo- 
dalità del bilinguismo degli intervistati, anche se i materiali raccolti a quello scopo si prestava- 
no secondariamente ad analisi utili al nostro scopo. Le liste di parole su cui basiamo qui le no- 
stre osservazioni, non quantificate, dovevano essere lette e poi tradotte immediatamente in te- 
desco: quindi l'attenzione degli intervistati era tuua rivolta a quest'ultima prestazione tradutti- 
va, per cui le parole italiane non erano certo lette con preoccupazioni di formalità di stile; ab- 
biamo anche raccolto alcuni dialoghi in italiano, che erano però troppo brevi per prestarsi a 
un'elaborazione statistica. I risultati che qui si riportano sono, quindi, solo una generica consta- 
tazione di tendenza. 

^ I dati percentuali dei germanofoni risultano dall'elaborazione complessiva delle presta- 
zioni in prove diverse: 1) ripetizione di parole pronunciate in italiano dall'intervistatore; 2) let- 
tura di liste di parole in italiano; 3) lettura di parole tedesche e loro traduzione simultanea in i- 
taliano (quindi il risultato è quello di uno stile meno formale, in quanto l'attenzione è piuttosto 



194 ALBERTO M. MIONI 

Credo che, prima di affrontare lo studio della pronuncia dell'IR come esso 
si presenta attualmente, ci si debba porre il problema di come sia stata appresa 
in passato la pronuncia dell'italiano nel Veneto e non solo nel Veneto: i contatti 
con le fonti (toscane) della pronuncia standard erano, nei secoli scorsi, accessi- 
bili solo a poche persone: in pratica solo a quanti, dotti, commercianti e viag- 
giatori, avessero occasione di interagire in modo naturale con toscani o tosca- 
neggianti; per tutti gli altri la base era la scuola e l'informazione fonologica 
veicolata dall'ortografia (Mioni 1983). Salvo alcuni dettagli, la pronuncia 
dell'Italia di NE (di cui si danno qui alcuni spunti, rinviando al più ampio qua- 
dro fornito da Trumper-Maddalon in questi stessi atti) segue la grafia dovunque 
il substrato dialettale glielo permetta. 

Per seguire l'impostazione data al problema da Nora Galli de' Paratesi 
(1986), essa è però, almeno in alcuni punti, più vicina alla 'pronuncia normati- 
va' che non il toscano o il romano; infatti: 

- per le consonanti sorde non presenta lenizione (e quindi non le riduce a 
mormorate o a sorde leni, come il romano o le pron. meridionali; né le fricati- 
vizza come il toscano); 

- contrariamente a toscano e romano ha (almeno nelle sue varietà più alte) 
valori più vicini allo standard per /tj/ (non deaffricata), /d3/(non deaffricata né 
allungata), /b/ (non allungata). 

E ciò non è poca cosa, se si pensa che i sostenitori di uno standard astratto 
danno per scontata questa 'sottrazione' di fenomeni romani e toscani dalla 'cor- 
retta pronuncia' (salvo poi mostrarsi molto più tolleranti verso questi ultimi trat- 
tamenti che non verso 'deviazioni' di province diverse da quelle 'privilegiate'). 

La pronuncia regionale veneta ha inoltre alcune caratteristiche proprie, che 
la distanziano dallo standard in molti altri punti (come d'altronde fanno tutte le 
altre regioni, per cui si raffrontino gli utili materiali e le buone osservazioni di 
Canepari 1983^; ovviamente, tali pronunce non standard non mancano neppure 
a Milano, anche se la Galli de' Paratesi ha selezionato per la sua inchiesta ben 
pochi fenomeni che si prestino a considerazioni di questo genere); tra i fatti più 
rilevanti ricorderemo: 

- difficoltà dovute al substrato: assenza in gran parte dei dialetti dei fonemi 
l\ A/ e della lunghezza consonatica (ivi inclusa quella di /ts dzj/ijì/ in posizio- 
ne intervocalica), ecc.; 

- difficoltà dipendenti dalla mancata esplicitezza dell'informazione orto- 



rivolta alla prestazione traduttiva); 4) breve passo da leggere e riassumere in italiano e breve 
conversazione libera. I valori qui riportati sono medi e mettono assieme prestazioni con diverso 
grado di formalità; ma non sarebbe stato possibile, né significativo, elaborare separatamente le 
singole prove, sia per l'esiguità del campione sia per la scarsa lunghezza delle prove stesse che 
non presentavano sufficienti occorrenze delle variabili che ci interessano qui. 



LA STANDARDIZZAZIO>fE FONETICO-FONOLOGICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 1 95 

grafica (i noti casi di /. u, e, o, s, z); la realizzazione di questi grafemi dipende, 
di volta in volta, dal substrato dialettale o dall' ipercorrettismo, oppure può an- 
che corrispondere allo standard. 

Il fissarsi regionale di certi modelli di pronuncia (almeno tra le classi bor- 
ghesi, che però a loro volta sono state oggetto d'imitazione) è probabilmente 
anteriore alla diffusione dei media orali moderni (radio e televisione; ma in 
passato fu rilevante l'opera lirica e, secondarimente, il teatro); l'influenza (di 
solito piuttosto passiva che attiva) di questi media moderni dovrebbe aver agito 
soprattutto nei casi in cui le variabili percepite non fossero tra quelle che erano 
già oggetto di una norma locale alternativa ormai stabilizzata, e quindi dovreb- 
be soprattutto aver rafforzato tutti quegli aspetti del comportamento linguistico 
in cui norma standard e norma locale coincidevano. Mi rendo però conto che 
queste affermazioni sono del tutto speculative e — riferendosi a parecchi de- 
cenni or sono — non sono certo passibili di controllo empirico, se si esclude 
quel poco di diacronia osservabile {apparent diachrony) che ci è permesso ri- 
scontrare dal raffronto tra le generazioni. 

I pili interessanti fenomeni riscontrati in ciascuno dei tre campioni di par- 
lanti (Padova città, Bolzano città: italofoni e germanofoni) risultano in modo 
riassuntivo dall'acclusa tabella, di cui ci limiteremo a commentare gli aspetti 
più salienti. Facciamo osservare come qui si siano esaminate norme cittadine: è 
ovvio attendersi che i comportamenti delle zone rurali o dei centri minori siano 
un po' diversi (e che assomiglino di più a quelli delle classi proletarie di città). 

Si può dire che, in linea di massima, i casi più interessanti (o per il tipo del- 
la stratificazione che presentano, oppure perché in essi soprattutto si concentra- 
no i comportamenti normativi locali opposti allo standard) sono proprio quelli 
in cui l'ortografia non è esplicita. 



1 . // Campione Padovano. 

Ribadiamo che il campione considerato è stratificato per età, classe sociale 
e sesso e che quindi diamo qui solo i valori di media, rinviando per i dettagli 
della distribuzione particolareggiata a Diano 1978. 

Cominceremo dal trattamento delle due e dello standard: le parlate venete 
normalmente conoscono l'opposizione tra /e/ ed /e/, ma differiscono dallo stan- 
dard per il fatto che questi due fonemi non sono necessariamente presenti nelle 
stesse parole: così a Padova abbiamo in dialetto l'opposizione tra A>eko/ "ca- 
prone; cornuto" e /beko/ "parte estema della bocca degli uccelli", mentre in to- 
scano ambedue le parole suonano /bekko/; viceversa, nei dialetti urbani senza 
metafonesi, /venti/ corrisponde sia al tose, /venti/ "20" che a /venti/, pi. di ven- 
to. L'italiano del Veneto in generale e il padovano in particolare risentono del 



1 96 ALBERTO M . MIONl 

substrato e vi aggiungono in piii alcune correzioni in direzione dello standard, 
ma anche degli ipercorrettismi; esempio di quest'ultimo fenomeno è la forma 
mi del dialetto, corrispondente al toscano me /me/, che invece è categoricamen- 
te realizzata nel 'IR veneto come /me/; analogo è il caso di IR e dialetti veneti 
urbani /tre/ [tre]/[tra2], rispetto al toscano /tre/ e ai dialetti piià arcaici /tri/ (ma 
per questa parola si può forse fare appello non solo all'ipercorrettismo, ma an- 
che all'influsso di /r/). Dalla tabella si può vedere come /e/ sia resa a Padova 
con /e/ mediamente nel 30,4% dei casi in sillaba aperta, nel 16,6% in sili, chiu- 
sa; molti dei casi di 'deviazione' rispetto alla pronuncia normativa sono dovuti 
all'effetto aprente che spesso è esercitato da /r/, sia quando preceda sia quando 
segua una vocale media: soprattutto i proletari conservano anche in italiano la 
pronuncia con /e/ di parole come sera e nero; tra le parole della lista del que- 
stionario, inoltre, tredici e artefice si presentano categoricamente, o quasi, con 
/e/, in opposizione allo standard; il primo caso sembra dovuto al fatto che è un 
composto di tre, di cui abbiamo già parlato, mentre il secondo ha probabilmen- 
te il trattamento delle parole dotte secondo il noto principio "vocale incerta, vo- 
cale aperta". Più alta è la corrispondenza di /e/ IR Veneto con /e/ della pronun- 
cia normativa in sillaba chiusa; importante eccezione è la parola vergine, quasi 
categoriamente resa con /e/, forse per effetto di /r/. 

Pili bassa è la corrispondenza tra IR padovano /e/ ed /e/ della pronuncia 
normativa: le differenze in sillaba aperta, percentualmente assai rilevanti, sono 
soprattutto dovute al fatto che il dittongo /je/ della pron. normativa è categori- 
camente reso con /je/ nella nostra pronuncia; in questa posizione agiscono an- 
che fenomeni di ipercorrettismo, come per leggero e sincero, rese dalle classi 
più basse con /e/ come nella pronuncia normativa, mentre le classi medie ed al- 
te hanno una pronuncia ipercorretta tesa a evitare la /e/ del dialetto (senza che 
la coincidenza tra dialetto e toscano sia tenuta in considerazione): quindi chi a 
Padova pronunci leggèro o sincèro è immediatamente classificato come prole- 
tario o come non padovano. E' questo, dunque, un primo caso, ben netto, di 
standardizzazione locale alternativa a quella toscana. Ancora più forte è la dif- 
ferenza di trattamento di /e/ dell 'IR padovano in sillaba chiusa: la principale 
differenza in questo caso è dovuta a fenomeni di substrato (non controbilanciati 
da correzione o ipercorrettismo), in particolare al fatto che la sequenza /eNC/ è 
resa categoricamente con /e/ nel dialetto di Padova (rese, più o meno categori- 
che, con [e] [ae] in questo contesto sono invece diffuse nell'alto vicentino); così 
pensa, contento, assente e anche cento hanno sempre /e/ (per cui la pronuncia 
del numero "103" ha nell'IR di Padova valori vocalici esattamente opposti ri- 
spetto a quelli toscani: [tjento'tre], rispetto a /tjento'tre/; ai casi di /eNC/ si ag- 
giungono altre forme isolate che hanno /e/ nello standard ed /e/ nell'IR: così 
pésca (categoricamente con /e/; /peska/ compare solo in parlanti di altra origine 
regionale), in cui la /e/ non è facilmente spiegabile come fatto di substrato, dato 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLOGICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 1 97 

che in dialetto abbiamo la forma /'persego/, assai diversa dall' it. e, comunque, 
con /e/; interessante è anche il caso di /kre'detti/, categoricamente con /e/, in 
cui si può supporre (data l'assenza di passato remoto nel dialetto attuale, la for- 
ma è del tutto nuova per i parlanti; anche lo scrivente, che è stato allevato in un 
IR che non prevedeva passato remoto, lo ha imparato dai libri e a scuola) un in- 
flusso del suffisso /-etto/. Per concludere, tra tutte le variabili studiate, questa è 
di gran lunga la più deviarne rispetto alla pronuncia normativa e presenta sia 
forme categoricamente trattate in forma opposta a tale pronuncia, sia forme va- 
riabili in cui il trattamento antinormativo è assai frequente. Per quanto riguarda 
le variabili demografiche con cui tale variazione è correlata, si osservi che le 
donne del campione si presentano come significativamente più deviami degli 
uomini, in direzione di uno standard locale contrapposto alla pronuncia norma- 
tiva. 

Se passiamo ora alla variabile /o/, anch'essa presenta una varietà che è so- 
prattutto notevole in sili, chiusa; in sili, aperta è soprattutto da notare la catego- 
ricità del suffisso /-ojo/, di origine ipercorretta (pron. normativa: /-ojo/, dial. /- 
ore/), e l'uniforme resa dì feroce con h/. Quanto ad /o/ in sili, chiusa, si osser- 
va un numero rilevante di rese antinormative, come in bisogno, singhiozzo, 
nascosto, riposto, in cui la resa con /o/ è la prevalente. Il fatto che le persone di 
mezza età siano meno deviami dei vecchi e dei giovani potrebbe giustificare 
l'ipotesi che in passato (anni '40?) vi sia stata una tendenza normalizzante di 
breve durata e pertanto non trasmessa alle generazioni successive; il fatto che il 
dialetto sia, per le parole sotto esame, abbastanza variabile, non ci permette, in- 
vece, di attribuire tali rese al sostrato dialettale. 

La variabile hi ci mostra, in linea di massima, una buona corrispondenza 
con la pronuncia normativa, sia in sili, aperta che chiusa. Per il primo caso si 
osservi che (contrariamente a quanto è successo per /je/, in cui ha vinto una 
pronuncia antinormativa) il dittongo /wo/ ha sempre una pronuncia corrispon- 
dente a quella normativa; alcune hi in sili, aperta presentano variabilmente [o], 
questa volta per influenza di sostrato, come in trova, prova, sposa. Per quanto 
riguarda la sili, chiusa, la principale difficoltà è posta dal trattamento variabile 
delle sequenze /oNC/, che nelle parole dòtte presentano variabilità, sia pure con 
una certa preferenza per [otlC], come nel caso di cònsole (st. -ó-)\ di un qual- 
che interesse è anche il trattamento con [o] di òrto, che si differenzia dalla 
pron. normativa (con [o]), forse per reazione ipercorretta contro l'apertura della 
vocale davanti a /r/. 

Variabili /ts/ e lèzi: lo stereotipo che attribuisce ai Veneti l'incapacità di 
pronunciare /ts/ e /dz/ che sarebbero sempre neutralizzate con /s/ e /z/ rispetti- 
vamente, è scarsamente attestato nel corpus (17,5%), in quanto nello stile di 
lettura solo i proletari maschi anziani le realizzano con /s/ e /z/; nella maggio- 
ranza degli informatori la principale differenza con lo standard sta piuttosto in 



198 ALBERTO M. MIONl 

una differente distribuzione delle due affricate, che permangono, comunque, 
due fonemi separati, dato che sono in distribuzione contrastiva almeno all'in- 
terno di parola: Padova condivide con altri IR settentrionali la resa categorica- 
mente sonora di /ts/ iniziale di parola (ad es. in parole come zitto, zucchero, 
zucca e zio, e questo nonostante il fatto che il dialetto presenti regolarmente u- 
na /s/ sorda in questi contesti: sito, sucaro, suca; un po' a parte è il caso di xio 
['zio], che presenta la forma sio con la sorda solo in alcuni dialetti rurali: ma la 
parola è relativamente recente, avendo sostituito la forma originaria barba); 
differenze rilevanti si ritrovano anche nella distribuzione di /ts/ e /dz/ all'inter- 
no di parola: se, ad es., manzo e zanzara corrispondono categoricamente allo 
standard con [dz], pranzo ha categoricamente [ts] (st. [dz]), mentre romanzo o- 
scilla tra /ts/ e /dz/ (quest'ultima pronuncia sembra essere una novità recente: 
personalmente ho pronunciato questa parola con /ts/ fino a quando non ho fatto 
l'esame di Filologia Roman[dz]a!). 

Per i problemi della distribuzione dei fonemi /s/ e /z/ all'interno di parola, 
in giuntura morfologica, rinvio al contributo di Barbara De Nicolao, in questi 
stessi Atti. 

/tj/ e /dj/ hanno raramente una pronuncia standard (rispettivamente 
neiril,3 e nel 7,1% dei casi); la pronuncia più diffusa è più avanzata, di tipo 
[t,], [d,], con più o meno rumore di frizione o con il glide [J] più o meno perce- 
pibile (in totale, rispettivamente, 53,7 e 79,7%); non risulta invece frequente in 
città la pronuncia rurale, nettamente palatale, di tipo [e] e [j]/[j], anche qui con 
glide più o meno evidente. 

l\l, Ikl e /ji/: si sapeva (Mioni-Trumper 1977) che queste tre consonanti 
pongono particolari difficoltà al parlante rurale, in quanto le prime due sono as- 
senti dall'inventario fonologico dialettale e la terza, pur presente in dialetto, è 
realizzata, nelle varietà rurali e proletarie o in uno stile molto trascurato, come 
un 'approssimante nasale [j]; la Diano ha invece constatato una certa diversità 
di trattamento per i tre fonemi nell'uso urbano, e cioè: 

/!/: ha due diversi trattamenti, fortemente condizionati dalla grafia: il di- 
gramma se (tipo: scimmia, pesce) è reso in modo più ([J]) o meno ([e]) vicino 
allo standard, a seconda della classe sociale e dell'età; il trigramma sci (in pa- 
role come sciocco, scienza, coscienza, ascia) presenta modalità di realizzazione 
analoghe a se, con in più la / pronunciata e resa con l'approssimante [j]; 

/X/ presenta una [j] di origine ortografica pronunciata nel 60,6% dei casi, 
mentre [A] ha vari gradi di palatalizzazione, portando quindi alle varianti [Ij], [1, 
j], [Xj], e, raramente, [X]. 

I differenti trattamenti di questi due fonemi sono nettamente correlati con 
la classe sociale (più alta è quest'ultima, più standardizzante è la realizzazione) 
e con l'età: è interessante osservare anche che, tra i vari gruppi demografici 
presi in considerazione, le donne alto borghesi sono le più standardizzate, le 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLOGICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 1 99 

donne proletarie le meno standardizzate, mentre gli uomini presentano un com- 
portamento più uniforme. Per questi due fonemi assistiamo, perciò, a una pro- 
gressiva standardizzazione. 

/ji/: abbiamo già detto che i risultati hanno presentato qualche sorpresa: in 
sostanza i Padovani del campione hanno presentato tutti delle [p] accettabili; 
non solo non ci sono stati casi di (j] (ma non si dimentichi che stiamo qui lavo- 
rando con lo stile di lettura!), né casi di [njj o [pj], d'altronde non favoriti dalla 
grafia, che presenta limitati casi di uso del trigramma gni. 

Purtroppo nella lista di parole del questionario non figurano sequenze /sj Ij 
nj/ che possano far vedere la possibile neutralizzazione tra queste sequenze bi- 
fonematiche e le rese con [j] di /j X ji/: tali variabili sono invece prese in consi- 
derazione da Trumper-Maddalon (in questi atti). 

Lunghezza consonantica. L'abbreviamento delle consonanti lunghe, con u- 
na resa semilunga o addirittura breve, è un ben noto stereotipo dell' IR setten- 
trionale, specialmente veneto; nella nostra regione l'abbreviamento della con- 
sonante si accompagna con un proporzionale allungamento della vocale prece- 
dente (che non rimane in alcun modo breve, né centralizzata, come invece av- 
viene in altri IR settentrionali, specie emiliano-romagnoli), portando così a 
neutralizzazioni assolute di coppie minime come fatto -fato, hanno/ anno -ano 
(quest'ultimo es. è un tipico shibboleth per discriminare i Veneti!); poste queste 
premesse, lo stile di lettura qui preso in considerazione, ha dato notevoli sor- 
prese, con solo il 20,1% di forme con consonante semilunga o breve. Si tenga 
presente che in tale conteggio è compresa anche la pronuncia scempia di /J A ji 
ts dz/ nei contesti in cui lo standard ha la pronuncia lunga. Di ben più difficile 
realizzazione si sono rivelati gli esempi con due consonanti lunghe in una stes- 
sa parola (tipo: attacco, annullo, raddoppiare; 53,8% di casi di abbreviamento 
di almeno una delle due consonanti, di solito la prima); quanto alle sequenze di 
tre consonanti lunghe in una stessa parola (tipo: attaccammo, dissotterrare, 
dissuggellare) esse erano devianti nel 66,3% dei casi, con abbreviamento di u- 
na consonante (di solito la prima) o di due (la prima e la seconda). 

La tesi Diano presentava l'elaborazione solo di alcune variabili ritenute si- 
gnificative per scoprire la struttura sociolinguistica della città di Padova^. Vi 



4 La lista di parole del questionario parte da una selezione delle variabili discusse in Mio- 
ni-Trumper 1977, pp. 355-56, elaborando le più interessanti tra esse (soprattutto quelle che so- 
no più frequentemente rappresentate nello stile di lettura), e ne aggiunge anche altre. Non ven- 
gono elaborate altre caratteristiche che l'italiano di Padova condivide con il resto dell'IR vene- 
to e che sono anche dettagliatamente descritte da Canepari 1983-, pp. 91-94, e soprattutto, 
quantificate in Trumper-Maddalon, in questi stessi atti. Si tratta, ad es. di: realizzazioni assai 
basse di /e/ ([ae]) e h/ {[o] ), della presenza di vocali centralizzate in atonia, come [I] (neutraliz- 
zazione di /i/ ~ /e/), [u] (neutralizzazione di /u/ ~ /o/) ed [b] (anche come neutralizzazione di /a/ 



200 ALBERTO M. MIONl 

sono altre variabili interessanti per definire l'IR padovano e veneto in generale 
rispetto ad altri IR che non sono state prese in considerazione, non solo per ra- 
gioni di tempo, ma anche perché hanno a Padova una realizzazione categorica, 
o non sono facilmente distinguibili senza un'esame strumentale, oppure perché 
non erano sufficientemente rappresentate nella lista di parole del questionario. 
Ci basti citare: /NC/: la sequenza di nasale + consonante è resa con una nasale 
omorganica alla consonante seguente solo da parlanti non veneti oppure in stili 
molto formali; le realizzazioni correnti sono di solito (con una scala di formali- 
tà decrescente): [VnC] > [V—C] > [V:C] (ma il fenomeno è discusso in Mioni- 
Trumper 1977, Trumper 1979, che fa anche ricorso a misurazioni strumentali per 
distinguere le varie realizzazioni, non facilmente discriminabili uditivamente). 

Sequenze /VrCV/ e fVSCW/ (tipo: porta, posta): in esse la prima vocale è 
abitualmente resa come semilunga o lunga (il fenomeno era intravvedibile già 
nei dati di Fava-Magno 1971); il fenomeno è assai interessante perché postule- 
rebbe per TIR veneto una distribuzione delle lunghezze nella sillaba alquanto 
diverse da quelle dello standard, se non addirittura strutture di sillaba alquanto 
inusuali ($rCV$, $SCV$ e simili). 

/r/ è solitamente resa come monovibrante [f ] in posizione intervocalica. 

Praticamente categorica si è rivelata, infine, la realizzazione assai arretrata, 
postalveolare, di /s/ e /z/. 



2. // Campione Bolzanino Italofono. 

Il campione qui descritto è solo latamente paragonabile con quello padova- 
no, per varie ragioni: i dati non sono stati rielaborati statisticamente e quindi si 
danno qui solo alcune osservazioni di tendenza; il campione era costituito da 
studenti dei primi anni delle scuole medie superiori (con l'esclusione sia del li- 
ceo classico che dei corsi di addestramento professionale), e quindi, se non si 
può dire che esso sia omogeneo dal punto di vista della classe sociale (tutte le 
classi sono rappresentate nelle famiglie di provenienza) si tratta comunque di 
persone chiaramente indirizzate verso un'ascesa sociale e quindi verso modelli 
linguistici pili standardizzati; gli informatori sono stati intervistati anche sulle 
loro opinioni metalinguistiche e, per quanto riguarda l'argomento che qui ci in- 
teressa, hanno dimostrato un'alta opinione della propria pronuncia italiana, rite- 



~ /e/ ~ /e/, in atonia, specie davanti a /r/); diversi gradi di indebolimento di /r/ e /!/ o, rispettiva- 
mente, loro velarizzazione o palatalizzazione; lenizione di /b d g v/ rese come approssimanti in 
posizione intervocalica, ecc. Non si dimentichi, però, che il lavoro della Diano riguarda lo stile 
di lettura di informatori urbani, in cui questi fenomeni (almeno a partire del questionario usato) 
non risultano molto appariscenti. 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLOGICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 20 1 

nuta come assai neutra, e anche un'opposizione netta contro i modelli "molto 
poco naturali" fomiti dalla radio e dalla televisione. Ma, allora, qual'è la norma 
che essi seguono? I nostri dati ci fanno pensare ad un IR di NE più avanzato di 
quello veneto verso la standardizzazione. Tale fatto si può forse spiegare con la 
storia dell'immigrazione degli italofoni nella città di Bolzano dopo la prima 
guerra mondiale (Gubert 1978, Egger 1978, Gatterer 1968), in cui, specie nei 
primi anni, la componente trentina e veneta era nettamente prevalente, pur con 
un importante apporto di dirigenti lombardi ed emiliano-romagnoli, mentre la 
parte più consistente dell'immigrazione dall'Italia centro-meridionale è avve- 
nuta soprattuto nel secondo dopoguerra, quando il modello locale di pronuncia 
dell'italiano si era già in gran parte formato e assestato: non si dimentichi che i 
nostri informatori costituiscono, per lo più. la seconda generazione di italofoni 
nati a Bolzano o nella provincia. 

Anche i membri del campione di origine centromeridionale (e l'abbiamo 
constatato intervistando le loro famiglie, in cui spesso la madre o i nonni non e- 
rano capaci di parlare italiano) non si distinguono in alcun modo dai loro coeta- 
nei di altra origine regionale. Con tutte le riserve che dobbiamo fare sui dati ri- 
cavabili da questo campione, osserviamo in linea di massima un italiano non 
molto diverso da quello dei gruppi padovani più avanzati nella standardizzazio- 
ne (classi alte o giovani), ma anche qui ci sono delle norme locali opposte alla 
pronuncia normativa; l'insieme delle nostre conclusioni è ricavabile dall'acclu- 
sa tabella; tuttavia, alcune osservazioni saranno utili: 

- per /e/ ed /e/ differenze solo quantitative rispetto a Padova ([me]) e [tre] 
categorigamente, invece [je] ed [eNC] con qualche eccezione); 

- /o/ ed hi nettamente più standardizzati che a Padova; 

- /} A/ con le variabili standard più frequenti che a Padova, ma analoga resa 
non lunga; /ji/ standard, tranne che per la lunghezza; 

- lisi e /dz/ con distribuzione simile a quella padovana; tracce sporadiche di 
rese fricative dentali (non affricate) [s z], da ricondurre all'influenza di famiglie 
di origine trentina o emiliana; 

- comportamenti analoghi a quelli padovani per tutti gli altri fenomeni (so- 
lo più frequente la resa standard nella maggioranza dei casi). 

Nel complesso un insieme di fenomeni che farebbe propendere per una no- 
tevole uniformità di andamento generale dell'IR dell'Italia di NE nello stile di 
lettura, e quindi nell'atteggiamento e nelle tendenze normative. 



3. // Campione Bolzanino Germanofono. 

E' interessante il confronto con un campione di germanofoni (10 informa- 
tori analizzati con elaborazione statistica), non solo per vedere quale sia il loro 



202 ALBERTO M. MIONI 

rendimento nell' apprendere la fonologia dell'italiano (tematica già di per sé in- 
teressante), ma anche e soprattutto (almeno ai nostri fini) per vedere quale tipo 
di fonologia italiana essi abbiano appreso^: per poterlo decidere si dovrebbe po- 
ter sempre epurare i dati da tutti quei comportamenti linguistici che siano chia- 
ramente dipendenti dal substrato tirolese e tedesco standard, non possibile in 
tutti i casi, anche perché abbiamo solo alcune idee generali sulla fonologia del 
tedesco locale, mentre per la parlata tirolese si può almeno ricorrere al Tiroler 
Sprachatlas. Comunque, nonostante le buone intenzioni, ogni dato non sarà fa- 
cilmente scomponibile in vettori di imitazione italiana e vettori di substrato. 

Un caso tipico è, ad es., quello delle vocali medie, per le quali il substrato 
tedesco favorirebbe (almeno in sillaba tonica) la realizzazione medio-alta ([e], 
[o]) in sillaba aperta e quella medio-bassa ([e], [o]) in sillaba chiusa. Tale ten- 
denza spiega certamente il trattamento molto standardizzato di /e/ in sili, aperta 
(12,8% di devianza, anche qui [me] e [tre] categoricamente), mentre non spiega 
l'altrettanto buono rendimento in sillaba chiusa (12,3% di devianza); se con- 
frontiamo i dati quantitativi per questa variabile con quelli riscontrati a Padova, 
osserviamo come in sillaba chiusa la standardizzazione sia maggiore tra i bol- 
zanini germanofoni che non tra i padovani, senza che il substrato intervenga in 
aiuto, mentre invece per la differenza a favore dei bolzanini in sili, aperta (me- 
no della metà della devianza riscontrata a Padova), certamente il substrato è 
fortemente influente. Maggiormente standardizzato rispetto a Padova risulta 
anche /e/, anche se i valori di devianza sono ancora notevoli; la forte devianza 
in sillaba aperta è spiegata dal sustrato (che rende il ted. a come [e], contraria- 
mente ad altre regioni del mondo tedesco, che hanno [e] o [ae]), mentre meno 
spiegabile è la deviazione per la sillaba chiusa; si osservi però che anche tra i 



5 Canepari 1983^, pp. 86-88, contiene anche cenni di pronuncia regionale altoatesina (di 
parlanti germanofoni, anche se l'autore non lo specifica), con variabili che, in generale, corri- 
spondono a quelle qui prese in considerazione: si noti però che le informatrici di Canepari (mie 
allieve all'Università di Padova) rappresentavano un livello di cultura e di contatti con l'italia- 
no superiore a quello del campione di germanofoni qui presentati, che comprendeva per lo più 
studenti dei primi anni delle scuole superiori. Non abbiamo riportato qui i risultati di alcune va- 
riabili che sono piìi interessanti dal punto di vista contrastivo che da quello dell'IR: così /w/, re- 
so [u] o [w] (9,9% dei casi); /a/ reso come velare [a] (8,1%); /i/ [I] in atonia (7,2%), /u/ [u] in a- 
tonia (casi sporadici); le sorde sono state realizzate con aspirazione solo nel 7,05% dei casi; 
sporadica si è rivelata anche la desonorizzazione delle sonore. Tali fenomeni sono certamente 
assai più frequenti nella conversazione libera. 

Anche Bernhard Hurch e Livia Tonelli, che hanno partecipato al programma di ricerca 
bolzanino a cui si è accennato sopra, nota 2, hanno studiato vari fenomeni linguistici osservati a 
Bolzano, sia pure con finalità di teoria linguistica (fonologia naturale), piuttosto che con inte- 
ressi strettamente sociolinguistici. Ad es., Tonelli 1984 cita regole e processi fonologici riscon- 
trati sia presso gli italofoni che tra i germanofoni sudtirolesi: alcuni di essi toccano le variabili 
qui esaminate e sono approfonditamente discussi. L'opera contiene anche importanti informa- 
zioni sul tedesco colloquiale di Bolzano, su cui fornisce importanti dati di prima mano. 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLCXjICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA ) 203 

germanofoni, come tra gli italofoni di Bolzano, le sequenze /je/ e /eNC/ sono 
quasi categoricamente con [e] medio-alta. 

Notevolissimo è il grado di standardizzazione anche per /o/ e /o/, in cui il 
tedesco standard favorisce /o/ in sillaba aperta e hi in sillaba chiusa (bisogna 
vedere quanto contino eventuali controtendenze presenti nelle parlate tirolesi, 
in cui sembra che la lunghezza vocalica sia più rilevante dell'altezza) spiega 
solo parzialmente il 23% di deviazione per /o/ in sili, chiusa, ma non spiega af- 
fatto la deviazione scarsa o nulla per /o/ in sillaba aperta, mentre corrisponde 
bene alla poca deviazione per /o/ in sillaba chiusa, in cui sarebbe seguita in li- 
nea di massima la tendenza di substrato, tranne che per poche parole influenza- 
te dalla pronuncia locale italiana (la deviazione è infatti del 10,2%). 

1)1 non pone alcun problema, tranne che per la lunghezza. 

M/ e /ji/, non presenti nel sistema tedesco, pongono qualche difficoltà — al- 
meno in teoria — in pratica invece gli informanti se la sono cavata inaspettata- 
mente bene, con rese di M/ devianti per il 49,2% (meno che a Padova, con va- 
rianti non dissimili), mentre per /ji/ si riscontrano pochissimi casi di devianza 
(qualche caso di [nj] e, in atonia, di [n]). 

Anche /ts/ e /dz/ non sembrano porre molti problemi (ma gli es. nel corpus 
non sono molti e quindi le osservazioni su questo punto debbono essere prese 
con una certa cautela!); è interessante osservare che, mentre sarebbe del tutto 
naturale per un germanofono generalizzare [ts] in posizione iniziale di parola, 
gli informatori 'più bravi', cioè quelli che mostrano di aver una migliore resa 
dell'italiano anche nelle altre variabili, tendono ad avere [dz] in questa posizio- 
ne: chiaro segno del fatto che il modello è quello dell'italiano settentrionale! 

Lunghezza consonantica: è questo un punto che pone notevoli difficoltà a 
un germanofono: infatti riscontriamo un 53,6% di devianza (i casi di doppia o 
tripla geminata in una singola parola non erano sufficientemente numerosi nel 
nostro corpus, per cui questa percentuale dev'essere confrontata col 20,1% di 
Padova, riferito a una singola geminata); tuttavia è interessante osservare come 
davanti a geminata la vocale sia chiaramente breve e quindi si abbia una rein- 
terpretazione della distinzione, che mantiene comunque distinte le coppie mini- 
me (es. /fato/ ~ /fatto/ resa come ['fa:to] -['fato]). 

/NC/: si riscontra variabilmente la resa con [tìC]; la nasalizzazione della 
vocale precedente non è rilevante come presso i Padovani; abbastanza frequen- 
te è l'allungamento della vocale nei contesti: /-rCV/ e /-SCV/ (anche qui biso- 
gnerebbe vedere chiaramente quale sia la situazione tirolese in proposito). 

Ivi questo è il caso più tipico di influsso di substrato: gli informatori usano 
tutti e categoricamente un qualche tipo di r uvulare. 

/tj/ e /ds/ sono resi con una articolazione che fa percepire come più staccato 
che in italiano standard il componente occlusivo rispetto a quello fricativo (è 
difficile decidere se tale effetto percettivo dipenda effettivamente da un lieve 



204 ALBERTO M. MIONI 

allungamento dei tempi dell'articolazione o da un punto di articolazione dell'e- 
pisodio occlusivo pili avanzato di quello italiano: le due cause possono, per ov- 
vie ragioni articolatone, anche coesistere); è però interessante osservare come 
il fonema /dj/, assente dal loro sistema materno, sia piìi spesso realizzato come 
fuso [dj] (solo 62,88% dei casi con poca fusione) che non il corrispondente 
sordo /tj/ (81,84% dei casi con poca fusione), che invece è presente nel loro si- 
stema: è questo un fenomeno interessante dal punto di vista dell'analisi contra- 
stiva, in quanto mostra che il transfer fonetico non ha sempre effetti positivi e 
spesso viene reso meglio un fonema appreso ex novo. 

/l/: frequente è la velarizzazione [4] in fine di sillaba (ivi inclusi i casi di 
/11/), da attribuire al substrato tirolese. 

/s z/ sono assai frequentemente dentali o predentali, che vengono spesso in- 
terpretati come /ts dz/ dagli italofoni circostanti (specie dai Trentini, che per /ts 
dz/ hanno appunto delle fricative dentali molto avanzate). 

Da questi dati si possono trarre alcune interessanti considerazioni conclusi- 
ve sulle prestazioni dei germanofoni sudtirolesi in italiano: 

- nel complesso, la fonologia dell'italiano in questi parlanti risulta assai 
ben acquisita, anche se rimangono delle realizzazioni (stereo)tipiche come le 
varianti uvulari di /r/, una re interpretazione (sporadica nello stile di lettura, ma 
più evidente nel parlato corrente) delle sorde come aspirate e delle sonore come 
leni piti o meno desonorizzate e, infine, la pronuncia staccata di /tj ds/; in ogni 
caso i loro risultati in fonologia sono relativamente migliori di quelli che essi 
ottengono in sintassi; 

- il tipo di fonologia italiana da essi appreso (se si astrae dai fenomeni di 
influenza del substrato tedesco/tirolese) è in sostanza quello degli italofoni cir- 
costanti, senza una rilevante presenza di modelli estemi alla regione. 



4. Conclusioni 

Nel loro complesso, anche i comportamenti linguistici qui studiati ci mo- 
strano come gli atteggiamenti normativi in fatto di pronuncia siano fortemente 
condizionati non dall'imitazione di forme 'normative' o 'standard', quanto 
piuttosto dall'informazione veicolata dalla grafia. Le comunità studiate sembra- 
no ben coscienti del significato sociale connesso con talune variabili chiara- 
mente discriminabili in base alla sola informazione ortografica; per questo dal 
nostro campione (ma si tratta di informanti urbani e di stile di lettura!) sono 
quasi assenti tratti stereotipici come /ts dz/ deaffricate ([s z]), e c'è un costante 
tentativo di correzione nei confronti delle C lunghe; analogamente, vi sembra 
essere una reazione sfavorevole a rese come /}/ [sj], /X/ [Ij], ma non nei con- 
fronti della variabile localmente più diffusa, del tipo [Jj] e [1, j]. 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLOC'iICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 205 

L'attenzione normativa appare, invece, molto più bassa in tutti i casi in cui 
il codice ortografico non sia esplicito: /e/ ~ /e/, /o/ ~ hi, /t^f ~ /dz/ hanno un 
modello locale di distribuzione che dipende soprattutto dal substrato, le cui abi- 
tudini vengono trasferite sullo standard locale, oppure controbilanciate ipercor- 
rettisticamente; l'intervento di modelli estemi (ad es. quelli offerti dalla radio e 
dalla televisione) non sembra essere rilevante, se non nel caso di parole nuove. 
Anzi, il modello radio-televisivo viene talvolta sentito come innaturale e artifi- 
cioso, come è ben apparso dalle nostre interviste con i giovani bolzanini. 

Esiste pertanto un modello più o meno definito, più o meno alternativo alla 
pronuncia 'normativa'; verso tale modello chiaramente tendono le comunità 
qui analizzate. 

Non penso che la situazione sia dissimile da quella di altre regioni italiane, 
specie settentrionali (con le quali probabilmente coincidono molti esiti veneti). 
Sarebbe interessante aver un'ampia base di dati per vedere se si possano ri- 
scontrare tendenze di forma (tipi di distinzioni operanti o, invece, neutralizzate) 
e di sostanza (realizzazioni concrete) comuni a vaste aree, analogamente diffe- 
renziate dalla pronuncia 'normativa'. 

Rimangono, comunque, in ogni regione molte variabili che non necessaria- 
mente sono assurte a stereotipi all'interno di una data comunità, ma che, da so- 
le o raggruppate con altre, contribuiscono a definire un determinato parlante 
come appartenente a una classe sociale bassa o di provenienza rurale (ad es., 
forte frequenza dello stile trascurato), oppure variabili che non sono stereotipe 
all'interno della comunità stessa, ma sono usate dalle altre comunità linguisti- 
che (specie quelle circostanti) come shibboleth della comunità in questione. 
Chiunque si trovi a vivere e a lavorare in una regione diversa dalla sua origina- 
ria cerca di eliminare le caratteristiche del suo accento originario che gli sem- 
brano più evidenti; tali sforzi sono comunque destinati ad avere un successo so- 
lo parziale, in dipendenza da fattori come doti personali di mimetismo foneti- 
co-fonologico, età dell'individuo al momento dell'emigrazione, numero di anni 
passati al di fuori della regione d'origine, ecc. Tra i tratti più difficili da elimi- 
nare figurano certamente quelli prosodici e intonativi, che spesso costituiscono 
l'indizio più sicuro per identificare la provenienza regionale di un parlante, an- 
che fortemente standardizzato 6. 



6 A tutti i fatti prosodico-intonativi dei vari IR ha prestato la debita attenzione Canepari 
(1979, pp. 203-230; 1983^, passim). L'autore ha lavorato secondo i metodi della fonetica im- 
pressionistica e con pochi informatori (scelta inevitabile, se si vuol coprire, come egli ha fatto, 
ampie aree geografiche). Nonostante questi limiti, ci troviamo finalmente a veder colmati dei 
rilevantissimi vuoti d'informazione, che prima di Canepari erano pressoché totali. E' da auspi- 
care che tali dati possano essere confermati e approfonditi sia con ricerche sociolinguistiche 
che con analisi strumentali. 



206 ALBERTO M. MIONI 

TABELLA RIASSUNTIVA DELLE VARIABILI PIÙ SIGNIFICATIVE 





Padova 


Bolzano 


Bolzano 




(tesi M.G. Diano 


giovani italof. 


giovani germanof. 


Pron. 


54 inform. stile 


(25 interv. non 


(10 interviste 


normat. 


lettura) 


rielabor. stat.) 


Tesi A. Getti) 


/e/ 


30,4 — $ 


corrisp. più alta 


12,8—$ 




16,6—$ 


che a Padova 


12,3— C$ 




[me], [tre] categ. 


[me], [tre] categ. 


[me], [tre] categ. 


/e/ 


37,7 — $ 


corrisp. solo di 


53,8 — $ 




84,3 — C$ 


poco più alta che a PD 


30,5 — C$ 




[je] categ. 


Uè] 


Uè] 




[eNC] " 


[eNC] > quasi cat. 


[eNC] } quas' cat. 




femm. fortemente 








deviami 






hi 


65,8 


correz. più 


13,2—$ 




oscill. del trend 


alta che a Padova 


23— C$ 




nelle età 




1 8 gener. 




[-3Jo] quasi cat. 


[ojo] quasi cat. 




hi 


8,9—$ 


id. + [spoza] [trova] 


3,8—$ 




50,4 — C$ 


[ordzo], [orto] 


10,2 — C$ 




Tot. 22,7 


[wo] categ. 


7 gener. 




femm. correggono 


[oNC] freq. 






(sopr. PB, Prol.) 








[wO] cat. 








[spo:za], [tro:va] 








[oNC] 






l\l 


[Jj], [sj], ecc. 


variabile, ma 


bene sempre. 




62,9 


più basso 


anche se talvolta 






spesso [Ij] 


breve /V-V 



//C/ 



[^j], [\,]l [Ij] 

60,6 



id. più basso 
[Xj] più freq. 



49,2 

stesso tipo di 

varianti 



1^1 



nessun problema 
(tranne lunghezza) 



nessun problema 
(tranne lunghezza) 



sporadicamente 
[nj], [n] 



LA STANDARDIZZAZIONE FONETICO-FONOLOGICA A PADOVA E A BOLZANO (STILE DI LETTURA) 207 





PD 


BZ ital. 




BZ germ. 




/ts/-/dz/ 


[?tdz-] categ. 
singole parole con 
diversa distr. 


id. 




<ts->; i più bravi 
seguono il mod. 
sett. (dz-l 




As/ -^ /s/ 
lazi -> /z/ 


17,5 sopr. 
vecchi (ma stile 
lettura!!) 


[s], [z] spor. 
(trent, emil., 
manto V.) 


nessun 
problema 




/C:/ ^ /C/, /C/ 


variabile, assai 
frequente 
20,1; 53,8 (due), 
66,3 (tre) 


solo un 


po' meglio 


53,6 

(ma: reinterpr. 

della V prec.) 




/NC/ 


(non elaborata) 
[nc] o [ ~C] 

quasi categ. 


simile 




[TiC] variab., 
ma poca nasal. 




A^rCV/ 
/VSCV 


(non elaborata) 
frep. [V] 


id. 




abbastanza 
frequente 




/r/ 


[f] freq. 


id. 




[R], [k] categ. 




Al/, /d3/ 


freq. [t,], [d,] 


raro [t,] 


IJd,] 


[t-ll, [d-3] 
81,84 62,88 




/!/ 


talv. palat. 
(non elaborata) 


nessun 


probi. 


Rl/-$ 

/— 1 




/s/, /z/ 


postalv. spesso 


alveol. 




talv. dentale 





N.B. Nella tabella la pronuncia di Bolzano è sistematicamente confrontata con quella di 
Padova: quindi "id." indica tendenza analoga a quella padovana. Le percentuali indicano il gra- 
do di 'deviazione' dalla pronuncia normativa. 



208 ALBERTO M. MIONI 

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Barbara De Nicolao 
(Padova) 

Realizzazione dì /S/ intervocalico in giuntura di parola a Padova 



Oggetto dell'inchiesta era la realizzazione sorda o sonora dell'arcifonema 
/S/ intervocalico in giuntura di morfema a Padova; suo scopo la ricerca di una 
possibile correlazione tra la scelta della variante e fattori tanto demografici 
quanto contestuali; ipotesi di partenza la tendenza all'avanzamento della va- 
riante [z] rispetto a [s]. 

Il campione di intervistati comprendeva 72 parlanti nati e vissuti a Padova, 
suddivisi secondo i seguenti fattori: età, sesso, classe sociale, individuata 
quest'ultima secondo il livello di istruzione e il tipo di professione. Per i par- 
lanti più giovani si è fatto riferimento alla caratteristica sociale della famiglia di 
provenienza e al tipo di scuola frequentata. 

Furono considerati quattro gruppi di età: 14-19, 20-25, 26-45, oltre i 45, e 
tre classi sociali: borghesi, piccolo-borghesi, proletari. 

L'intervistato era chiamato a leggere prima un passo a senso compiuto con- 
tenente 23 lemmi con /s/ in giuntura morfologica (ali. 1), poi una lista di 100 
parole dello stesso tipo (ali. 2). Le parole inserite nel testo comparivano dopo 
anche nella lista, allo scopo di verificare la possibilità di una variazione conte- 
stuale nel passaggio dalla pronuncia già molto accurata della lettura di un testo 
al massimo dell'accuratezza di una lista di parole. 

I lemmi considerati erano composti da un formativo (DI-, DE-, PRE-, 
PRO-, RE-, RI-, TRA-, UNI-, A-) e da una base lessicale iniziarne per /s/ (ad 
es.. Disegno, DEsistere, PREsidente, PROseguire, REsiduo, Risanare, TRAsa- 
lire, UNIsono, Asindeto). 

Furono inserite anche poche parole contenenti l'enclitica -SI (cercaSI, affit- 
tasi, Vendesi) e alcuni composti di PROS-, TRAS-, (PROSodia, TRASumana- 
re, TRASandato), sebbene in quest'ultimo caso la realizzazione sonora non sia 
messa in discussione e sia prevista dall'italiano standard. 

Per tutti gli altri lemmi la pronuncia di partenza dovrebbe essere sorda an- 
che in giuntura, non esistendo in italiano un fonema /z/ iniziale di parola. 

I risultati delle interviste mostrarono la realtà e la rilevanza quantitativa 
dell'avanzamento della variante di realizzazione sonora. 

Tra i fattori demografici considerati, l'unico tratto significativo appare essere 
l'età (si veda la Tab. 1). Le possibilità di una realizzazione sonora aumentano col 
diminuire dell'età degli intervistati: questo è particolarmente significativo nei due 



2 1 BARBARA DE NICOLAO 

gruppi più giovani e soprattutto nei parlanti di età inferiore ai 20 anni. 

Le percentuali di realizzazione sonora riscontrate dall'analisi dei dati delle 
interviste — che diamo a titolo puramente indicativo, dato il piccolo numero di 
dati raccolti — sono le seguenti: 47% nei parlanti di età superiore a 45 anni, 
52,5% nel gruppo di età 26-45; 56% nel gruppo 20-25; 66,5% nei parlanti fino 
ai 20 anni. 

Classe sociale (Tab. 2) e sesso (si confrontino le Tab. 3 e 4) non sembrano 
essere significativi. Alcune considerazioni si possono comunque fare: almeno 
entro i due gruppi di età più giovani (14-25), la classe piccolo-borghese sembra 
quella più sensibile al fenomeno. E' infatti questa classe a raggiungere nel suo 
complesso (cioè sommando le femmine e i maschi) la massima percentuale di 
sonore (68,5% nei giovani fino ai 20 anni). Se si considerano separatamente le 
donne (Tab. 3), le percentuali massime si hanno tuttavia tra le borghesi. Questo 
sembra concordare con l'ipotesi secondo la quale le classi e in genere i gruppi 
in ascesa presenterebbero fenomeni di ipercorrezione. 

Per quanto riguarda i due stili considerati (lettura di un testo e di una lista 
di parole), il passaggio alla pronuncia più accurata della lista è segnato da una 
certa correzione (Tab. 5 e 6) verso la realizzazione sonora (ad es., pro[s]egui- 
re/pro[z]eguire, ri[s]anamento/ri[z]anamento, ri[s]orsa/ri[z]orsa, re[s]i- 
duo/re[z]iduo, ecc.). Non si è osservato nessun caso di correzione in senso op- 
posto (da [z] a [s]). 

Tale correzione è riscontrabile in tutte le classi e in entrambi i sessi: sembra 
tuttavia assente nella generazione più anziana, e raggiunge il massimo nel 
gruppo di età 20-25. 

Si potrebbe ipotizzare allora che il fenomeno abbia avuto inizio nel secon- 
do dopoguerra e che per questo non tocchi che marginalmente le persone più 
anziane. Che i più diretti interessati alla correzione siano i giovani tra i 20 e i 
25 anni e non i giovanissimi, potrebbe indicare che solo ora il fenomeno sta an- 
dando verso una normalizzazione. 

Nel rivolgere l'attenzione ai lemmi si noterà innanzitutto come le probabi- 
lità di una realizzazione sonora di /S/ intervocalico in giuntura siano diverse in 
funzione della diversità del formativo. Se nei composti coi formativi DI-, DE-, 
(ad es.. Disegno, DEsistere) la realizzazione è esclusivamente sonora, i compo- 
sti di PRE-, PRO-, RE-, RI-, TRA-, UNI-, A- presentano invece variazione 
(PREsidente, PROseguire, REsiduo, Risolvere, TRAsalire, UNIsono, Asinde- 
to). 

Conseguenza di questo fenomeno è la perdita dell'opposizione di /s/~/z/ in 
coppie minime come presente "voce del vb. presentire" [pre'sente] ~ presente 
"contrario di assente" [pre'zente]. 

Un'inchiesta più ampia potrebbe interpretare questo fenomeno di avanza- 
mento della variante sonora lungo tre linee: 



REALIZZAZIONE DI /S/ INTERVOCALICO IN GIUNTURA DI PAROLA A PADOVA 2 1 1 

1. Influenza dei mass-media, che tendono ad una progressiva sonorizzazio- 
ne di /S/ intervocalica in giuntura (e non solo), probabilmente nel tentativo di 
allontanarsi il più possibile dalla pronuncia meridionale, in cui /S/ intervocalica 
è realizzata esclusivamente come sorda. 

2. Perdita della coscienza della giuntura e reinterpretazione dei lemmi co- 
me costituiti da un unico formativo. 

3. Con pili specifico riferimento alla situazione padovana questo fenomeno 
può essere dovuto a ipercorrettismo rispetto alla pronuncia dialettale e comun- 
que regionale veneta che spesso realizza /s/ in giuntura come sorda. 



Allegato 1 : Passo 

Il presidente, ripresentandosi alle elezioni, disse: "Presumo non ci vorrete 
tacciare di presunzione se affermiamo che i risultati da noi raggiunti in questi 
anni sono al disopra di qualsiasi aspettativa. Abbiamo eliminato ogni residuo di 
disoccupazione tra la popolazione residente nella nostra circoscrizione. E' stata 
proseguita un'ampia azione di risanamento degli alloggi, riuscendo, per mezzo 
di adeguati risarcimenti, ad evitare il risentimento delle persone allontanate dal- 
le vecchie abitazioni. E' risaputo che per vincere la resistenza di tutti costoro si 
è dovuto dar fondo ad ogni risorsa. 

Ora — proseguì -, se è vero che non vi abbiamo disilluso, se davvero ogni 
nostro disegno l'abbiamo realizzato, non vogliateci impedire di proseguire nel- 
la nostra azione, dando il vostro voto a degli sconosciuti. Voi, studenti, permet- 
teteci di ottenere per voi un presalario più adeguato; voi, dorme, permetteteci di 
riservare spazi verdi per i vostri figli..." 



Allegato 2: lista di parole 



disegnare 

desiderare 

designato 

desìo 

desistere 

desolato 

desumibile 

presentare 

presenza 



disegnatore 

desiderio 

desinare 

desipiente 

desolamento 

desueto 

presagio 

presentabile 

presentimento 



disegno 

designare 

desinenza 

desistenza 

desolare 

desumere 

presalario 

presentatore 

presentire 



2 1 2 BARBARA DE NICOLAO 



preservare 

presidente 

presidio 

presunto 

presupposizione 

proseguire 

prosodìa 

resezione 

residuo 

resistenza 

risucchio 

risuolare 

risaltare 

risarcire 

risentire 

riservare 

risolto 

risonanza 

risorgimento 

trasecolare 

trisillabo 

Vendesi 

asettico 

polisillabo 

asepsi 



preservazione 

presidenza 

presiedere 

presuntuoso 

prosecuzione 

prosieguo 

prosodico 

residente 

resipiscenza 

resistere 

risultante 

ri suonare 

risanare 

risarcimento 

riserbare 

riserva 

risolutezza 

risonare 

risorsa 

trasognato 

trasumanare 

affittasi 

asìncrono 

coseno 



preside 

presidiare 

presumere 

presupporre 

proseguimento 

prosit 

proselito 

residenziale 

resistente 

risucchiare 

risultato 

risalire 

risanamento 

risentimento 

riserbo 

risolubile 

risolvere 

risorgere 

trasalire 

trisavolo 

cercasi 

unisono 

asìndeto 

qualsiasi 



REALIZZAZIONE DI /S/ INTERVOCALICO IN GIUNTURA DI PAROLA A PADOVA 2 1 3 

Fig. 1. Lista di parole: andamento delle classi sociali entro ogni fascia d'età 
(% di sonore in giuntura). 

M+F 

14-19 

20-25 

26-45 

46/00 + + + 




CLASSI 

AB = alta borghesia 

PB = piccola borghesia 

Prol - proletariato 



2 1 4 BARBARA DE NICOLAO 

Fig. 2. Lista di parole: andamento secondo le classi sociali (% di sonore in 
giuntura). 

M+F 

AB 

PB 

Prol 



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REALIZZAZIONE DI /S/ INTERVOCALICO IN GIUNTURA DI PAROLA A PADOVA 2 1 5 

Fig. 3. Lista di parole: andamento delle femmine secondo le classi sociali (% 
di sonore in giuntura). 

FEMMINE 

AB 

PB 

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216 BARBARA DE NICOLAO 

Fig. 4. Lista di parole: andamento dei maschi secondo le classi sociali (% di 
sonore in giuntura) 

MASCHI 

AB 

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ETÀ 



REALIZZAZIONE DI /S/ INTERVOCALICO IN GIUNTURA DI PAROLA A PADOVA 2 1 7 



Fig. 5. Parole del passo secondo le classi sociali (numero di sonore in 
giuntura). 

M+F 
AB — 
PB 
Prol ... 









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2 1 8 BARBARA DE NICOLAO 

Fig. 6. La correzione secondo le classi sociali (numero di sonore in piii, nelle 
stesse parole, nella lista rispetto al passo). 

M+F 

AB 

PB 

Prol 



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4Ì/0O 



ETÀ 



Luciano Agostiniani - Luciano Giannelli 
(Firenze) 

Considerazioni per un'analisi del parlato toscano* 



L 1 Le nostre riflessioni — primo frutto di osservazione diretta di manifestazio- 
ni linguistiche e di dichiarazioni autovalutative, raccolte certo non sistematica- 
mente, ma continuamente — si intendono preliminari ad un'analisi puntuale 
delle caratteristiche del parlato di Toscana": non guidate da un modello preco- 
stituito, queste osservazioni partono dalla difficoltà, sempre piìi avvertita in li- 
nea generale, di individuazione e precisa delimitazione delle varietà di lingua, 
specie in senso diastratico^, fino alla messa in crisi dello stesso concetto di va- 
rietà da parte di Hudson (1980), contestato per altro anche da Sanga (1978). 

1.2 La difficoltà si fa certo maggiore in una situazione come quella toscana e di 
altre zone dell'Italia centrale, ove è raro il reperimento di produzioni di parlato 
corrente che non sconfinino subito, in qualche misura, in un livello segnato da 
elementi di dialettalità; situazione che è in larga parte specifica nel contesto ita- 
liano, come si è sottolineato da più parti, magari per cenni sparsi, oltre che per 
primi contributi parziali, e non solo di recente^. Sia sul terreno dell'autovaluta- 
zione^ che su quello dell'osservazione delle caratteristiche del parlato e dei li- 
velli che vi si possono distinguere\ l'elemento di fondo che emerge è in so- 

* Il presente lavoro è frutto di una comune elaborazione. Ad ogni buon conto, sono da at- 
tribuire a Agostiniani i paragrafi 2.1, 3.1-3.2, 4.3, 4.4, 4.7, 5.1-5.6, 7; a Giannelli i paragrafi 1.1- 
1.4,2.2,4.1-4.2,4.5,4.6,6.1-6.3,8.1-8.2. 

1 Non si affronta qui il problema di regionalismi o localismi nella produzione scritta di vari 
livelli. 

2 Per la serie di analisi diverse del continuum italiano presso diversi autori, cfr. Sgroi (1981) 
ed anche Canepari ( 1984); sul complesso problema del rapporto tra "italiano popolare" e "italiano 
regionale", cfr. Berruto (1983), Poggi Salani (1981). Le cose risultano anche meno semplici se da 
un livello descrittivo si passa all'analisi di produzioni linguistiche per l'alta presenza di "enunciati 
misti" (Trumper-Maddalon 1982; Berruto 1984), specie nella conversazione quotidiana (cfr. Col- 
lovà-Petrini 1981-82). 

^ Già Monaci (cfr. Parlangeli 1971, p. 43) indicava la specificità del parlato centro-italiano, 
ricco in ogni caso di dialettalismi ed il rifiuto, nella coscienza popolare, del concetto di "dialetto", 
assieme a contraddizioni tra opinioni sul proprio modo di parlare e le effettive produzioni, per una 
tendenza ad attribuire agli altri l'uso di elementi "sbagliati". 

4 Cfr. Giacomelli (1975) e, anche per Roma, Galli de' Paratesi (1977). 

5 Fondamentali restano le osservazioni di Pellegrini (1960) sul minor numero di "tastiere" 
impiegabili dai parlanti centro-italiani e sul digradare possibile, senza precise cesure, dall'italiano 
al dialetto; cfr. poi Poggi Salani ( 1981 ) anche per la particolare valenza di "vernacolo" come con- 
trapposto a "dialetto", nella coscienza comune toscana (vedi poi anche Cortelazzo 1969). 



220 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

Stanza l'assenza di una situazione di bilinguismo che determina sia una notevo- 
le variabilità nell'impiego dei singoli elementi, sia una maggiore vischiosità del 
portato tradizionale''. Si è anche visto nel polimorfismo tipico del toscano, e 
nella mancanza di una fenomenologia di «cambio di lingua» — a fronte di un 
innegabile processo di adozione di item «italiani» — un arricchimento di un u- 
nico codice (Giannelli 1974), che consente la correlazione di item concorrenti a 
diverse esigenze stilistiche o di registro; fino al ricorso al concetto di «diglossia 
senza bilinguismo» (Berruto 1974) 7. Al di là delle critiche che si possono muo- 
vere al termine diglossia, in rapporto alla situazione italiana (Somicola 1977) 
ed anche a quella toscana, proprio per la varietà degli impieghi a tutti i livelli», 
l'elemento accomunante ci appare il riconoscimento di un monolinguismo ac- 
compagnato da caratteristiche di polimorfismo e da elementi di conservatività e 
di solo progressiva e graduale decantazione degli elementi dialettali. Queste ca- 
ratteristiche meritano di esser meglio analizzate, al pari dell'impiego funziona- 
lizzato dei singoli item*^ a tutti i livelli linguistici, non esclusa larga parte del 
lessico'o. 

1.3 Pertanto, assodata una situazione nella quale non si individuano concreta- 



6 La "conservatività" del parlato toscano, anche sul terreno morfologico, è indicata in De 
Mauro (1972, pp. 190, 355) con un rimando a resistenze di tipo colto, nel passato, all'abbando- 
no di forme obsolete nell'uso letterario ma vive in Toscana; sulla "dialettalità" del parlato cor- 
rente romanesco e laziale, cfr. anche le varie annotazioni in Franceschi (1970). [Successiva- 
mente alla stesura di questo lavoro è apparso sul n. 9, 1985 della «Rivista Italiana di Dialettolo- 
gia» (pp. 43-67) l'articolo di A. Stefinlongo, Note sulla situazione sociolinguistica romana. 
Preliminari per una ricerca, che analizza una situazione che si conferma per molti versi analo- 
ga a quella toscana]. 

^ In un'accezione diversa da quella di Fishman e di Ferguson, e comunque con la sottoli- 
neatura del fatto che la diversità è qui "varietà dello stesso sistema" (p. 81); situazione definita 
come "monolinguismo 2" in Trumper-Maddalon (1982), "caratterizzato dal prestigio di una 
delle varietà all'interno del repertorio" (p. 12). In Giannelli-Savoia (1978, p. 30) il riferimento 
alla diglossia, sia pure con alcune perplessità ("nella misura in cui si può parlare di diglossia in 
Toscana") è correlato alla "macrodiglossia" indicata da Trumper (1977), a sottolineare l'uso 
diffuso di elementi dialettali e l'alta variabilità come elemento caratterizzante. 

'^ Data "la possibilità di commutare da una varietà all'altra in quasi tutti i domini" (Gian- 
nelli-Savoia 1978, p. 30). Cfr. anche, per il solo fiorentino, Degl'Innocenti (1974). 

9 Al di là della definizione generica popolare di un'alternanza tra "parlar bene" e "parlar 
male" (già di per .sé, per altro, eloquente) richiamata in Giacomelli (1975). Poggi Salani (1981). 

"* Livello che presenta come caratteristiche specifiche regionalismi o localismi stabili 
(specialmente nei lessici marginali); cfr. Poggi Salani (1978) che individua comunque l'impor- 
tanza di fattori situazionali o pragmatici per la selezione all'interno di un repertorio polimorfi- 
co, in un intreccio tra toscano popolare, usi letterari e letterario-scolastici (cfr. anche Cortelazzo 
1982), in raffronto all'italiano d'uso e anche ad usi di standard regionale o locale. Questi ele- 
menti avevano già portato Giannelli-Sacchi (1976) a distinguere, nel repertorio lessicale tosca- 
no, esclusivamente tra i poli (del tutto soggettivi, intemi alla comunità, e diatopicamente diffe- 
renziati) di standard e sub-standard, spesso in discrasia con l'italiano normativo, con conse- 
guenze di incertezza fino all'ipercorrettismo quando alla normativa si voglia attenersi; su questi 
ultimi aspetti cfr. anche Giubbolini (1977). 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 22 1 

mente, nell'uso, un livello comunque «italiano» ed un livello «dialetto»; negata 
anche, di fatto, nell'ambito del monolinguismo, la presenza di varietà comun- 
que discrete (data la variabilità a livelli sub-frasali facilmente riscontrabile, e 
dato il «carico dialettale» che, in misura maggiore o minore, è presente nella 
maggior parte degli enunciati prodotti), crediamo che il punto d'approccio 
dell'analisi non possa che essere l'esame del rapporto che si configura tra l'in- 
sieme degli elementi ammessi da un criterio normativo (o da un uso standard 
consolidato, individuabile almeno a certi livelli linguistici) e quanto non ri- 
sponde a questi requisiti, nel parlato di Toscana, visto nelle sue varie manife- 
stazioni. 

1.4 È vero che dovremmo riferirci, preliminarmente, ad un parlato IN Toscana, 
giacché non siamo di fronte ad una situazione tradizionale totalmente omoge- 
nea (anche a prescindere da quelle penisole linguistiche che programmatica- 
mente stanno fuori della nostra trattazione in quanto chiaramente contrassegna- 
te da situazioni di tipo alto-italiano)". Nel prendere in considerazione la situa- 
zione in otto delle nove attuali province toscane (con alcune minime riduzioni 
ai margini), diamo per scontato il panorama dialettologico toscano, per quanto 
noto. Va notato semmai che sulla base di alcuni elementi ad alta frequenza, ac- 
comunanti aree abbastanza ampie, ci sarebbe spazio per una partizione «im- 
pressionistica» del territorio'-, relativamente ad usi correnti. La sostanziale sta- 
bilità di questi item come elementi-bandiera, pur collocabili a vari livelli, e 
l'obsolescenza di alcuni mostrano un quadro caratterizzato sia da un innegabile 
movimento sia dall'assenza di un modello regionale di riferimento '3. Così, se 



" È d'obbligo il rimando alla Lunigiana e ai comuni a dialetto romagnolo di Palazzuolo 
sul Senio e Marradi (e a lembi di quello di Firenzuola), nonché a quello di Sestino (AR). 

'2 Elementi come / ccane 'il cane', [tro'vaho] 'trovato' (in fine di frase), glie llui, l'è Ilei 
individuano il fiorentino; un particolare contomo intonazionale e la maggior apertura delle vo- 
cali, il ricorso "eccessivo" al dileguo di [h] pur all'interno di regole complesse, individuano il 
pisano-livornese; / ccani e i ggatti (o [e 'k:ani e 'g:at:i]) assieme al mancato raddoppiamento 
(RS) dopo da, individuano il lucchese, ormai più di elementi in via di abbandono come -n fina- 
le {can, 'cane') o il suffisso atono -oro {conìglioro per conìgliolo); me. te, se per 'mi', 'ti', 'si' 
o l'assenza di RS l'aretino (più ormai degli obsoleti chène 'cane', pène 'pane'); semplici lesse- 
mi ad alta frequenza come mira! 'guarda!', citta 'bambino', 'ragazzo', il senese (malgrado che 
citta si riscontri anche altrove), "un certo accento" ("duro", "rustico": in realtà lievi spostamen- 
ti del punto di articolazione di fricative e di [a]), il grossetano; altri elementi separano l'est 
dall'ovest, come vado, faccio vs. va, fa; cosa vs. {icché/il che vs. che), scénde, venne vs. scén- 
de, venne. 

'^ In Giannelli (1976) è indicato un processo di accostamento graduale fra le parlate tosca- 
ne per il progressivo processo di decantazione di elementi "dialettali"; mancano per altro preci- 
se analisi sui meccanismi delle odierne innovazioni; si tenga però presente che se la tendenza 
alla sostituzione di /s/ intervocalica con /z/ (cfr. Francovich Onesti 1974, pp. 81-82) ha epicen- 
tro a Firenze e. ormai, diffusione regionale (ma in correlazione ad un'evoluzione intema dello 
standard!), l'uso invalso di stava a vvedé a Grosseto mostra l'eterogeneità degli influssi, per 
non parlare dei molti settentrionalismi garfagnini. Poggi Salani (1982) indica nello stesso rap- 



222 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

a vari livelli sono chiari i segni di reciproci influssi tra comparti del territorio, 
in rapporto di solito ad un «accostamento» ad usi meno distanti dalla norma 
italiana '4; se anche talune caratteristiche di pronuncia paiono candidarsi ad ele- 
mento di vero e proprio italiano regionale '5, in linea generale permangono chia- 
ri elementi di differenziazione. E ci sembra essenziale il fatto che le parlate cit- 
tadine non presentano fenomeni di attrazione o inglobamento l'una nell'altra 
(anche se sono speciali i casi di città molto vicine come Pisa e Livorno, Firenze 
e Prato, grosso modo distinguibili più sul terreno di innovazione vs. conservati- 
vità che in relazione al fondo dialettale). 

Facciamo comunque un tentativo di generalizzazione, in quanto teniamo 
presente che vi è un fattore di omogeneità nell'andamento del parlato, a pre- 
scindere dall'impiego di elementi locali e dalla diversa considerazione che un i- 
tem può avere da una località all'altra: alludiamo a processi evolutivi comuni, 
quali l'abbandono di una parte degli item morfologici (a cominciare dalle gene- 
razioni non anziane) contrari all'italiano normativo e standard, e la conserva- 
zione di altri in parte della popolazione o in tutta la popolazione. Come si è ac- 
cennato, la comune tendenza può dar luogo a diversi stadi evolutivi, con riper- 
cussioni sulla valutazione e sull'impiego dei singoli item, sia in senso diatopicoi^ 
sia in senso diastratico o, al limite, individuale. Resta però identica, a nostro 
avviso, la fenomenologia di fondo dell'evoluzione stessa e dei concreti impie- 
ghi, essenzialmente sulla base di convenzioni inteme a ciascuna zona, ed all'in- 
terno del comune monolinguismo. 

Certamente, un'analisi come quella che qui si propone, in quanto operante 
su di un repertorio privo di varietà discrete e quindi complessivamente struttu- 
rato solo per le relazioni tra item singoli, appare tanto più valida quanto minore 
è la distanza, sotto il profilo tipologico, tra italiano e repertorio che si indaga '7; 



porto tra "italiano" e "vernacolo" l'impossibilità di una koiné regionale al di sotto di un ipoteti- 
co italiano regionale tutto da raggiungere. D'altra parte va detto che proprio il "carico dialetta- 
le" del parlato fiorentino rende impossibile un modello fiorentino esplicito. 

•4 Si pensi al progressivo abbandono, pressoché consumato ad ovest e incipiente a sud, 
dell'articolo /11/ prevocalico (cfr. Agostiniani 1980) o alla riduzione dell'uso dei clitici ai mar- 
gini dell'area fiorentina, o ai residui "a chiazze" dell'area con il tipo da non si dire 'da non dir- 
si', per limitarci a qualche esempio. 

'5 Appunto la spirantizzazione, continuandosi gli attuali processi di espansione; o l'affri- 
camento di [s] postconsonantica, penetrato ora ampiamente anche a Firenze e in Garfagnana. 

'6 In particolare il "precipitare" nel livello basso di parlato di singoli item (cfr. Sobrero- 
Romanello 1981) non è identico nelle varie realtà né per unità di lessico come desinare 'pran- 
zare' o // tocco 'l'una', né per sintagmi come vienimi a ppiglià vs. vieni a ppigliammi nel rap- 
porto complesso col precedente viemm'a ppiglia, né per forme come sarèhhan loro 'sarebbero 
loro', o per la stessa ammissibilità di forme terminanti in -n all'interno di frase {contan poco), 
censurate nella Toscana meridionale. 

^1 II problema è, in entrata, notevole, ed è sottolineato in Poggi Salani (1982), ferma re- 
stando certo l'indeterminatezza della diffusione, ad es., di "centro-italiano". 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 223 

bisogna però dire che situazioni particolari, o tali considerate, non hanno di fat- 
to dato luogo a fenomenologie diverse da quella toscana «classica», di «parlato 
dialettale» e di monolinguismo'», mentre situazioni di piccole aree meritano piti 
approfondite indagini ma paiono in sostanza allinearsi all'andamento regionale i^. 
Non solo: appare evidente un elemento soggettivo nella maggiore o minore 
presa di distanza dall'insieme degli item dialettali, e per lo stesso azzeramento 
del concetto di dialetto. Che la maggiore realtà urbana, Firenze, sia quella in 
cui, sia pure con elementi importanti di variabilità, si ha un massimo di conser- 
vazione del portato dialettale (assieme magari poi ad un uso più esteso di un i- 
taliano pressoché impeccabile in certi strati sociali e/o in certe occasioni e/o in 
determinate situazioni comunicative), non è certo senza significatolo. L'insieme 
di questi fatti dimostra come la prossimità tipologica tra il repertorio tradizio- 
nale e la «lingua» è certo un elemento fondamentale, ma che va correlata ad al- 
tri fattori di ordine valutativo; così che appare vano ricercare astrattamente un 
limite del «carico dialettale» oltre il quale il monolinguismo non può aver luo- 
go (se non in riferimento, forse, alla struttura della parola); e parimenti, la pros- 
simità di partenza non si costituisce in criterio di previsione della celerità e del- 
la vistosità dell'evoluzione né di maggiore o minore distanza tra il parlato pro- 
prio di livelli stilistici e di tipi di interazione diversi. 

2,1 Chiariti questi aspetti di tipo molto generale, conviene considerare la natura 
del repertorio con cui si ha a che fare. Nel repertorio della comunità linguistica 
toscana (assunto qui nella sua globalità), ad elementi coincidenti con quelli 



'8 Nell'area aretina, ove in passato il dialetto dei contadini e l'italiano potrebbero — la 
realtà pregressa però è inconoscibile — aver costituito entità distinte, non si è dato vita a una 
situazione "bilingue"; l'eliminazione di una serie di item pertinenti il vocalismo ha dato invece 
vita ad una varietà che è ben individuabile ma che presenta oggi la stessa fenomenologia di 
"mistura" del resto della Toscana (cfr. Giannelli 1974). 

'^ Un caso tipico è quello dell'Amiata: nei centri piìi conservativi, come Abbadia e Pian- 
castagnaio, accanto al dialetto (esso stesso ad alta variabilità) è in uso — e dovemmo meglio 
sapere in quali domini - un "toscano" di influenza senese, con alta variabilità nelle modalità 
"classiche". Ammessa qui una sorta di "bilinguismo", siamo di fronte ad un "italiano" che è 
meglio considerare come il toscano localmente impiegato. Elementi del genere si riscontrano 
anche a Sillano (alta Garfagnana), con un vero e proprio "cambio di lingua" fra le giovani ge- 
nerazioni e con un caso classico di bilinguismo con diglossia nelle generazioni anziane. Per al- 
tro, nel complesso della Garfagnana siamo a situazioni - da meglio indagare - di fenomenologia 
simile a quella amiatina in certe località, e viceversa a situazioni "classiche" in molti centri del 
fondovalle. in virtii dell'eliminazione storica di pochi item (ad es. /a/, /d/) più peregrini o più 
importanti per la sensibilità toscana. 

-0 Può valere un paragone tra il fiorentino e l'elbano: all'Elba si ha un "carico dialettale" 
quantitativamente paragonabile anche per la frequenza di certi item (ad es. l'art, ms. pi. //) a 
quello fiorentino; ma si tende ad impiegare un toscano più "neutro", con sanzione degli item dia- 
lettali, sia pur non sempre coerentemente attuata. I processi innescati e la valutazione del parlante 
appaiono quindi divaricati tra due situazioni analoghe quanto a "prossimità strutturale". 



224 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

dell'italiano se ne affiancano altri che, viceversa, pertengono alla tradizione lo- 
cale, presentando la lingua, in corrispondenza, elementi diversi. Così, /r/ è [r]-', 
i morfemi aggettivali della 1- classe sono -o, -i, -a, -e; il 'gatto' e il 'piatto' so- 
no gatto e piatto, sia nel parlato locale che in quello «di lingua»; mentre /k/ 
prevede [k], ecc. in un contesto determinato, la 2- ps. pi. del cgt. pres. di un 
verbo come dormire è dòrmino, la 'scheggia' è stiappa solo localmente. 

A questo secondo tipo di elementi possiamo convenientemente attribuire 
l'etichetta di dialettali: tenendo sempre presente che né qualitativamente, per la 
prossimità strutturale all'italiano, né quantitativamente, essi sono tali da confi- 
gurare un «dialetto» nel senso di un codice alternativo alla lingua (Cortelazzo 
1969) o, nella terminologia di Pellegrini, una «lingua minore» (cfr. ad es. Pelle- 
grini 1982). Ciò è confermato — si è visto — dall' autovalutazione del parlante 
che risolve, per lo piìi, la varia e variabile occorrenza degli elementi dialettali 
in termini di «parlar bene» contrapposto ad un «parlar male», con un riferimen- 
to ben preciso, in certe generazioni ed in certi strati sociali, a problemi di accul- 
turazione scolastica22, più che di comportamento corretto o scorretto2\ data la 
piena coscienza delle possibilità espressive consentita dal polimorfismo 2-*. 

2.2 D'altro canto, se il rapporto con la «lingua» è quello non alternativo indica- 
to come DI in Cortelazzo (1969), le condizioni fattuali delle parlate toscane 
non sono tali da poter ammettere un inglobamento nella tipologia di ciò che si 
definisce accent^-^, data l'alta incidenza di elementi dialettali proprio sul 

2' Consideriamo qui irrilevanti i processi di indebolimento (mere "abitudini di pronuncia") 
cui [r] può esser sottoposto. 

22 Da qui il concetto corrente di "giusto" e "sbagliato" rispetto ad una supposta rigida no- 
menclatura da vocabolario, anche nella contraddizione con gli usi correnti (standard), e a quan- 
to è reperibile nel libro di grammatica, e da qui le "discussioni sulla lingua" cui si riferisce 
Poggi Salani (1982). Ne consegue che, da una parte, chi è capace, coerentemente e senza "ca- 
dute", di parlar bene, ha, ovviamente, prestigio e che, dall'altra, chi non è abituato e quindi è 
impacciato a "parlar bene", o ha limiti al vocabolario, soffre di uno "svantaggio"; che è però 
sui generis: come sottolinea Mioni (1975) commentando le note tesi di Don Milani, lo svantag- 
gio del toscano anche "ignorante" non è mai ( e potremmo fare alcune eccezioni per il lessico) 
problema di traduzione, ma di adeguatezza di linguaggio ed alla fine di acquisizione di abilità 
specifiche. Con queste riflessioni di Mioni crediamo si debbano misurare le considerazioni pos- 
sibili sul problema dell'acculturazione linguistica nell'area toscana "classica" (cfr. ad es. Maf- 
fei Bellucci 1984). 

23 È evidente il covert presti gè del "dialettale" (non foss' altro che come elemento di ri- 
chiamo alla solidarietà di gruppo geograficamente e non socialmente individuato) se si consi- 
dera che se è vero che è dotato di prestigio chi sa meglio toccare gli strati alti del repertorio, è 
però anche vero che non si giudica adeguato, bensì snob (ad esser buoni) l'uso sistematico del 
"parlar bene": benché si pongano dei limiti al "parlar male", in termini di adeguatezza. 

24 Cfr. Giannelli (1976) e Poggi Salani (1982); per quanto già detto (cfr. note 22, 23) è evi- 
dente che prevale soprattutto una valutazione di adeguatezza delle caratteristiche del parlato 
- fino al riconoscimento di un teorico livello "medio", accettabile e neutro per situazioni di co- 
municazione corrente, conversazione familiare ecc. - alla situazione comunicativa (cfr. oltre). 

25 Al concetto di accent (cfr. ad es. Hughes-Trudgill 1979) pare in sostanza riferirsi Corte- 
lazzo (1969) nell'individuazione del tipo di varietà definito come DI. 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 225 

piano morfologico: incidenza che condurrebbe a definire invece ogni parla- 
ta toscana come un vero e proprio dialect. Ciò non toglie che la variabilità, cor- 
relata a più elementi, in un'analisi di tipo laboviano, si ritrovi, con minore o 
maggiore rarefazione, ai vari livelli di acculturazione e/o sociali (questi intesi 
in senso molto lato) in ogni parlante; e questo, sia per gli elementi che sarebbe- 
ro da riferire aWaccent che per quelli da riferire al dialect -('. Una casistica di 
questo genere non è per altro ignota allo stesso ambito anglosassone27. 

3.1 Alcune osservazioni possono orientare, preliminarmente, sui meccanismi 
che regolano l'occorrenza, nelle concrete produzioni linguistiche di parlanti to- 
scani, di elementi dialettali e di lingua. È indubbio che la produzione verbale 
attuata in un contesto situazionale formale prevede in ogni caso una rarefazione 
degli elementi percepibili come contrastanti la norma della lingua nazionale 
(cha va intesa nella sua tolleranza verso le abitudini di pronuncia), fino ad un 
massimo ipotizzabile di assenza di qualsiasi elemento dialettale. Proprio quanto 
abbiamo appena detto dimostra però che anche sul profilo di «dialettale» ~ 
«non dialettale» non siamo di fronte a meccanismi di cooccorrenza, 
se non in termini puramente tendenziali 2»: e stante questa tendenza, va comun- 
que osservato che per parlanti anche di diversa estrazione elementi oggettiva- 
mente opposti all'italiano normativo e standard sono magari non stabili ma cer- 
to frequentissimi ad ogni livello del parlato. Ed è evidente allora perché — se- 
condo quanto asserito in apertura — sia impossibile reperire preliminarmente 
un parlato che non sconfini immediatamente nel «dialettale». 

3.2 Va inoltre constatato che l'interazione verbale fra pari (cfr. nota 23) pur 
nell'ambito di una notevole variabilità, essenzialmente guidata dall'argomento, 
è attuata di norma in Toscana con il ricorso ad un repertorio che ingloba larghi 
settori o — per certi parlanti — l'intero corpus degli item dialettali localmente 
presenti. Il rapporto formale ed impari tra gli interlocutori, d'altro canto, può 
spesso risolversi in un avvio della conversazione senza dialettalismi per poi 
passare gradatamente ad un livello di minor formalità (l'atto di deferenza è già 



-^ Si cfr. d'altronde Sobrero-Romanello (1981) per un analogo accostamento indicato per 
le varietà inteme all'italiano regionale, si intende, in altre situazioni italiane, col che ci si ricon- 
duce di nuovo al concerto indicato in Trumper-Maddalon (1982); nel nostro caso il prestigio 
crediamo si debba però attribuire non ad una varietà, ma ai singoli item. 

-'' Cfr. ad es. la tabella relativa all'impiego o meno di /s/ marca di plurale in Hughes-Trud- 
gill (1979, p. 11), anche se va sottolineato l'uso totalmente allineato allo standard del ceto più 
alto. Sulla minore differenza "sociale" riguardo al parlato in Toscana, cfr. Poggi Salani (1982). 

28 A parte naturalmente casi particolari di interazione verbale, come uno "scritto-parlato" 
(secondo i criteri di Nencioni 1976), a prescindere dal livello della pronuncia che può, anche in 
questo casi, esser vario e, si direbbe, sempre più allineato alle produzioni correnti toscane. 



226 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

compiuto mediante l'allusione ad un certo livello di linguaggio che potrebbe 
essere impiegato) 29. 

4. 1 La variabilità di impiego di item dialettali di uso diffuso (come ad es. i cliti- 
ci fiorentini) può contemplare un massimo in certe categorie di parlanti, ad es. 
in persone giovani di discreta acculturazione scolastica e di origini generica- 
mente «popolari», ed un minimo in persone anziane di estrazione rurale e dai 
contatti personali scarsamente o solo episodicamente variatilo; tra queste perso- 
ne non si ha comunque mai una «rigidità» del parlato appiattito sul dialettale. 
Semmai sono diversi gli item che entrano in rapporto di variabilità o, piti in ge- 
nerale, si assiste ad una dilatazione verso l'alto — cui corrisponde una censura 
in basso — che è maggiore in certe classi di parlanti, mentre altri abbassano la 
soglia dell'ammissibilità di certi item dialettali (c'è chi dice partònno e/o sa- 
rèbbano e chi dice esclusivamente portarono e sarebbero). 

4.2 Dobbiamo però sottolineare che manca di fatto un comportamento univoco 
all'interno di quelli che potrebbero considerarsi i ceti dominanti, non solo da 
categoria e categoria, ma all'interno delle categorie medesime: e se non vi è un 
socioletto delle classi dominanti, certamente molto disomogenee, non ve n'è 
neppure uno specifico delle categorie dotate di prestigio culturale^', per le quali 
possono entrare in gioco molti fattori come l'ambiente sociale e/o geografico di 
provenienza, la «immersione» in un ambiente «popolare», o meno, la colloca- 
zione abitativa, il sesso, ed alla fine scelte personali e «di carattere». 

4.3 In generale, siamo di fronte ad una diversa valenza, diciamo da parlante a 
parlante, dei singoli item. Ciò fino ad una censura che si opera — da parte or- 
mai di una maggioranza — su una serie di forme che vengono stabilmente cor- 
relate (con un ampio margine di arbitrarietà) a parlanti immaginati come parti- 
colarmente «rustici»; mentre chi impiega forme colpite da censura può consi- 
derare queste — quando, una per una, non siano realmente delle invarianti, ca- 
so ormai per altro raro — come impiegabili solo in un certo tipo di situazione 
sufficientemente informale. 



29 Ad es. un'interazione verbale del genere ha previsto l'impiego cronologicamente ordi- 
nato di noi abbiamo - ci abbiamo - ci s' ha. 

30 Soccorrono qui i richiami di Mioni (1975) e di Poggi Salani (1981) alla maggiore am- 
piezza della variazione funzionalizzata, in linea generale, in certi strati, "medi" per Mioni 
(1975) ed invece, medio-alti per Poggi-Salani (1981). 

3' Anche per la rilevanza essenziale del fattore generazionale, al pari di quanto, per altre a- 
ree, si sottolinea in Sobrero-Romanello (1981); il che non significa che tra le generazioni anzia- 
ne il livello di acculturazione o la diversa collocazione professionale siano irrilevanti: diviene 
però istruttivo il paragone tra popolazione anziaiìa acculturata e popolazione giovane non parti- 
colarmente acculturata, ad es. per la comune censura verso il basso. 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 227 

La censura può indirizzarsi parimenti verso l'alto: per gran parte dei par- 
lanti toscani la conoscenza di forme «lunghe» come dicessimo non ne comporta 
mai o praticamente mai l'uso, restando si dicesse come forma adatta ad ogni 
contesto; forme come dicessimo sono poste quindi in stabile correlazione con 
parlanti «altri» e cioè — si direbbe — con parlanti immaginati come particolar- 
mente affettati e artificiosi, con azzeramento del parametro situazionale ^2. Già 
da considerazioni come queste, generalizzanti e approssimative, è facile giun- 
gere a identificare la presenza di un parlato piti "basso", o "rustico", e di un 
parlato "ripulito", o affettato, attribuiti a precise classi di parlanti; con un pro- 
cesso di polarizzazione del "rustico" (un they-speech stavolta "basso") attribui- 
to di fatto oggi ad un insieme molto disomogeneo di parlanti urbanizzati acco- 
munati dall'origine campagnola e dall'appartenenza ad una fascia non giovane 
di età, rispetto ad un "ricercato" attribuito più a scelte personali all'interno di 
settori colti o che tendono a dimostrare di esser colti, almeno in certe occasioni, 
o ad un'aristocrazia cittadina, più che urbana. 

4.4. Va sottolineato come i parametri di stratificazione socioculturale interven- 
gono, nella considerazione soggettiva, solo per il livello della competenza pas- 
siva; la competenza attiva viene correlata, almeno come pertinenza, al parame- 
tro interazionale, e da qui un continuo processo di adeguamento e "migliora- 
mento" delle personali possibilità di variazione. Così, la "inadeguatezza" attri- 
buita ad un item in assoluto assume connotazioni sociali precise solo se si tratta 
di un item noto ma non impiegato. Per altro, si "tollera" l'effrazione della cen- 
sura da parte di persone anziane e di provenienza rurale, ma non ci si aspetta 
che queste persone, necessariamente, usino questi item; e non ci si stupisce 
quindi per il loro mancato uso. Il parametro di giudizio è quindi alla fine lingui- 
stico e non extra-linguistico, perché nella coscienza comune è davvero rilevan- 
te non un giudizio complessivo su una varietà sociale considerata come ele- 
mento permanentemente correlato ad una classe di parlanti", ma invece la con- 
statazione della presenza di un quantum di "sgrammaticato" che, secondo le 
convenzioni inteme a ciascuna comunità linguistica geograficamente intesa34, è 
considerato al di sopra o al di sotto della soglia dell'accettabilità. 

4.5. Ci pare ragionevole asserire che, malgrado tutte le analogie prima indicate. 



^~ Mentre per altri parlanti la censurabilità di dicessimo consiste nell'esser questa una for- 
ma adeguata solo a situazioni formali. 

^3 Tanto che non esiste un atteggiamento di "mascheramento sociale" reale (salvo situazioni 
particolarissime) come ad es. il tentativo di accattivarsi pubblicamente la simpatia di una classe 
imitandone sistematicamente il comportamento linguistico, e ciò tanto meno verso il basso. 

^•^ Si è detto, anche molto diverse da zona a zona: a Pescia si può dire l'ho ppòrto 'l'ho 
portato', elemento fortemente censurato e spesso del tutto obsoleto altrove. 



228 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

SU questo terreno del giudizio sociale, dei meccanismi di sollecitazione della 
solidarietà di gruppo, delle modalità del "mascheramento sociale", dell'impie- 
go incoerente di "varietà" pur teoricamente padroneggiabili, proprio il privile- 
gio attribuito all'elemento linguistico — rispetto a quello extra-linguistico — 
ed all'adeguatezza a situazioni comunicative diverse (quindi, al parametro inte- 
razionale), le condizioni toscane appaiono opposte a quelle di ambito anglofo- 
no, ove la tendenza è a correlare la varietà a parametri sociali; anche se ci sem- 
bra (cfr. Me David, in Ursini 1978) che le diversità corrano anche in ambiente 
anglofono secondo discriminanti complesse e non correlate immediatamente a 
classi propriamente (marxianamente) intese; e che in effetti, le differenze, in 
certi casi anche di fattuale comportamento, riguardino, più che la fenomenolo- 
gia del parlato corrente (la "normale conversazione"), la considerazione del 
rapporto che si ha tra modo di parlare e categoria di parlanti, nonché il rapporto 
stesso tra classi e categorie, dato il classismo più esplicito delle società anglo- 
fone rispetto alla complessità toscana: dove la solidarità di classe, ceto, catego- 
ria, si intreccia con la solidarietà di gruppo comunitario, e con un atteggiamen- 
to che finge una maggiore mobilità sociale o una maggiore solidarietà fra le 
classi. La diversità è quindi non tanto di ambito linguistico, quanto da correlare 
— con Malinowsky — a diversità di fondo di atteggiamento culturale, nel cui 
alveo gli usi possibili della lingua si riconducono, nella loro valenza pragmatica. 

4.6. Non si può per altro escludere che al termine di un'analisi dettagliata dei 
comportamenti effettivi risultino ampie aree di coincidenza tra parlanti di co- 
mune estrazione e secondo discriminanti di ambito sociologico: così che si pos- 
sa parlare di una serie di varietà ^^ da intendere però in termini tendenziali e pro- 
babilistici; le "varietà" risulterebbero distinte dalla frequenza e/o dalla presenza 
di un certo tipo di item (variabili, il più delle volte), invece non usati, o meno u- 
sati, da altre categorie di parlanti; e non contemplerebbero repertori in rapporto 
di reciproca esclusione. Il fenomeno della mancata cooccorrenza, anche a livello 
di sintagmi poco complessi 3^, e la variabilità stessa, possono far definire una 
"varietà" solo per la presenza di certi item, che non implica necessariamente 
l'assenza della controparte. In altri termini, l'analisi evidenzierà un elemento di 
gradatum solo relativamente a certi item ("di lingua" o "dialettali"), il cui impie- 
go è possibile (variabilmente) solo in strati minoritari di parlanti. 



35 Che darebbero corpo agli schemi in Poggi Salani (1981-1982) che formalizzano l'inter- 
relazione tra registro e classe di parlanti, anche in questa specifica situazione; abbiamo già ac- 
cennato infatti al variare del numero e della qualità di item variabili e di diversa valenza presso 
categorie diverse di parlanti. 

36 Possiamo portare ad esempio i modi di espressione di 'da qui a lì' che possono essere 
nella stessa persona non solo, ai due poli, [da 'k:wi a 'l:i] e [di 'hi e 'l:i], ma anche [da 'k:wi e 
'l:i], [di 'hi a 'l:i], [di 'hwi e 'l:i], [di 'hwi a 'l:i]. 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 229 

4.7. Resta poi una pura ipotesi di lavoro l'asserzione, ad es., di per sé verosimi- 
le, che nella Toscana centrale chi impiega i participi forti impiegherà anche tut- 
ti gli altri item dialettali presenti localmente; del resto, un modello descrittivo 
implicazionale, anche ipoteticamente, può funzionare in una sola direzione (chi 
dice l'ho pporto dirà anche portònno ecc.; ma non è affatto detto che chi dice 
la mia mamma invece che la mi mamma dica anche l'uno invece che // tócco); 
né è facile individuare item non "di lingua" stabilmente impiegati dalla totalità 
dei parlanti, se si prescinde da certi aspetti del livello fonetico-fonologico (cfr. 
oltre). Ci resta in realtà, alla fine, una distinzione di tipo astratto e tutt'al più 
funzionale alla descrizione di singole varietà diatopiche", tra l'avvalersi solo di 
item comunque ammessi nel parlato dei centri urbani ed il ricorso, invece, ad i- 
tem che nel parlato della popolazione di estrazione urbana sono non usati (o 
che generalmente si pensa che non siano usati). 

5.1. Il concetto di contimmm (e non quello di gradatum) è utile per render con- 
to della qualità del repertorio di ciascun parlante o, più precisamente, della 
competenza attiva di ciascun parlante. Pare opportuno quindi l'impiego di un 
modello che integri elementi dialettali e non dialettali in un unico quadro siste- 
matico, quale quello suggerito in prima istanza (ma poi abbandonato per le esi- 
genze della materia trattata) da Mioni-Trumper (1977). Si abbandona quindi o- 
gni riferimento sia alla "alternanza di codice", sia all'enunciato "misto" (che 
appare caratterizzare sostanzialmente anche l'italiano "dialettale" di Sanga 
1978); si tiene conto invece dell'impiego di settori diversi del repertorio com- 
plessivo (ed inanalizzati, se non item hy item dal punto di vista della correttezza 
e dell' appropriatezza) della comunità. 

5.2. In questo quadro unitario, la competenza di un parlante toscano appare co- 
stituita della conoscenza e/o dalla capacità di impiegare sia delle invarianti (co- 
me pane) sia delle variabili (come stiappa — scheggia). La nostra proposta è 
che, per rappresentare il meccanismo sottostante alla selezione delle varianti ci 
si possa convenientemente rifare — come esplicitamente, ma con diversa mo- 
dalità, suggerisce Seuren (1982) — alla nozione di marcatezza, con i suoi 
correlati di asimmetricità e di gerarchia fra le variabili (cfr. Waugh 1982). 

Mentre l'invariante sarà adeguata a qualsiasi evento comunicativo, la va- 
riante marcata risulterà inadeguata, specificamente, a come il parlante si prefi- 



■''■' È in questi termini che in Giannelli (1976) si distingue, per ciascuna varietà geografica, 
tra livello "rustico" e livello "corrente", che non possono comunque vedersi come due varietà 
distinte a partire dal fatto che l'impiego di un elemento "rustico" non implica il non-impiego 
del suo corrispondente "corrente", per cui il livello "rustico" è solo il portato tradizionale cen- 
surato da una parte consistente e di solito maggioritaria della popolazione (cfr. Giannelli 1976, 
p. 13). 



230 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

gura debba essere un'interazione comunicativa non marcata, cioè, in sostanza, 
a quella che passa comunemente come "normale conversazione" 3»: o perché 
"bassa" (cioè troppo rozza, o volgare, ecc.) o perché "alta" (cioè troppo ricerca- 
ta, artificiosa, snobistica, ecc.). Viceversa, l'altra variante, non marcata, verrà 
avvertita dal parlante come quella adeguata alle sue normali produzioni. 

Così, l'assenza di v intervocalica in avea, dicea e simili, o una forma come 
sarèbban loro "sarebbero loro" sono per alcuni parlanti e per certe zone item 
marcati come inadeguati a quella che essi ritengono una normale conversazio- 
ne, perché più "bassi" di quanto la situazione comunicativa di una normale 
conversazione richiederebbe; mentre, sull'altro versante, e sempre per alcuni 
parlanti, realizzazioni di /k/ intervocalico vicine all'occlusiva o forme come 
dicevamo sono elementi marcati come inadeguati alla normale conversazione 
perché piti "alti" di quanto quella situazione comunicativa di normale conver- 
sazione richiederebbe. 

La precisazione "per alcuni parlanti" è ovvia per quanto avanti si è detto: 
data una variabile (tale spesso non per tutti i componenti la comunità), la mar- 
catezza si dispone molte volte specularmente. Ad es. in certe zone avremo par- 
lanti che usano comunementi bévi!, scéndi! come imperativi, e per i quali è 
marcato l'imperativo tradizionale in -e, mentre per altri saranno non marcati 
proprio béve!, scénde!. 

5.3. L'inversione nelle condizioni di marcatezza che si riscontra fra parlanti ha 
un correlato evidente con processi diacronici sottostanti che finiscono di norma 
per coinvolgere tutta la comunità^^^ e denunciano la presenza di un mutamento 
linguistico in atto, di norma nel quadro della progressiva e non traumatica 
decantazione di elementi "dialettali" nel parlato corrente in Toscana, che è sotto 
gli occhi di tutti: un item marcato in quanto non adeguato ad un'interazione 
comunicativa non marcata, ma adeguato a contesti situazionali più formali del- 
la normale conversazione, tende sempre più ad estendere la sua presenza al di 
sotto del suo specifico contesto (ad estenderla cioè alla normale conversazio- 
ne), fino a provocare un rovesciamento delle condizioni di marcatezza. 

5.4. È da sottolineare (specialmente in rapporto alla problematica dei registri) 
che le stesse relazioni di marcatezza che intercorrono tra elementi di lingua e 
dialettali possono intercorrere tra varianti tutte e due accettate dalla norma della 



38 Essa stessa un'astrazione, giacché in un colloquio tra pari resta almeno la variabilità le- 
gata all'argomento, o all'autorevolezza che si intende dare a ciò che si afferma, o ad elementi 
pragmatici ed espressivi. Un parlato "neutro" è però pensabile e pensato. 

39 Rimandiamo ad altra specifica sede una considerazione precisa su questi processi di 
notevole complessità. 



CONSIDERAZIONI PER UN ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 23 1 

lingua nazionale. Così, per molti parlanti, risultano marcate verso l'alto forme 
come adesso rispetto al non marcato ora, o vi rispetto a ci in costrutti come vi 
sono — ci sono; e sono marcate — sempre per determinate categorie di parlanti 
— stavolta verso il basso, forme aferetiche come gli imperativi del tipo va', 
fa' {va' via!, fa' piano!), forme che rispetto a quelle piene vai!, fai! si pongono, 
nella competenza di questi parlanti, esattamente come le forme ridotte della 2- 
ps. sg. del pres. ind., di nuovo va' , fa' , rispetto alle forme piene corrispondenti 
(per es. in sintagmi come quando va' via? — quando vai via?). 

5.5. Se questo è vero per gli elementi della lingua nazionale, tanto più vero — 
ed è qui superflua l'esemplificazione — appare per gli elementi definibili di 
italiano popolare comune, di solito non distinti dagli altri item ("dialettali") di 
livello basso^o. La distinzione è d'altronde difficile in assoluto (cfr. Tropea 
1976), ma è tanto più difficile — a fronte anche di una lingua dei media che so- 
lo ora comincia ad esser meno paludata — quando non vi siano elementi for- 
mali (fonologici, morfologici) di riferimento che facciano comunque distingue- 
re l'italiano dal dialetto. 

5.6. Un'osservazione va fatta anche riguardo al numero delle varianti che pos- 
sono entrare nei rapporti di marcatezza prima indicati. Se è vero che per lo più 
le varianti sono disposte a coppie (una marcata e l'altra non marcata), talora le 
varianti non marcate (o anche quelle marcate) possono essere più di una. Così, 
ad es., alla negazione "italiana" non corrispondono, per certi parlanti, tre forme 
dialettali: un, nun e no, che possono essere tutte e tre marcate rispetto al non 
marcato non'^K In altri casi, c'è una gradazione nell'andamento triadico, come 
in non mica non marcato rispetto al "basso" no mmica o all'alto mica (fra par- 
lanti relativamente conservativi), oppure, più in generale, in certe zone, come il 
non marcato véndano 'vendono', rispetto a véndenol -ino marcato verso il basso 
e véndono marcato verso l'alto. La casistica è molto varia: ad es. per alcuni 
l'ho bbèll'e ffatto, l'ho ddi giàffatto sono ambedue non marcati rispetto a l'ho 
ggiàffatto marcato verso l'alto, per altri ancora tutte e tre le forme possono es- 
sere non marcate, per altri può essere non marcata la terza. 

6.1. Il fatto che si sian fin qui tratti esempi dalla morfologia e da alcuni fatti di 
micro-sintassi, si giustifica sia con la specificità del parlato toscano o centro-ita- 
liano, che in questo si distacca sia dall'italiano regionale di altre zone, sia dalla 
fenomenologia ÙQWaccent, ma anche con la costatazione che la morfologia e la 



40 Cfr. d'altronde Pellegrini (1960), Poggi Salani (1981, 1982). 

41 Non mancano viceversa situazioni in cui un preverbale e no prenominale sono non-mar- 
cati rispetto ad un marcato (verso l'alto) non. 



232 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

sintassi a certi livelli, appaiono i campi privilegiati delle relazioni di marcatezza. 
Il modello interpretativo proposto appare estensibile al lessico, che in generale 
presenta però più ampia differenziazione fra parlanti e fra zone; d'altro canto 
fatti di semantica lessicale entrano nel gioco delle opposizioni, complicando i 
rapporti intemi al repertorio. 

6.2. Solo parzialmente pare estensibile invece alla fonetica, giacché diverse ca- 
ratteristiche fonetico-fonologiche risultano sottratte al governo esplicito del 
parlante, benché variabili. Anche in queste condizioni la loro correlazione a fat- 
tori stilistici è tuttavia evidente in taluni casi: ci riferiamo per esempio al dile- 
guo della V intervocalica in elementi nominali (fuori della zona di Firenze), co- 
me alla spirantizzazione delle occlusive sonore intervocaliche. Talora la varia- 
zione medesima appare esclusivamente correlata a fattori comunicativi e 
espressivi (ad es. nel caso della pronuncia occlusiva della dentale e della bila- 
biale intervocalica a Siena). Viceversa l'affricamento variabile della sibilante in 
fiorentino ([per'sona] - [per'tsona]) pare indipendente da fattori di carettere co- 
muicativo, benché pronuncia in progress. 

6.3. Altri item di ambito fonetico-fonologico sono addirittura invarianti, a parti- 
re dall' affricamento della sibilante in polio, perzona in larga parte della regio- 
ne. L'indeterminatezza dello standard rende poi ancora più chiaramente estra- 
neo alla variazione l'inventario, specifico di ciascuna località, delle voci che 
presentano le coppie di fonemi non evidenziate dall'alfabeto, la cui distribuzio- 
ne è, per così dire, casuale, come in baccèllo — baccèllo o in /imba'ratso/ — 
/imba'radzo/; analogamente, la mancata indicazione a livello grafico lascia in 
condizione di invarianza — salvo situazioni specifiche42 — il raddoppiamento 
fonosintattico. 

Possiamo dire che l'inventario delle voci con /s/ e /z/ resta parimenti inva- 
riato relativamente ad una dimensione orizzontale, nel senso che non vi sono 
influssi da una località all'altra. È noto però che esiste una tendenza che si af- 
ferma abbastanza lentamente e che ha il suo epicentro a Firenze, per cui si so- 
norizza la sibilante sorda intervocalica, all'interno di parola (/'kaza/ al posto di 
Z'kasa/), secondo un andamento specifico di origine snobistica, per cui sempre 
più si assiste ad un rovesciamento delle condizioni di marcatezza, che prevedo- 
no/prevedevano la sonora come marcata. Uno stadio più arretrato del medesi- 

'^~ Che restano da esplorare meglio e di cui sono esempio la soppressione del RS operato a 
Lucca dall'art, mas. pi. A/ nello stile di lettura almeno di brevi sintagmi come / cani abbaiano, 
la risposta ormai corrente due e ccinquanta '250 (lire)' a quant'è? quanto costa? in area areti- 
na, ove il RS non dovrebbe operare. La quasi generalizzata variabilità del RS in area lucchese 
(almeno a nord di Lucca) appare solo in parte condizionata da processi di adeguamento alle 
norme pisane e fiorentine. 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 233 

mo processo vive lo scambio di /dz/ con /ts/ iniziale, ad es. in zio, zucchero. 

Elementi altrettanto sensibili ad una polarizzazione in termini di marcatez- 
za sono quelli che fanno riferimento a restrizioni contestuali di tipo "dialetta- 
le", non contemplate dalla pronuncia standard. Queste restrizioni contestuali 
non operano come tali ad un livello formale di parlato, andando o alla pura al- 
ternanza di due forme della medesima entrata lessicale {novo — nuovo, ma in 
certe zone c'è anche un "basso" /'novo/), o alla riduzione da restrizione a rego- 
la variabile come nel caso di 1 — > <r>/ C, in ogni caso nell'assenza di regole 

di corripondenza e quindi senza il fenomeno dell'ipercorrettismo. In ogni caso, 
pur nella tendenza ad evitare risultati estremi come il dileguo della laringale o 
lo stesso impiego, di natura complessa, di forme come '[por'taho] 'portato', o 
il dileguo di [v] (ove possa vedersi in termini puramente fonetici), va chiarito 
che i processi fonetici corrono per tutti i livelli del parlato (sia dal basso in alto 
che dall'alto in basso) così che come l'applicazione del rotacismo non "decide" 
sulla complessiva dialettalità dell'enunciato, così lo stesso processo di sostitu- 
zione di /z/ a /s/ tra vocali finisce, per certi parlanti, per ridurre l'inventario del- 
le voci che contemplano (o possono contemplare) /s/. È da notare più in gene- 
rale come ad ogni livello del parlato, quanto vi è di opposto alla normativa lin- 
guistica "italiana", pertiene di norma al fondo tradizionale, dal quale appunto si 
assumono elementi senza modificarne la struttura fonologica^?. Il caso opposto, 
di riadattamento fonologico, trova scarsa testimonianza^^. 

7. Proprio per l'andamento delle caratteristiche di pronuncia prima visto, si può 
dire — a puro titolo di indicazione generale, e senza voler minimamente tentare 



''^ Questa "continuità" fra fondo tradizionale ed usi correnti locali, apparentemente collega 
la Toscana alla fenomenologia che in Sobrero-Romanello (1981) si dà come tipica del Sud, in 
correlazione a ritardi complessivi di acculturazione; si potrebbe per altro invocare una minore 
distanza strutturale dei dialetti meridionali, o di alcuni di essi, dall'italiano, rispetto a quelli set- 
tentrionali, non foss'altro che per la struttura della parola; è chiaro per altro che una applicazio- 
ne a tutti i livelli del parlato delle regole di fonetica di livello basso è una caratteristica dell'Ita- 
lia centro-meridionale. 

Non si possono escludere apporti popolari-dialettali estemi profondamente penetrati in Tosca- 
na; l'effetto del monolinguismo è però appunto quello di relegare questi elementi di provenien- 
za disomogenea in un unico livello 'basso": così accade per l'uso di verhum putandi+indic. e di 
ci per gli in parte almeno della Garfagnana usati nei registri informali e saltuariamente. Come 
elementi di provenienza settentrionale collocati invece nel registro alto, oltre al caso stesso di 
/z/ al posto di /s/ tra vocali, citiamo ha nimica...? contro il tradizionale non ha nimica... ?, che 
ripercorre probabilmente la strada della soppressione di non nella dislocazione a sinistra dì mi- 
ca, sempre sotto influsso settentrionale (mica che io. . . sostituisce il rustico non mica (miga) 
che io ...). 

^ Un caso a sé, per il quale non si può però propriamente invocare l'opposizione con la 
lingua è il tipo ['io Xi '6is:il 'io gli dissi', ad es. senese, "alto" rispetto al tradizionale ['io li 
'5is:i], contro un inusitato ['io X:i '5is:ij in realtà più fiorentino che italiano; cfr., in rapporto ad 
analoga fenomenologia in pistoiese, quanto Agostiniani (1980, p. 95). 



234 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

una tassonomia completa — che la prossimità fonica tra varianti è in ogni caso 
un elemento considerevole, anche al livello morfologico: che appare riassorbi- 
bile in qualche maniera, relativamente alla "devianza", in "storpiature" dovute 
ad una pronuncia non accurata (ciò, naturalmente, nella coscienza del parlante). 
Si costata infatti che quando vi è prossimità fonica all'item di lingua (ciò vale 
per véndono — véndano come per portarla — portalla) questa consente al mor- 
fo dialettale talora di assumere addirittura condizioni di non-marcatezza, alme- 
no per un buon numero di parlanti, o almeno di mantenersi a qualche livello 
nell'uso di molti parlanti. Ovviamente, il caso piti favorevole in questo senso è 
quello di un'identità formale, accompagnata da differenza funzionale, tra morfi 
dialettali e morfi di lingua. Caso tipico è quello del morfo tu in area fiorentina, 
pronome atono singolare di impiego incomparabilmente più ampio in situazioni 
anche piuttosto formali, di quanto non lo sia il suo corrispettivo plurale vu, non 
coincidente formalmente con nessun morfo di lingua, e come tale marcato al- 
meno in certi contesti, mentre non sarà azzardato dire che tu resta non-marcato 
per molti parlanti. Come casi di vera e propria prossimità fonica valgano /11/ ar- 
ticolo in beveva IV acqua, di occorrenza non difficile a riscontrare anche in stili 
di lettura, o forme come partano pres. ind., accanto a partono: caso quest'ulti- 
mo che si correla alle pronunce possibili, non chiaramente "grammaticalizzate" 
come portàrano variabilmente per portarono o — ove non sia effettivamente 
una forma tradita — portàvono per portavano. Altri esempi di item pertinenti 
alla "grammatica dialettale" ma riconducibili (nella soggettività del parlante) a 
"deformazioni" di pronuncia (e soccorre qui ancora il citato richiamo al Mona- 
ci, cfr. nota 3) possono essere dirrò, dirrei al posto di dirò, direi, altri impieghi 
dell'articolo /11/ {chiudeva W occhi, batteva II' ali) o /l/ (batteva l'occhi) o infine 
quei casi in cui la differenza tra morfi dialettali e morfi di lingua si pone nei 
termini di una riduzione fonica dei primi rispetto ai secondi, come gli infiniti a- 
pocopati {parla, vede, sentì), /l/ allomorfo di /il/ come in lo mangia ' l cane, o 
allomorfo di /i/ come in seguo ' passi. 

D'altro canto, proprio questa riduzione di fatti morfologici a casi di pro- 
nuncia non accurata pare generare la tendenza invalsa a considerare "corretta" 
una pronuncia che non riduce fonicamente le unità di lessico, così come due 
caffè appare "migliore" di du caffè, vengo anche io finisce per esser preferito, 
in certe situazioni, al pur usitatissimo vengo anch'io (ed abbiamo visto avanti il 
caso degli imperativi come va' , fa'). Ne risulta che un chiaro indicatore del li- 
vello di parlato finisce per apparire proprio il blocco delle regole di cancella- 
zione: non c'è bisogno di sottolineare, per inciso, quanto fenomeni di questo 
genere sono legati ad un 'accresciuta confidenza con lo scritto. 

8.1 Riassumendo, il parlato toscano ci appare come una realtà alquanto mossa 
ed in fase di evoluzione non particolarmente veloce, percorsa da una tendenza a 



CONSIDERAZIONI PER UN'ANALISI DEL PARLATO TOSCANO 235 

sistematizzare all'interno di un paradigma capace di consentire un'ampia varia- 
zione, essenzialmente stilistica, molte varianti; con diversità sul piano geografi- 
co e, nella medesima località, con diversità da gruppo a gruppo di parlanti, non 
esclusa una non indifferente area di "scelta" individuale, personale^^ 

Abbiamo cercato di delineare un quadro di riferimento per l'analisi di un 
repertorio variegato, certamente analizzabile in buona misura rispetto ad una 
grammatica normativa, ma di fatto non scisso nell'uso, e per il carattere "misto" 
del parlato e per l'assenza di criteri di co-occorrenza fra item di pari livello. 

Resta in piedi un interrogativo circa le aree centro-italiane cui si possono 
applicare i criteri individuati, fuori della Toscana ed oltre il caso romano, di 
norma omologato alla casistica toscana. Crediamo che in questo campo sia op- 
portuna pili che mai la prudenza, né riteniamo, per quanto abbiamo visto, che 
un'astratta considerazione sulla maggiore o minore "prossimità strutturale" sia 
di per sé un criterio discriminante. Lo stesso svolgimento indicato per l'area a- 
retina o l'accenno fatto alla pur localissima situazione di parte almeno dell'A- 
miata, paiono consigliare un approccio del tutto pragmatico. Ci pare che saran- 
no omologabili alla fenomenologia toscana, e quindi analizzabili con i criteri 
sopra esposti, non tanto le situazioni di partenza analoghe quanto le situazioni 
che, nel loro evolversi, non hanno maturato codici alternativi e che quindi — 
sul piano fenomenico — non presentano automatici rapporti di co-occorrenza 
di item, indice della presenza di varietà discrete, per quanto piti o meno diffe- 
renziate. 

8.2 II riportare, in sostanza, la fenomenologia toscana alle situazioni di mono- 
linguismo segnate da: a) — ampio ricorso alla variabilità o ad un meccanismo 
di rarefazione/intensificazione di item non ammessi da criteri normativi (sia in 
riferimento alla lingua delle grammatiche che allo standard per un momento 
dato come unitario); b) — funzionalizzazione stilistica all'interno delle stesse 
varianti "di lingua" (anche nel possibile contrasto tra usi standard e patrimonio 
linguistico consolidato, o tra questo e elementi "popolari" davvero unitari come 
ad es. il tipo cera tutti quelli), ci pare possa dilatare di molto l'applicabilità del 
criterio di analisi in senso verticale. Raccogliendo stimoli presenti in Sanga 
(1978) Sobrero-Romanello (1981), Poggi Salani (1982), Trumper-Maddalon 
(1982) crediamo che lo stesso italiano regionale di zone "bilingui", con il suo 
"sottoinsieme" di italiano popolare (Poggi Salani 1981, 1982), per la sua inne- 
gabile variabilità — forse piìi contenuta di quella toscana, e certo non della 
stessa mole ovunque — sia un campo di applicabilità, di un'analisi non più tesa 



45 Toma alla mente l'osservazione citata a chiusura di Poggi Salani (1982) circa il ruolo 
dello stile nel parlato toscano. 



236 LUCIANO AGOSTINIANI - LUCIANO GIANNELLI 

all'individuazione di varietà cui attribuire item diversi'^f', ma a rilevare lo strut- 
turarsi di questi stessi item all'interno di un continuum, per la totalità dei par- 
lanti, o per categorie di parlanti (così che vi sia almeno una varietà analizzabi- 
le in questi termini). Ci pare anzi che ci sia da chiedersi se la costatata 
presenza di un italiano "dialettale" (Sanga 1978) e della frequenza di enun- 
ciati misti non interpretabili con la commutazione di codice (e ci riferiamo qui 
a quanto in Berruto 1984), la cui concentrazione è origine dello stesso "italiano 
dialettale", non sia un fatto che mostra il crearsi di una situazione di ampia va- 
riabilità almeno paragonabile — nei domini in cui può essere impiegata — a 
quella toscana. E se cioè nella stessa Italia settentrionale — pur restando tutte 
le differenze facilmente constatabili, a partire dalla possibilità di un enunciato 
complesso tutto in italiano o tutto in dialetto, ecc. — l'italiano dialettale, nella 
sua condizione di "mistura", non si ponga come luogo di superamento del "bi- 
linguismo". 



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'^^ In particolare, Trumper-Maddalon (1980) costatano l'aporia, in una situazione che pure 
contempla da una parte il dialetto, dall'altra la "lingua" (cfr Mioni-Trumper 1977), che è data 
dalla presenza di enunciati "misti", i quali dimostrerebbero l'assenza di "una separazione netta 
fra i due codici" (p. 89). 



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L.R. Waugh (1982), Marked and unmarked: A choice between unequais in semiotic structure, 

"Semiotica", 28, pp. 299-318. 



ANNALISA NESI — TERESA POGGI SALANI 
(Firenze) (Siena) 

Preliminari per una defìnizione dell'italiano di Toscana: il lessico* 



1. Mentre ricordiamo appena che anche in questa sede usiamo "regionale" in 
senso generico, senza alcun impegno di definizione di aree dialettologiche (cfr. 
Poggi Salani 1979 e in questo volume), converrà forse che principiamo (per en- 
trare subito nel vivo, adoperiamo intenzionalmente questa parola, nativa in To- 
scana, non poco sospetta oggi di regionalismo ma insieme, come si sa, lettera- 
ria) col chiarire che cosa intendiamo in linea generale per italiano regionale ri- 
ferendoci in particolare al lessico toscano. 

In questa terra a fisionomia dialettale del tutto singolare, dove già il dialet- 
to (ad eccezione di alcune zone marginali) non si pone su un versante diverso 
da quello della lingua "senza aggettivi", e dove dunque viene a mancare per lo 
studioso l'appiglio di quegli elementi consistenti che altrove distinguono due 
codici diversi — tra cui l'elemento qualificato italiano regionale poi s'incunea 
— non pare che si possa parlare di regionalismo in lingua se non riportandoci 
concretamente all'uso e agli utenti, toscani e non toscani. 

Punto di riferimento obbligato risultano così, analogamente a quanto già 
praticato nel saggio di T. Poggi Salani (1978), i parlanti di livello socioculturale 
medio e colto considerati nel loro effettivo uso italiano, oggettivamente delimi- 
tante il nostro lessico italiano di Toscana. È lessico "italiano", perché localmen- 
te — e anche, s'intende, con diversità luogo per luogo — non censurato (vedre- 
mo poi in che modo) i e usato dal parlante medio e colto in situazione media o 



* Il presente studio, qui in versione ridotta, compare nella sua forma integrale nei «Qua- 
derni dell'Atlante Lessicale Toscano» 4 (1986), pp. 9-38. Si segnala che il lavoro, seppure con- 
dotto unitamente dalle due autrici e scaturito da comuni riflessioni, per la stesura può essere 
suddiviso come segue: par. 1 e 2 Teresa Poggi Salani, par. 3, 4, 5 Annalisa Nesi. 

Per la pronuncia delle parole portate ad esempio, si accentano le sdrucciole e le ^ e le o to- 
niche, ma sempre, per limitare l'uso degi accenti, soltanto nel caso di parole che col nostro si- 
gnificato (o simile) e con la stessa pronuncia che ci riguarda non siano normalmente a lemma 
nei vocabolari italiani correnti. 

Si fa osservare che tutto il materiale lessicale presente nel testo è stato oggetto di riscontri 
su un vasto numero di vocabolari italiani storici e deir"uso", nonché dialettali toscani. Per mo- 
tivi di spazio l'apparato esplicativo e i riferimenti bibliografici relativi appunto ai vocabolari 
sono stati soppressi. 

' Esistono d'altra parte, in Toscana come altrove, forme soggettive di censura esercitata 
qua e là, anche dal parlante di cultura media o addirittura colto, su elementi italiani semplice- 
mente di occasione colloquiale, eventualmente traslati, o su termini tecnici tradizionali, a torto 



240 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

addirittura formale (d'altra parte è già stato riconosciuto come, in linea genera- 
le, per quest'area non si possa parlare di italiano popolare nei termini usuali in- 
vece per la massima parte d'Italia) 2. Ma è a un tempo "regionale", perché non 
appartenente all'uso al di fuori di Toscana o eventualmente, in zone diverse, 
anche all'interno della stessa regione dialettologica toscana. 

Diciamo subito che si tratta di un lessico concettualmente vario, fatto anche 
di parole di alta frequenza e dispersione, per quanto naturalmente predomini un 
ambito quotidiano e moderatamente specialistico, dato che, come ha scritto di 
recente Giovanni Nencioni, «il parlar tradizionale (...) suole muoversi tra gli e- 
stremi di una denominazione analitica degli oggetti e fenomeni quotidiani e ar- 
caiche indistinzioni nel campo dei concetti cardinali»^ 

Il nostro intento è ora quello di osservare, per così dire con occhio estemo, 
un uso reale, esistente, trascritto come nella realtà si snoda e si articola con i 
suoi rapporti, livelli, occasioni d'uso, specificità e sottigliezze semantico-sintat- 
tiche e tonali. 

In tanti casi si potrà anche commentare che il nostro riflettere sull'uso coinci- 
de con un diffuso giudizio sull'uso, riscontrabile presso i parlanti toscani, e spe- 
cialmente cosciente e ricco di sfumature presso chi è incline a tal genere di con- 
siderazioni. È luogo comune, del resto, che in Toscana sia facile sentir "parlare di 
lingua", ovunque, sull'autobus cittadino o nel negozio abituale, con quel senso di 
possesso linguistico radicato, anche se non sempre indiscutibile, e per ciò stesso 
anche fonte di discussione, che nasce dalla secolare "tradizione ininterrotta". I 
nostri dati, comunque, provengono dall'uso, non da domande sull'uso. 



ritenuti locali e, se usati, accompagnati da espressioni del genere «noi si dice», «noi li chiamia- 
mo» ecc. (sentite, per esempio, accanto all'uso di «un dito di vino»). Sottende queste incertezze 
o questi errori di coscienza linguistica (che ci portano un po' all'inverso dell'italiano regionale, 
come noi lo definiamo) l'idea di un italiano "senza aggettivi" posto a distanza dal parlato di 
tutti i giorni e alieno dalla trattazione di certi soggetti. \n questa tendenza verso un"'elevazio- 
ne" di tono dell'italiano si situano del resto i progressi di togliere rispetto a levare o cavare, di 
prendere rispetto a pigliare ecc. 

2 Poggi Salani (1979, §§ 3, 3.1, 3.2); più brevemente Poggi Salani (1982, § 5). 

3 Nencioni (1983, p. 18). Sulla convinzione di parlare italiano in una casa piccolo-borghe- 
se fiorentina (la propria) a cavallo della prima guerra mondiale cfr. ancora Nencioni nello stes- 
so testo, p. 4 (a fianco di una vivente, giustamente goduta, documentazione di quell'uso): 
«Quelle parole e quei modi di dire erano usati nella mia famiglia non solo con spontaneità, ma 
con la convinzione che fossero italiani; di un italiano, va bene, casalingo, ma pur sempre italia- 
no. Il grande confronto e la grande compenetrazione nazionali, prodotti dalle forti migrazioni 
inteme e dai mass-media, non erano ancora cominciati, e ogni regione viveva in un certo suo i- 
solamento e quindi in una sua individua assolutezza; la quale più che altrove era forte in Tosca- 
na, dove per tradizione ci si riteneva superiori nella lingua a tutti gli altri italiani, non solo di 
fatto ma anche di diritto, e quindi autorizzati a pretendere, o a supporre, che l'uso toscano aves- 
se forza nazionale. Mancavano, anche nelle persone colte, il senso di relatività linguistica che 
oggi si è insinuato in noi e il senso dello stretto rapporto che corre tra lingua e cultura». 



PRELIMINARI PER UNA DEFINIZIONE DELL'ITALIANO DI TOSC ANA: IL LESSICO 24 1 

Miriamo a toccare e giudicare uno stato di fatto: beninteso fin dove possi- 
bile, che non soltanto ci contenteremo in questa sede di una serie di prime indi- 
cazioni, di fronte alla vastità del compito, ma ricordiamo anche la varietà degli 
usi (dunque, poi, dei pareri) che non va mai disgiunta da quanto c'è di unitario 
in questa toscanità e che è parte altrettanto rilevante del suo "tenersi", del suo 
stare insieme coerente. 

La persistenza di usi diversi è legata in primo luogo ad una frammentazio- 
ne che ha radici antiche e che serba il suo senso, pur nella mobilità geografica 
media del parlante d'oggi e nella vastità conseguente degli scambi linguistici. 
Oltre che di frammentazione dialettologico-geografica, si tratta anche, più in 
particolare, di una frammentazione legata alle occasioni reali d'uso, che in àm- 
biti quotidiani facilmente diventano circoscritte e ripetitorie, conservatrici, 
straordinariamente spontanee, in un rapporto di solidarietà tra parlanti tale an- 
che da annullare forme di distacco eventualmente valide in altra situazione. 

Si pensi anche a settori che abbiamo detto moderatamente specialistici, co- 
me il lessico più usuale relativo a cucito-rammendo-ricamo-maglia-uncinetto, 
tradizionalmente da donne, ma non di tutte le donne e di alcune più di altre 
(settorialità dunque, pur escludendo la terminologia propriamente specialisti- 
ca), o al lessico dei piccoli lavori di casa tradizionalmente da uomini, dal pian- 
tar gangi 'ganci' nel muro all'aggiustare una cannella 'rubinetto' che gocciola 
(non goccia). 

Ma se queste tre parole sono molto diffuse o addirittura pantoscane, quale 
donna che si affacci alla sua terrazza (non balcone), col catino dei panni (altro 
uso pantoscano) appena tolti dalla lavatrice, muterà il suo tendere i panni 'met- 
terli ad asciugare' o il suo stendere i panni 'ritirarli quando sono asciutti' ri- 
spetto all'uso più comune che attribuisce a stendere, in questi contesti, il senso 
di 'mettere ad asciugare'? 

L'esempio, crediamo, serve a mettere in rilievo l'importanza delle occasio- 
ni effettive d'uso, delle loro caratteristiche, e insieme sottolinea la grande fun- 
zione disambiguante dei contesti anche situazionali, valido presidio di una va- 
riegatezza linguistica tradizionale. 

La varietà degli usi, pur sussistendo, assume a volte anche aspetti che non 
si lasciano con facilità riconoscere: sarà giusto osservare allora che, più la dif- 
ferenza passa quasi inosservata o appare particolarità casuale nella comunica- 
zione su un raggio regionale più vasto o al di fuori del circuito abituale, più è 
probabile che ogni sistema minore resti fedele a sé stesso. 

Valga l'esempio delle eventuali distinzioni semantiche tra garbare e piace- 
re: una vivanda che si assaggi, per esempio, piace ad alcuni, ad altri invece 
garba; e i primi intenderanno una frase come «quei maccheroni mi garbano po- 
co» nel senso di 'hanno un brutto aspetto, si presentano male', mentre i secondi 
nel senso di 'hanno un sapore che non è di mio gusto'. Ma non è affatto garan- 



242 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

tito che ogni volta l'equivoco si chiarisca. 

Sulla frammentazione, che è aspetto affascinante della nostra toscanità, 
proprio anche nel suo contatto-connubio — finora non studiato — con l'italia- 
no, torneremo tra poco a offrire qualche documentazione e soprattutto il frutto 
di alcune meditazioni. Ma se già è per noi di ostacolo su questa strada l'insuffi- 
ciente conoscenza di un materiale linguistico nei suoi risvolti quanto mai vario, 
e fatto anche di sensibilità linguistiche differenziate, va detto subito che il no- 
stro discorso di regola non vuole e non può impegnarsi su un'esclusività lingui- 
stica toscana, di fronte all'esiguità delle conoscenze finora a disposizione sugli 
usi italiani regionali. 

Ci riferiamo ad un italiano di Toscana certamente esistente e che delimitia- 
mo (pantoscano, toscano occidentale ecc.) tutte le volte che siamo in grado di 
farlo, ma di cui troppo ignoriamo eventuali diverse vitalità geografiche. E d'al- 
tra parte possibili riscontri d'altri luoghi andrebbero proprio verificati in modo 
non generico, come noi ambiamo a fare quanto possibile per il nostro materia- 
le, addentrandoci nel suo effettivo attualizzarsi linguistico, nella sua rete di va- 
lori e rapporti. In altri termini, coincidenze che si osservino in altra zona geo- 
grafica hanno poi proprio la stessa latitudine semantica^, si verificano allo stes- 
so livello di italiano, con quella valenza stilistica, frequenza e così via? 

2. Il saggio sopra nominato Dialetto e lingua a confronto (Poggi Salani 1978), 
se, come sembra, è dotato di qualche validità generale (benché allora la medita- 
zione prendesse spunto propriamente dalla totalità delle risposte da attendersi 
dal questionario àoW Atlante Lessicale Toscano), considerava nel continuum 
linguistico toscano dal dialetto alla lingua, in cui operava diverse partizioni, una 
serie di coincidenze: tra uso locale — nativo, dialettale — e italiano, inteso in li- 
nea teorica nell'ampiezza dei suoi usi e anche in diacronia. Alcune partizioni del- 
lo schema allora tracciato toccavano anche l'italiano regionale di Toscana. 

L'oggettiva larga congruenza tra lessico toscano e lessico italiano è fatta 



^ Solo attraverso una sorvegliatissima riflessione sul linguaggio o per l'aiuto di occasionali 
speciali sussidi offerti dalla situazione si possono scoprire per esempio certi poco appaiiscenti 
ma reali elementi degli italiani regionali. Due dati dall'italiano di Milano. Rispetto all'accezio- 
ne di smunto 'scolorito', detto di un vestito per esempio, direttamente legata al milanese smónt 
(in grafia tradizionale, con ó da leggere u) e attestata a Milano a fine Ottocento ma oggi in de- 
cadenza, si possono incontrare milanesi anche colti, pur estranei a questo uso, che tuttavia spie- 
gano «viso smunto» con 'pallido, smorto', ignorando l'accezione normale italiana di 'scarno, e- 
maciato'; la situazione potrà svelare l'inattesa interpretazione semantica se per esempio accada 
di sentir dire che diventa smunto un viso paffuto che impallidisca (Poggi Salani 1983, s.v.). 
Una frase come «non ho fatto il numero giusto», in riferimento al telefono, a Milano è passibile 
di due diverse interpretazioni: 1) 'non ho fatto il numero adatto o piìi opportuno' (per esempio, 
per chiedere una certa informazione); 2) 'ho sbagliato a comporre il numero' (con giusto 'cor- 
retto, senza errori'). Altrove può aversi invece solo la prima interpretazione. 



PRELINflNARI PER UNA DEFINIZIONE DELLTTALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 243 

senza dubbio, si osservava, di coincidenze a frammenti, come appare se appun- 
tiamo volta a volta la nostra attenzione sulla parola singola. 

Coincidenza per esempio — riferendoci ora soltanto all'italiano regionale 
— tra ciò che è sentito come italiano ed è usato come tale (ma è a un tempo re- 
gionale perché altrove non usato, a volte perfino non compreso) e ciò che è 
comparso in scritture italiane dei secoli passati, accolto anche nei nostri voca- 
bolari (con non impossibile influenza, dunque, anche sul nostro presente). Ma, 
e interessa di più, anche coincidenza dell'italiano di Toscana ora con un uso na- 
zionale perdurante ma di sapore più o meno spiccatamente letterario, ora even- 
tualmente anche con un uso regionale di altra zona. Riferimento dunque al pas- 
sato e al presente, al versante della letterarietà dell'italiano e al saldarsi tra loro 
di regionalità diverse. Problemi specifici invece si enucleavano allora dal setto- 
re dei termini più o meno strettamente tecnici (su cui ora non ci soffermeremo), 
di fronte a cui, oltre il dialetto, non di rado l'italiano "senza aggettivi" pare non 
sussistere. 

Ricordiamo come quel genere di sovrapposizioni abbia nel suo complesso 
importanza sul piano della comprensibilità (teniamo presente, quando occorra, 
anche la cosiddetta vaghezza semantica) o dell'accettabilità di quel lessico. Per 
il toscano, favorito dalla storia della lingua, importano soprattutto quelle con e- 
lementi più o meno noti della lingua letteraria: valgano come esempi il già no- 
minalo principiare, oppure figliolo in usi assolutamente non marcati e al di fuo- 
ri di sintagmi cristallizzati («ha già tre figlioli» o, indipendentemente da rap- 
porti di parentela, «c'erano certe belle figliole!»: a una festa, per esempio, 'ra- 
gazze'): il non fiorentino bimbo o il fiorentino-senese recidersi 'tagliarsi, spez- 
zarsi' (di un tessuto lungo una piegatura, di una corda, per logoramento in un 
punto definito: «la seta, tenuta piegata, si recide», «a forza di strusciare, la cor- 
da s'è recisa»). 

Se questi usi risultano in pratica sostenuti al di fuori di Toscana da una dif- 
fusa competenza, per quanto solo eccezionalmente attiva, d'altra parte appare 
sostenuto dal suo pur essere italiano comune brontolare, che poi in Toscana si 
usa anche come transitivo col significato di 'rimproverare' («il babbo l'ha 
brontolato»). 

Certe coincidenze (e pensiamo pure, se vogliamo, perfino al persistere dei 
ricordi delle letture liceali dagli autori maggiori), importanti anche quando non 
siano "intere", mettono in rilievo e ci obbligano a considerare bene, oltre alle 
particolarità semantiche e sintattiche, come elemento fortemente caratterizzante 
l'italiano regionale toscano quella che, vista dal di fuori, appare una qualità sti- 
listica delle parole (parole invece, per chi le usa, magari assolutamente neutre: 
per così dire, lingua, non stile). 

È vero che, per quanto riguarda il rapporto col nostro passato linguistico, le 
attestazioni dalla lingua letteraria, sbriciolate nei nostri vocabolari — che larga- 



244 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

mente equiparano epoche, ambienti, autori, generi di scrittura in realtà anche 
incomparabili tra loro, e forzatamente tagliano e isolano contesti, generalizzano 
— non ci permettono per solito di toccare e di intendere un sistema linguistico, 
obbligandoci per lo più a confronti frammentari con i nostri — invece — siste- 
mi linguistici. 

Ma nel rapporto con altri usi o altri livelli d'uso linguistico presente accade 
che acquisti rilievo la congruenza eventualmente anche parziale con un passato 
di lingua letteraria: sicché alla fine l'italiano di Toscana appare quasi partecipe 
di una diversa sincronia, qui piti dilatata. 

È il senso delle tante notazioni di vocabolari sensibili apposte a singole vo- 
ci: «toscano e letterario», per esempio. Osservava al suo tempo il Tommaseo: 
«molti di quelli che fuori di Toscana son giudicati arcaismi, qui vivono tutta- 
via» (Tommaseo 1867 [1973: Pref., I, p. L]); potremmo aggiungere anche, 
pressappoco, il rovescio di questa affermazione, ed entrambe risultano valide 
oggi benché opposte: caratteristiche di altri italiani regionali appaiono inevita- 
bilmente libresche o scolastiche ad orecchio toscano. 

Ma sono già, nel '58, osservazioni di Nencioni, quando afferma che biso- 
gna ricercare nei rapporti storici tra toscano e lingua letteraria 

perché una parte del tesoro toscano appaia oggi regionale o arcaizzante nei confronti della 
circolazione nazionale cui un tempo appartenne; perché, d'altro canto, la lingua comune 
abbia optato per forme più generiche, meno espressive, meno impegnative; perché, in altri 
casi, essa abbia preferito quelle che ad un toscano tornano più antiche e più auliche e dan- 
no l'impressione, usate correntemente da benparlanti non toscani, di una lingua appresa 
sulle grammatiche-''. 

Ma quanto il differire tra loro di italiani regionali diversi, al di là della pri- 
ma occhiata che coglie gli elementi piìà vistosi, non è fatto per il lessico di dif- 
ferenze di stile e di frequenza, di sapore diverso delle stesse parole "italiane"? 

Un senso di «non so che letterario» (Manzoni 1847 [1972, p. 140]), di resi- 
stenza delle parole al tempo, di singolare appropriatezza^ — quando disturbi, di 



5 Nencioni (1958, p. 19). Ancora la stessa sensazione di fronte all'italiano non toscano — 
anche se in parte attribuita a questioni d'età — in Nencioni ( 1983, p. 7): «nei pronomi non allo- 
cutivi io noto una differenza tra il mio uso e quello dei giovani, specie non toscani: sento usare 
dai parlanti esso, essa, essi, esse, dove io uso sempre lui. lei, loro anche per esseri inaminati 
(come, in tutt'altra categoria, quella delle congiunzioni, sento usare poiché e affinché, mentre 
io non dispongo che di perché). Segno che la fonte del mio discorso è più parlata e materna, la 
loro è più scritta e più scolastica, quindi più articolata, più ricca». 

^ E «appropriatezza», inutile negarlo, significa alla fine ancor oggi, per gran parte 'confor- 
mità alla tradizione', come — al suo tempo, senza dubbi in un quadro di concezioni per noi og- 
gi ovviamente "datate" — spiegava puntualmente il Tommaseo nella stessa pagina sopra citata: 
quegli «arcaismi», che in Toscana «vivono tuttavia», «significano acconciamente idee che negli 
altri dialetti non hanno segni equivalenti, o li hanno men proprii, meno conformi alle analogie 
della lingua scritta, meno gentili, men noti» (corsivo nostro). 



PRELIMINAR] PER UNA DEFINIZIONE DELL'ITALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 245 

sicumera linguistica — accompagnato da una ricciiezza lessicale osservabile 
(in Toscana tutto è linguisticamente più complesso, dall'organizzazione fonolo- 
gica, alla morfologia al lessico, poiché non hanno operato i meccanismi di sem- 
plificazione della "tradizione interrotta"): questo in genere si ritrova nelle im- 
pressioni dell'orecchio non toscano di fronte all'italiano di Toscana. 

E il senso di una circolarità d'uso, che si giustifica in sé stessa, nella solida- 
rietà comunicativa, e fa, come ovunque, la vitalità del regionalismo, che qui ha 
però dalla storia, ancora, qualche sostegno in più e una diversa garanzia (men- 
tre perfino passare a una consapevolezza linguistica più raffinata in senso tradi- 
zionale risulta meno laborioso che altrove e più disponibile ai diversi strati so- 
cioculturali, se è vero che qui l'italiano è un po' meno aristocratico)^. 

La circolarità dell'uso, nonostante la ricchezza degli scambi orizzontali, 
mantiene largamente, accennavamo sopra, anche la frammentazione intema a 
questo italiano regionale, certo meno facilmente individuabile per l'orecchio 
non toscano. 

Volendo stare un attimo, di proposito, sul terreno in certo senso più infido, 
ossia appena al margine dell'italiano da tutti riconosciuto tale, e per mostrare la 
sottigliezza effettiva di certe caratteristiche, uno dei perché anche del loro per- 
durare nel tempo, il peso di una diversa probabilità geografica d'uso, portiamo 
pochissimi esempi, trascelti isolando arbitrariamente come punti di riferimento 
due città, prima Lucca, poi Arezzo (tralasciando anche al momento ogni preci- 
sa definizione di aree ulteriori di estensione). 

«Ne vuoi semprel» ti dicono a tavola a Lucca, ripresentandoti il vassoio da 
cui già prima ti sei servito, e vale 'ne vuoi ancora?', s'intende senz'ombra di 
significato avversativo. 

«Non ci pestare in cimai», dice un genitore al figlio sbadato, che in una sa- 
la di museo sta per posare il piede su un antico mosaico pavimentale esposto a 
terra: e in cima evidentemente non si riferisce a qualcosa che è posto in alto, si- 
gnifica più ampiamente 'sopra'. 

«Questo ragazzo è pessimo. Io non ne posso più», lamenta una madre, 
usando un superlativo localmente di diffusione anche popolare. 

O si ponga mente alla frequenza e attuale ampiezza d'uso lucchese di di- 
scorrere («oggi ho poca voglia di discorrere» oppure «discorri meno!», dice 
qualcuno tagliando corto, appunto, coi discorsi; «discorri bene, ma se tu la sa- 
pessi tutta!»; «discorrevo con lui ieri l'altro»: così sempre, mai l'altro ieri in 
Toscana; «... poi c'erano cioccolatini, caramelle e via discorrendo»). 

Passiamo ad Arezzo. «Ne sai nulla di lui? È tanto che non lo vedo», è un 
frammento di dialogo; la risposta ad Arezzo è: «Ma se l'ho incontrato ora per 
la viaì»: con via in uso assoluto nel senso di 'strada di città'. 



Cfr. nota 2 e Nesi (1984, pp. 210-211). 



246 ANNALISA NESl - TERESA POGGI SALANI 

Tra studenti universitari: «Secondo me per quest'esame hai studiato trop- 
po». — «Ma se non mi ricordo più nulla!» — «Appostai» o «Apposta te lo di- 
co!», cioè 'te Io dico proprio per questo'. 

Proviamo a pensare: non è, francamente, tanto facile per gli utenti anche 
tutt'altro che ignari di lingua rendersi conto di quanto c'è di locale in usi come 
questi o che la Toscana, non l'Italia, si divide avvertendo /a' ammodo! ofa' per 
bene! per 'sta' attento!' oppure chetati! o zìttati! (nessuno certo dice taci!, al- 
trove così comune da diventare perfino intercalare). Chi, delle persone anche 
colte che l'usano, può sospettare che zittare si trova a stento nei nostri vocabo- 
lari? Ma tutte le altre parole nominate per Lucca ed Arezzo, sottigliezze seman- 
tico-sintattiche o fatti di frequenza a parte, non solo sono nel vocabolario, ap- 
partengono al patrimonio certo dell'italiano. 

3. Più o meno vicino all'italiano "senza aggettivi", arrivi o no al limite del con- 
fondersi con esso, la vitalità del lessico italiano regionale ci obbliga ad alcune 
considerazioni sulla natura stessa del lessico, che emergono da un'osservazione 
ravvicinata. Intanto si può genericamente affermare che il lessico si mostra di- 
stante dai restanti livelli fonomorfologico e sintattico con distinzioni che ap- 
paiono connaturate, intrinseche ai diversi ambiti di osservazione: quanto può 
essere valido per il lessico nell'insieme dei fattori che ne determinano lo status 
nell'italiano regionale non necessariamente Io è, altrettanto, per la fonetica ad 
esempio. 

Un contrasto fondamentale si evidenzia allorché si ponga l'attenzione sul 
parametro al quale il parlante può rapportare la sua produzione linguistica 
quando si trovi nella contingenza di tendere verso l'italiano: per la fonetica è 
presente un quadro di riferimento che, senza lasciare spazio — almeno teorica- 
mente — ad oscillazioni o dubbi, determina la pronuncia dei suoni della lingua. 
Alla serie delle occlusive spiranti di parte della Toscana corrispondono nei me- 
desimi contesti le occlusive dell'italiano normativo; che poi il parlante converta 
o no le sue abitudini di pronuncia, categoricamente o occasionalmente — in- 
tendendo con questo nella totalità della sua produzione o in situazioni classifi- 
cabili come formali — è altra cosa. Di fatto esiste la possibilità di una corri- 
spondenza fra suoni locali italiani che favorisce forme di adeguamento all'ita- 
liano. La consapevolezza della presenza di un appiglio sicuro — rappresentato 
dal complesso delle norme di pronuncia — rafforza la capacità di controllo fa- 
vorendo la gestione autonoma di fatti fonetici pertinenti ciascun registro, quello 
locale e quello italiano (siamo anche qui comunque in un continuum e non di 
fronte a compartimenti stagni!). 

Il lessico, al contrario, non gode delle stesse possibilità proprio per la man- 
canza di un parametro generalizzato a tutti gli elementi che lo compongono. La 
corrispondenza, posti contrastivamente i componenti del lessico locale e di 



PRELIMINARI PER UNA DEFINIZIONE DELL'ITALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 247 

quello italiano, non copre tuttte le necessità comunicative tantoché la lingua 
può risultare spesso carente o inadeguata; e questo è tanto più vero quanto più 
ci addentriamo in quei settori del lessico legati alla quotidianità o alla tradizio- 
ne locale. 

Una italianizzazione delle abitudini di pronuncia ha, insomma, per la natu- 
ra stessa dell'oggetto, la possibilità teorica di estendersi alla totalità delle oc- 
correnze: è presente, infatti, una solidarietà — per continuare l'esempio citato 
sopra — fra tutti i k intervocalici, quali che siano le loro possibili realizzazioni 
a livello locale, che consente eventualmente anche di inglobare nell'operazione 
di sostituzione tutte le occorrenze. La solidarietà in campo lessicale non è para- 
gonabile e le opzioni procedono momento per momento coinvolgendo, proprio 
a causa degli sfumati contomi del quadro di riferimento, giudizi singoli e diver- 
sificati. 

Altri motivi che si configurano come fattori endemici e che, ancora per la 
natura stessa dell'oggetto, non sono pertinenti al livello fonetico rendendo osti- 
ca una pianificazione del repertorio lessicale nella sua tensione verso l'italiano. 
La frequenza intanto — di ordine non paragonabile nei due ambiti — gioca un 
ruolo importante sia per sé stessa che per l'ovvia relazione con l'estensione 
dell'inventario: ad un'alta frequenza dei suoni nella produzione linguistica, 
corrisponde una bassa frequenza degli elementi lessicali, i quali poi facilmente 
ricorrono strettamente vincolati dalle occasioni d'uso. Così la ricorrenza dei 
suoni può facilitare e spingere verso una italianizzazione generalizzata allor- 
ché, toccato una volta un fatto fonetico, la correzione si estenda e interessi la 
totalità delle sue realizzazioni. Se vogliamo individuare, comunque, un freno a 
questa possibilità dobbiamo riflettere, utilizzando lo stesso metro, sull'assetto 
fonetico del registro dialettale: qui infatti — nell'ottica delle abitudini locali di 
pronuncia — è ancora l'alta ricorrenza degli elementi dell'inventario fonetico 
che, dando una spinta uguale e contraria a quella dell'italiano, favorisce la per- 
sistenza nell'uso degli elementi tradizionali. 

Per contro, nel lessico — esaminato nei suoi singoli costituenti — che, co- 
me si è detto, è a bassa frequenza e così legato a specifici contesti d'uso, l'ita- 
lianizzazione trova maggiori ostacoli e si estenderà fin dove le occasioni lo 
consentono. Già abbiamo esemplificato tipi di situazioni che favoriscono la 
persistenza indiscussa di elementi tradizionali la cui ricorrenza scarsa e circo- 
scritta ne radicalizza l'uso. 

Infine inventari dal carattere opposto nei due livelli, inversamente correlati 
con la frequenza — per la fonetica un inventario chiuso, numericamente circo- 
scritto e per converso un'alta ricorrenza, per il lessico un inventario aperto, nu- 
mericamente elevato ed una ricorrenza bassa e circoscritta — sono responsabi- 
li, ancora, di spinte divergenti verso l'italiano. In sostanza, una volta iniziato il 
processo di italianizzazione nel settore della fonetica, la via è aperta, favorita 



248 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

dal più accessibile dominio dei fatti che insistentemente compaiono nella pro- 
duzione linguistica, mentre in ambito lessicale la pianificazione risulta sfavori- 
ta per gli stessi fattori sempre presenti ma con segno opposto. 

4. Ma se tralasciamo ora questo andamento parallelo, esclusivamente dimostra- 
tivo di un accostamento macroscopico ai problemi specifici dei diversi livelli 
trattati, individuiamo da vicino quanto riteniamo stia alla base del lessico che e- 
merge nell'italiano regionale di Toscana. 

Dal momento che è l'uso che noi osserviamo e che rappresenta il nostro 
punto di partenza per l'analisi, è evidente che l'oggetto di studio non è che il 
precipitato ultimo, seppure non necessariamente e stabilmente finale, di un pro- 
cesso — non generico né indifferenziato — nel quale possiamo riconoscere al- 
cuni determinanti propulsori. Intendiamo con questo — anche se si deve ribadi- 
re la preliminarità delle osservazioni — che quanto noi constatiamo, in termini 
di presenza, nell'italiano di Toscana è il frutto delle avvenute o delle mancate 
operazioni di decantazione del lessico locale e di sostituzione di elementi: in 
questo, pertanto, l'opzione per un elemento piuttosto che per un altro, la scelta 
di mantenere un termine locale poggiano su specifici fattori di spinta. L'indivi- 
duazione di tali cause analiticamente desunte dai dati in nostro possesso — per 
altro comuni, se non perfettamente sovrapponibili, a quelle dell'italiano regio- 
nale di altre aree non toscane — ponendosi da una diversa angolatura, si po- 
trebbe forse anche riottenere dalla già ricordata riflessione del parlante sul suo 
uso linguistico. E il quadro che potremmo allora ricavare dalle opinioni dell'u- 
tente sarà tanto più vicino a quello da noi estratto oggettivamente quanto più il 
parlante stesso apparirà incline alla riflessione linguistica. 

Per quanto si prescinda da quelle zone marginali della regione che dia- 
lettalmente si configurano come non-toscane, anche qui come altrove — sebbe- 
ne con l'attenzione dovuta cui si richiamava all'inizio della trattazione — la 
frammentazione diatopica intema sta fra le cause incidenti sul lessico regiona- 
le. Aree e subaree a soluzione lessicale o semantica diversa rendono frastaglia- 
to il panorama terminologico regionale e gravano in modo differenziato sulle 
scelte del parlante (anche in relazione al diverso prestigio delle singole varietà 
inteme) 8. 

A proposito della frammentazione è curioso, ad esempio, soffermarsi su u- 
na paro/a e su una co^a che non sono sempre 1 a stessa parola per la stes- 
sa cosa o la stessa cosa per la stessa parola. Se potessimo leggere le 



8 L'egemonia fiorentina e le sue possibilità di allargamento a macchia d'olio sui territori 
contigui ed oltre, favorita dal prestigio e dalla centralità, è stata accennata ripetutamente e re- 
centemente illustrata e approfondita in Giacomelli-Poggi Salani (1984/85) ed in Giacomelli 
(1989). 



PRELIMINARI PER UNA DEFINIZIONE DELL'ITALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 249 

risposte ad un piccolo questionario distribuito per un concorso di un grande 
magazzino in Toscana*^, noteremmo che il «significato» — questo si chiedeva 
— da apporre di seguito alle «5 parole in lingua toscana originale» proposte, fi- 
nisce intanto per essere i «significati» e poi per sgretolare rapidamente il con- 
cetto monolitico di lingua toscana. 

Commentiamo un solo caso dei cinque: migliaccio se nell'area centrale 
della regione, per lo più fiorentina, designa la 'torta di farina di castagne', in u- 
na più vasta zona comprendente ad esempio l'aretino, il senese e il pistoiese, va 
a denominare la 'frittella di sangue di maiale'. Quindi — e limitandoci alla pa- 
rola in questione, giacché per i due designata altri termini concorrenti fram- 
mentano la regione — non si può certo parlare di unità regionale come, al di là 
della constatazione della maggiore espansione territoriale del tipo migliaccio 
per 'frittella di sangue di maiale' nelle parlate locali, non si può attribuirgli una 
preminenza nell'uso reale a livello di italiano. 

È dunque corretto e necessario tener presente il quadro dialettale, scavare 
in profondità questo aspetto della frammentazione diatopica intema se si vuole 
valutare ciò che troviamo, o ritroviamo, nell'italiano di Toscana, per qualificar- 
lo e attribuirgli il tono, il colore assunti nell'attualizzazione del suo stesso sta- 
tus. È altrettanto vero, come altrove ricordavamo, che tale valutazione, così co- 
me le singole scelte, dipendono da quanto e da che cosa l'italiano "senza agget- 
tivi" offre in sostituzione del patrimonio tradizionale: non si può risolvere que- 
sto delicato problema limitandosi — per quanto si sia pur sempre all'interno 
della verità — alla constatazione della presenza versus assenza di corrispon- 
denti di linguaio. Diventa certo tangibile nell'esperienza di tutti i giorni, l'as- 
senza di corrispondenti italiani che si offrano come alternativa all'uso locale; 
ciò si verifica per lo più, ma non solo, quando r"idea" appare così profonda- 
mente radicata nella tradizione culturale da non trovare validi sostituti della pa- 
rola nel repertorio della lingua, fino, addirittura, al mancato traguardo di un ac- 
cordo, di una unità sul più ristretto piano regionale. È questo il caso, ad esem- 
pio, delle denominazioni relative ad un tipo di insaccato di maiale — diffuso in 
tutta la regione — per il quale sono presenti diversi tipi lessicali anche in aree 
ristrette e tra loro confinanti. «Noi si dice còppa ma a Prato la chiamano ca- 
pocchia»: così può esordire un pistoiese; ed aggiungiamo la presenza di so- 
prassata in area fiorentina e aretina o di capofréddo per il quale vediamo sno- 



9 Nella cartolina da compilare per il concorso si richiedeva: «Scrivete accanto alle 5 paro- 
le in lingua toscana originale, qui sotto elencate il loro significato. 1...]». 

Le parole erano le seguenti: /^f^MAi/a, ciaccino, cenci, pattona, migliaccio e, a parte l'esem- 
pio da noi scelto, anche gli altri ben si presterebbero ad interessanti osservazioni areali e se- 
mantiche che di nuovo contribuirebbero a dare un variegato quadro della situazione toscana. 

'0 A questo proposito si veda già Nesi (1980, pp. 175-176). 



250 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

darsi una fascia che circondando la zona centrale della provincia di Firenze si 
frappone fra questa e parte dell'aretino. Tale oggetto resta spesso indissolubil- 
mente legato alla denominazione locale, anche in parlanti consapevoli della 
geosinomia regionale e consci della possibile incomprensibilità; ma non si re- 
perisce né un valido concorrente a livello regionale, né tanto meno un termine 
italiano valutabile come veramente tale. 

Rimanendo ancora in ambito alimentare, più specificamente culinario, ci si 
può ancora soffermare su un altro caso: stavolta si tratta di un testo scritto ap- 
parso in una rivista di un istituto di credito pratese i'. L'autore in quattro brevi 
colonne dedicate a L' ammazzagione del maiale — quadretto fra la rievocazione 
e la trasmissione di abitudini culturali tradizionali — si fa scrupolo di segnalare 
con vari espedienti e di chiosare termini giudicati locali o comunque non gene- 
ralmente compresi '2; ma, nel fornire la ricetta per l'arista di maiale — dove per 
altro si spiega che «arista è il termine toscano per lombata», che il contomo i- 
deale è costituito da «rapini o cime di rapa chiamati tradizionalmente a Prato 
talli» (non dominando bene, per la verità, la sinonimia adottata) — si lascia 
scappare un «lo si pillotta all'interno» che possiamo valutare, a ragione, incom- 
prensibile ai più. Al di là del giudizio dello stesso autore e quindi dei motivi o 
del "caso" che hanno fatto scappare il termine dalla sua penna, quali altre pos- 
sibilità avrebbe avuto? Certamente dei geosinonimi presenti nella regione, co- 
me il punteggiare pistoiese o lo steccare fiorentino (quest'ultimo di uso comu- 
ne nei ricettari e ampiamente accolto nei dizionari). Ma tutto sommato l'italia- 
no sembra tacere e tace se appuntiamo la nostra attenzione sull'uso; d'altronde 
il nostro autore è ampiamente giustificato nella sua scelta dai vocabolari, sep- 
pure di non recente compilazione, seguendo i quali però l'operazione designata 
non risulterebbe propriamente la stessa. Dunque assenza di un corrispondente i- 
taliano, ma anche eventualmente inadeguatezza dello stesso o sua scarsa fortu- 
na nell'uso. 

Più sottile allora e con la possibilità di maggiori frastagliature, allorché se 
ne voglia tracciare un quadro generale, questa relazione fra insiemi di registri 
diversi. L'inadeguatezza ricordata fa sì appunto che lo strumento lingua non 
fornisca corrispondenze pienamente soddisfacenti tanto che l'uso di un termine 
italiano può generare un'incomprensione, seppure solo parziale, paragonabile 
almeno in parte a quella osservata nel mantenimento di elementi tradizionali. 



•1 Vestri (1984). «Progress» è un bimestrale di «costume cultura economia e finanza» non 
circoscritto al territorio toscano, ma che si propone ad un vasto pubblico con articoli di interes- 
se generale. 

'2 Si rileva l'uso delle virgolette nel titolo stesso e nel testo per «L ammazzagione del 
maiale», oppure formule esplicative: «il pranzo per la cosiddetta smaialata»; «in una fanfara o 
tegamaccio cioè l'interiora cucinate con pomodoro e vino e polenta»; «la veneta luganega» 
(corsivo nostro). 



PREUMDMARJ PER UNA DEFINIZIONE DELL'ITALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 25 1 

Si aggiunga, poi, quella certa impossibilità di far proprio un termine ita- 
liano, pur conosciuto ed equipollente, per la sua estraneità all'ambiente e al 
contesto nel quale è stato appreso il termine tradizionale: insomma quel far 
tutt'uno di parola e cosa tanto da non potersene separare se non con l'esercizio 
forzato ed occasionale dell'attenzione specificamente direzionata. Accade di 
incontrare persone che usano abitualmente e normalmente mal ti tura, pésto o 
mòra tradotti consapevolmente in livido qualora la situazione divenga altamen- 
te formale oppure rappa per pannocchia di granturco (così sempre in Toscana 
e non granoturco), elemento quest'ultimo che resiste grazie all'uso in situazio- 
ne più circoscritta del precedente. 

Infine un'impossibilità d'altra natura si mette in luce quando un giudizio di 
"ricercatezza", di "aulicità" marca il candidato italiano all'eventuale sostituzio- 
ne limitandone l'occorrenza a situazioni molto formali o escludendone del tutto 
la presenza. Nella coppia gota, guancia — laddove non intervengano struttura- 
zioni o ristrutturazioni spesso legate ad ambiti settoriali di lessico — è la mar- 
catezza del tipo italiano contro la neutralità di quello locale, rafforzata dall'es- 
sere pantoscano, a favorire la persistenza di gota. Ostico per gli stessi motivi 
l'uso di raccogliere per raccattare nel suo valore di 'prendere da terra quello 
che vi è caduto', senz'altro però di frequenza più elevata rispetto al caso prece- 
dente, dal momento che l'elemento locale è avvertito come marcato verso il 
basso. 

In questo continuum che va dalla tradizione locale all'italiano, in questa 
tensione verso uno strumento comunicativo pianificato e quindi unificante, ma 
al contempo da adeguare, in modo sfaccettato, anche al trasferimento della cul- 
tura tradizionale e alla necessità quotidiana di interrelazione comunicativa, l'o- 
perazione di decantazione, le scelte di mantenimento o di sostituzione dipendo- 
no da come il parlante si pone: la sua sensibilità nei confronti dello strumento 
comunicativo, la consapevolezza che esistono registri diversi funzionali alle di- 
verse situazioni, sono fattori altrettanto rilevanti. 

Ma c'è di più: se le cause fin qui analizzate possono appartenere, in misura 
e con sfumature diverse, ad altri italiani regionali, ancora un fattore viene a ca- 
ratterizzare la peculiarità della situazione toscana e per suo tramite si può sop- 
pesare il valore di certe persistenze nei diversi livelli di lingua attuati. Un senso 
di giustezza — accompagnato dalla convinzione di essere compresi — che 
funziona proprio come un lasciapassare per gli elementi locali, è radicato nel 
parlante. Seppure sia sentimento diffuso — benché non disgiunto mai da forme 
di censura — diviene potente in quegli strati culturali dal medio al colto che 
hanno più facile accesso a strumenti rafforzanti le loro convinzioni (come il ri- 
correre ai vocabolari o il conforto della lettura di autori classici, abbiano o no 
avuto inclinazioni toscaneggianti). Queste sicurezze non sono così forti nei par- 
lanti di livello culturale dal medio al basso e possono generare ipercorrettismi 



252 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANl 

qui come altrove (senza poi dire che certi ipercorrettismi come cancellare per 
scancellare sono generalmente diffusi e qui come altrove) '3. 

5. Se, come fin qui abbiamo visto, l'intrecciarsi di più fattori, di diverse cause 
Sta alla base di quello che noi attraverso l'uso identifichiamo come italiano re- 
gionale di Toscana, a conclusione del nostro studio vorremmo attraverso un 
gruppo di esempi mettere in luce, di volta in volta, l'azione dei fattori esamina- 
ti. Non si tratta comunque di una casistica definitivamente illustrata e compren- 
siva delle singole realtà linguistiche locali, ma piuttosto dello studio di singoli 
elementi di lessico indicativi della situazione — come del resto quanto finora 
dato a scopo di esemplificazione — e suscettibili di approfondimento alla luce 
di un più vasto materiale che coinvolga in toto la regione. 

Intanto si rileva l'occorrenza di elementi locali che — indipendentemente 
dalla loro fisionomia panregionale — anche in situazioni medie e formali non 
sono di regola sottoposti a censura in quanto ritenuti italiani anche da parlanti 
colti: si tratta di termini non marcati che resistono all'interno del continuum 
linguistico e che vanno a costituire un nucleo solido di questo problematico li- 
vello di italiano regionale toscano. Si pongono infatti in contrasto con l'italiano 
di altre aree o anche della "norma" e possono in taluni casi funzionare come 
cartina di tornasole per l'identificazione del parlante toscano. Fra questi termini 
neutri che non restano nel vaglio durante l'operazione di decantazione ricordia- 
mo /r^'^ca/a per 'colpo di freddo', sciocco per 'scarso di sale', dianzi per 'poco 
fa'; termini tutti che connotano l'italiano di ambito toscano. E ancora il già ci- 
tato cannella per 'rubinetto', acqua di cannella per 'acqua del rubinetto (non 
imbottigliata)', ritenuto adatto, corretto, e del quale si può toccar con mano 
l'incomprensibilità se al ristorante, fuori Toscana, di fronte alla richiesta di ac- 
qua di cannella, il cameriere rimane interdetto. 

Laddove sussiste invece frammentazione intema, tipi lessicali diversi per 
designare lo stesso oggetto, la risposta dell'italiano regionale può essere 
tendenzialmente multipla o meglio diversificata caso per caso a seconda delle 
diverse implicazioni di ciascun elemento in gioco. Abbiamo più volte e con di- 
versi esempi sottolineato la persistenza di elementi locali e qui ci soffermiamo 
soltanto su un caso, finora non esaminato, che mette chiaramente in luce come 
in assenza dell'italiano — o meglio in situazione valutabile come tale anche da 
parte del parlante — nel repertorio dell'italiano regionale affiorino a seconda 
delle aree gli elementi già presenti nei repertori locali: lóto del pistoiese, dio- 
spero fiorentino e di alcune areole aretine di confine, pómo senese, aretino, di 
parte del grossetano e del pisano, caco della Toscana meridionale, per designa- 



la Si confronti a questo proposito Leone (1982, p. 58). 



PRELIMINARI PER UNA DEFINIZIO>4E DELLTTALIANO DI TOSCANA: IL LESSICO 253 

re il frutto del Diospyrus kaki rendono assai variegato il panorama regionale e 
si ritrovano senza sostituzioni nell'italiano regionale. 

Un attaccamento del tutto paragonabile può aversi però allorché il tipo ita- 
liano, pur presente nella regione a livello tradizionale, non è geograficamente 
esteso a tutto il territorio e non estende il proprio raggio d'impiego: soffermia- 
moci su alcuni tipi lessicali che designano il 'grappolo d'uva' e che si sparti- 
scono l'area toscana in subaree più o meno ampie. Abbiamo ciòcca, zòcca, pi- 
gna, grappolo dove quest'ultimo, senz'altro italiano, lega la sua presenza, lad- 
dove non è autoctono, a situazioni altamente formali; pertanto se in bocca fio- 
rentina grappolo è ad un tempo tradizionale e italiano, in area pistoiese, ad e- 
sempio, il tradizionale ciòcca, pur nella possibilità di opzione per il tipo italia- 
no, manterrà la sua presenza a vari livelli e affiorerà nell'italiano regionale. 

D'altra parte la stessa attenzione finora data alla frammentazione può met- 
tere in luce coincidenze assolutamente indiscusse tra ciò che è localmente tradi- 
zionale e quindi non marcato stilisticamente e ciò che nell'italiano "senza ag- 
gettivi" ha particolare marcatura stilistica. Bimbo non fiorentino, endemico in 
area occidentale e in altre zone, non penetra nell'italiano regionale dei parlanti 
fiorentini o comunque appartenenti all'area centrale della regione, poiché av- 
vertito come "ricercato", "aulico" al pari del citato guancia. Vediamo invece e- 
mergere il tipo chicco riferito a quello dell'uva: qui se da un lato la partizione 
regionale risponde con una specifica suddivisione in aree che tradizionalmente 
hdinno pippo, pìpporo, acino, chicco, e dall'altro l'italiano fornisce acino come 
termine specificamente legato all'uva e chicco come termine applicabile anche 
a quello dell'uva, rileviamo una censura dei tipi locali a favore di chicco — e 
non di acino che può mantenere il suo tratto marcato verso il basso — che alla 
"giustezza" dell'italiano aggiunge il prestigio di essere fiorentino. 

Ma non mancano certo i casi che mettono in luce una maggiore complessi- 
tà, ai quali dedichiamo solo un cenno e che meriterebbero un esame approfon- 
dito: se da un lato abbiamo, infatti, casi di non coincidenza tra tipo locale mar- 
cato e tipo italiano nei quali è quest'ultimo ad avere la meglio nella tensione 
verso l'attuazione di un italiano corretto (ad esempio il pratese all' incontro so- 
stituito con al contrario, oppure ambrogetta sostituito con piastrella), dall'altro 
si assiste a scelte che implicano più di una possibilità di uscita. Granòcchio 'ra- 
na' e gragnolo 'ragno' possono avere in uscita ranocchio e ràgnolo — dove il 
secondo è comunque più marcato come locale rispetto a ranocchio — e succes- 
sivamente, in dipendenza da situazioni formali, rana e ragno che si configura- 
no come più accurati. Ma se per ragno si hanno solo delle opzioni senza alcuna 
perdita, la situazione di rana appare indubbiamente più complessa e vi si rileva 
la perdita stabile di specificità che granòcchio può avere all'interno della strut- 
tura lessicale relativa agli anfibi nel repertorio locale: infatti spesso rana dell'i- 
taliano estende la sua designazione ad altri anfibi che in ambito tradizionale 



254 ANNALISA NESI - TERESA POGGI SALANI 

hanno denominazioni proprie, per cui assume funzione di termine generico ri- 
spetto allo specifico granòcchia laddove denomina la Rana esculenta. 

Infine si rilevano ristrutturazioni semantiche tra tipo locale e tipo italiano, 
ovvero convivenza a piti livelli di elementi a matrice eterogenea con specificità 
di designazione. In questi casi la denominazione locale non è marcata e l'im- 
missione di tipi lessicali altri (italiani o locali di altra area) crea nuove strutture 
attraverso l'attribuzione di significati differenziati. Portiamo come esempio ri- 
gatina (o rigatino) 'pancetta' strutturato con carnesecca 'pancetta arrotolata', 
alloro 'pianta commestibile' con lauro 'pianta ornamentale non commestibile'. 
È compito arduo attribuire una validità generale a queste strutture soprattutto se 
è dall'uso e non dalla riflessione sull'uso che tentiamo di ottenere risultati, ma 
esse certo fanno intravedere, anche se poste solo come problemi, ulteriori pos- 
sibilità di indagine seppure non di immediata soluzione. 



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Giovanni Moretti 
(Perugia) 

Gli 'italiani' dell'Umbria 



L'Umbria, una delle più piccole regioni italiane, è situata al centro della pe- 
nisola propria allo sbocco dei valichi appenninici lungo i quali, dalla Romagna 
e dalle Marche settentrionali in direzione di Roma si svolsero, di preferenza, 
dai tempi più antichi fino a tutto il primo millennio dell'era volgare i contatti 
fra l'Italia padana e quella peninsulare e viceversa. Il suo nome è antichissimo 
(risale a circa duemila anni fa, alla ripartizione amministrativa operata da Au- 
gusto) ma i suoi attuali confini sono stati tracciati circa 120 anni or sono, alla 
proclamazione del Regno d'Italia allorché questa unità amministrativa fu costi- 
tuita mediante l'accorpamento di territori che non presentavano che scarsa o- 
mogeneità fra di loro. 

Con una superficie di soli 8456 kmq., l'attuale Umbria vede riflesse nella 
complessa situazione linguistica che la contraddistingue le sue particolari vi- 
cende storiche determinate in gran parte da precipue condizioni geografiche. 
Infatti, il rilievo dei territori che oggi compongono la regione ha sempre contri- 
buito a dividere piuttosto che ad unificare la somma di piccole unità territoriali 
da cui essa è costituita per cui in Umbria ancor oggi si presenta una profonda 
differenziazione dialettale che, almeno per quanto riguarda l'Italia centrale, non 
ha riscontri se non in quella ancor più caratteristica delle Marche'. 

Nella parte più settentrionale della regione, a testimonianza degli intensi 
rapporti intercorsi con le zone al di là dei valichi appenninici e della vicina To- 
scana, troviamo nei vernacoli dell'Alta Valle del Tevere e nel perugino fenome- 
ni comuni ai dialetti alto-italiani e tratti aretino-chianaioli. Nella restante parte 
dell'Umbria, cioè nel territorio dell'antico ducato longobardo di Spoleto e 



' La mancanza di unitarietà dei dialetti delle Marche attraversate da «confini linguistici 
fondamentali tra 'romanzo' e 'romanico', tra le isoglosse toscane e quelle dell'Italia mediana e 
'italica'», è stata messa in rilievo da Temistocle Franceschi (1979), che sottolinea l'importanza 
della Vallesina come zona di frontiera linguistica nel contesto dei dialetti marchigiani sul trac- 
ciato dell'antico confine politico altomedioevale tra territori bizantini e longobardi. 



258 GIOVANNI MORETTI 

nell'orvietano, invece, le parlate possiedono elementi che si riscontrano anche 
nei vernacoli delle Marche centrali e in quelli delle contermini aree laziali. 

A questa realtà sono ancorati gli 'italiani' dell'Umbria, cioè le varianti 
altotiberina, perugina e sud-orientale (o spoletina) della lingua nazionale. Essi 
si trovano ad essere talmente differenti tra di loro che gli abitanti di Città di Ca- 
stello, i perugini e gli spoletini (con gli orvietani), quando usano tale registro, 
vengono scambiati per romagnoli i primi, per toscani i secondi e per romani gli 
altri. 

Una tale situazione non lascia intravedere, almeno a breve scadenza nel 
processo di italianizzazione oggi in atto, né la regionalizzazione dei dialetti né 
il formarsi di una koiné umbra di italiano regionale; e ciò a causa dell'assenza 
di un grande e riconosciuto centro di irradiazione linguistica. Tale non è stato 
né è al giorno d'oggi la città capoluogo di regione, Perugia, il cui territorio sul- 
la sponda destra del Tevere (e quindi geograficamente toscano), rimasto per se- 
coli estraneo alla storia della vera Umbria, possiede un dialetto che nelle sue 
forme piii arcaiche è compreso soltanto in quindici dei novantadue comuni del- 
la regione. 

Senza pretendere in questa sede di giungere ad una caratterizzazione com- 
pleta delle varianti di italiano locale finora indagate solamente a livello di 
realizzazioni fonetiche (per cui rinviamo a Moretti 1983) basterà, per offrire un 
quadro della complessa situazione linguistica dell'Umbria, soffermarsi, sia pur 
brevemente, suH"italiano' di Perugia e su quello di Spoleto. Si tratta delle due 
varietà piti importanti della regione, attestate, grosso modo, sulle opposte rive 
del Chiascio e del Tevere (dopoché il primo è confluito nel secondo), i due fiu- 
mi che hanno costituito nel tempo una vera e propria frontiera naturale. 

A livello di realizzazioni fonetiche (per quanto riguarda il vocalismo), 
emerge nella pronuncia dell'italiano' di Perugia, seppure relegato quasi sola- 
mente alle vocali finali di parola, l'indebolimento delle vocali fuori d'accento 
(uno dei tratti piti appariscenti del vernacolo del territorio): [appena son arrivat 
a folijìji 3 k,est al kontrollore kwests tren va (a) Qkona] «appena sono arrivato 
a Foligno ho chiesto al controllore: 'Questo treno va ad Ancona?'». 

Il tratto locale di spicco, invece, del vocalismo dell'altra Umbria (la spole- 
tina o anche'flaminia' o'italica') è, nella pronuncia dxe tao toniche, la chiusu- 
ra del timbro delle medesime che sovente riemerge come proiezione del feno- 
meno della metafonesi di tipo ciociaresco negli enunciati di lingua comune 
[treno, orto, pendzi], ecc. 

Pili importante è la differenziazione esistente nel settore del consonatismo: 
mentre infatti nel territorio di Perugia le occlusive sorde intervocaliche restano 
conservate come la serie delle sorde dell'italiano (non c'è spirantizzazione, né 
aspirazione, né lenizione; fanno però eccezione le dentali. Moretti 1983, pp. 
525-526), così come restano conservate le consonanti in nesso con liquide e na- 



GLI ITALIANI' DELL'UMBRIA 25^» 

sali, al di là del Tevere e del Chiascio (Melillo 1975) non di rado compaiono, 
tra vocali, consonanti spirantizzate e semisonorizzate e, parimenti, specialmen- 
te dopo liquide e nasali, suoni leni (misti o mormorati). A Perugia, inoltre 
[patje, petje], ecc. mantengono integra l'affricata, mentre a Spoleto, Temi, Nor- 
cia, Amelia, ecc. essa assume la caratteristica articolazione di tipo fricativo a 
realizzazione breve [paje, peje]. Così l'occlusiva bilabiale e l'affricata palatoal- 
veolare sonora che da una parte restano scempie e dall'altra si realizzano inten- 
se: [1 kontributo della redsone] a Perugia e [il kontribbuto della redsone] a Spo- 
leto, Temi, ecc. E ancora, condizioni toscane per le affricate dentali nell'Um- 
bria pemgina [tsappa, tsuppa, kantsone, poltso, pentsjero] e zeta per lo più so- 
noro nell'Umbria 'flaminia' [dzappa, dzuppa, kandzone, poldzo, pendzjero]^. 

Lo stesso avviene per l'allungamento fonosintattico del quale Pemgia e tut- 
ta l'Umbria settentrionale sono praticamente prive mentre a cominciare da As- 
sisi per arrivare a Norcia e ad Orvieto è presente seppure variamente realizzato. 

Per quanto riguarda gli altri livelli linguistici, il morfosintattico, il lessicale, 
ecc., dobbiamo parimenti rilevare comunanza di tratti con la Toscana e l'Italia 
del Nord nella variante del capoluogo di regione e indubbia influenza romane- 
sca in quella spoletina. Tanto per limitarci a pochi esempi, citiamo per il primo 
settore la posizione prenominale del possessivo (/ mio gatto, la mia fidanzata), 
mentre, nel secondo, l'agg. poss. è proposto (// gatto mio, la fidanzata mia). 

Altra differenza fra le due aree è quella che riguarda i nomi propri femmi- 
nili che a Pemgia sono sempre preceduti dall'articolo [o visto la dsovanna e la 
peppina] mentre al di là del Tevere e del Chiascio compaiono, come a Roma, 
senza articolo [o-visto ddsovarma e-ppeppina] il che avviene anche con nomi 
indicanti parentela quali mamma, nonna, zio, ecc. E ancora, [luT a detto, lei a 
fatto] da una parte cui fa riscontro sovente [esso] e, sempre, [essa] dall'altra: 
[jta-ttrankwillo ke essa non tji vjene]. Sempre in quest'ultima area (Spoleto e 
dintomi) è molto attivo l'uso preposizionale di alcuni avverbi, uso completa- 
mente sconosciuto al pemgino: [ita-d'd3u la pjattsa] «è in piazza», [Jta-s'su-k- 
kasa] «è in casa», [oddsi parlano l'ia la pjattsetta] «oggi fanno un comizio nella 
piazzetta». 

Restano il lessico e i fatti prosodici. Il capoluogo di regione, per il lessico, 
va ancora una volta con la Toscana ed anche con l'Alta Italia: Spoleto e la sua 
area con Roma e, non raramente, con il Sud. Si vedano le voci seguenti (ma 
l'elenco può essere alquanto pili lungo): ['santolo] di tanta parte del territorio di 
Pemgia si oppone nel significato di «padrino» a [kompare] che preferiscono fo- 
lignati e spoletini: [kaltsetti] a [pedalini], [koltrone] a [imbottita]. E poi il pem- 



2 Circa l'esilio della sibilante dentale sorda dopo n, r, l nell'Umbria perugina e sud-orien- 
tale, cfr. Moretti 1984, pp. 525 e 529. 



260 GIOVANfNI MORETTI 

gino [frego] «ragazzo» si contrappone a [piskello] di oltre Tevere e Chiascio, 
[fijjolina] a [pupetta], [babbo] a [pa'pa] (e a [padre]), ['essere] a [jtare]. Si ve- 
dano infatti le espressioni [m £ anti'patiko] di tutta l'Umbria settentrionale e 
[mi Ita anti'patiko] di quasi tutta la restante parte della regione, emblematiche 
delle due zone come [o sentito freddo] ed [o nteso freddo]. 

Si ponga mente ancora ai suffissi del diminutivo diversi nelle due zone e 
tali da costituire un altro preciso tratto di differenziazione. Nel perugino, come 
in genere nell'Umbria settentrionale, predominano quasi incontrastati i suffissi 
-ino/ina. Invece a Spoleto sono d'obbligo -uccio, -èlio, -étto, -òlo. Da una par- 
te, quindi, carino, cavallino, bambino «Gesù Bambino», bacino, sediina [sedji- 
na]; dall'altra caruccio, cavalluccio, bambinello, bacétto [bajetto] e sediòla 
[sedjola]. 

Infine, anche per quanto riguarda il settore dell'intonazione, si trovano ele- 
menti di diversità tra gli 'italiani' dell'Umbria. Netta è infatti la differenza di 
realizzazione negli schemi accentuali, ritmici e intonativi fra le diverse varianti 
di italiano locale ma soprattutto è evidente la contrapposizione nel ritmo (e nel 
movimento melodico in pretonia e in postonia) fra quelli delle due aree princi- 
pali. 

Emerge quindi, ci sembra, in Umbria, in base ai dati finora a disposizione, 
e anche a livello di italiano locale, quasi una situazione di frontiera linguistica 
(molto meno importante, ovviamente, della wartburghiana La Spezia-Rimini), 
una linea di confine che gli studi e le ricerche degli ultimi anni (si vedano nella 
Carta dei Dialetti d'Italia di G.B. Pellegrini 1977 le sette isoglosse che attraver- 
sano la regione) hanno contribuito a mettere vieppiù nella giusta luce, sulla scia 
di quanto Rohlfs (1937), pur con la scarsità dei materiali a sua disposizione, già 
aveva individuato con il largo fascio di linee più o meno convergenti della Ro- 
ma-Ancona. 



BIBLIOGRAFIA 

S. Anselmi, a cura di (1979), Nelle Marche centrali, Urbania. 

T. Franceschi (1979), La Vallesina. nel contesto dei dialetti marchigiani, in Anselmi 1979. 

A.M. Melillo (1975), Testi umbri sud-orientali, con osservazioni sulla lenizione tosco-umbra, 
«Lingua e Contesto» 2, pp. 87-116. 

G. Moretti (1983), Umbria, crocevia linguistico, in Scritti linguistici in onore di Giovan Batti- 
sta Pellegrini, Pisa, Pacini, pp. 519-531. 

G.B. Pellegrini (1977), Carta dei dialetti d'Italia, Pacini, Pisa. 

G. Rohlfs (1937), La struttura linguistica dell'Italia, in Rohlfs 1972, pp. 6-25. 

G. Rohlfs (1972), Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia, Sansoni, Firenze. 



Maria BetAnia Amoroso 
(Padova/Sào Paulo) 

Note sulla variazione linguistica (fonetico-fonologica) a Gallicano nel 
Lazio 



Vorrei presentare qui alcuni risultati di una ricerca sociolinguistica fatta a 
Gallicano nel Lazio, un paese della provincia di Roma, che dista 30 km, in di- 
rezione SE, dalla capitale (Amoroso 1984). 

Ho studiato i fenomeni linguistici in variazione, considerando le variabili 
nel corso del tempo (mediante un raffronto tra Gallicano e il punto ad esso piìi 
vicino nell'AIS, Serrone, e osservando le differenze generazionali) e la distri- 
buzione delle variabili secondo il sesso, l'occupazione e la classe sociale. Ho 
impiegato 22 informatori e ne ho investigato lo stile informale. 

La mia ricerca ha indicato come caratteristici del sistema consonantico di 
Gallicano tre processi: 

I ) lenizione in termini di forza; 

2) lenizione mediante l'uso di voce mormorata (nei testi acclusi le conso- 
nanti più o meno fortemente mormorate sono indicate col simbolo della rispet- 
tiva sorda, con due punti sottoscritti); 

3) ipercorrezione che controbilancia l'effetto dei primi due. 

Tale compresenza è condivisa con tante altre situazioni dell'Italia Centrale 
e soprattutto di quella Meridionale non estrema, i cui sistemi sono analogamen- 
te'in crisi' (cfr. Trumper-Mioni 1975). 

II sistema vocalico è abbastanza conservativo e presenta solo alcuni fatti di 
centralizzazione in atonia; la metafonia è invece ridotta a fenomeno variabile. 

Sono interessate al processo di lenizione: 

le occlusive e fricative sorde: [p t k f] 

le occlusive e fricative sonore: [d g v] 

l'affricata [tj] 

La bassa frequenza attualmente riscontrata delle approssimanti che do- 
vrebbero mantenere la distanza fonologica (e impedire quindi la neutralizzazio- 
ne tra sorde lenite e sonore), mostra come il sistema non abbia ancora reagito 
decisamente contro la possibilità di neutralizzazioni sistematiche dell'intera se- 
rie delle occlusive e fricative, tranne che nelle reazioni più radicali, di origine 
estema e cioè romana, per /b/ e /d3/ che sono quasi categoricamente rafforzate. 

Le variabili sono state scelte in base al loro comportamento verso lo stan- 



262 MARIA BETÀNIA AMOROSO 

dard e verso il dialetto. L'intenzione iniziale era stratificare i comportamenti 
linguistici presenti. Considerando la variabilità presente anche nel modello e- 
stemo, quello di Roma, è stato riscontrato a Gallicano un modello di influenza 
secondo lo schema: 



STANDARD ROMANO 








V 








ROMANESCO 




\ 


' 


n 






DIALETTO 





Sono state segnalate ad ogni livello le variabili corrispondenti, ma di fatto, 
gli informatori raramente mostrano una aderenza totale o prevalente a uno di 
questi livelli, che sono tutti più o meno compresenti in quasi tutti gli infor- 
matori. 

Nonostante le considerazioni di stile, le osservazioni sulle variabili in con- 
nessione con le differenze di sesso, d'età e di classe sociale fatte, non è stato 
possibile ottenere quella stratificazione nettamente delineata che si riscontra nei 
lavori classici ad impostazione laboviana: tuttavia non si può dimenticare che 
questi ultimi studiano per lo più variazioni nell'ambito di società monolingui; 
d'altra parte, la scarsa distanza strutturale tra il dialetto e lo standard nella 
situazione descritta avrebbe anche impedito la messa a punto di due continua 
separati di variabilità: uno italiano e uno dialettale. 

Uno dei risultati di questo lavoro è piuttosto quello di una notevole diffi- 
coltà se non impossibilità di effettuare una tale separazione in situazione di 
scarsa distanza strutturale tra le varietà estreme. 

Al fine di definire i vari livelli di lingua si è dovuto perciò far ricorso alla 
cooccorenza di alcune variabili diagnostiche, o a criteri di frequenza di altre va- 
riabili. 



NOTE SULLA VARIAZIONE LINGUISTICA (FONETICO-FONOLOGICA) A GALUCANO NEL LAZIO 263 
BIBLIOGRAFIA 

M.B. Amoroso (1984), La variazione linguistica a Gallicano nel Lazio, Tesi di Perfezionamen- 
to in Glottologia, Padova. 

J. Trumf)er-A.M. Mioni (1975), Osservazioni sulla lenizione nei dialetti salentini e pugliesi, 
«Lingua e contesto» 2, pp. 167-177. 

ALLEGATI 

Esempio di testo dialettale (informatrice: insegnante F, 30-40 anni) 

allora tjis'tea n:a 'vot. a na fege's:et:a k e s:e k,:a'mea ste'lnna / e t:e'nea n:a so'rel:a k e 
s:e g,:a'mea ma'ria // a'l:ora la 'madre un 'd3omo \\ 'dijl a ste'lnna / 's ent. i ,b:el:a'me 'p:ije la 
b:ap:a'r3la e v:a a la f un't. ana a l:a'6a li 'p. an:i // a'l:ora ste'Lina 'dije / ma 'sentime Um 'p. o 
m:a / ma per'ke ]\ 'de 6u t. a g,:i s emp. re 'io / per'ke non Ji 'mandi kwel 'vot. a 'p. uri ma'ria / 
a'iiora la 'madre la res'pondl no / per'ke Ji 'devi g,:i 'tu / per'ke mia'ria si 'devi an'da a s 't. a a 
'k:aza k.o 'm:i // a'lo:ra sta p. :o'rel:a se 'p:ija la b:ap:a'rDla e v:a a la f un't. ana a l:a'Ba li 
'p :an:i //. 

Esempio di testo più italianizzato/romanizzato (informatore: barbiere, 30-40 anni) 

'dJet ru 'k. aza num'p. o s pa'ra / 'deBi 'sta a 'tj:ent ojiri'k wanta 'metri di s 'p. al:e e du'J 
. ent A 'metri da'Ban / du:Jin'k want. a da'Bant I mi 'p. ari // ko'muT|k wi l:i s i s 'p. ari n:a 'b:3t :a 
f i'nij. i li / [...] ma s. :a'ra n:a 'b:Dt:a ko'zi //[...] ma lo 's. an:U / 's. onU 'k weli k 1 'Ban:U di 
'b:rDdU nu"^ 'p. ageu I 'tas:e e 'Ban:U 'k wan:U j:i 'p. ari / tandu 'k vvell k I H 'f. rega / ma k:e 
Xl 'Bad:i [...] /am:a's:an 'to''dU Barovi'natu [...]/ 'gwarda/k a Ji ab:i'zqp:a 'buri / lu 'deBi 
'buri s. a'be f:a ma k:e m:e 'frega a m:e /[...] /nUri e 'k wel:U kl ro'ina 1 am'bjende /nUn fa 
ne's:un 'dano al 'limit. e / no / 



Thomas Stehl 
(Paderbom) 

Il problema di un Italiano Regionale in Puglia 



1 .0. Chi si pone, in base alla tematica di questo Congresso, la domanda di come 
si può o come bisogna indagare il problema di un italiano regionale in Puglia, 
senza lasciarsi prendere dalla tentazione di operare con concetti prefissati, ma 
partendo dall'ipotesi che i settori linguistici, o meglio, le varietà linguistiche 
che stanno alla base delle regionalità pugliesi dell'italiano sono il dialetto e l'i- 
taliano come viene parlato in Puglia, farà bene a ricercare prima i due estremi 
linguistici menzionati, per giungere poi, attraverso un procedimento di interpo- 
lazione fra questi estremi, ad una riflessione preliminare circa le caratteristiche 
regionali dell'italiano in Puglia. Una delle premesse necessarie di un tale lavo- 
ro è quindi quella di non partire «in cerca dell'Italiano Regionale», bensì di 
partire con l'intenzione di osservare attentamente e di descrivere dettagliata- 
mente la realtà linguistica riscontrata e cioè gli scambi e le interferenze fra dia- 
letto e italiano parlato. Siamo del parere che la descrizione e l'analisi di queste 
interferenze presuppone l'indagine empirica sia del dialetto sia dell'italiano 
parlato in un numero considerevole di parlanti, separando l'indagine delle due 
varietà in una prima fase, per evitare sviste o confusioni, e per giungere poi, in 
una seconda fase, all'analisi del rapporto linguistico e del rapporto pragmatico 
operanti fra questi estremi. Cercheremo quindi di evitare qualsiasi «sagra delle 
etichette» (Marcato, in questo volume) che potrebbe insinuare l'esistenza, crea- 
ta per definizione, di varietà che sarebbero forse, per le diverse realtà linguisti- 
che delle diverse regioni italiane, lontane dall'essere delimitate sufficientemen- 
te con criteri linguistici e sociolinguistici. 

1.1. Per una prima visione d'insieme dell'aspetto dialettale in Puglia (e inten- 
diamo la Puglia settentrionale e centrale, escludendo il Salento) si dovrà dire 
che i dialetti della provincia di Foggia presentano una relativa eterogeneità, in 
quanto mostrano delle interferenze maggiori con le aree dialettali confinanti 
che non piuttosto fra di loro. Così i dialetti del nord-ovest della provincia, com- 
presi quelli dell'estremo nord del Gargano, dimostrano delle affinità con i dia- 
letti abruzzesi e molisani, l'ovest e il sud-ovest si orientano verso la Campania, 
mentre i dialetti più propriamente foggiani, al centro e al sud della provincia, 
compreso il sud del Gargano, sono molto sensibili agli influssi linguistici della 
Puglia barese. Questi ultimi presentano una forte tendenza espansiva verso 



266 THOMAS STEHL 

nord, i cui effetti si possono identificare a distanza di pochi anni e in maniera 
sempre maggiore nei dialetti foggiani: per citare soltanto un esempio molto vi- 
stoso, basta seguire l'espansione della differenziazione vocalica e della ditton- 
gazione provenienti dalla Puglia barese. 

I dialetti baresi, a loro volta, si articolano in maniera più omogenea fra dia- 
letti baresi meridionali e dialetti baresi settentrionali, rispettivamente esposti i 
primi a un maggiore influsso, i secondi a un minore influsso del capoluogo 
barese'. 

La relativa vitalità dei dialetti pugliesi non presenta nessuna resistenza alla 
diffusione dell'italiano standard, mentre presenta un forte rapporto di interazio- 
ne fra dialetto e italiano parlato a livello linguistico, e una differenziazione fun- 
zionale molto complessa nell'uso delle due varietà a livello pragmatico. 

1.2. La visione d'insieme dell'italiano parlato in Puglia (e qui ci basiamo in- 
nanzi tutto sulle nostre esperienze dei dialetti baresi settentrionali) ci fa ammet- 
tere una diretta penetrazione dell'italiano standard, che non sembra né favorita 
né accompagnata da una regionalizzazione dei dialetti, i quali subiscono sì, nel 
nostro caso, un influsso più che altro fonetico/fonologico del dialetto di Bari, 
dal momento che questo è nel suo sviluppo diacronicamente più avanzato, ma 
non per questo si «regionalizzano». Ci sembra significativo, infatti, che la Pu- 
glia non figuri nell'elenco delle regioni in cui G.B. Pellegrini (in questo volu- 
me) ha costatato la presenza o una tendenza verso koinè dialettali. La varietà 
direttamente influenzata a livello linguistico e a rigore sostituita nell'uso prag- 
matico è quindi, a nostro parere, quella del dialetto locale. 

II processo di sostituzione pragmatica del dialetto locale da parte dell'ita- 
liano crea un italiano dapprima locale, che poi — per la vicinanza strutturale 
dei dialetti confinanti — rivela delle particolarità comuni, che potrebbero nel 
loro insieme indurci a parlare di un italiano regionale. Siccome però siamo an- 
cora lontani dal poter dire quale sia l'estensione geografica dei singoli fenome- 
ni di sostrato dialettale nell'italiano parlato delle varie regioni meridionali, rite- 
niamo saggio astenerci da qualsiasi denominazione di questo italiano, finché 
non saremo in possesso di sufficiente materiale empirico che ci consenta di de- 
lineare le isoglosse dell'italiano parlato nelle regioni meridionali^. 

È chiaro comunque che il contatto linguistico e la compresenza pragmatica 
tra dialetto e italiano comporta la formazione di «varietà d'interferenza», che si 
costituiscono «secondo la formula reversibile 'dialetto italianizzato '-^'italiano 
dialettizzato'» (Valente 1975, p. 10). 



' Per l'articolazione dei dialetti pugliesi cfr. Parlangeli (1964, pp. 154-156); Valente 
(1975, p. 11); Stehl (1980, pp. 281-288). 

2 Cfr. a questo proposito anche Radtke (1982). 



IL PROBLEMA DI UN ITALIANO REGIONALE IN PUGLIA 267 

Il numero di queste «varietà in mezzo» fra il dialetto e l'italiano varia a se- 
conda della realtà linguistica da regione a regione. 

La descrizione delle varietà di interferenza e l'analisi del materiale di inter- 
ferenza operante fra di esse richiede la formulazione delle premesse teoriche 
che rendono una tale analisi allo stesso tempo «atomistica» e strutturale. 

Presentiamo qui lo stato attuale di un progetto di ricerca in corso, che ha 
come meta l'analisi funzionale della variazione linguistica e per cui abbiamo 
raccolto del materiale relativamente esteso anche in Puglia barese. Esporremo, 
quindi, le nostre considerazioni teoriche circa l'analisi strutturale della varia- 
zione e dell'interferenza linguistica e il materiale di interferenza finora raccol- 
to. L'elenco delle interferenze e l'applicazione delle premesse teoriche non so- 
no comunque da considerarsi complete, poiché lo stato della nostra ricerca è at- 
tualmente nella fase dell'analisi del materiale. 



2. Linguistica e Pragmatica della Variazione 

2.0. Se si considerano gli scambi fra dialetto e italiano come espressione della 
variazione linguistica, si evidenzia una dicotomia di base fra «linguistica della 
variazione» e «pragmatica della variazione». 

Con «linguistica della variazione» intendiamo l'indagine strutturale delle 
singole varietà fra italiano e dialetto (compreso quest'ultimo) e dei rapporti di 
interferenza fra esse. E vorremmo sottolineare che l'analisi strutturale presup- 
pone l'esame atomistico del materiale di interferenza. 

Con «pragmatica della variazione» intendiamo l'indagine delle condizioni 
d'uso e di ricezione delle varietà e della variazione linguistica in genere, non- 
ché l'indagine della loro funzione pragmatica in determinati gruppi sociali e in 
determinate situazioni di comunicazione. 

Vorremmo limitarci, nel nostro contributo, agli aspetti della linguistica del- 
la variazione e accennare solo che la famosa domanda di Fishman («Chi parla, 
quale lingua con chi e quando?», Fishman 1965) dovrebbe essere posta, ormai, 
dal punto di vista della pragmatica della variazione, in questa maniera: «Chi 
parla, dove, come, in quale lingua o dialetto, di che cosa, a quale scopo, con chi 
e quando?». Ma gli stessi fattori dovranno essere indagati nella domanda: «Chi 
recepisce, dove, come, quale lingua o dialetto, con chi e quando, parlando di 
che cosa e a quale scopo?». E ci fa piacere poter rinviare agli studi precisi sulla 
pragmatica della ricezione delle varietà di Nora Galli de' Paratesi (1977 e 
1982), condotti con una notevole competenza sociologica. 

2.1. Tornando alla linguistica della variazione, ci troviamo d'accordo, da un 
punto di vista pancronico, con Per Sture Ureland quando egli afferma 



268 THOMAS STEHL 

da6 Sprachvariation und Sprachwandel in hohem Grade durch Sprach- und Dialektkon- 
takte entstehen und daB beide Begriffe zwei verschiedene Perspektiven der Sprachent- 
wicklung darstellen: Variation als Ausdruck des Sprachwandels — die synchrone 
Perspektive — und Sprachwandel als Erzeuger von Variation — die historische Perspekti- 
ve. (Ureland 1980, p. IX) -\ 

Bisognerà aggiungere che «cambio linguistico» è da intendersi in questo 
caso non soltanto riferito alla diacronia intema, ma anche alla diacronia estema 
dell'uso e/o dell'abbandono di determinate varietà linguistiche. 

Occorre quindi distinguere, in un'analisi variazionale, fra sincronia e dia- 
cronia, sia delle varietà in contatto, sia del rapporto fra di esse. Questo signifi- 
ca, nel nostro caso, che, dopo l'esame sincronico, bisognerà indagare prima la 
diacronia intema dei dialetti in Puglia, e infine il rapporto fra queste due varietà 
in contatto. 

Poiché la diacronia del rapporto è da intendersi come una serie di contatti 
sincronici di interferenza, bisognerà indagare accuratamente la sincronia delle 
varietà di interferenza «in mezzo». 

2.2. Per questa analisi sincronica delle varietà occorre distinguere poi fra «ar- 
chitettura (della lingua storica)» e «struttura (della lingua funzionale)», basan- 
doci sui concetti della teoria linguistica di Eugenio Coseriu (1973, pp. 9-47; 
1980; 1981), le cui conseguenze per l'analisi variazionale sono state indagate 
dai suoi allievi Brigitte Schlieben-Lange e Harald Weydt^. 

Le varietà dialettali e le varietà di interferenza sono quindi da considerarsi, 
ai fini della descrizione, delle lingue funzionali omogenee, vale a dire sintopi- 
che, sinstratiche, sinfasiche, che sono implicate, nonostante la loro autonomia 
nel funzionamento sincronico, nell'arcisistema della lingua storica «italiano». 

Queste lingue funzionali non sono da considerarsi come deviazioni dalla 
norma della lingua italiana, bensì come unità linguistiche che hanno ognuna un 
sistema di opposizioni funzionali, una norma delle convenzioni tradizionali e u- 
na realizzazione concreta dei singoli atti linguistici. 

L'interazione e la gradazione delle lingue funzionali fra gli estremi «dialet- 
to locale» e «lingua standard» viene poi spiegata con il concetto del gradatum e 
non con quello del continuum linguistico^. Quest'ultimo, sorto nell'ambito del- 
la linguistica variazionale quantitativa di origine anglo-americana, presenta a 



^ Cioè «che variazione linguistica e cambio linguistico nascono soprattutto attraverso con- 
tatti linguistici e dialettali e che i due concetti rappresentano due prospettive diverse dello svi- 
luppo linguistico: la variazione come espressione del cambio linguistico — la prospettiva sin- 
cronica - e il cambio linguistico come produttore della variazione — la prospettiva storica». 

"* Per quanto segue (capp. 2.2., 2.3.), cfr. soprattutto Weydt-Schlieben-Lange ( 1981). 

5Cfr. a questo proposto anche Mioni-Trumper (1977). 



IL PROBLEMA DI UN ITALIANO REGIONALE IN PUGLIA 269 

nostro parere alcuni svantaggi, poiché ci sembra presupporre o una continuità 
di strutture linguistiche impropria agli atti linguistici, o una coscienza di conti- 
nuità da parte dei parlanti, che effettivamente non corrisponde alla realtà lingui- 
stica come la riscontriamo in Puglia, dove ci sembra più adeguato denominare 
le singole varietà che hanno contemporaneamente la proprietà di una lingua fun- 
zionale, ognuna come gradatum sulla scala delle transizioni fra dialetto e italiano. 
Pensiamo infatti di poter identificare in Puglia cinque gradata come lingue 
funzionali relativamente omogenee, e precisamente: 

- il dialetto locale (DL); 

- il dialetto con numerose interferenze dell'italiano, riguardanti la morfo- 
sintassi e il lessico (DNII); 

- l'italiano con numerose interferenze del dialetto, che riguardano tutti i li- 
velli di organizzazione del discorso e comprendente anche le strutture ibride 
non appartenenti né al dialetto né all'italiano (INID); 

- l'italiano con poche interferenze del dialetto, limitate alla fonetica, fone- 
matica e prosodia (IPID); 

- e infine l'italiano standard (IS)''. 

Finora non abbiamo trovato parlanti pugliesi a disposizione dei quali stia 
solo uno di questi gradata. A seconda dell'appartenenza sociale, del grado di i- 
struzione scolastica e di altri criteri che sarebbero da indagare dettagliatamente 
dalla pragmatica della variazione (mobilità geografica, spontaneità comunicati- 
va ecc.), i parlanti hanno a loro disposizione da due a quattro gradata, la cui di- 
stribuzione in gruppi di parlanti permette di individuare, partendo da una mas- 
sima competenza in dialetto per arrivare ad una massima competenza «plurilin- 
gue», cinque combinazioni possibili: (1) DL, INID, (2) DNII, INID, (3) DNII, 
IPID (4) DNII, IPID, IS (5) DNII, INID IPID, IS. Chi paria il gradatum DL 
non arriva, in direzione dell'IS, che raramente oltre il livello del gradatum I- 
NID ed è quindi da considerarsi essenzialmente dialettofono. Chi parla invece 
l'IS oppure riPID spesso non arriva più, in direzione del dialetto, oltre il livel- 
lo del gradatum DNII e può essere chiamato in seguito anche italofono. Rap- 
presentano un caso particolare i parlanti la combinazione n. (5): a seconda di 
dati pragmatici diversi (tema, interlocutore, situazione, ecc.), aumentano o di- 
minuiscono il numero delle interferenze dialettali nel loro italiano. Sarà compi- 
to della pragmatica della variazione ricercare il grado d'intenzionalità e di co- 
scienza di queste interferenze. 

L'articolazione dei gradata corrisponde d'altronde, in linea di massima, 
all'autocoscienza linguistica dei parlanti: i dialettofoni sanno distinguere, infat- 
ti, il loro dialetto ['vre:l], cioè 'verace', dal dialetto ormai «civile» di coloro 



6 In seguito i gradata verranno denominati con le corrispondenti sigle. 



270 THOMAS STEHL 

che non sono più «della campagna» e dicono esplicitannente che il loro ita-, 
liano non è quello corretto che sentono parlare in televisione. 

Gli italofoni, a loro volta, hanno una coscienza simile dei vari gradata 
e riconoscono dal canto loro di non parlare più il «vero» dialetto. È chiaro, 
comunque, che non soltanto ogni parlante può avere più gradata a sua di- 
sposizione, ma che tali gradata possono, ovviamente, anche essere realizza- 
ti in vari punti di uno stesso atto linguistico (cfr. Coseriu 1981, pp. 13-14). 

2.3. Distinguendo nell'esame dei vari gradata in Puglia il livello della nor- 
ma dal livello del sistema, dobbiamo poi differenziare tra sostanza e forma 
delle singole interferenze. 

L'esame essenziale e primario riguarda, senz'altro, la sostanza di un'in- 
terferenza a livello della norma. Bisogna quindi procedere ad un'indagine 
quantitativa di che cosa consiste una determinata interferenza, la sua fre- 
quenza e la distribuzione del suo uso. Studi di questo genere, che merite- 
rebbero di essere ampliati, sono già stati effettuati sulla Puglia (Albanese et 
alii, 1979) e sulla zona confinante del Salento (Sobrero-Romanello, 1981). 

Ma l'esame quantitativo e sostanziale di un'interferenza dovrebbe, a 
nostro parere, essere seguito necessariamente dall'esame qualitativo della 
forma di questa interferenza a livello del sistema del gradatum indagato. 
Senza la considerazione dell'aspetto funzionale e distintivo dell'interferen- 
za, corriamo il rischio di non considerare i punti deboli del sistema di un 
gradatum, dal momento che questi sono i punti sensibili al cambio lingui- 
stico, quando ad esempio sorge un'omonimia lessicale o una «détresse pho- 
nologique». 



3. La situazione linguistica in Puglia 

3.0. Il materiale linguistico cui applicare le premesse teoriche discusse è 
stato raccolto tra il 1980 e il 1984 in due famiglie di estrazione contadina 
nella prima generazione, ma di forti tendenze borghesi nella seconda gene- 
razione, con un numero complessivo di quindici parlanti a Canosa di Pu- 
glia, il cui dialetto è stato l'oggetto di ricerche nostre sin dal 1973 (cfr. 
Stehl \9'èQ, passim, soprattutto pp. LX-LXII). 

Il procedimento empirico consisteva in una breve inchiesta lessicale per 
saggiare la competenza dialettale dei parlanti, nella registrazione di un bra- 
no in dialetto e nella ripetizione del suo contenuto in italiano. La successio- 
ne dei gradata registrati, come pure la tematica del discorso, era affidata al- 
la libera scelta dei parlanti. Alla fine della registrazione veniva richiesto ai 
parlanti un giudizio sulla loro posizione nei confronti dei due gradata. Fin- 



IL PROBLEMA DI UN ITALL\NO REGIONALE IN PUGLL\ 2 7 1 

gendo di non registrare quest'ultima parte, abbiamo spesso potuto ricavare 
alcuni fenomeni dei gradata «in mezzo». 

Poiché l'analisi dei singoli brani e l'analisi della loro posizione nella nostra 
articolazione dei gradata richiederebbe uno spazio troppo ampio per poterla e- 
sporre dettagliatamente ed adeguatamente in questa sede, ci limitiamo all'esa- 
me della trasformazione del dialetto esposto all'influsso del superstrato italiano 
e all'esame della formazione dell'italiano parlato in Puglia, come si presenta 
sotto gli effetti del sostrato dialettale. L'assegnazione dei singoli fenomeni ai 
vari gradata è essenzialmente intuitiva, dal momento che il materiale viene e- 
saminato nell'insieme, senza analizzare le varie lingue funzionali dei parlanti. 



3.1. Dialetto con numerose interferenze italiane 

3.1.0 Esaminiamo, quindi, di seguito i fenomeni di interferenza fonetica/fono- 
logica, morfologica, sintattica e lessicale. 

3.1.1. A parte lo sviluppo fonetico/fonologico intemo del dialetto, che nel vo- 
calismo comporta praticamente in tutta la Puglia barese la riduzione dei sistemi 
fonologici dei quattro gradi del latino volgare a tre gradi (Stehl 1980, pp. 286- 
288), ma che dimostra nel consonantismo una conservazione costante dello sta- 
to già rilevato dal Rohlfs nel 1922 per l'Atlante linguistico etnografico italo- 
svizzero (AIS), i sistemi fonologici rimangono tutto sommato il livello dell'ar- 
ticolazione del discorso più resistente agli effetti del superstrato italiano, proba- 
bilmente anche perché l'italiano infiltra e corrompe il dialetto essenzialmente 
tramite il lessico, che viene foneticamente dialettizzato e poi integrato nel lessi- 
co dialettale. 

Vista da questo lato, la fonetica dialettale si rivela un mezzo essenziale per 
il trasporto dell'italiano nel dialetto. Infatti, un termine «neo-dialettale» sembra 
tuttora «dialettale» e nasconde piti facilmente il fatto che con la sua integrazio- 
ne il più delle volte è andata persa una parola dopo secoli in cui veniva quoti- 
dianamente usata. Però alcuni fenomeni nella diacronia del vocalismo dialettale 
permettono l'ipotesi che lentamente il dialetto si sposti anche foneticamente in 
direzione dell'italiano: i dittonghi discendenti provenienti dalle vocali toniche 
in sillaba libera, che sono tanto caratteristici dei dialetti della Puglia barese, 
vengono ora, nel gradatum DNII, troncati. Non si dice più, quindi, [u 'mais] 'il 
mese', [li 'miis] 'i mesi', [la'vaina] 'la vena' [la sta'ddsauna] 'la stagione', 
bensì [u 'ma:s], [li 'mis(3)], [la 'vains], [la sta'ddsaina]. 

Questo cambiamento corrisponde a un cambiamento circolare della struttu- 
ra sillabica: in latino valeva la struttura «vocale lunga uguale a vocale breve più 
consonante», nel dialetto questa struttura venne modificata secondo lo schema 



272 THOMAS STEHL 

«vocale breve più consonante uguale a vocale breve più consonante», perché i 
dittonghi discendenti si articolano fonologicamente in una vocale breve accen- 
tuata e un versante discendente (e cioè [-i] o [-u]) che si rivela una variante 
combinatoria dei fonemi consonantici /j/ o /w/ (cfr. Stehl 1980, pp. 204-208). 

Il troncamento dei dittonghi discendenti che ora avviene nel gradatum 
DNII, restituisce praticamente l'antica struttura sillabica «vocale lunga uguale 
a vocale breve più consonante». Ora questo sviluppo potrebbe sembrare un fat- 
to puramente intrinseco della diacronia dialettale. L'attenzione, però, che rivol- 
giamo a tale fenomeno nel contesto degli scambi fra dialetto e italiano, si basa 
sulla constatazione che la nuova struttura sillabica è identica a quella dell'ita- 
liano standard. 

Per il numero dei suoni, la strutturazione sillabica e la prosodia, il sintagma 
[u 'ma:s d a'priila] sta molto più vicino all'italiano [il 'me:ze d a'pri:le] che 
non il sintagma corrispondente [u 'maise d a'priile] della generazione anteriore 
(cfr. Stehl 1980, pp. 269-270). 

Direttamene connessa con la ristrutturazione sillabica, è di conseguenza an- 
che la prosodia dialettale: il gioco stilistico con la quantità, che determinava la 
melodia sintattica, viene abbandonato e sostituito da una prosodia spianata, ac- 
compagnata da una maggiore velocità dell'enunciato. 

Pensiamo quindi di poter interpretare questo fenomeno come espressione 
dell'avvicinamento del dialetto all'italiano, anche se questo non è stato certa- 
mente l'unico motivo della sua comparsa. 

3.1.2. A livello morfologico, il dialetto locale nel gradatum DNII perde ormai 
strutture che permettevano la sua determinazione tipologica nel contesto dei 
dialetti meridionali. Uno di questi fenomeni è senz'altro la formazione del plu- 
rale di una serie di sostantivi in -ORA, il cui «massimo centro di diffusione 
comprende», secondo il Rohlfs, «l'Abruzzo, la Campania rurale, la Lucana o- 
rientale e la Puglia da Foggia a Taranto» (Rohlfs 1968, § 370)^. 

Ora, questa formazione del plurale va lentamente perdendosi: di nove plu- 
rali in -ORA nel dialetto, raccolti dieci anni fa, ne rimangono soltanto cinque, 
mentre [dd 'a:pere] ie api' viene ormai sostituto da [1 'epe], [b 'vvrattsara] ie 
braccia' da [la 'vvratsss], [dd 'ojiara] 'le unghie' da [la dd'ujia] e [dd 'ag- 
gjsra] 'gli agli' da [dd 'aggja]. 

La perdita che secondo noi si estenderà, tra alcuni anni, anche ai plurali ri- 
manenti, indica che la norma dialettale abbandona più facilente, sotto la pres- 
sione dell'italiano, le strutture diventate funzionalmente superflue che avevano 
mantenuto per secoli (cfr. anche Coseriu 1974, p. 176). 



Cfr. a questo proposito anche Liidtke (1957), pp. 139-142. 



IL PROBLEMA DI UN ITALL«kNO REGIONALE IN PUGLIA 273 

Un altro di questi fenomeni è la perdita della designazione specifica di 
«concetti collettivi esprimenti prodotto o sostanza» (Rohlfs 1968, §419) tramite 
forme neutre dell'articolo determinativo senza plurale e con raddoppiamento 
della consonante iniziale del sostantivo seguente, risalente al latino ILLUD. 
Nel gradatum DNII, l'articolo neutro [la] viene ormai sostituito dall'articolo 
maschile [u]. Non si sente quindi più per 'grano', 'siero', 'latte', 'miele', 'sale', 
'pane' [Is'ggrema], [la'ssiisra], [la'llatt], [la 'mme:l9], [le 'sseila], [le 
'ppeina], bensì tutta la serie con l'articolo maschile [u]. Non c'è dubbio che 
questo cambiamento sia dovuto alla mancanza di un articolo neutro in italiano. 

Una delle caratteristiche più appariscenti dei dialetti baresi è senz'altro la 
distribuzione dei verbi ausiliari nella formazione del passato prossimo e cioè 
avere con i verbi intransitivi ([d ka'deut] 'è caduto', ['aggja ma'neut] 'sono ve- 
nuto', ecc.) e essere con i verbi transitivi (['sd man'dze:te] 'ho mangiato', 
['siila 'vist] 'avete visto', ecc.). Questa struttura dialettale viene ora trasformata 
nel gradatum DNII attraverso uno scambio di interferenza bidirezionale: da un 
lato la distribuzione dialettale degli ausiliari si ritrova nel gradatum INID, 
dall'altro l'uso dialettale viene modificato sul modello italiano, per cui si può 
sentire ora, in un gran numero di parlanti il gradatum DNII, la traduzione della 
formazione italiana corrispondente e quindi ['j£ ka'deuts], ['so ma'neut], ['ag- 
gj9 man'dseits] e [a'viits 'vist] (cfr. Rohlfs 1969, §§ 729-730). La distribuzio- 
ne di tale fenomeno nei diversi gradata è molto chiara: l'uso dialettale «corret- 
to» si trova nel DL, la modificazione sul modello italiano si trova nel DNII, 
mentre la distribuzione dialettale degli ausiliari in italiano corrisponde alla nor- 
ma del gradatum INID. 

3.1.3. La trasformazione del lessico dialettale, che è propria del gradatum 
DNII, si può sistemare in tre tipi di innovazione rispetto al DL. 

Il primo tipo d'innovazione è la perdita dei termini dialettali con la scom- 
parsa degli oggetti che essi designavano, dovuta il più delle volte allo sviluppo 
dell'industria agraria e al progresso tecnico. Questi termini vengono ora sosti- 
tuiti da termini più generici del DL o da termini «neo-dialettali» derivati diret- 
tamente dall'italiano. Ad esempio: 

[la 'serra 'brjga] al posto di [u 'strugga] 'sega lunga', 

[u tjsn'drauns] al posto di [u ps'ttseuka] 'cavicchio', 

[la ka'taina] al posto di [la ka'mastrs] 'catena per sospendere il paiuolo', 

[la 'tegals] al posto di [la 'daula] 'doga', 

fu 'soaddzial al Dosto di fu 'iaeeial 'cannieeine'. 



[la tegalsj al posto di [la daulaj doga , 

[u 'spaddzja] al posto di [u 'jaggjs] 'capniggine' 



Il secondo tipo di innovazione è la perdita di termini dialettali sostituiti da 
termini «neo dialettali», provenienti da dialettizzazioni di termini italiani oppu- 



274 THOMAS STEHL 

re da contaminazione di termini dialettali con termini della lingua standard. Ad 
esempio: 

[la 'laigrama] al posto di [la 'larma] 'lacrima', 

[la 'tretj] al posto di [la 'jett] 'treccia dei capelli', 

[la S9tt3'me:n9] al posto di [la su'mmems] 'settimana', 

[fgr'nej] al posto di [skaps'leija] 'smettere di lavorare', 

[s ol'tande] al posto di [' Jkitte] 'soltanto', 

[bu'llija] al posto di ['ferva] 'bollire', 

[farma'tjiija] al posto di [spettja'riije] 'farmacia', 

[pur'te:ja] al posto di [a'nneutj] 'portare appresso', 

[tru'v^e:J3] al posto di [a'kk9e:J9] 'trovare (casualmente)', 

[a'miike] al posto di [kum'baujia] 'amico', 

[war'de:J9] al posto di [adu'kkgeija] 'guardare (con attenzione)', 

[u 'viine] al posto di [le 'mmiisra] 'vino', 

[kuss 'anno] al posto di [aw 'arma] 'quest'anno', 

[lun'deina] al posto di [da'rass] 'lontano'. 

L'elenco si potrebbe prolungare senza difficoltà. 

Questo tipo di trasformazione del lessico dialettale è senz'altro quello più 
produttivo, in quanto ogni parola italiana è «dialettizzabile» e in quanto il nu- 
mero dei dialettofoni (necessariamente più anziani) che usano i termini più pro- 
priamente dialettali sta continuamente calando. La generazione dei più giovani 
preferisce decisamente i termini più vicini all'italiano o il cui «carattere italia- 
no» è chiaramente riconoscibile, segno questo del loro passaggio dal gradatum 
DL al gradatum DNII. 

Il terzo tipo, infine, è quello della perdita di sistemi di opposizioni lessicali 
dialettali. 

Questo processo sta in rapporto stretto con il fenomeno appena discusso: se 
in un campo lessicale uno dei lessemi dialettali centrali viene sostituito da un 
lessema «neo-dialettale» proveniente dall'italiano, o se viene semplicemente 
abbandonato, ne va spesso di mezzo il funzionamento dell'intero campo lessi- 
cale oppositivo che viene «semplificato» sul modello italiano. Così il micro- 
campo lessicale unirsi in matrimonio con i due lessemi [ndzure:J9] 'prendere 
moglie' e [mar3'te:J3] 'prendere marito' viene sostituito dal «neo-dialettali- 
smo» [spu'ze:J9] 'sposarsi'. 

Lo stesso dicasi di tutti quei campi lessicali che corrispondevano ancora 
poco tempo fa al bisogno denominativo della società agricola, e che rientrava- 
no nella langue di una forte maggioranza di dialettofoni. 

Campi lessicali oppositivi, come ad esempio quello delle vie di comunica- 
zione in campagna o persino quello della suddivisione della giornata, non fun- 



IL PROBLEMA DI UN ITALIANO REGIONALE DM PUGLIA 275 

zionano più nel gradatum DNII: se, per citare solo l'ultimo campo, la triparti- 
zione dialettale del periodo tra pranzo e cena in: [la kon'draura] 'ore di riposo 
dopo pranzo', [la 'joja] 'ore dopo il riposo con la luce del giorno' e [la 'saira] 
'ore serali senza la luce del giorno' viene sostituita dai termini «neo-dialettali» 
[u poma'riddsa] e [la s'a:ra], abbiamo una indicazione significativa di un cam- 
bio del gradatum. Si intende quasi da sé che con le tecniche nuove dell'agricol- 
tura vanno persi nel gradatum DNII anche quei campi lessicali riferiti a tutti i 
tipi di allevamento del bestiame, a tutti i lavori della terra e a tutti i tipi di arti- 
gianato ormai industrializzato. 

Ora per delle informazioni precise nella raccolta di dati lessicali, il dialetto- 
logo riceve spesso dagli stessi dialettofoni il consiglio di far ricorso a «speciali- 
sti locali», che sanno ancora oggi i termini dialettali specifici perché il padre o 
il nonno esercitavano il mestiere, per il cui esercizio la conoscenza di questi 
termini faceva necessariamente parte della competenza professionale. 



3.2. Italiano con numerose interferenze dialettali 

3.2.1. Per quanto riguarda la formazione del gradatum INID, come anche del 
gradatum IPID, che subisce più che altro quasi esclusivamente l'effetto del so- 
strato dialettale a livello fonetico/fonologico, è comunque notevole la consape- 
volezza dei dialettofoni circa le corrispondenze fonetiche che il dialetto ha nel- 
la lingua standard, cosicché riesce loro quasi sempre la «traduzione fonetica» 
di termini dialettali in italiano, anche se poi, talvolta, il termine tradotto non ha 
nessun significato in italiano standard. 

Il vocalismo tonico non presenta effetti particolari di sostrato dialettale, 
tranne una distribuzione complementare dei gradi di apertura di /e/ e /o/, vale a 
dire l'articolazione chiusa in sillaba aperta e quella aperta in sillaba chiusa, e la 
conservazione sporadica della metafonesi di /e/, soprattutto nella flessione ver- 
bale del tipo meridionale [tu 'kriite], [eXi 'kre:te] 'tu credi, egli crede', che crea 
nella pronuncia dell'italiano forme del tipo [il 'me:se], [i 'me:si] o [tu 've:di], 
[eXi 've:de], ecc. 

Nel vocalismo atono non si notano neanche effetti particolari di sostrato, 
tranne l'affievolimento della [-e] postonica in [-a], riscontrabile in alcuni par- 
lanti che presentano il tipo [le pa'taita], e la trasposizione di aferesi dialettali in 
italiano, limitata ai casi in cui anche il dialetto presenta l'aferesi: le recchie per 
'le orecchie', la lemosina per 'l'elemosina', ecc. 

Nel consonantismo il fenomeno di sostrato dialettale più diffuso è la sono- 
rizzazione delle occlusive (ma anche delle spiranti) e delle affricate sorde dopo 
consonante nasale e cioè, mb al posto di mp {il cambo), nd al posto di nt (egli 
canda), ng al posto di ne {sono stanga), nv al posto di nf {non vacevo niende). 



276 THOMAS STEHL 

nz al posto di ns {perno), ndz al posto di ntz (presendza). Questi processi di as- 
similazione danno luogo, nel gradatum INID (e anche nell'IPID), a numerose 
neutralizzazioni di opposizioni fonematiche rispetto all'IS e cioè: quando per 
'quanto' e 'quando', condendo per 'contento' e 'condendo', vendo per 'vento' 
e 'vendo', venti per 'venti' e 'vendi', stanga per 'stanca' e 'stanga', stangata 
per 'stancata' e 'stangata' e via di seguito. 

Segno della sensibilità fonologica dei parlanti, che usano il gradatum I- 
NID, è senz'altro l'ipercorrezione di nd del loro gradatum in nt, ma in contesti 
in cui l'IS richiede il nesso nd: si possono quindi frequentemente riscontrare 
formazioni del tipo pane contito 'pane condito', // tentone per 'il (vigneto a) 
tendone (di tipo pugliese)', ecc. 

Altri fenomeni del consonantismo nel gradatum INID, che presentano però 
piuttosto una diversità a livello della norma che non a livello del sistema rispet- 
to all'IS, sono il raddoppiamento intemo della -h- {il libbro, sabbato), dell'af- 
fricata -ts- del tipo r informazzione, l'articolazione sorda della -s- intervocalica 
(['ka:sa]) e il raddoppiamento sintattico della consonante iniziale dopo ma, o, 
e, ho, hai, è, ecc. del tipo: e PPiero, l'ha vvisto? 

3.2.2. A livello della morfologia, dove si riscontrano diversità notevoli rispetto 
all'IS soltanto nel gradatum INID, si nota per il nome una formazione regolare 
di plurali irregolari italiani e quindi: / diti 'le dita', / mani 'le mani', / bracci 'le 
braccia'. 

Lo stesso avviene nella comparazione dell'aggettivo e dell'avverbio: a for- 
me irregolari italiane corrispondono sulla base del sostrato dialettale forme che 
dal punto di vista del sistema appaiono regolari, e quindi: è piiÀ migliore, è più 
meglio, è più peggio. 

Diffusa è la posposizione, proveniente dal dialetto, del pronome possessivo 
{le cugine mie, il padrone nostro, ecc.; cfr. Rohlfs 1968, § 431). Molto signifi- 
cativa è la modificazione del pronome relativo retto da preposizione per cui i 
parlanti del gradatum INID oscillano fra possibilità che non corrispondono 
spesso neanche alla struttura del DL: la formazione più diffusa è la generalizza- 
zione del pronome che al posto di in cui {la casa che abito; questi tempi che ci 
troviamo), a cui con l'aggiunta del pronome personale nella relativa {mio pa- 
dre che gli ho dato tutto); si riscontra poi l'uso sporadico di avverbi di luogo 
{la casa dove abito) e infine la formazione di relativi ibridi del tipo coltivo et- 
tari di tentone di cui quest'anno ci troviamo in difetto economico. 

Per il verbo, si nota, sempre nel gradatum INID, l'uso della terza persona 
del singolare dell'indicativo presente al posto della prima persona: mi rassetta 
la casa, rientra, insomma mi trova comodo. 

Rispetto alla formazione analitica del futuro nel DL del tipo HABEO AD 
CANTARE, (cfr. Rohlfs 1960, § 591), nell'INID il futuro analitico viene for- 



IL PROBLEMA DI UN ITALIANO REGIONALE IN PUGLIA 277 

mate con dovere; a troverai la chiave e verrai alla festa? corrispondono quindi 
devi trovare la chiave e devi venire alla festa?. 

La sintassi presenta, nell'INID, diversità notevoli rispetto all'IS, a comin- 
ciare dall'accusativo retto dalla preposizione a, quando riferito a persona (cfr. 
Rohlfs 1969, § 632), che deriva dal DL e che corrisponde alla norma dell'INID 
in cui si dice, quindi, ho visto a Nicola, accompagno a mio padre, ecc. 

Non certo una novità, ma da non tralasciare nel nostro elenco è, nell'uso 
dei tempi indicativi, la frequenza del passato remoto, anche nel gradatum IPID, 
nei casi in cui l'IS prevede l'uso del passato prossimo. 

In analogia al DL, l'INID non ha il congiuntivo presente, per cui si dice 
crede che se ne va? o speriamo che mi prendo la patente (cfr. Rohlfs 1968, § 
559; Rohlfs 1969, § 681). Lo stesso vale per il congiuntivo imperfetto che vie- 
ne sostituito dall'indicativo imperfetto (Rohlfs 1969, 668) e quindi volevo che 
tu andavi la settimana prossima o pensavo che rientrava tardi. 

La distribuzione dei verbi ausiliari essere e avere nella formazione del pas- 
sato prossimo è già stata accennata in occasione dell'esame della trasformazio- 
ne del dialetto che accoglie sì la forma italiana, ma che trasmette anche la sua 
struttura all'INID, per cui si ha spesso in questo gradatum avere con i verbi in- 
transitivi {ho andato, ho stato, ha venuto) ed essere con i verbi transitivi {sono 
capito, sono visto, sono mangiato; cfr. Rohlfs 1969, §§ 729-730). 

La stessa trasposizione della struttura dialettale si trova nella formazione 
del passato prossimo dei verbi riflessivi: mi ho lavato, mi ho vestito, me l'ave- 
vo tanto dimenticato (cfr. Rohlfs 1969, § 731). 

Per quanto riguarda il periodo ipotetico dell'irrealtà, si ha un'oscillazione, 
a seconda dei parlanti, fra il tipo se potrei, farei (cfr. Rohlfs 1969, § 746) e il ti- 
po se potevo, facevo (cfr. Rohlfs 1969, § 748-749), quest'ultimo usato sia in 
senso di presente, sia in senso di passato, mentre l'uso del tipo IS, se potessi, 
farei, indica il passaggio al gradatum IPID. 

Citiamo infine le congiunzioni «neo-italiane» provenienti dal dialetto, 
mmo che al posto di quando {mmo che stetti a Riccione), siccome che al posto 
di poiché {siccome che era tedesco) e l'avverbio di luogo per avanti al posto di 
più in là {troverete l'ospedale per avanti). 

3.2.3. Il lessico dell'INID presenta essenzialmente quattro tipi di formazioni 
nuove, condizionate dal sostrato dialettale. 

Del primo tipo è la designazione di oggetti e/o fatti di provenienza stretta- 
mente regionale, piià che altro provenienti dalla cucina locale e/o regionale che 
spesso assumono una certa notorietà anche al di là dei confini regionali. Citia- 
mo qui solo alcuni esempi da noi raccolti: / lampasciuni 'cipollaccio' ( = mu- 
scari comosum), // sottano 'abitazione al piano terra', il panzerotto 'frittella ri- 
piena', tarai li 'ciambelle salate', ai quali sono da aggiungere tanti altri, già dili- 



278 THOMAS STEHL 

gentemente raccolti e documentati da G.B. Mancarella (1979, pp. 30-35) ed Elisa- 
betta Albanese (1979). 

Il secondo tipo di innovazione lessicale nel gradatum INID è certamente quel- 
lo più produttivo: si tratta dell'italianizzazione di termini dialettali che corrispon- 
dono in linea di massima anche foneticamente a termini dell'IS con lo stesso si- 
gnificato: le palane ie patate', gavitare 'abitare', // ventilatolo 'il ventilatore', la 
frichetta 'la forchetta', // marangio 'l'arancia', le melenzane 'le melanzane', // 
marandino 'il mandarino', la buttiglia 'la bottiglia', le scarciqffe 'i carciofi' e tanti 
altri. 

Il terzo tipo del lessico «neo-italiano» sorge ugualmente dalla traduzione di 
termini dialettali in italiano, a cui non corrisponde però nessun signifìant della lin- 
gua standard. Le conseguenze sono: malintesi, risate e, nel peggiore dei casi, la di- 
scriminazione sociale del parlante. Termini appartenenti a questo tipo sono: // 
cuppino 'il mestolo', la saraca 'l'aringa affumicata', le lete 'le bietole', la contro- 
ra 'l'ora di riposo dopo pranzo', la miledda 'la mela', zelloso 'vispo, attraente'. 
Trovare interferenze di questo genere è molto difficile perché sorgono spesso in si- 
tuazioni particolari. 

Il quarto e ultimo tipo è infine quello, relativamente raro, dell'uso di lessico 
italiano con significato diverso; citiamo mettersi 'chiamarsi, riferito al cognome', 
tenere 'avere', una dote di acqua 'una dose di acqua' e lo sfascio 'l'autodemoli- 
zione'. 

Per concludere, vorremmo aggiungere che in numerose occasioni di controllo 
fonetico/fonologico, morfosintattico e lessicale con altri parlanti del luogo, è stata 
verificata la convenienza della suddivisione dei gradata, in quanto la competenza 
in un estremo dell'insieme della gradazione escludeva la competenza nell'altro e- 
stremo. 

Spesso inoltre sono state confermate anche le nostre previsioni riguardo alla 
competenza degli stessi parlanti nei diversi gradata in mezzo. 



RIFERIMENTI BIBLIOGRAHCI. 

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DISCUSSIONE 

Alberto MIONI: Nello stabilire delle suddivisioni in sottosistemi discontinui ('gradata') ti sei 
basato unicamente su criteri morfologici, come è stato fatto (o proposto) per altre situazioni 
della Romania? Ti chiederei inoltre qualche precisazione sulla diffusione della dittongazione 
dialettale nei livelli più alti. 

Corrado GRASSI: A Thomas Stehl, col quale mi compiaccio vivamente per il lavoro fatto, mi 
permetto unicamente di ricordare che, se è vero che la Puglia non possiede un unico centro di 
unificazione linguistica, non bisogna però dimenticare che da Bari muove una corrente d'inno- 



280 THOMAS STEHL 

vazione non solo verso Settentrione, ma anche verso Occidente. Oggi, infatti, Matera gravita 
innegabilmente su Bari. 

Giuliano MERZ: La domanda che vorrei farti è da mettere in relazione con il fatto — lodevo- 
lissimo — che ti sei occupato anche dei fatti sintattici delFitaliano regionale. Ora, dei fenomeni 
messi in evidenza taluni appartengono all'area di quella varietà che chiamiamo 'italiano popo- 
lare': Cortelazzo nei suoi già classici «Lineamenti di italiano popolare» ha proposto tra l'altro 
come caratterizzanti di questa 'tastiera' il che polivalente, il sistema del condizionale, l'uso 
pleonastico di pronomi, ecc. 

Quali sono secondo te le possibilità di tracciare una linea di partizione sintattica italiano popo- 
lare/italiano regionale, di distinguere insomma quale fenomeno appartenga a quale varietà? 
Forse si dovrebbe anche verificare, facendo nostro l'assunto di Sabatini per una indagine delle 
convergenze piuttosto che delle differenze tra i vari italiani regionali, se queste 'deviazioni' 
sintattiche comuni che risultino poi essere costitutive dell'italiano popolare. 

Pasquale CARATU': La corrente linguistica barese non si estende solo fino a Matera, ma fa 
sentire i suoi influssi anche nella parte settentrionale e orientale della provincia di Potenza. 
Questo dico ad integrazione del suggerimento fatto da Corrado Grassi che invitava lo Stehl ad 
indagare gli effetti della lingua del capoluogo pugliese anche a Matera. 

Concordo inoltre nella elencazione dei fenomeni linguistici che caratterizzano i gradata tre e 
quattro. Vorrei però chiedere a Stehl se ha rilevato anche la prosodia propria dell'area barese. 

Thomas STEHL: Ad Alberto Mioni vorrei rispondere che la mia suddivisione dei gradata non 
si basa su criteri esclusivamente morfologici, bensì su un insieme di criteri fonetico-fonologici, 
morfosintattici e lessicali. Per illustrare questa suddivisione vorrei precisare che a livello fone- 
tico-fonologico la dittongazione in sillaba libera è propria del 'dialetto locale' (DL), mentre nel 
'dialetto con numerose interferenze dell'italiano' (DNII) questi stessi dittonghi vengono netta- 
mente troncati. L"italiano con numerose interferenze del dialetto' (INID) è caratterizzato da in- 
terferenze morfosintattiche e lessicali e da una inflessione di carattere fonetico-fonologico che 
da sola è il tratto distintivo essenziale del gradatum 'italiano con poche interferenze del dialet- 
to' (IPID) e va perdendosi nei parlanti T'italiano standard' (IS). Con i miei mezzi, non ho 
fin'ora potuto registrare una dittongazione in sillaba libera nei gradata italiani, e questo non mi 
pare neanche sorprendente, visto che i dittonghi dialettali vengono troncati già nel 'dialetto con 
numerose interferenze dell'italiano' (DNII). 

Ringrazio poi vivamente Corrado Grassi, anche per l'indicazione circa l'espansione dell'influs- 
so linguistico di Bari in direzione ovest, verificabile in maniera particolare a Matera. 
Rispondendo a Giuliano Merz, vorrei precisare che le strutture sintattiche dell'italiano parlato 
provenienti dal dialetto nonché le strutture sintattiche che non appartengono né al dialetto né 
all'italiano sono da assegnare, nella mia suddivisione dei gradata, al gradatum 'italiano con 
numerose interferenze del dialetto' (INID) poiché esse non costituiscono una 'lingua funziona- 
le' a sé stante. Dal confronto delle strutture ibride raccolte nelle diverse regioni d'Italia potrem- 
mo, in un secondo tempo, giungere alla definizione dei tratti distintivi delle interregionalità 
dell'italiano parlato. Preferisco il termine 'interregionale' — concetto diatopico come l'analisi 
in questione — al termine 'popolare' — concetto diastratico — che entra in vigore all'interno 
della pragmatica della variazione soltanto quando accanto al confronto linguistico interregiona- 
le si indaga anche la distribuzione sociale dei parlanti che presentano le strutture ibride. 
Ringrazio Pasquale Caratù di avermi suggerito che nell'esame dell'influsso linguistico di Bari 
ci si dovrà spingere in direzione ovest anche oltre Matera, ciò che corrisponde d'altronde all'i- 
potesi del Ludtke dell'esistenza di un'ampia zona comprendente l'Abruzzo, la Puglia, la Cam- 
pania e la Lucania, in cui «moderne Neuerungen von der Adria zum tyrrhenischen Meer fortzu- 
schreiten scheinen» (cfr. Ludtke, Helmut: Die strukturelle Entwicklung des romanischen Voka- 
lismus, Bonn 1956, p. 167). Per quanto riguarda l'esame della prosodia, mi sono basato fin'ora 
soltanto su registrazioni che non sono state però analizzate alla luce della fonetica sperimentale. 



Salvatore Claudio Sgroi 
(Catania) 

Per un'analisi strutturale deiritaliano regionale di Sicilia. 
Un'applicazione al Giorno della Civetta di Leonardo Sciascia* 

Per Georges Mounin 
in occasione del suo 75 ° genetliaco 



1. Purismo e italiano regionale 

Gli studi delle varietà diatopiche dell'italiano sono stati finora condotti in 
modo pressoché costante, pur con qualche eccezione, in un'ottica normativo- 
puristica, che ha comportato giudizi di valore più o meno intolleranti verso le 
forme regionali considerate come «contaminazioni» della lingua col dialetto. 
Tale ipoteca puristica è stata particolarmente presente negli studi sull'italiano 
regionale di Sicilia a cominciare dalla seconda metà dell '800 (Traina 1877) e 
dall'inizio del '900 (Franco 1901) fino alla più recente, per altri aspetti prege- 
vole, monografia di A. Leone (1982) (su cui ci siamo altrove espressi: cfr. 
Sgroi 1982). Molto più descrittivi invece gli studi relativi ad altre varietà regio- 
nali, condotti con varie metodologie, quali l'italiano parlato in Svizzera, studia- 
to da Lurati, Bianconi, Berruto, l'italiano del Salento indagato da Sobrero-Ro- 
manello, l'italiano nel Veneto investigato da Trumper-Maddalon e più di recen- 
te da Canepari (solo 'superficialmente' purista), l'italiano sardo oggetto di stu- 
dio della Loi Corvetto, l'italiano in Lombardia analizzato ancora da Berruto e 
Sanga, ecc. 



1.1. Descrittivismo e italiano regionale 

Vorremmo quindi spezzare una lancia in favore dell'adozione di un model- 
lo d'analisi «descrittivo» ed esplicativo — anziché puristico e grammaticale di 



* Sono vivamente grato al Prof. Giovanni Tropea e all'amico Salvatore C. Trovato (Uni- 
versità di Catania) per avermi reso partecipe di minuziose quanto preziose osservazioni, da cui 
spero di aver tratto il massimo profitto. Solo mia rimane ovviamente la responsabilità di ogni 
errore. 



282 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

vecchio stampo — in grado di garantire una maggiore oggettività. Alludiamo 
in particolare al modello offerto da Uriel Weinreich nel suo noto Languages in 
Contact (1953, 19632), tradotto in italiano nel 1974 da G. R. Cardona, e non 
molto seguito per questo aspetto nelle descrizioni dell'italiano regionale. A tal 
fine cercheremo di tastare la fecondità di tale approccio su un corpus omoge- 
neo di esempi tratti da un racconto-romanzo di Leonardo Sciascia: // giorno 
della civetta risalente al 1961. Trattandosi di esempi di lingua scritta, riflettenti 
peraltro ampiamente il parlato, privilegeremo i livelli lessicale e sintattico, 
scartando il versante fonetico-fonematico-prosodico. Senza volere con tale cor- 
pus esaurire l'inventario delle categorie linguistiche individuate da Weinreich 
(per cui cfr. Sgroi 1979-1980, 1983, 1984), la nostra analisi, arricchita di altre 
nozioni d'ispirazione strutturalista, dovrebbe anche servire ad illustrare le mo- 
dalità d'uso dei regionalismi da parte di uno scrittore, presenti di volta in volta 
in discorsi diretti e indiretti (attribuibili ai vari personaggi) in quelli indiretti li- 
beri (in cui la voce del narratore si confonde con quella dei suoi personaggi) e 
nei passi descrittivo-narrativi in terza persona (appartenenti in proprio all'auto- 
re). Le citazioni in extenso dei contesti d'uso dei regionalismi, con l'indicazio- 
ne dei partecipanti dell'evento linguistico vorrebbero servire ad esplicitare le 
condizioni sociolinguistiche degli usi regionali. 

La metodologia qui adottata dovrebbe altresì dimostrare l'infondatezza del- 
la tesi di chi, come Leone (1982), considera come caratteristica specifica dell'i- 
taliano regionale la «labilità» «precarietà» «instabilità» e «inconsistenza» e 
giudica «ozioso» mostrare ulteriormente la complessa fenomenologia dell'ita- 
liano regionale di Sicilia, ancora in realtà solo in parte scandagliato. 



2. // code-switching 

Il repertorio verbale cui attinge Leonardo Sciascia nel suo racconto non è 
costituito solo dal registro letterario e da quello regionale, ma comporta anche 
il ricorso al siciliano tout court. Tale code-switching italiano/dialetto si realizza 
sotto forma di lessemi isolati e a livello frasale. 

Sette sono i lessemi siciliani (di cui uno in tre varianti) qui adoperati. Cin- 
que soprannomi: 

(i) Parrinieddu, opportunamente chiosato dall'autore, ricorre sempre in 
corsivo e nella variante metafonetica del siciliano centro-orientale rispetto alla 
forma occidentale non-metafonetica /7arn72^<iJM (cfr. Rohlfs \9S4: parrineddu 
e Ruffino 1984, pp. 162-163 e cartina 1): 

1 . Ma il capitano sapeva, da tutto un fascicolo relativo a Calogero Dibella detto 
Parrinieddu, confidente, che l'uomo, tra le due cosche di mafia del paese (cosca, 
gli avevano spiegato, è la fitta corona di foglie del carciofo) era vicino, se non 



PER UN'ANAUSI STRUTTURALE DELL'ITALIANO REGIONALE DI SICILIA 283 

dentro, a quella che aveva addentellati certi, anche se non provabili, con i lavori 
pubblici; mentre l'altra cosca, più giovane e spericolata, aveva a che fare, essen- 
do S. un paese di mare, col contrabbando delle sigarette americane, (p. 27) 

2. Parrinieddu svolgeva il suo disegno di menzogna come il venditore sul banco 
del negozio i tocchi di cotonina alle donne di campagna: il soprannome, che vo- 
leva dire piccolo prete, gli veniva dall'eloquio facile e dall'ipocrisia che trasuda- 
va; (p. 29) 

3. Parrinieddu non rispose, (p. 30) 

4. Coloro che avevano preceduto in quell'ufficio il capitano Bellodi usavano ri- 
volgere al confidente domande che, in esplicita premessa o nella minaccia del to- 
no, facevano apparire ai suoi occhi il confino di polizia o la denuncia per eserci- 
zio d'usura: e ciò dava a Parrinieddu, invece che paura, una certa sicurezza; il 
rapporto era chiaro, gli sbirri lo costringevano a fare infamità: e lui doveva fame 
quel tanto che bastava ad acquietarli, a tenerseli buoni, (p. 30) 

5. — [...] E a proposito: quel cornuto di Parrinieddu mi fa venire sospetti, in 
questo movimento di sbirri la sua zampa ci dev'essere per forza... [...] — (p. 51) 
(Parla il vecchio capomafia don Mariano rivolto a un giovane mafioso). 

6. E continuando a rivolgersi a Parrinieddu, come lo avesse di fronte, con gelida 
solennità [il vecchio capomafia don Mariano] disse — ... e se ti getti contro la 
santa chiesa io, caro mio, che ti posso fare?: niente, ti dico solo che sei morto nel 
cuore degh amici, (p. 51) 

7. E mentre a B. arrestavano Diego, a S. Parrinieddu diventava il numero che la 
cabala del lotto assegna al morto ammazzato: unica forma di sopravvivenza, ani- 
ma immortale a parte, cui era destinato, (p. 52) 

8. Le ultime ventiquattrore di vita Calogero Dibella detto Parrinieddu aveva at- 
traversato come nei sogni, a volte, si attraversano foreste che non finiscono mai, 
alte e spesse da precludere la luce e tenaci come roveti, (p. 52) 

9. Il Pizzuco [...] restò dapprima allocchito dal rifiuto e dal brusco allontanarsi di 
Parrinieddu, come di fuga: e restò a pensarci su, che sveglio di mente non era, 
per tutta la giornata, (p. 53) 

10. Parrinieddu, dal canto suo, per tutta la giornata svolse in significati di morte 
l'offerta di un amaro, amaro tradimento amara morte, del tutto trascurando la no- 
toria affezione, cirrosi secondo il medico, che il Pizzuco aveva per l'amaro: [...] 
(p. 53) 

1 1 . Tanti altri notarono lo smarrimento di Parrinieddu, il suo andare inquieto, co- 
me di chi si sente un mastino alle calcagna: [...] (p. 53) 

12. [...] ma Parrinieddu, coi nervi ormai consunti dall'ansia, vedeva la sua confi- 
denza vagare nell'aria come spula', (p. 54) 

13. Il corpo di Parrinieddu era ancora sul selciato, coperto da un telo azzurrastro, 
(p. 57) 

14. Il suo [= del capitano Bellodi] piano era questo: fermare subito i due di cui 
Parrinieddu gli aveva fatto estrema confidenza [...] (p. 57) 

15. Il capitano [Bellodi] gli [= al capomafia don Mariano] chiese se avesse mai 
avuto rapporti con Calogero Dibella detto Parrinieddu. (p. 94) 

(ii) Zicchinetta, anch'esso adeguatamente spiegato, e in corsivo (cfr. Rohlfs 
1984: Zichinettu): 

1. [...] e lei [= la moglie di Nicolosi] precipitosamente, come se il nome le fosse 
venuto su con un singulto improvviso, disse — Zicchinetta. 



' La forma standard è in realtà pw/a. La variante sciasciana, più che con il dialetto (Piccitto 
1977: ^iusca), potrebbe forse spiegarsi come deverbale idiolettale, a suffisso zero, di spulare. 



284 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

— Zecchinetta — tradusse subito [il carabiniere] Sposito — giuoco d'azzardo: 
si fa con carte siciliane... 
[...] ora avevano il nome; [...] 
Quel nome, o ingiuria che fosse, era finalmente venuto fuori: [...] (p. 42) 

2. — Il tempo di farmi la barba — disse il maresciallo [al capitano Bellodi] — e 
saprò se questo Zicchinetta è uno del paese: il mio barbiere conosce tutti, (p. 43) 

3. Tornò il maresciallo. Olezzava colonia da barbiere. Disse — niente — e si 
spostò alle spalle della donna a figurare per il capitano una frenetica mimica che 
voleva dire di mandar via la donna: che c'erano novità, cose dell'altro mondo ap- 
prese a carico della donna; altro che Zicchinetta, diceva una mano mulinata 
all'altezza della testa, (p. 44) 

4. Il capitano non mostrò meraviglia, domandò invece di Zicchinetta: [...] (p. 45) 

5. Trovarono il maresciallo in ufficio, e in evidenza sul suo tavolo un fascicolo 
intestato a Diego Marchica detto Zicchinetta, da qualche mese dimesso dal carce- 
re per beneficio d'amnistia; e in evidenza sul tavolo del maresciallo, il fascicolo, 
per certe confidenze ricevute sul giuoco, della zecchinetta appunto, che il Mar- 
chica praticava al circolo dei cacciatori: [...] (p. 45) 

6/7. — [...] E Nicolosi, dopo aver incontrato lei, ha avuto la buona idea di scri- 
vere il suo nome e soprannome su un pezzo di carta: Diego Marchica detto Zic- 
chinetta; aggiungendo il luogo e l'ora dell'incontro e la considerazione, del resto 
ovvia, che la morte di Colasbema fosse da collegare alla presenza di Zicchinetta 
ad S., in quell'ora e in quel luogo ... [...] (pp. 68-69). 
(Il capitano Bellodi interroga il mafioso Marchica) 

(iii) lu chiuppu (cfr. Rohlfs 1984: chiuppu): 

1. [...] Ho conosciuto uno soprannominato lu chiuppu, cioè il pioppo, per la sta- 
tura e per una specie di tremito che lo muove: così mi hanno spiegato... Le cose: 
vediamo un po', soprannomi per somiglianza a un qualche oggetto... (p. 41) 
(Il capitano Bellodi interroga la moglie di Nicolosi) 

(iv) vircuocu (cfr. la variante cricopu riportata da Rohlfs 1984 e Ruffino 
1984, p. 179 e cartina 32): 

1. — Se permette — disse il carabiniere Sposito, [...] se permette posso dime 
qualcuna, di ingiurie che sono nomi di cose: [...] vircuocu, albicocca, non so per- 
ché, forse perché di faccia inespressiva [...] (p. 41) 

(v) Barmggieddu I Barricieddu ! Bargieddu, occorre sette volte nelle tre 
varianti: 4 volte Barruggieddu, 2 volte Bargieddu, una volta Barricieddu, que- 
ste ultime due appaiono come forme ricostruite, per dar conto del significato 
non piti trasparente, individuando il quale il capitano Bellodi, improvvisato eti- 
mologo per l'occasione, riesce ad «épater» gli stessi 'indigeni' 2; 

1. Un vecchio venne fuori dalla stalla ad acquietarlo [= il cane bastardo] — tie', 
Barruggieddu, tie': buono, stai buono — poi al capitano [Bellodi] disse — bacio- 
lemani. (p. 85) 



2 Sciascia (1984 p. 34) è ritornato a commentare il valore e l'etimo del termine, che ora 
preferisce trascrivere Barruggieddru. 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL ITAIJANO REGIONALE DI SICILL\ 285 

2/6. — E come si chiama [il cane]? — domandò il capitano, incuriosito dallo 
strano nome che il vecchio aveva pronunciato per acquietarlo. 

— Barruggieddu si chiama — disse il vecchio. 

— E che vuol dire? — domandò il capitano. 

— Vuol dire uno che è cattivo — disse il vecchio. 

— Mai sentito — disse il brigadiere. E in dialetto chiese altre spiegazioni al vec- 
chio. Il vecchio disse che forse il nome giusto era Barricieddu. o forse Bargied- 
du: ma in ogni caso significava malvagità, la malvagità di uno che comanda; che 
un tempo i Barruggieddi o Bargieddi comandavano i paesi e mandavano gente 
alla forca, per piacere malvagio. 

— Ho capito — disse il capitano — vuol dire Bargello: il capo degli sbirri. 
Imbarazzato, il vecchio non disse né sì né no. (p. 86) 

7. Strattanto la corda che lo legava, il cane abbaiò un'ultima minaccia. «Bargello 
— pensò il capitano — bargello come me: anch'io col mio breve raggio di corda, 
col mio collare, col mio furore: e più si sentiva vicino al cane di nome Barrug- 
gieddu che all'antico, ma non tanto antico, bargello, (pp. 86-87)3. 

(vi-vii) Un sintagma: cumpari Turiddu, inserito in una citazione. La voce 
cumpari (Piccitto 1977) appare una volta sola (e due volte nella veste italiana 
compare, per cui cfr. piti oltre § 3.3), mentre il nome personale Turiddu viene 
usato due volte: 

1. [...] il grido 'hanno ammazzato cumpari Turiddu' aveva per la prima volta ab- 
brividito il filo della schiena agli appassionati del teatro d'opera [...] (p. 35) 

2. La natura imita l'arte: ammazzato sulle scene liriche dalla musica di Mascagni 
e dal coltello di compare Alfio, Turiddu Macca cominciò a popolare le mappe tu- 
ristiche della Sicilia e i tavoli d'autopsia, (p. 35) 

Gli enunciati siciliani sono invece cinque: tre proverbi (fra cui un welleri- 
smo) e due frasi non proverbiali. In tutti i casi l'autore si preoccupa di esplicita- 
re attraverso la traduzione contestuale il significato non sempre trasparente per 
il lettore non-siciliano. I tre proverbi sono i seguenti: 

(i) Cu si mitti cu li sbirri, ci appizza lu vinu e li sicarri, lett. 'chi si mette 
con gli sbirri, ci rimette il vino e i sigari': 

1 . Cu si mitti cu li sbirri, giusto dice il proverbio, ci appizza lu vinu e li sicarri: e 
con quel maresciallo io ci ho rimesso davvero vino e sigari, che a scialo beveva il 
mio vino e fumava i miei sigari, (p. 49) 
(Il vecchio capomafia don Mariano è interrogato dal capitano Bellodi) 

(ii) mori Sansuni cu tuttu lu cumpagnuni, lett. 'muoia Sansone con tutti i 
compagni': 

1. [...] a lui [=al mafioso Pizzuco] restava da fare quel che fece Sansone — mori 
Sansoni — disse [il mafioso Marchica] — cu tuttu lu cumpagnuni: ristabilendo. 



3 Per gli altri 9 soprannomi usati invece nella forma italianizzata, cioè con significante ita- 
liano — l'orbo, lo zoppo, lo sciancato, il mancino, il gatto, bottiglione, lanterna, peracotta, o- 
stia-divina — cfr. più oltre § 3.3 «regionalismi semantici». 



286 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

si capisce, nella loro verità i fatti che quel lurido cane [- il Pizzuco] aveva a mo- 
do proprio raccontato, (p. 72) 

(iii) — E lu cuccù ci dissi a li cuccuotti: a lu chiarchiaru nni vidiemmu 
tutti — lett. ' — Ed il cucco disse ai cuccuotti: al chiarchiaro ci vediamo tutti 



1. Un po' scherzando, e perché sapeva il capitano curioso di certe espressioni po- 
polari, il brigadiere disse 
- — E lu cuccù ci dissi a li cuccuotti: 
a lu chiarchiaru nni vidiemmu tutti — 
e subito incuriosito il capitano gli chiese il significato. 

Il brigadiere tradusse — Ed il cucco disse ai propri figli: al chiarchiaro ci 
incontreremo'* tutti — ed aggiunse che forse voleva dire ci incontreremo tutti 
nella morte, l'immagine del chiarchiaro, chi sa perché, diventata idea della mor- 
te, (p. 84)5. 

Le due frasi non-proverbiali sono invece: 

(iv) partivu pi astutàrinni unu e mi tuccà astutàrinni du, lett; 'partii per 
spegnerne uno e mi toccò spegnerne due': 

1. [...] da questi [= dal Marchica] [il Pizzuco] aveva avuto [...] tremenda rivela- 
zione di un duplice omicidio, con queste precise parole — partivu pi astutàrinni 
unu e mi tuccà astutàrinni du — che inequivocabilmente, nel linguaggio da ma- 
lavita del Marchica, dichiarano l'esecuzione di due omicidi: [...] (p. 70) 

(Qualche riga prima Sciascia aveva precisato in discorso indiretto libero: 

[...] un giorno o l'altro [il Marchica] avrebbe astutato il Colasbema: che voleva 
dire ne avrebbe spento la vita così come si spegne una candela. 

italianizzando e corsivando il termine siciliano, che veniva quindi tradotto pri- 
ma ancora che fosse compiuta la commutazione di codice). 

(v) [...] — tie', Barruggieddu, tie' [...] — (p. 85) (cfr. supra (v) Barmg- 
gieddu es. 1.) lett. 'tieni, Barruggieddu, tieni' 

In base alle frequenze e ai diversi ranghi possiamo così ordinare i casi sin 
qui visti di «code-switching»: 



■* Sulla mancanza del futuro nel dialetto siciliano quale presunto «fatto linguistico-esisten- 
ziale» che darebbe conto del pessimismo dei siciliani lo scrittore racalmutese insiste in Sciascia 
(1984 pp. 86-87), riprendendo le parole di Sciascia 1982 (cfr. Sgroi 1983 § 5.1.5 nota 10) 

5 In altra sede Sciascia (1982, p. 29, ripreso in 1984, p. 58) ritoma a commentare questo 
wellerismo, precisando, a proposito di chiarchiaru, che «in una collina rocciosa, [è] un sistema 
di anfratti, di crepacci, di tane». Cfr. più oltre § 3.1 es. 2. Cfr. anche Ruffino (1984, p. 173 e 
cartina n. 14). 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL'ITALIANO REGIONALE DI SICILIA 287 



Rango 


Frequenza 


Tipi 


Occorrenze 


Lessemi/Enunciati 


I 


15 


1 


15 


Parrinieddu 


n 


7 


2 


14 


Zicchinetta, BarruggiedduI 
BarricieddulBargieddu 


m 


2 


1 


2 


Turiddu 


rv 


1 


8 


8 
3 


lu chiuppu, vircuocu, cumpari 
proverbi, 2 enunciati 
non-proverbiali'' 




25 


12 


39 





3. Regionalismi lessicali 

Passando all'illustrazione dei «regionalismi lessicali» (Sgroi, 1979-1980), 
risultanti cioè dall'interferenza del lessico italiano con quello dialettale, distin- 
gueremo (i) i «trasferimenti diretti di parole» (Weinreich) o «regionalismi se- 
gnici» (Sgroi 1979-1980) nel caso di prestiti integrali, cioè nel significato e nel 
significante presi dal dialetto, (ii) i «regionalismi fraseologici» quando ci tro- 
viamo dinanzi a locuzioni, frasi fatte, modi di dire ecc. adoperati con significati 
(o composti di lessemi) propri del dialetto e (iii) le «estensioni semantiche» 
(Weinreich) o «regionalismi semantici» (Tropea 1976, Sgroi 1979-1980) nel 
caso di voci italiane adoperate con un significato mutuato dal dialetto. Né tra- 
scureremo di indicare (iv) i casi di «adattamento fonologico di parole affini» 
(Weinreich), (v) i fenomeni di ipercorrezione o per meglio dire di «ipercaratte- 
rizzazione», (vi) qualche termine di coppie di sinonimi particolarmente fre- 
quente per la sottile pressione del dialetto e (vii) i cosiddetti regionalismi «ati- 
pici» (Tropea 1976, Cortelazzo 1982). 



6 Indichiamo qui i due casi di commutazione in una varietà «alta», quale il latino: 

1. E voi che alla mafia non ci credete, cercate di fare qualcosa, mandate qualcuno: che 
sappia fare, che non pianti una grana con Bellodi, ma che... Ima summis mutare: capite il lati- 
no? Non quello d'Orazio: il mio voglio dire. (pp. 32-33) (Due mafiosi a colloquio). 

2. E di questo ufficiale che l'ha arrestato, senza pensarci due volte, con una leggerezza, la- 
sciatemelo dire, non degna della tradizione dell'Arma, diremo col latino di Svetonio che ne 
principium quidem virorum insectatione abstinuit... Che tradotto in spiccioli vuol dire che [...] 
(pp. 62-63) (Parla un difensore del capomafia). 

Due latinismi sono invece requiem (p. 51) e naturaliter, peraltro non corsivati. 



288 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

3.1. Regionalismi segnici 

Fra i regionalismi «segnici», derivanti cioè in blocco dal dialetto, — meno 
di una trentina — ricordiamo almeno i seguenti: 
Ala, sic. ala 'alito, soffio' (Piccitto 1977) 

1. La serata era gelida, nell'ufficio del capitano una stufetta elettrica dava una co- 
sì tenue ala di calore da far sentire più gelido lo spazio della grande stanza, quasi 
vuota di mobili [...] (p. 26) 

Astutare qn., sic. astutari a unu 'uccidere qn' (Piccitto 1977), messo in ri- 
lievo dall'autore mediante l'uso del corsivo: 

[...] un giorno o l'altro [il Marchica, mafioso] avrebbe astutato il Colasbema: [...] 
(cfr. supra § 2. (v) es. 1) 

Campiere, sic. comperi 'guardiano di latifondo' (Piccitto 1977), registrato 
anche dallo Zingarelli 1983" come voce propria della Sicilia: 

[...] il Pizzuco [...] gli [= al Marchica] promise per dopo, ad impegno assolto, il 
saldo della somma pattuita e un impiego come campiere in aggiunta [...] (p. 72) 

Cassata, sic. cassata 'tipico dolce siciliano' (Piccitto 1977), presente nello 
Zingarelli 1983" in quanto termine ben noto anche fuori della Sicilia: 

— Qualche volta, a Natale, mi regalano la cassata, (p. 106) 

(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) 

Chiarchiaro, sic. chiarchiaru 'zona scoscesa, piena d'anfratti' (Piccitto 
1977), corsivato non meno di 13 volte, appare così distribuito: 4 volte nel di- 
scorso diretto del capitano Bellodi (es. 1, 2, 3), che lo riprende una volta dalla 
confessione di un mafioso (es. 1), e in quello di un brigadiere (es. 7), 2 volte 
nel discorso indiretto (es. 4, 13), e ben 7 volte in sezioni descrittive (ess. 5, 6, 8, 
9, 10, 11, 12): 

1. — [...] Suo cognato, lei lo conosce bene, si è visto perduto: ha detto che l'inca- 
rico lo aveva avuto da lei, e che il fucile avrebbe dovuto nasconderlo nel chiar- 
chiaro della contrada Gramoli, secondo istruzioni ricevute da lei... — (p. 78) 

(Il capitano Bellodi interroga il mafioso Pizzuco) 

2. — E rivolto al brigadiere [il capitano Bellodi] domandò — che cosa è il 
chiarchiaro! 

— E una zona pietrosa — disse il brigadiere — un insieme di grotte, di buchi, di 
anfratti... (La citazione segue immediatamente quella precedente) 

3. — [...] E se nel chiarchiaro si trovasse anche il corpo del Nicolosi?... (p. 78) 
(Il capitano Bellodi interroga il mafioso Pizzuco) 

4. [...] [il capitano Bellodi] chiamò al telefono la stazione di S. per ordinare la ri- 
cerche nel chiarchiaro di Gramoli, (p. 79) 

5. Il chiarchiaro di Gramoli, incongruo ed assurdo nella pianura verdeggiante, 
pareva una enorme spugna, nera di buchi, che veniva inzuppandosi della luce che 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLITAUANO REGIONALE DI SICILIA 289 

sulla campagna cresceva, (p. 83) 

6. [...) il capitano [Bellodi] pensava — Dio qui ha gettato la spugna — in analo- 
gia alla visione del chiarchiaro ponendo la lotta e la sconfitta di Dio nel cuore u- 
mano. (p. 84) 

7. — [...] al chiarchiaro ci incontreremo tutti [...] (cfr. supra § 2. proverbio (iii) 
es. 1) 

8. [...] l'immagine del chiarchiaro [...] (cfr. supra § 2. proverbio (iii) es. 1) 

9. Il capitano [...] febbrilmente ebbe visione di un fitto raduno di uccelli notturni 
nel chiarchiaro. [...] (p. 84) 

10. [...] ed ora si avvicinavano al chiarchiaro per un viottolo stretto e fangoso, (p. 
84) 

11. Sul chiarchiaro si vedevano i carabinieri muoversi, [...] (p. 84) 

12. Ma girando intomo, dal lato opposto a quello che guardava verso il chiar- 
chiaro, un cane improvvisamente scattò nel raggio che la corda che lo legava ad 
un albero gli consentiva: [...] (p. 85) 

13. Il capitano [Bellodi] avrebbe voluto chiedere al vecchio se avesse notato 
qualcuno, giorni prima, dirigersi verso il chiarchiaro; (p. 86) 

Continentale, sic. cuntinintali 'abitante dell'Italia (centro-) settentrionale', 
dal punto di vista dell'isolano (Piccitto 1977). Il termine, diffuso fuori della Si- 
cilia, è registrato nello Zingarelli 1983": 

1. Il capitano [Bellodi] era giovane, alto e di colorito chiaro; dalle prime parole 
che disse i soci della Santa Fara'^ pensarono «continentale» con sollievo e di- 
sprezzo insieme; (16) 

2. i continentali sono gentili ma non capiscono niente. (16) 

3/4. [i Colasbema] Pensarono ancora «continentale, quanto sono educati i conti- 
nentali» (16)8 

Cosca, sic. cosca 'cricca mafiosa' (Piccitto 1977). Il termine, sempre corsi- 
vato da Sciascia, e diffuso anche fuori della Sicilia, è registrato dallo Zingarelli 
1983" come voce di «etim. incerta»: 

1. [...] le due cosche di mafia del paese [...] (cfr. supra § 2. (i) Parrinieddu es. 1) 

2. [...] cosca [...] è la fitta corona di foglie del carciofo [...] (cfr. supra § 2. (i) 
Parrinieddu es. 1) 

3. [...] l'altra cosca, piìi giovane e spericolata [...] (cfi-. supra § 2. (i) Parrinieddu 
es. 1) 

4/5. Il confidente di S. rischiava la vita: una cosca o l'altra, con un colpo doppio 
a lupara o con una falciata di mitra (anche nell'uso delle armi le due cosche face- 
vano differenza), un giorno lo avrebbero liquidato, (p. 28) 



"^ Su Santa Fara adoperato qui, più oltre sub Tomolo e in altri 6 casi come nome di una 
«cooperativa edilizia» (p. 15: due volte, 17, 19, 20: due volte), Sciascia ritoma altrove (1984, 
pp. 43-44), per illustrare il proverbio chi mraculi chi fìci Santa Fara I La Chiesa chiusa, e la 
compana sona. 

8 Ma altrove compaiono i meno connotati settentrionale e uomo del nord: 

1. Questo qui, caro amico, è [...] uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi 
[...] (p. 32) (Sua eccellenza parla con un mafioso) 

2. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera (p. 
55). 



290 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

6. [...] né d'altra parte potevo permettermi Terrore di fermare i due indicati dal 
Dibella: uno dovevo fermarne, a colpo sicuro; poiché appartenevano a due co- 
sche in contrasto e uno dei due doveva essere nettamente fuori: o il La Rosa o il 
Pizzuco... (p. 104) 
(Il capitano Bellodi interroga il vecchio capomafia don Mariano) 

Germo, sic. ggemmu 'incolto' (Traina 1877: Vocabolarietto, Tropea 1985) 
(meno diffuso del sinonimo ggerbu). La voce sciasciana sembrerebbe dovuta a 
una falsa ricostruzione, per evitare probabilmente la collisione omonimica con 
il sostantivo femminile italiano gemma: 

1/2. — Una buona parte della mia terra io la lascio germa: per il pascolo... Non 
posso dire dunque quanto mi rende p)er ettaro quella lasciata germa, posso dire 
quanto mi rendono le pecore... (p. 96) 
(Il vecchio capomafia don Mariano risponde al capitano Bellodi) 

Grano, sic. granu 'antica moneta' (Tropea 1985): 

1. — Io non posso garantire niente: nemmeno una cambiale da un grano, (p. 105) 
(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) 

Guardanìa, sic. guardatila 'protezione mafiosa' (Tropea 1985): 

1. — [...] Ci sono dunque dieci ditte: e nove accettano o chiedono protezione. Ma 
sarebbe una associazione ben misera, voi capite di quale associazione parlo, se 
dovesse limitarsi solo al compito e al guadagno di quella che voi chiamate guar- 
dianìa: la protezione che l'associazione offre è molto più vasta, (pp. 18-19) 
(Il capitano Bellodi interroga G. Colasbema, fratello dell'ammazzato) 

Ingiuria, sic. (i)nciuria, (i)ngiuria 'soprannome' (Traina 1868: inciuria). Il 
termine, piiì diffuso nell'area centro-occidentale (nella varietà orientale si usa 
invece pèccM / pèccuru), offre l'occasione allo scrittore siciliano per una lunga di- 
gressione linguistica e culturale sull'uso dei soprannomi in Sicilia (pp. 39-42)^: 

1 . — [Mio marito] Disse un nome che non ricordo, o forse un soprannome: pen- 
sandoci bene, poteva essere un soprannome. 

Lei [- la moglie di Nicolosi, lo scomparso] disse ingiuria, e per la prima volta il 
capitano ebbe bisogno dei lumi interpretativi del maresciallo. 
— Soprannome — disse il maresciallo — qui quasi tutti hanno soprannomi: e 
alcuni così offensivi che sono propriamente ingiurie, (p. 39) 
2/4. — Poteva essere una ingiuria — disse il capitano — ma poteva anche essere 
un cognome strano come una ingiuria... Lei non aveva mai sentito prima il co- 
gnome o ingiuria che pronunciò suo marito?... 

(Il capitano Bellodi interroga la moglie del Nicolosi) (La citazione segue quella 
precedente) 

5. — Cerchi di ricordare quella ingiuria — disse il capitano — (p. 40) 
(Stessi interlocutori dell'es. precedente) 

6. Sorvolando il panorama letterario siciliano, da Verga al Gattopardo, il capita- 

^ Un lemma a 'N giuria (e 'ngiuriari) dedica ancora Sciascia (1984, p. 86). 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL'ITALIANO REGIONALE DI SICILL^ 29 1 

no era andato a posarsi su quella specie di genere letterario, diceva, che erano i 
soprannomi, le ingiurie: che spesso, acutamente, esprimevano in una parola un 
carattere, (p. 40) 

7. — Ci sono ingiurie che colgono i caratteri o i difetti fisici di un individuo — 
diceva il capitano [...] (p. 41) 

8. — (...] E ci sono poi le ingiurie ereditate, estese a tutta una famiglia; |...] (p. 
41) 

(Il capitano Bellodi interroga la moglie di Nicolosi) 

9. — [...] Ma procediamo con ordine: le ingiurie che dicono dei caratteri e dei di- 
fetti fisici, (p. 41) (Stessi interlocutori dell'es. precedente) 

10. — [...] Somigliava a qualcuna di queste Vingiuria che disse suo marito? (p. 
41) 

(Stessi interlocutori dell'es. precedente) 

11. — Se permette — disse il carabiniere Sposito [...], se permette posso dime 
qualcuna, di ingiurie che sono nomi di cose [...] (p. 41) 

(11 carabiniere parla col capitano Bellodi) 

12. Quel nome, o ingiuria che fosse, era finalmente venuto fuori: [...] (p. 42) 
(cfr. supra § 2. (ii) Zicchinetta es. 1) 

13. — Don Ciccio — disse il maresciallo — esclude in modo assoluto che nel 
paese ci sia uno che abbia questo cognome o ingiuria: e per queste cose, don 
Ciccio è cassazione... (p. 45) 

(Il maresciallo parla col capitano Bellodi) 

Lastimare, sic. lastimiari 'lamentarsi' (Tropea 1985): 

1. [...] [le vecchie] di solito lastimavano e imprecavano, ora stavano in silenzio, 
le facce come dissepoite da un silenzio di secoli, (p. 10) 

Lupara, sic. lupara 'pallettoni' (Tropea 1985). Il termine, essendo noto an- 
che fuori della Sicilia, è registrato nello Zingarelli 1983ii: 

1. [...] due colpi a lupara [...] (p. 13) (Cfr. oltre schioppetta) 

2. ma l'uomo sudava, un freddo lenzuolo di morte già lo avvolgeva, freddo sulla 
bruciante rosa della lupara che nel suo corpo si apriva, (pp. 26-27) 

3. [...] un colpo doppio a lupara [...] (p. 28) (Cfr. supra Cosca ess. 4/5) 

4. [...] di lupara [...] la peggio toccava ai compari Alfio (p. 35) (cfr. oltre § 3.3 
compare es. n. 2) 

5. Il governo della lupara, dico io... (p. 115) 
(Un amico parla col capitano Bellodi)'*' 

Matrice, sic. matrici 'chiesa madre' (Tropea 1985): 

1. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili 
della Matrice: [...] (p. 9) 

Mezz'uomo, sic. menz'omu 'omuncolo' (Scavuzzo 1982, Tropea 1985) 

'0 II 'fucile a lupara' è invece indicato non (metonimicamente) con lupara, ma con fucile 
a canne mozze (p. 78) o semplicemente con fucile (p. 78: cfr. qui § 3.1 chiarchiaro es. n. 1; p. 
80, 112). 

Quanto ai termini mafia e mafioso, ampiamente qui ricorrenti, abbiamo preferito omettere 
ogni esemplificazione. 



292 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

1/3 — Io — proseguì poi don Mariano — ho una certa pratica del mondo; e quel- 
la che diciamo umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola pie- 
na di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominic- 
chi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini: 
i mezz'uomini pochi, che mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... 
(p. 100) 

(Il vecchio capomafia viene interrogato dal capitano Bellodi) 
4. — Perché sono un uomo: e non un mezz'uomo o addirittura un quaquaraquà? 
— domandò con esasperata durezza, (p. 101) 
(Il capitano Bellodi interroga il vecchio cajKjmafia don Mariano) 

Scavuzzo (1982 sub omu 9) riporta per la provincia di Agrigento la sequen- 
za omini, mezzòmini, uminicchi, piglianculu e quaraquaquà che rende con «uo- 
mini, mezzomini, omiccioli, succubi (!) e scemi (!)» (con evidente banalizza- 
zione), precisando che si tratta de «le cinque parti in cui si divide l'umanità ma- 
schile». 

Ominicchio, sic. uminìcchiu (Scavuzzo 1982 sub: omu 9, cfr. supra 
mezz'uomo) 

1. [...] gli ominicchi [...] (cfr. supra Mezz'uomo es. 1/3) 

2. — [...] E invece no, [l'umanità] scende ancora più giù, agli ominicchi: che so- 
no come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei 
grandi... (p. 100) 

(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) (La 
citazione segue subito dopo quella di Mezz'uomo es. 1/3) 

Pagliera, sic. pagherà, pagghiera, 'pagliaio, fienile', stanza dove si con- 
serva la paglia' (Traina 1868, Nicotra 1883) 

1. — Il marito — disse il maresciallo [al capitano Bellodi] [...] si sarà gettato a 
dormire in una pagliera, ubriaco fradicio... (p. 21) 

Ranella, sic. panella 'tipica frittata soprattutto palermitana' (Traina 1868, 
Nicotra 1883): 

1/3. La piazza era silenziosa [...]: solo il rombo dell'autobus e la voce del vendi- 
tore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica, (p. 9) 

4. Il venditore di panelle, che era a tre metri dall'uomo caduto, muovendosi come 
un granchio cominciò ad allontanarsi verso la porta della chiesa, (p. 9) 

5. [...] [l'uomo] andava a vendere le panelle calde nell'atrio delle scuole elemen- 
tari, (pp. 12-13) 

6. Dieci minuti dopo il maresciallo aveva davanti il venditore di panelle: la faccia 
di un uomo sorpreso nel sonno più innocente, (p. 13) (La citazione segue quella 
precedente) 

7. — Dunque — disse [...] il maresciallo — tu stamattina, come al solito, sei ve- 
nuto a vendere panelle qui: [...] (p. 13) 

8. — [...] voglio sapere una cosa sola, me la dici e ti lascio subito andare a ven- 
dere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato? (p. 13) 

(Il maresciallo interroga il venditore di 'panelle') 

9. [...] — Uno che vende panelle si è ricordato, ma dopo due ore, di aver visto 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLTTALL^NO REGIONALE DI SICILIA 293 

all'angolo di via Cavour - piazza Garibaldi qualcosa come un sacco di carbone 
appoggiato al cantone della chiesa, [...] (p. 13) 
(Il maresciallo parla al telefono) 

10. Fatto il colpo, l'assassino non era certo venuto avanti nella piazza, dove c'era 
l'autobus con una cinquantina di persone dentro e il venditore di panelle fuori, a 
due passi dal morto, (p. 33) 

11. [...] l'assassino poteva star sicuro del silenzio di Nicolosi, come di quello del 
venditore di panelle e degli altri; [...] (p. 33) 

Paneìlaro, sic. panillaru 'venditore di «panelle»' (Traina 1868, Nicotra 
1883) 

1/2. — Manca qualcosa — disse il maresciallo al carabiniere Sposito [...] — 
manca qualcosa, o qualcuno... 

— Il paneìlaro — disse il carabiniere Sposito. 

— Perdio: il paneìlaro — esultò il maresciallo [...J (p. 12) 

3. Un carabiniere fu mandato di corsa ad acchiappare il paneìlaro: [...] (p. 12) 

4. — C'era? — domandò il maresciallo al bigliettaio, indicando il paneìlaro. (p. 
13) 

5. — Ho la licenza — disse il paneìlaro [al maresciallo] (p. 13) 

6. — Perché — domandò il paneìlaro, meravigliato e curioso — hanno sparato? 
(p. 13) 

Il termine alterna, come si sarà notato, col sintagma venditore di panelle, 
che ricorre 5 volte negli esempi su citati sotto panello (es. 1/3, 4, 6, 10, 11) ed 
una volta anche con uno che vende panelle (es. 9) 

Pigliainculo, sic. piglianculu (Scavuzzo 1982 sub omu 9: cfr. supra Mez- 
z'uomo): 

1. [...] i [...] pigliainculo [...] (p. 100) (cfr. supra Mezz' uomo es. 1/3) 

2. E [l'umanità scende] ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando 
un esercito... [...] (p. 100) 

(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) 

Pozzo a lume, sic. puzzi lumi 'vestibolo nell'interno delle case che dà luce 
alle stanze' (Nicotra 1883): 

1. [...] al posto del cortile c'era un pozzo a lume [...] (p. 64) 

2. L'ufficio del comandante aveva una grande finestra che dava sjil pozzo a lume; 
l...](p.64) 

Prescia, sic. prescia 'fretta' (Traina 1868, Nicotra 1883), «dial.» secondo 
lo stesso Zingarelli 1983": 

1. [...] I due [...], col loro andare di prescia, colpivano per un momento l'attenzio- 
ne della gente (p. 108) 



294 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

Pupo di zucchero, sic. pup' i zùccuru 'tipico dolce siciliano' (Nicotra 
1883): 

1/2. Qualche giorno dopo, venuto il Pizzuco a B., il Marchica seppe che riguardo 
al Nicolosi non avrebbe più dovuto nutrire preoccupazione alcuna, essendo or- 
mai, così testualmente si espresse il Pizzuco, buono solo a far trovare i pupi di 
zucchero ai bambini: riferendosi al costume del luogo di una specie di befana ai 
bambini nella ricorrenza del giorno dei morti: con doni, appunto, di pupi di zuc- 
chero, (p. 73) 

Quaquaraguà, sic. quarquaraquà fig. 'persona senza spina dorsale' (Traina 
1868, Nicotra 1883 ma con diversa accezione. Scavuzzo 1982 sub omu 9 regi- 
stra la variante quaraquaquà: cfr. supra Mezz'uomo): 

1. [...] i quaquaraquà [...] (cfr. supra Mezz' uomo es. 1/3) 

2. — [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle poz- 
zanghere, che la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle ana- 
tre... [...] (p. 100) 

(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) (La 
citazione segue quella di Pigliainculo es. 2) 

3. [...] un quaquaraquà [...] (p. 101) (cfr. supra Mezz'uomo es. 4) 

Salma, sic. sarma 'misura di estensione' (Traina 1868). Voce diffusa e regi- 
strata nello Zingarelli 1983": 

1/2. [...] di uno che col prestito ricevuto avesse comprato un mulo, necessario per 
la salma di terra che possedeva, in capo a due anni il creditore si prendeva il mu- 
lo e la salma di terra, (p. 26) 

3. — Quanti ettari ne possiede [di terra]? [chiede il capitano Bellodi] 
— Ventidue salme e...: facciamo novanta ettari, (p. 96) (Risponde il vecchio ca- 
pomafia) 

Scasato, sic. scasatu 'uscito fuori' (dalle orbite) (Rigeli 19843, p. 500): 

1. — [...] [il soprannome] lanterna, [si affibbia a] uno che ha gli occhi scasati co- 
me lanterne; [...] (p. 41) 
(Il carabiniere Sposito parla col capitano Bellodi). 

Schioppeta, sic. scupetta 'fucile' (Traina 1868, Nicotra 1883): 

1. — Sì, alle sei e trenta; dall'angolo di via Cavour, due colpi a lupara, forse da 
un calibro dodici, forse una schioppetta a canne segate... [...] (p. 13) 
(Il maresciallo parla al telefono) 

Smammare, sic. smammari 'svezzare' (Traina 1868, Nicotra 1883): 

1. — [...] Nel '35, ricordo, c'era qui un brigadiere che aveva il fiuto di un bracco, 
e anche la faccia aveva da cane. Succedeva un fatto: e quello si metteva sulle pe- 
ste, ti prendeva come si prende una lepre appena smammata, (p. 47) 
(Il vecchio capo mafia don Mariano parla con un giovane mafioso) 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLTTAUANO REGIONALE DI SICILIA 295 

Taddema s.f., sic. taddèma s.m. 'aureola' (Traina 1868, Nicotra 1883). Qui 
Sciascia ha operato anche un «trasferimento categoriale» (Sgroi 1979-1980) del 
grammena femminile per influsso dell'equivalente lessema italiano: 

1. [...] una taddema di innocenza gli [= al capomafia don Mariano] illuminava la 
testa greve, pareva anche dalle fotografie, di saggia malizia, (p. 113) 

Tomolo, sic. tùmminu 'misura di peso' (Traina 1868, Nicotra 1883). La vo- 
ce è registrata anche nello Zingarelli 198311 con la precisazione: «in uso nell'I- 
talia Meridionale»: 

1. — [...] [il venditore di panelle] ha fatto promissione a Santa Fara di un tomolo 
di ceci, che per miracolo non è stato impiombato, dice, vicino com'era al bersa- 
glio... (p. 13) 
(Il maresciallo parla al telefono) 

I regionalismi segnici possono essere così raggruppati in base alla loro fre- 
quenza: 



Rango 


Frequenza 


Tip. 


Occorrenze 


Lemmi 


I 


13 


2 


26 


chiarchiaro, ingiuria 


II 


11 


1 


11 


panello 


m 


6 


2 


12 


cosca, paneìlaro 


IV 


5 


1 


5 


lupara 


V 


4 


2 


8 


continentale, mezz'uomo 


VI 


3 


1 


3 


quaquaraguà 


vn 


2 


6 


12 


germo, ominicchio, pigliain- 
culo, pozzo a lume, pupo di 
zucchero, salma 


VITI 


1 


15 


15 


ala, astutare, campiere, cas- 
sata, grano, guardianìa, la- 
stimare, matrice, pa- 
gherà, prescia, scasato, 
schioppetta, smammare, tad- 
dèma, tomolo 




45 


30 


92 





296 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

3.2. Regionalismi fraseologici 

Riguardo ai costrutti fraseologici imputabili alla presenza del dialetto, in 
pratica tutti a frequenza 1, possiamo menzionare i seguenti: 

Baciolemani formula di saluto di rispetto, trascritta in una sola parola, sic. 
vasi manu (Traina 1868; Tropea 1985: manu n. 41): 

1. Un vecchio (...] disse — baciolemani. (p. 85) 
(cfr. supra § 2. (v) Barruggieddu es. 1) 

Camminare (o passeggiare o calcare i piedi) sulle corna di qn., sic. ncar- 
cari i pedi supra i corna di unu fig. 'maltrattare qn': 

1. — Io non mi sento cornuto — disse il giovane [mafioso]. 

— E nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle coma degli altri: come 
se ballassimo... _ e il vecchio [capomafia don Mariano] si alzò ad accennare dei 
saltelli di danza; (p. 50) 

2. — Il popolo, la democrazia — disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po' 
ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle cor- 
na della gente — sono belle invenzioni: [...] (p. 50) 

(Stessi interlocutori di cui nell'es. precedente) 

3. _ [...] E sai chi se la si^assa a. passeggiare sulle corna? (p. 50) 
(Stessi interlocutori di cui sopra) 

4. _ [...] i preti [...] i politici [...] tanto piìi dicono di essere col popolo, di volere il 
bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; (p. 50-5 1 ) 

(Stessi interlocutori di cui sopra) 

Spremere una cote, sic. sprèmiri na cuti (Nicotra 1883 sub sprèmiri: non 
putiri sprèmiri la petra) 'cavar sangue da una rapa': 

1. — È come spremere una cote, non esce niente — disse [il maresciallo], allu- 
dendo ai fratelli Colasbema e soci, e a tutto il paese, e alla Sicilia intera, (p. 21) 

Avere il cuore nero (come la pece), sic. aviri u cori niuru 'avere il presenti- 
mento che stia per accadere un funesto evento' (Piccitto 1977): 

1. — [...] un disastro, mio caro, un disastro... 

— Lei vuol farmi diventare il cuore nero come la pece... (p. 89) 
(Due anonimi affiliati alla mafia a colloquio) 

Fare cogliere da terra i denti a qn., sic. fari rricogliri (o rricogghiri) i 
denti di n-terra a unu 'pestare a sangue qn.': 

Disse infatti Pizzuco che [...] doveva un ringraziamento al Signore se lui, Cola- 
sbema, non gli faceva, precisa espressione, cogliere da terra tutti i denti: facendo- 
glieli, cioè, cadere a forza di pugni, (p. 79) 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLITALL\NO REGIONALE DI SICILIA 297 

Cogliere duri e maturi, sic.(cogliri) lu duru e lu maturu (Traina 1868 sub 
maturu) fig. 'colpire in modo indiscriminato': 

— (...] [Il prefetto] Mori, come vi dicevo, è stato qui un flagello di Dio: passava 
e coglieva, come qui si suol dire, duri e maturi, chi c'entrava e chi non c'entrava, 
birbanti e galantuomini, a fantasia sua e di chi gli faceva le spiate... (p. 59) 
(Parla un mafioso) 

Avere il fuoco di Farfarello, sic. aviri u focu di farfareddu (Traina 1868: 
Faìfareddu) 'essere incauto': 

— [...] Qui ci vuole discrezione, amico mio; naso, tranquillità di mente, calma: 
questo ci vuole... E mandano uno che ha il fuoco di Farfarello... (p. 83) 

(Un eccellenza, affiliato alla mafia, parla al telefono) 

Di franco, sic. francu 'a sbafo, gratis' (Traina 1868, Nicotra 1883, Tropea 
1985:/rancwn. 4): 

[il maresciallo] pensava «questo qui ora immagina che io venga a consumare di 
franco in questo bar». Ma il capitano aveva ben altri pensieri, (p. 57) 

Pagare al giusto, parafrasi del sic. aggiustari 'pagare puntualmente gli 
operai la sera del sabato', come precisa altrove lo stesso Sciascia (1984, p. 21): 

— Se ne prende tanta [di preoccupazione] che, col denaro che tira fuori, [il go- 
verno] potrebbe pagare il salario agli operai, al giusto e regolarmente, senza farli 
scendere nella zolfara: e forse sarebbe meglio... (p. 23) 

Pane del governo, sic. pani dò gguvernu 

— Ho la bocca anch'io sotto il naso — disse il capitano — ma le assicuro che 
mangio soltanto quello che voi siciliani chiamate il pane del governo, (p. 100) 

(Il capitano Bellodi interroga il vecchio capomafia don Mariano) 



Fare l'occhio di sarda morta, sic. fari l'occhiu di sarda morta 'ammicca- 



re 



— [...] Quel fascicolo poi, fortunatamente, scomparve... No, non fare quell'oc- 
chio di sarda morta: non ci ho avuto mano io, a farlo scomparire; (p. 90) 

Rubare al passo, sic. mittìrisi (o ittàrisi ) ó passu 'derubare qn. mettendosi 
in agguato' (Traina 1868): 

L'aver rubato al passo [Parrinieddu. il confidente] diceva errore di gioventù: [...] 
(p. 25) 

Avere il pelo sullo stomaco, sic. aviri u pilu ntó stomacu 'essere persona di 
molta esperienza, abituata a tutto' (Lo Zingarelli 1983" registra l'espressione 



298 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

con diverso significato: 'essere insensibile'): 

— Diego non è uomo da parlare: ha quattro dita di pelo sullo stomaco. 

— Lascia stare il pelo sullo stomaco. [...] (p. 88) 

Togliere le scarpe dai piedi di qn. fig., sic. livaricci i scarpi de pedi a una 
'mettere nel sacco qn': 

— Non metterti in testa che gli sbirri siano tutti stupidi: ce ne sono che, ad uno 
come te, possono togliere le scarpe dai piedi; e tu cammini scalzo senza accor- 
gertene... (p. 47) 

(Il vecchio capomafia don Mariano parla con un giovane mafioso) 

Stare in speranza che, sic. stari a spiranza e a (Traina 1868) 'sperare che': 

— [...] il commendator Zarcone si raccomanda a lei, mi ha detto 'stiamo in spe- 
ranza che l'onorevole lo [= il capitano Bellodi] faccia ritornare a mangiare polen- 
ta' (pp. 24-25) 

(Un mafioso a colloquio con un onorevole mafioso) 



3.3. Regionalismi semantici 

Fra gli esempi di voci adoperate con significati di origine dialettale possia- 
mo menzionare i seguenti: 

Compare, sic. cumpari appellativo non necessariamente di parentela (Pic- 
citto 1977): 

1. [...] compare Alfio, [...] (p. 35) (cfr. supra § 2. (vi-vii) cumpari Turiddu es. 2) 

2. Ma qualche volta, di coltello o di lupara (non più di musica, per fortuna), la 
peggio toccava ai compari Alfio: [...] (p. 35) 

Cristiano, sic. cristianu 'individuo, persona, uomo' (Piccitto 1977): 

1. — [...] Quando di notte [...] si tira dal letto un povero cristiano, vecchio e sof- 
ferente per giunta, e lo si trascina in carcere come un malfattore, gettando nella 
costernazione e nell'angoscia una famiglia intera: e no, questa non è cosa [...] 
giusta... (p. 58-59) 

(Un anonimo mafioso) 

2. — [...) Ma che tra me e lui [il Marchica, mafioso] ci siano mai stati rapporti 
così stretti, e poi per togliere. Dio ne scansi, la vita a un cristiano... (p. 75) 

(Il mafioso Pizzuco viene interrogato dal capitano Bellodi) 
3/4. Mai signor capitano, mai: per Rosario Pizzuco la vita di un cristiano, di ogni 
cristiano, sta come sull'altare maggiore di una chiesa: è sacra, signor capitano, 
sacra... (p. 75) (La citazione continua quella precedente) 

Giardino, sic. ggiardinu, iardinu 'agrumeto' (Tropea 1985: iardinu n. 1): 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL ITALIANO REGIONALE DI SICILIA 299 

1/2. [...] Diego [Marchica] quel giorno e nell'ora in cui veniva commesso il delit- 
to [...] [si trovava] in un giardino di proprietà del dottor Baccarella, e sotto gli oc- 
chi del dottore, uomo uso a levarsi dal letto per tempo e a seguire i lavori in giar- 
dino, stava occupato nel sereno e nel pacifico compito di far piovere da un tubo a 
spruzzo acqua sui prati, (p. 112) 

Imbalsamato, sic. mmasamatu 'intontito' (Tropea 1985): 

— Se non sono comunisti, basterà che il papa dica quello che deve dire, ma che 
lo dica chiaro e forte, e resteranno imbalsamati. (24) (L'uomo vestito di nero, 
mafioso, parla all'uomo biondo politico e mafioso) 

Pungere, sic. punciri 'preoccupare' (Traina 1868, Nicotra 1883): 

1 . — Ma ora la cosa è diversa: che un uomo simile stia dalle nostre parti, dovreb- 
be pungere più a lèi che a me... (p. 22) 
(Dialogo fra un mafioso e un onorevole affiliato alla mafia) 

Persona (o uomo) di rispetto 'mafioso, così auto-definitosi' 

1. — [...] Una persona di rispetto, come voi dite, viene un giorno a fare un certo 
discorso a Salvatore Colasbema [...] (p. 19) 

(Il capitano Bellodi interroga Giuseppe Colasbema) 

2. — [...] Colasbema non vuole, o non sa, guardare il rovescio di quel discorso: e 
l'uomo di rispetto si offende, (p. 19) 

(Stessi interlocutori di cui sopra) 

Santa chiesa, sic. santa chiesa 'organizzazione mafiosa' considerata dal 
punto di vista del mafioso: 

1. — [...] Io dico: ti ho lasciato fare la spia perché, lo so, devi tirare a campare; 
ma devi farlo con giudizio, non è che devi gettarti contro la santa chiesa — (p. 
51) 

(II vecchio capomafia don Mariano parla di Parrinieddu. il confidente, con un 
altro giovane mafioso, come se gli stesse davanti) 

2. e santa chiesa voleva dire di se stesso [= don Mariano] intoccabile, e del sacro 
nodo di amicizie che rappresentava e custodiva, (p. 51) (La citazione segue quel- 
la precedente) 

3. [...] disse — ... e se ti getti contro la santa chiesa [...] (p. 51) 
(cfr. supra § 2. (i) Parrinieddu es. 6) 

Allo scuro, sic. ó scuru 'alla cieca' (Traina 1868): 

— Io non so niente — disse il confidente [...] — non so niente: ma tirando a in- 
dovinare allo scuro, posso dire che le proposte le avrà fatte Ciccio La Rosa, o Sa- 
ro Pizzuco... (p. 31) 

{Parrinieddu, il confidente, viene interrogato dal capitano Bellodi) 

Succhiarsi, sic. sucàrisi fig. 'impadronirsi rapidamente' detto di un paese 
(Mortillaro 1876^): 



300 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

1. [...] si parlava della guerra che avevamo attaccata in Grecia; uno dice «entro» 
quindici giorni ce la succhiamo», voleva dire la Grecia e Colasbema fece «e che 
è, un uovo?» (p. 14) 

Vampa, sic. vampa 'fiammata', come precisa altrove lo stesso Sciascia 
(1984 p. 75) 

1. Pensieri, pensieri che sorgevano e si dissolvevano nella vampa in cui il sonno 
da sé si consumava, (p. 87) 

Zio, sic. zziu 'appellativo di rispetto rivolto a persone senza vincolo di pa- 
rentela' (Traina 1868, Scavuzzo 1982): 

1. [...) i siciliani [...] avevano visto sul banco degli imputati, nei grandi processi 
delle assise, tutti i don e gli zìi, i potenti capi elettori e i commendatori della Co- 
rona, medici e avvocati che si intrigavano alla malavita o la proteggevano; [...] 
(p.56)i'. 

In questa categoria facciamo rientrare anche i nove soprannomi adoperati 
— a differenza di quelli menzionati sopra nel § 2. — in veste italiana, e cioè: 
L'orbo, sic. l'orbu (cfr. Rohlfs 1984: orbu) 
Lo zoppo, sic. u zzoppu (cfr. Rohlfs 1984: zoppa) 
Lo sciancato, sic. u sciancata (cfr. Rohlfs 1984: sciancatu) 
Il mancino, sic. u mancolinu (cfr. Rohlfs 1984: mancolinu. Tropea 1985: 
mancusu). 

Tutti e quattro questi soprannomi vengono allineati in un unico enunciato: 

Ma procediamo con ordine: [ci sono] le ingiurie che dicono dei caratteri e dei di- 
fetti fisici. Le pili banali: l'orbo, lo zoppo, lo sciancato, il mancino... Somigliava 
a qualcuna di queste Vingiuria che disse suo marito? (p. 41) 
(Il capitano Bellodi interroga la moglie di Nicolosi, lo scomparso) 

Il gatto, sic. ujattu (cfr. Rohlfs 1984: gattu , jattu): 

— No — disse la donna scuotendo la testa. 

Le somiglianze: ad animali, ad alberi, a cose... Per esempio, il gatto: per un uomo 
che ha gli occhi grigi, o qualcosa che lo fa somigliare a un gatto... (Stessi interlo- 
cutori di cui nell'es. di sopra) (La citazione continua quella precedente). 

Bottiglione, sic. bbuttigghiuni (cfr. Rohlfs 1984: buttìgghia): 

— [...] Le cose: vediamo un po', soprannomi per somiglianza a qualche ogget- 
to... [Il capitano Bellodi continua ad interrogare la moglie dello scomparso] 



" Sui diversi valori dei vari allomorfi «zelzi -i-Nome proprio», «art. deter.+z/M/z/a», zizì 
cfr. anche Sciascia (1984, pp. 116-19). 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLITALIANO REGIONALE DI SICILIA 30 1 

— Conosco uno soprannominato bottiglione — disse il maresciallo — e ha dav- 
vero forma di un bottiglione, (p. 41) 

Lanterna, sic. lanterna (cfr. Rohlfs 1984: lantirnieri 'che porta la lanterna') 

Peracotta, sic. piru-ugghiutu (cfr. Rohlfs Ì9S4: piru-ugghiutu) 

Ostia-divina, sic. ostia ddivina, ostia sacra 

Questi ultimi tre soprannomi sono menzionati da uno stesso personaggio: 

— Se permette — disse il carabiniere Sposilo [...] se permette posso dime qual- 
cuna, di ingiurie che sono nomi di cose: lanterna, uno che ha gli occhi scasati 
come lanterne; peracotta, uno che è fradicio di non so che malattia; [...] ostia-di- 
vina, perché ha la faccia tonda e liscia come un'ostia... (pp. 41-42). 

Dal punto di vista delle frequenze e dei ranghi le distribuzioni dei regiona- 
lismi semantici qui registrati formano le seguenti classi: 



Rango 


Frequenze 


Tipi 


Occorrenze 


Lemmi 


I 


4 


1 


4 


cristiano 


II 


3 


1 


3 


santa chiesa 


III 


2 


3 


6 


compare, giardino, persona 
(uomo) di rispetto 


IV 


I 


15 


15 


imbalsamato, pungere, allo 
scuro, succhiare, vampa, zio, 
soprannomi: l'orbo, lo zop- 
po, lo sciancato, il mancino, 
il gatto, bottiglione, lanterna, 
peracotta, ostia-divina^- 




10 


20 


28 





'2 Un regionalismo semantico, per così dire, «mancato» h paesano 'compaesano', usato da 
Sciascia altrove (Sgroi 1984 § 1.2.1), qui scartato a favore del più canonico concittadino e della 
parafrasi una del suo paese: 

1. Ma ci fu un intoppo nell'incontro, a metà della via Cavour, mentre il Marchica fuggiva, 
col suo concittadino Paolo Nicolosi: il quale nettamente lo riconobbe, e anzi lo chiamò per no- 
me, (p. 73) 

2. — Lui [il futuro marito] ha conosciuto me, ad un matrimonio: un mio parente sposava 
una del suo paese, io sono andata al matrimonio con mio fratello, (p. 44) 

(La giovane moglie del Nicolosi risponde al capitano Bellodi) 



302 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

3.4. Adattamento fonologico di parole affini 

Sotto l'etichetta di «adattamento fonologico di parole affini» (Weinreich) 
possiamo far rientrare quei termini che vengono modificati solo nel significante 
per attrazione di una parola affine nel dialetto, senza che ne venga coinvolto il 
piano semantico. È il caso di: 

Intramare, sic. ntramari 'tramare': 

Per la prima volta, da che faceva il confidente, aveva dato in mano ai carabinieri 
un filo da tirare che, a saper fare, avrebbe potuto smagliare tutto un tessuto di a- 
micizie e di interessi in cui la sua stessa esistenza era intramata, (p. 52) 

Svampata, sic. svampata 'vampata' (I dizionari italiani registrano solo il 
verbo svampare non il derivato femminile. Il lessema regionale svampata riem- 
pie così la casella vuota nel sistema derivativo dell'italiano): 

Le note definivano il Marchica delinquente abilissimo ed accorto, sicario di asso- 
luta fiducia: ma capace, nel giuoco e nel vino, di improvvise svampate, come il 
tentato omicidio in rissa dimostrava, (p. 46) 



3.5. Ipercaratterizzazione 

Un caso di ipercorrezione, o per meglio dire di ipercaratterizzazione, dovu- 
to cioè al rifiuto del termine comune italiano in quanto sentito come dialettale e 
scartato per un lessema meno diffuso, è quello di: 

Intrigare v. tr. sic. ntricari 'intricare', che ricorre anche nella forma prono- 
minale intrigarsi, sic. ntricàrisi 'intricarsi': 

1. La luce delle torce elettriche, intrigata dai cespugli che venivano fuori dalle 
pareti del crepaccio, batteva appena sul fondo, (p. 85) 

2. [...] medici ed avvocati [...] si intrigavano alla malavita [...] (p. 6) (cfr. supra § 
3.3 Zioes. 1) 



3.6. Casi di «iperfrequenza» 

Fra i termini di coppie di sinonimi particolarmente frequenti per la pressio- 
ne indiretta esercitata dal dialetto è da segnalare il caso di ammazzare (sic. am- 
mazzari) che ricorre 23 volte contro le 7 di uccidere. Come abbiamo avuto già 
occasione di rilevare (cfr. Sgroi 1983 § 2.6 e nota 7), sommando le occorrenze 
di questi due sinonimi a quelle contenute in un altro racconto sciasciano, il 
Candido, (rispettivamente 9 e 10), abbiamo un totale di 23-t-9 (ammazzare) e 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL'ITALIANO REGIONALE DI SICILIA 303 

7+10 ( uccidere )^^ e la differenza fra le due ripartizioni risulta, alla luce del test 
di Pearson, ampiamente significativa, essendo x^ = ^9,11. 

Manco è preferito ai sinonimi neppure I nemmeno dietro la inevitabile pres- 
sione del sic. mancu (Tropea 1985): 

1. Io dico (...J «mia moglie e le mie figlie non possono uscire manco per andare a 
messa», (p. 24) (Un mafioso riferisce il colloquio col capitano Bellodi) 

2. — Non ha compartecipazione o interessi in imprese edilizie? Ichiede il capita- 
no Bellodi al capomafia don Mariano] 

— Io? Manco per sogno. [Risponde Don Mariano] (p. 105) 

L'influenza del dialetto determina anche il recupero di voci definite dai di- 
zionari della lingua italiana come «arcaiche» o «rare». Queste voci potrebbero 
naturalmente essere considerate anche come esempi di "regionalismi segnici", 
da includere quindi nel § 3.1. E il caso di: 

Cilestrino, sic. cilistrinu 'azzurro' detto degli occhi (Piccitto 1977), che lo 
Zingarelli 1983" definisce «raro lett.»: 

— E com'è? Di faccia, voglio dire, nel fisico... [chiese il capitano Bellodi al ma- 
fioso Marchica] 

— Della mia statura, di pelo biondo e gli occhi cilestrini... [rispose il Marchica] 
(p. 66) 

Promissione, sic. prummissioni 'promessa in cambio di una grazia, voto' 
(Traina 1868: prumissioni). Lo Zingarelli 1983" oXichQiia. promissione come 
voce «t», cioè decisamente arcaica: 

— [...] [il venditore di panelle] ha fatto promissione a Santa Fara di un tomolo di 
ceci che per miracolo non è stato impiombato, dice, vicino com'era al bersaglio... 
(p. 13) 

(Il maresciallo parla al telefono) (cfr. supra § 3.1 Tomolo) 

Vampare, sic. bbampari 'bruciare' (Piccitto 1977), connotato come «arcai- 
co» dallo Zingarelli 1983" ed adoperato al pari che nel Candido (Sgroi 1983 § 
2.8) con soggetto animato: 

1 . Rimuginando queste notizie e vampando di impotente rabbia, il capitano anda- 
va a caso per le strade di Parma [...] (p. 114) 



'^ Per esigenze di spazio omettiamo qui la esemplificazione delle 30 occorrenze di am- 
mazzare ed uccidere, già da noi fornita in Sgroi 1983, nota 7, a cui ci permettiamo quindi di 
rinviare il lettore. Tre citazioni di ammazzare si troveranno comunque qui al § 2. (i) Parrinied- 
du es. 7 e (vi-vii) Cumpari Turiddu ess. 1, 2. 



304 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

3.7. Regionalismi «atipici» 

Un esempio di regionalismo «atipico» (Tropea 1976, Cortelazzo 1982), di 
USO cioè regionale non imputabile al siciliano, è invece: 

Stradale s.m. 'strada interurbana' (il termine siciliano essendo stratuni con 
diverso morfema derivativo, italianizzato da autori come Pirandello e Capuana 
in stradone, che Nicotra 1883 dà come traducente italiano anche di viali) 

1 . [Il capitano Bellodi] Salutò il vecchio e per il viottolo si avviò allo stradale, (p. 
86) 

2. — Posso fare appello alla sua memoria almeno per quanto riguarda un fatto 
più recente? [chiede il capitano Bellodi al vecchio capomafia don Mariano] 

— Vediamo. 

— L'appalto per lo stradale Monterosso-Falcone: [...] (p. 106)''* 



'"* Per quanto riguarda ancora l'ambito lessicale, indichiamo qui i lessemi solitamente ta- 
buizzati, che connotano la lingua sciasciana se non (o se non necessariamente) dal punto di vi- 
sta diatopico (dialettale), certamente dal punto di vista diastratico (registro popolare): 

Culo, sic. culu (Piccitto 1977): 

— Il popolo, la democrazia — disse il vecchio [capomafia] [...] sono belle invenzioni: co- 
se inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all'altra e tutte le parole nel 
culo dell'umanità, con rispetto parlando... Dico con rispetto parlando per l'umanità... (p. 50) 

(Cfr. supra § 1 .3 il composto nominale / pigliainculo) 

Figlio di .... sic. figghiu di ... (Tropea \9S5:fìgghiu n. 8): 

Che fiuto aveva, figlio di ...: [quel brigadiere] era nato sbirro così come si nasce preti o 
cornuti, (p. 47) (Il vecchio capomafia parla a un giovane mafioso) 

Figlio di una troia, sic. figghiu di na troia: 

Nell'altro ufficio, Pizzuco [mafioso] cantava: 'cornuto, uomo da quattro soldi, figlio di u- 
na troia: quattro nerbate, e ti fanno vomitare tutto; [...] (p. 68) 

Fottersene, sic. futtirisìnni {Tropea. Ì9S5: fùttiri n. 17): 

Stavo per dirgli [al capitano Bellodi] «e che me ne fotto io se ha mangiato [questa gente] o 
non ha mangiato?» (p. 23) (Un mafioso riferisce il colloquio col capitano Bellodi). 

L'espressione /are l'amore è qui usata col valore non di 'avere rapporti sessuali', ma piut- 
tosto di 'essere fidanzato, corteggiare, flirtare' (cfr. Nesi 1982); mentre nel Candido la variante 
fare all'amore ha sempre il significato di 'avere rapporti sessuali' (cfr. Sgroi 1987 § 1.4). 

[...] il carabiniere Savarino faceva l'amore con la figlia dei tabaccaio Palizzolo, tutto il 
paese lo sapeva e si prevedeva prossimo il trasferimento di Savarino (p. 17) 

Altrove, ne Le parrocchie di Regalpetra, VA. adopera invece il più pregnante scopare: 

Ecco don Carmelo in piedi nel mezzo della sala, vibrante d'entusiasmo: 

[...] io so che quello [...] si scopa le più belle donne di Roma" (Sciascia 1956, 19754 p 
121) 

Incazzato, sic. ncazzatu (Traina 1868: incazzàrisi): 

Non lo sapete, beato voi: che a me è toccato sentirlo dall'interessato che, vi assicuro, era 
incazzato da fare spavento... (p. 82) (Un eccellenza, mafioso, al telefono con un altro mafioso) 

Quanto al termine cornuto, sic. curnutu (Piccitto 1977), certamente il più usato di tutti, ri- 
corre non meno di 15 volte (p. 45, 47: cfr suprafìglio di..., 47, 48: quattro volte, 49: cfr. supra 
§ 4.1 es. n. 3; 49, 50: cfr. supra § 3.2 Camminare sulle corna di qn, 50, 51: due volte, 51: cfr. 
supra § 2. (i) Parrinieddu es. n. 5; 104). 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELLTTAUANO REGIONALE DI SIGILLA 305 

4. Regionalismi morfo-sintattici 

Se ora passiamo ad esaminare come la patina di regionalità colora a livello 
morfo-sintattico la lingua di Leonardo Sciascia, possiamo raggruppare i feno- 
meni qui rilevati in due categorie principali: (i) il «trasferimento di relazioni 
grammaticali», relativo in particolare all'ordine delle parole, alla reggenza e 
all'accordo, e (ii) il «trasferimento di funzioni grammaticali» (Weinreich). 



4. 1 . Trasferimento di relazioni grammaticali 

L'ordine non-marcato SO-V oppure (Sogg.) + Agg. (o P.P.) + Copula, col 
verbo cioè, soprattutto essere, alla fine, proprio del siciliano, si ritrova per e- 
sempio nei seguenti enunciati: 

1. Il maresciallo abbozzò approvazione: ma che ci fosse un rapporto tra l'uccisio- 
ne di Colasbema e la scomparsa di Nicolosi, in verità del tutto convinto non era. 
(p. 37) 

2. Ed uno non si fa sbirro perché ad un certo punto ha bisogno di buscare qualco- 
sa, o perché legge un bando d'arruolamento: si fa sbirro perché sbirro era nato, 
(pp. 47-48) 

(Il vecchio capomafia don Mariano parla con un giovane mafioso) 

3. — Nel '27 — disse il giovane — c'era il fascismo, la cosa era diversa: Musso- 
lini faceva i deputati e i capi di paese, tutto quello che gli veniva in testa faceva. 
Ora i deputati e i sindaci li fa il popolo... Il popolo cornuto era e cornuto resta (p. 
49) 

4. — E il Dibella era già nella verità — continuò il capitano — quando scrisse il 
suo nome e quello di Pizzuco... 

— Nella pazzia era, altro che verità, [rispose don Mariano] (p. 103) 

5. Solo la strada guardo, mi pagano per guardare la strada (11). (L'autista parla 
col maresciallo) 

6. [...] in questo momento di niente mi ricordo [...] (12) (cfr. sotto «frasi ad eco» 
es. n. 1) 

7. il che per un bracciante disoccupato sarebbe stato praticamente impossibile [= 
pagare i debiti], se segrete e certamente illecite risorse non avesse avuto. (45) 

8. [...] sveglio di mente non era [...] (53) (Cfr. supra § 2. (i) Parrinieddu es. n. 9) 

Fra le cosiddette «frasi ad eco», cioè con ripresa frasale e dislocazione a 
destra, o «enunciazioni iterative» (Savoia 1984, p. 181), presenti anche nell'ita- 
liano popolare, possiamo citare almeno due casi: 

1. — Non mi ricordo — disse il bigliettaio — sull'anima di mia madre, non mi 
ricordo; in questo momento di niente mi ricordo, mi pare che sto sognando. 

Ti sveglio io ti sveglio — s'infuriò il maresciallo — con un paio d'anni di galera 
ti sveglio... — (p. 12) 

2. — [...] quel nome o soprannome [...], quant'è vero Dio, lei [= la moglie di Ni- 
colosi, lo scomparso] ce l'ha stampato in mente ce l'ha. (p. 40) 

(II maresciallo parla col capitano Bellodi) 



306 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

Per quanto riguarda la reggenza, possiamo menzionare un esempio con og- 
getto [+umano] preposizionale (a): 

1. — [...] che un uomo simile stia dalle nostre parti, dovrebbe pungere più a lei 
che a me... (p. 22) (Dialogo tra un mafioso ed un onorevole affiliato alla mafia) 
(Cfr. supra § 3.3 Pungere es. 1) 



4.2. Trasferimento di funzioni grammaticali 

Il «trasferimento di funzioni grammaticali», che si realizza quando a un 
morfema o categoria dell'italiano identificato con un morfema o una categoria 
del dialetto si trasferisce la funzione propria svolta in quest'ultimo, riguarda al- 
meno i seguenti casi: 

(i) il «che» focalizzatore grammaticale del tema nelle interrogative sì/no (o 
totali o connessionali o polarizzate) (Sgroi 1979-1980), comune anche all'ita- 
liano colloquiale: 

1. — E che — domandò il maresciallo all'autista — non viaggiava nessuno og- 
gi? (p. 11) (sic. E echi è?) 

2. — [...] e che dobbiamo cambiarne uno ogni quindici giorni? — disse sorriden- 
do l'uomo biondo ed elegante [...] (p. 22) (Un politico mafioso a colloquio con 
un mafioso) 

(ii) il connettivo «che» adoperato con un clitico («ne»), la combinazione 
cioè del grammema relativo e di quello esprimente la funzione di specificazio- 
ne, che anziché essere fusi insieme («di cui») si trovano separati ed espressi 
mediante due elementi diversi (appunto: «che ne») (Sgroi 1979-1980), comune 
anche all'italiano popolare e all'italiano colloquiale o italiano medio parlato: 

1. — [...] Certo, [don Mariano, il vecchio capomafia] soffrirà di qualche scomo- 
dità: [...] gli mancherà il caffè, poveretto, che ne beveva una tazza ogni mezz'ora, 
e fortissimo... [...] (p. 91) 

(ma in quest'esempio il che potrebbe avere anche valore causale 'in quanto'); 

(iii) Il «che» connettivo dal valore genericamente temporale, comune anche 
all'italiano medio parlato: 

1. [...] [Colasbema e i soci] uscirono che avevano dimenticato il lutto che porta- 
vano, [...] (p. 21) 

2. [Parrinieddu] Andò a impostare la lettera che il paese era ancora deserto [...] 
(p. 54) 

(iv) L'omissione dell'articolo determinativo in certi sintagmi: 
A fascio 'allo sfascio': 



PER UN'ANALISI STRUTTURALE DELL' rTALLMMO REGIONALE DI SICILIA 307 

1. — [...] per forza le cose nostre debbono andare a sfascio... (p. 23) 
(Due mafiosi a colloquio) 

Ad ora di 'all'ora del': 

1. — [...] avrebbe dovuto tornare la sera, come al solito ad ora di avemaria dice 
la moglie, ma non toma; e così per cinque giorni, (p. 34) (Si parla del Nicolosi) 

(v) L'uso di determinati morfemi preposizionali con particolari valori in cer- 
te combinazioni: 

A passatempo 'per passatempo': 

1. — Io non ho mai fatto niente di simile. Ma se lei mi domanda, a passatempo, 
per discorrere di cose della vita, se è giusto togliere la vita a un uomo, io dico: 
prima bisogna vedere se è un uomo... (p. 102) 
(Il vecchio capomafia don Mariano viene interrogato dal capitano Bellodi) 

Smarrito a + infinito 'smarrito nel + infinito' 

1. Sarebbe rimasto smarrito, il confidente, a sapere di avere di fronte un uomo, 
carabiniere e per giunta ufficiale, che l'autorità di cui era investito considerava 
come il chirurgo considera il bisturi: [...] (p. 29) 

(vi) L'uso di certe locuzioni preposizionali con determinati morfemi: 
In punta a 'sull'orlo di', sic. m-punta a: 

1. — Lontana da loro, seduta in punta alla sedia, stava una donna giovane [...] 
(p. 15) 

(Ma la locuzione più canonica appare usata qualche riga dopo: 

lei [= la giovane donna] disse — aspetterò — e sedette sull'orlo della sedia, [...]) 

A mezzo del 'nel mezzo del': 

1. — [...] Mi sono levata a mezzo del letto; e gli ho domandato cos'era accaduto, 
con quei due colpi che erano stati sparati, (p. 39) 

(La giovane moglie del Nicolosi, l'uomo scomparso, viene interrogata dal 
capitano Bellodi) 

(vii) L'uso di una forma gerundiale semplice, con valore di gerundio com- 
posto, inserita in un discorso indiretto libero abbastanza complesso: 

1. E senza dubbio [il Marchica] aveva attuato il suo proposito, se qualche giorno 
dopo l'omicidio di Colasbema, recatosi il Pizzuco a B. per un certo di terreni e 
per caso incontrando [=avendo incontrato] il Marchica, da questi aveva avuto. 



308 SALVATORE CLAUDIO SGROI 

senza che peraltro ne avesse sollecitato la confidenza, tremenda rivelazione di un 
duplice omicidio [...] (p. 70) 

(viii) La forma riflessiva rasparsi 'grattarsi' preferita, dietro la pressione 
dialettale sic. arraspàrisi (Piccitto 1977), alla voce intransitiva, la sola registra- 
ta nei dizionari italiani: 

1. Ho visto una casa colonica, nuova nuova, sfondata come una scatola di cartone 
perché una vacca vi si era raspata contro... (p. 14) 
(Il maresciallo parla al telefono) '^ 

(ix) Come caso opposto al precedente, il verbo squagliare è usato intransi- 
tivamente per influsso del sic. squagghiari fig. 'crollare' (Traina 1868), anzi- 
ché alla forma riflessiva squagliarsi riportata nei lessici italiani: 

1. No, non pare facessero [i Colasbema] di quei lavori che alle prime piogge 
squagliano. (14) (11 maresciallo parla al telefono con un superiore) 

2. poi le confessioni, si capisce, squagliarono in istruttoria come neve [...] (46) 



5. A mo' di conclusione 

Concluderemo con qualche riflessione sul significato della «dialettalità» di 
Leonardo Sciascia. Innanzitutto «il tasso», per così dire, di dialettalità — della 
presenza cioè sotterranea del dialetto, che emerge solo raramente come codice 
opposto alla lingua, infiltrandosi piuttosto, a livello lessicale e sintattico, nel 
tessuto dell'idioma nazionale — varia non poco da un'opera all'altra nel tem- 
po, e da un tipo ad un altro di testo. Lo stesso scrittore siciliano ha in più occa- 
sioni tenuto a sottolineare come per esempio Le Parrocchie di Regalpetra 
(1956) siano piene zeppe di dialetto, mentre Todo modo (1974) ne vada quasi 
esente, secondo un processo del tutto naturale di progressiva sregionalizzazione 
e standardizzazione. In una recente intervista Sciascia ha significativamente di- 
chiarato: "Parlo quasi sempre in dialetto, ma penso in italiano. Il dialetto è un 



'5 Un altro regionalismo morfosintattico «mancato» è costituito dal Di (limitativo) + «in- 
finito» adoperato in altro luogo da Sciascia (Sgroi 1979-1980, p. 193 e 1983 § 5.2.2), ma qui 
preferito al «normale» «Per (limitatWo) + infinito»: 

1. [...] e il maresciallo pensava «per parlare, sai parlare: meglio di Terracini» [...] (p. 41) 

2. - Per conoscerlo, signor capitano, lo conosco: [...] (p. 75) 
(Un mafioso risponde al capitano Bellodi) 

3. [...] per essere morto era morto, dubbio non ne aveva; [...] (p. 37) 

Anche il sintagma all' impiedi , usatissimo altrove da Sciascia (Sgroi 1979-1980 p. 196), è 
qui mancante, l'autore optando per la forma meno connotata in piedi: 
1. [...] il capitano seduto [...], il maresciallo in piedi [...] (p. 16) 
2. 1 deputati [...] si alzarono in piedi vociando, (p. 110) 



PER UN' ANAUSI STRUTTURALE DELL TTALIANO REGIONALE DI SICILIA 309 

mezzo di comunicazione più affettivo che espressivo. La lingua è l'italiano" 
(Sciascia 1987 p. 18, colonna I). 

E va ancora qui notato come la componente dialettale, che si è in questa se- 
de voluta privilegiare, non esaurisca naturalmente la lingua dello scrittore sici- 
liano. Il quale, dinanzi alla storica e drammatica diglossia italiana (idioma lette- 
rario come varietà alta e di prestigio ma non lingua materna versus dialetto co- 
me varietà bassa con scarso o nullo prestigio ma idioma materno) ha cercato u- 
na via di mediazione, che all'interno della scelta per l'idioma nazionale tendes- 
se ad avvicinare i due poli, fondendo secondo uno stile personalissimo i registri 
familiari e parlati — di matrice dialettale — con quelli aulici e letterari, mai ne- 
gati, della tradizione italiana (cfr. anche Sgroi 1987 e 1987 a). 



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N. Zingarelli (1983"), Vocabolario della lingua italiana, undicesima edizione a cura di Miro 
Dogliotti e Luigi Rosiello, Bologna, Zanichelli. 



Cristina Lavinio 
(Cagliari) 

Retorica e italiano regionale: il caso deirantifrasi nell'italiano 
regionale sardo 



0. Nell'ampia letteratura (ad esempio "di viaggio"') esistente a proposito della 
Sardegna e dei caratteri, usi e costumi dei suoi abitanti, è possibile notare il 
persistere di constatazioni ricorrenti sul "silenzio", la scarsa loquacità, la misu- 
razione delle parole, quasi centellinate (ma anche dei gesti)2 e insieme sull'iro- 
nia, accompagnata magari da un riso (o forse, meglio, da un sorriso) — non a 
caso, secondo alcuni, e comunque secondo il senso comune, detto «sardonico»^ 
— che caratterizzerebbero gli abitanti dell'isola. 



• Per maggiori notizie su tale letteratura, anche se mancano studi complessivi, cfr. Boscolo 
(1973)eCabiddu(1980). 

2 Bresciani (1850) annotava la ricorrenza del «silenzio» in occasioni particolarmente im- 
portanti: ad esempio «egli incontra non di rado che [nel «patteggiare» «i loro maritaggi», «i 
garzoni»] s'ingaggiano di scambievole patto senza proferir parola» (voi. II. p. 199), oppure, in 
alcuni paesi del Logudoro, la sposa osserva un «istretto silenzio» durante tutta la prima giorna- 
ta di nozze, «colle mani giunte immobile» nel salotto della casa maritale (voi. II, p. 220). Tale 
silenzio delle spose sarde era interpretato dal Bresciani come «simbolo della prudenza che dee 
recar seco in casa de' Suoceri la nuova sposa, mostrandosi grave negli atti, modesta e risebata 
[sic!] in volto, parca nelle parole» {ivi, p. 221). Osservazioni, più in generale, sulla silenziosità, 
riservatezza e solitudine-solennità quasi statuaria di figure e personaggi 'tipicamente' sardi 
compaiono poi in altri viaggiatori illustri, compreso Lawrence (1981): «La gente guarda in si- 
lenzio [l'incedere regale e altero di una nobile giovinetta che si reca al ballo). Nessuno grida, 
corre o schiamazza. Guardano in silenzio, come si conviene» (p. 75); oppure, dopo la «calma 
intensità», di un «nudo» e laconico sì con cui tre sardi rispondono ad una domanda, «calò il si- 
lenzio: un intenso, sardonico silenzio» (ivi, p. 104). Per Vittorini (1975, p. 43) la Sardegna è 
«solitudine d'ogni cosa, d'ogni rupe che par chiusa in se stessa, meditando, e d'ogni albero e 
viandante che s'incontra» e lo stesso scrittore sardo G. Dessi — all'interno delle frequenti an- 
notazioni sul comportamento linguistico dei suoi personaggi — contrappone ad esempio la si- 
lenziosità dei sardi alla loquacità dei toscani: «Questi uomini [...] si aggiravano silenziosi tra i 
toscani dal viso rubicondo e dalla parola sonora. Non formavano un gruppo compatto, ma ave- 
vano un loro linguaggio senza parole» (Dessi 1972, p. 223). Tale «silenzio» è stato poi spiegato 
in correlazione con la scarsa densità demografica della popolazione (cfr. lo stesso Dessi, 1961) 
oppure con l'attività tradizionale prevalente in Sardegna, quella della pastorizia: il pastore con- 
trae un'abitudine al silenzio dal trascorrere gran parte dell'anno solo in una campagna deserta 
(cfr. ad es. Sergi 1907, in cui sono reperibili anche annotazioni di tipo cinesico: il pastore appa- 
re a Sergi «lento nei passi, o fermo sul suo luogo bastone», p. 99). Orano (1919, p. 90) cita poi 
come tipica dei sardi «\a flemma», che essi non perderebbero neppure quando danzano. 

3 Battisti-Alessio (1957, p. 3342) forniscono, in corrispondenza dell'aggettivo sardonico, 
la seguente definizione: «amaro, pungente; specie in riso sardonico — ghigno; convulsione che 
contrae i muscoli delle labbra, quando si sia mangiata la 'sardònia'. Per etimologia popolare è 
detto anche 'riso di Sardegna'». Già in questa definizione si nota come sia facile il passaggio 



312 CRISTINA LAVINIO 

Hanno un qualche fondamento tali annotazioni? La loro ricorrenza in autori 
e osservatori diversi (anche nel tempo) è solo un topos che si trasferisce interte- 
stualmente dall'uno all'altro oppure esse, anche se indubbiamente topiche, pos- 
sono trovare un qualche riscontro nel comportamento comunicativo reale dei 
sardi? 

Per appurarlo si dovrebbe effettuare un accurato studio etnografico della 
comunicazione in Sardegna^ e si dovrebbero, soprattutto, ricostruire la situazio- 
ne e le abitudini comunicative di quella Sardegna "tradizionale" cui si riferisco- 
no gran parte delle osservazioni suddette. Tuttavia possiamo chiederci se sia 
possibile reperire, almeno in parte, un qualche fondamento per tali annotazioni 
(soprattutto per quelle relative all'ironia) prendendo in esame le modalità con 
cui i sardi costruiscono i propri messaggi verbali: forse potremmo trovare una 
risposta positiva, seppure parziale e cauta, analizzando alcuni procedimenti lin- 
guistico-retorici che sembrano realizzare in modo rilevante le varietà linguisti- 
che usate in Sardegna, italiano regionale sardo compreso. Tale direzione di ana- 
lisi si colloca immediatamente all'interno di un problema piià generale: è possi- 
bile e doveroso, nello studio degli italiani regionali, non limitarsi all'analisi e 



dall'etimo più accreditato (in rapporto con sardonia, pianta oppiacea velenosa detta così, peral- 
tro, forse perché ritenuta molto diffusa in Sardegna: cfr. anche Devoto-Oli 1971 e Zingarelli 
1983") all'etimologia popolare che finisce per far diventare tale riso tipico dei sardi. Talvolta, 
peraltro, tale connessione è stata ampiamente discussa: cfr., anche per l'ampia bibliografia. 
Spano 1860 il quale ricorda, pur dissentendo, la posizione di Timeo. Lo storico greco-siciliano 
faceva risalire l'espressione riso sardonico all'uso (vigente presso una colonia di Cartaginesi in 
Sardegna) di sacrificare a Saturno i vecchi di oltre 70 anni, i quali andavano a morte ridendo; e 
sembra che di tale usanza resti traccia in alcune leggende locali: cfr. Usai (1970-\ pp. 69-79). 
Ciò che accomuna questi tentativi di spiegare la genesi dell'espressione riso sardonico è il fatto 
che tale riso venga connesso comunque a situazioni di morte: da quella causata dall'erba vele- 
nosa, che produce una contrazione dei muscoli facciali tale da fornire l'impressione di un riso 
raggelatosi sul volto del cadavere, a quella dei vecchi sacrificati mentre, ritualmente, ridevano 
(e mentre i loro carnefici ridevano). Le diverse ipotesi etimologiche evidenziano dunque la ca- 
rica nettamente antifrastica (rispetto alla situazione contestuale) di tale riso, che comunemente 
viene inteso — se riferito ai sardi — più che nell'accezione di 'cattivo' e 'maligno', in quella 
di 'amaro, pungente', in connessione con una grande capacità di ironia ed anche di autoironia. 
Tuttavia non manca chi ha anche interpretato come 'cattivo' tale riso sottolineandone la tipicità 
sarda: cfr. Orano (1919), un coacervo di luoghi comuni esasperati fino al razzismo (di marca 
lombrosiana) su quella che l'autore ritiene essere la «psicologia della Sardegna»: «i sardi si- 
gnori invece di riconoscere i loro malanni, invece di avere l'umiltà della loro sorte infelice, ri- 
spondono invece al forestiero che loro ricorda tante sciagure con quel riso che è una forma o- 
diosa della vita fisionomica sarda, una espressione pessima della estrinsecazione dello spirito 
sulla loro faccia. Voglio dire del riso sardonico, già noto agli antichi, restato tuttavia stante la 
tenacia della tradizione nell'isola [...]. É un mascherarsi ironico sotto l'influertza supposta gran- 
de di un motto un po' incisivo e... aggressivo, sotto la finezza cattiva del linguaggio intimo sar- 
do [...]. Quel riso e quel sorriso, diciamo la verità, distaccano gli isolani sardi da tutti gli altri i- 
taliani» (pp. 75-77). 

■* Nel senso, ad esempio, di Hymes (1964) e Hymes (1980). Cfr. anche Basso (1970), che 
prende le mosse dalla frequenza (nelle stesse opere di divulgazione e di narrativa popolare) del- 
le osservazioni sul 'silenzio' degli Apache per studiarlo e descriverlo in modo etnograficamen- 
te corretto. 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL' ANTTFRASI NELLITALIANO REGIONALE SARDO 3 1 3 

all'enumerazione di fenomeni fonologici, morfosintattici e lessicali, per chie- 
dersi se non sia individuabile una regionalità anche nell'organizzazione testuale 
e nella particolare ricorrenza preferenziale di modalità e figure studiate finora, 
in generale, dalla retorica. Sarebbe inoltre opportuno studiare, negli italiani re- 
gionali — varietà maggiormente e più immediatamente evidenti nel parlato 
piuttosto che non nello scritto — , la correlazione tra la parte verbale e quella 
non verbale dei testi orali (gestualità e mimica in particolare). 

A questo punto però... piccolina la difficoltà!: per sottolineare ed enfatizza- 
re, con un'antifrasi tipica dell'italiano regionale sardo (sub-varietà campidane- 
se), la grande difficoltà di una ricerca i cui procedimenti metodologici sono an- 
cora lontani dall'essere messi a punto per lo studio dello stesso parlato in gene- 
rale. 

Perciò, posto il problema, mi limiterò ad analizzare alcuni esempi ricorrenti 
di attenuazione e, soprattutto, di antifrasi, che sembrano caratterizzare in modo 
particolare e rilevante sia i vari dialetti sardi che l'italiano regionale di Sarde- 
gna, anche se il fenomeno è sfuggito finora a tutti i linguisti che hanno studiato 
— pur molto accuratamente — tali varietà linguistiche. 

1. L' antifrasi, che troppo spesso si è fatta coincidere con la categoria piìi 
ampia dell'ironia 5, non è che uno dei modi in cui l'ironia può realizzarsi, e 
consiste nel dire qualcosa che, letteralmente, è l'opposto di quanto in realtà si 
pensa (e si vuol significare). Un'inversione semantica il cui senso ironico è in- 
tellegibile sulla base del cotesto e/o del contesto pragmatico con cui l'antifrasi, 
nella sua "letteralità", entra immediatamente in contraddizione. Ma anche altre 
figure retoriche possono essere, spesso, modalità particolari con cui l'ironia, in 
modo più o meno marcato, si realizza: dalle attenuazioni alle iperboli, dalle li- 
toti alle preterizioni. Senza contare che c'è tutta la vasta gamma di possibilità 
costituita dall'ironia citazionale, interdiscorsiva o intertestuale, fino ad arrivare 
al limite estremo della parodia. 

Tali possibilità ironiche sono a disposizione, ovviamente, di tutte le lingue; 
tuttavia ci si può chiedere se ci siano lingue (o varietà di lingua) che più di al- 
tre, mediamente, ricorrono ad enunciati ironici, e quali siano le modalità (le fi- 



5 Cfr. Fontanier (1977, pp. 265-266) che non considera l'antifrasi né come tropo né come 
figura particolare e che finisce per farla coincidere (a meno che non si tratti di una catacresizza- 
ta 'frase fatta') con l'ironia stessa, della quale fornisce la seguente definizione: "L'Ironie consi- 
ste à dire par une raillerie, ou plaisante ou sérieuse, le contraire de ce qu'on pense, ou de ce 
qu'on veut faire penser» (pp. 145-146). Sulle incertezze, a questo riguardo, della retorica tradi- 
zionale, cfr. ora Mizzau (1984, pp. 16-18 in particolare), mentre Morier (1975-, pp. 555-595), 
sotto la voce ironie, offre un ampio repertorio delle diverse figure tese a realizzare lo 'scarto' i- 
ronico; tra esse l'antifrasi, figura di opposizione e di inversione verbale, è solo una delle possi- 
bili. 



3 1 4 CRISTINA LAVINIO 

gure, i costrutti privilegiati, le intonazioni, ecc.) che le diverse lingue (o varie- 
tà) usano preferenzialmente per realizzarli. 

Almansi (1979, p. 1) sostiene ad esempio che «il ne faut pas exclure que qa 
et là, dans la multiplicité babélique, il y ait des langues particulièrement dispo- 
nibles à la manipulation ironique des procédés verbaux», ed è propenso a inse- 
rire tra tali lingue quella inglese, con la sua modalità altamente ironica di 
tongue-in-cheek^'. 

Si tratta peraltro di procedimenti tra i piti difficili da cogliere e comprende- 
re per uno straniero^, e possono produrre in lui una strana impressione di spiaz- 
zamento o disorientamento. Disorientamento e perplessità analoghi a quelli del 
"continentale", nel divertente dialogo immaginario con un sardo, ideato da Co- 
lumbu (1980, p. 12) per esemplificare quella che per lui è l'indubbia e partico- 
lare propensione dei sardi per l'ironia: 

It.: Come sta Efìsio? — Sar.: Efìsio, la gamba gli fa male! — It.: Oh, poverello, 
che ha? — Sar.: Sta benissimo — It.: E perché mi dici che gli fa male una gam- 
ba? — Sar.: Dico che gli fa male una gamba proprio perché sta benissimo. [...] 
It.: Basta, dimmi una cosa: se Efìsio avesse davvero male a una gamba come mi 
avresti risposto? — Sar.: Avrei risposto: bene è che non sta. 

Questo breve dialogo rappresenta bene quella tendenza al parlare ironico e 
"rovesciato" che l'italiano regionale sardo mutua direttamente dalle modalità 
dialettali corrispondenti». 



6 L'osservazione di Almansi sembra collocarsi nell'ambito di quella «stilistica delle lin- 
gue» rivalutata recentemente da Beaugrande-Dressler (1984), i quali osservano come si possa 
parlare anche dello «stile dei testi tipici di una cultura nel suo complesso e della sua lingua do- 
minante» (p. 33) e aggiungono in nota: «Che una lingua nella sua globalità debba avere uno 
'stile' ci pare assurdo: come potrebbe essere una selezione il repertorio stesso? La selezione di 
cui parliamo corrisponderebbe ai mezzi caratteristici che una lingua, fra tutti i mezzi disponibili 
in linea di principio, è in grado di offrire. Al riguardo è di grande aiuto la 'stilistica comparata' 
di Vinay e Darbelnet (1958)». Infatti «la LINGUISTICA CONTRASTIVA, che si occupa delle 
differenze tra le lingue, dovrebbe essere estesa a un confronto delle varie strategie testuali» 
(Beaugrande-Dressler 1984, p. 284) e «la 'stilistica comparata' sviluppata da Vinay e Darbelnet 
(1958), evidenzia, d'altra parte, l'esistenza di divergenze tra i pattern culturali nell'uso effettivo 
del linguaggio. Per quanto i loro criteri sembrino spesso 'impressionistici', Vinay e Darbelnet 
mettono giustamente in rilievo certe importanti regolarità che andrebbero tuttavia approfondite 
meglio da un punto di vista empirico mediante un'analisi psicologica e sociologica» (ivi, p. 
285). 

^ O anche da parte di un bambino nelle prime fasi dell'acquisizione linguistica: i bambini 
molto piccoli tendono a prendere 'alla lettera' ciò che si dice loro e si trovano disorientati di 
fronte a enunciati antifrastici, per quanto essi possano essere frequenti nell'ambiente linguistico 
circostante. 

8 Né è un caso che del fenomeno si siano resi conto finora solo alcuni (pochi) intellettuali- 
scrittori (come Columbu), abituati più di altri a riflettere sulle risorse espressive della lingua; e 
vorrei citare G. Angioni, ben noto come antropologo, ma anche autore di ironici racconti (la 
sua ultima raccolta si intitola, significativamente, Sardonica), che devo ringraziare per avermi 
sollecitato più volte ad occuparmi di tale problema. 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL ANTIFRASI NELL'ITALIANO REGIONALE SARDO 3 1 5 

Si potrebbe fare un inventario dei molti proverbi, detti, ecc. che nelle diver- 
se varietà dialettali sarde si presentano come altamente ironici, segnalando an- 
che il fatto che in Sardegna le stesse imprecazioni più sanguinose sono spesso 
usate in un antifrastico senso ironico-affettuoso e che si ha una particolare fre- 
quenza di ipocorismi, in cui parole di biasimo diventano espressione di affet- 
tuosità, e di asteismi (lodi sotto forma di biasimo). Per fare solo qualche esem- 
pio (campidanese) si può citare l'espressione maladiu 'e ingutti brodu, letteral- 
mente 'malato da inghiottire brodo' (nella mentalità popolare il brodo è il cibo 
tipico dei malati), a proposito di una persona che — si vuole affermare — è sa- 
nissima e non, come lei stessa o un'altra persona ha sostenuto, ammalata; op- 
pure l'imprecazione s' arri su 'e s'arenada (arruta in terra e squartarada) (fa- 
tzas), '(che tu possa fare) il riso della melagrana (caduta a terra e spaccatasi)' o, 
il che è lo stesso, s'arrisu de s'angioni 'e Paska 'il riso dell'agnello di (che si 
uccide a) Pasqua', per rovesciare un riso che giunge a sproposito o anche per 
commentare in tono amichevole e scherzoso un riso che non si condivide del 
tutto. 

Oppure si potrebbero ricordare tutte le forme di comunicazione non esclu- 
sivamente verbale ben codificate nella cultura tradizionale sarda e di tipo alta- 
mente ironico (da sa corredda"^ ai nomi allusivi dei gioghi di buoi'"). 

Tuttavia il discorso ci porterebbe lontani, né apparirebbe poi così probante, 
dal momento che ovunque, per tutte le lingue e culture, possono essere reperite 
modalità di comunicazione ironica altamente codificate. 

È comunque indubbio che, tra le varie forme di ironia strettamente verbale, 
siano usate preferenzialmente, in Sardegna, le attenuazioni e le antifrasi. 

2. L'attenuazione può lessicalizzarsi: un esempio è costituito dall'uso regionale 
di discreto nell'accezione di 'bello'"' e di abbastanza in quella di 'molto'. Può 
così accadere che un sardo risponda, a domande come Ti è piaciuto il mio re- 
galo? con un Abbastanza (per significare 'molto') che suona estremamente 
scortese alle orecchie di un interlocutore non sardo. Attenuazioni frequenti oc- 
corrono poi nelle risposte alla domanda di cortesia: Come stai?, del tipo Di- 
scretamente o Non e' è male per 'Bene'. 

Per quanto riguarda l'antifrasi, si possono ricordare, tra le numerose moda- 
lità antifrastiche che contribuiscono, con la loro alta frequenza, a caratterizzare 



^ Cfr. Gallini (1977, pp. 25-43: Sa corredda e 'a caddu 'e su molenti: il charivari in Sar- 
degna). 

•0 Cfr. Angioni Lòrinczi (1983). 

" Tale accezione di discreto dovette colpire anche Lawrence (1981, pp. 103-104), che ri- 
porta le battute di un personaggio sardo in questo modo: «Sì... Cagliari è molto bella — disse 
berretto-nero. — Cagliari è discreta — [il corsivo è nel testo]. Si capiva che ne era fiero». 



3 1 6 CRISTINA LAVINIO 

l'italiano regionale sardo (anche se spesso, prese isolatamente, esse non sem- 
brano affatto peculiari e regionali), quelle che più propriamente, per la retorica 
classica, sono deìÌQ permissiones o epitropi^-. La permissio è l'esortazione iro- 
nica a perseverare nell'errore e si accompagna, per lo più, all'imperativo. Così 
fuma fuma, vai vai, bevi bevi, ridi ridi, ecc. (con tono di riprovazione), diffuse 
in tutto l'italiano, sono forme di permissio usatissime anche in Sardegna. Ma 
ancora più frequenti appaiono, in Sardegna, quelle al negativo, del tipo Non 
studiare.... Non ubbidire.... Non stare attento...: si tratta dei modi più usuali per 
redarguire qualcuno in tono più o meno minaccioso, sia che si esplicitino nel 
cotesto le conseguenze (non certo positive) del non studiare, non ubbidire, ecc., 
sia che invece ci si limiti a richiamarle implicitamente con questi semplici e- 
nunciati in forma negativa, preceduti magari da un £/z, (eh) che solo apparente- 
mente coincide con l'esclamazione italiana eh!^^, ma che in realtà conserva il 
senso (e la fonetica) dell'affermazione sarda [e] 'sì', forma abbreviata, nella ca- 
tena parlata, di eia 'sì'. 

Un'altra costruzione caratteristica, e più decisamente regionale, è l'uso del- 
la forma negativa per quelle che semanticamente non sono che constative-as- 
sertive, del tipo e non lo so! per 'lo so benissimo', e non fa caldo! per '(toh, 
guarda, non c'era da aspettarselo ma) fa molto caldo', e non ho incontrato x! 
per '(non me l'aspettavo ma) ho incontrato x'. 

A proposito delle espressioni antifrastiche fin qui citate, tutte ricavate dal 
parlato (di registro informale-colloquiale), si può però obiettare che: 

a) esse possono apparire non esclusive dell'italiano regionale sardo: esem- 
pi, quando non identici, per lo meno simili sono reperibili anche altrove; 

b) la loro carica antifrastica è affidata, più che altro, all'intonazione. 

3. Pertanto, a questo punto, è meglio concentrare l'attenzione su quei costrutti 
inequivocabilmente antifrastici (nei quali il variare dell'intonazione non sia 
pertinente) e la cui specificità regionale possa risultare più difficilmente confu- 
tabile. Si tratta di costrutti in cui l'antifrasi finisce per grammaticalizzarsi, se- 
guendo, nell'italiano regionale sardo, regole analoghe a quelle che, nelle diver- 
se varietà di sardo, sovrintendono alla costruzione di diminutivi, accrescitivi o 



12 Cfr. Lausberg (1969, p. 238) e soprattutto Morier (1975^, pp. 563-564). 

•^ Si può ricordare, a questo punto, come anche lo studio delle interiezioni, finora per lo 
più trascurato all'interno delle descrizioni dei diversi italiani regionali, possa essere invece par- 
ticolarmente interessante. Infatti, «come e più di altre parole italiane, le interiezioni hanno una 
distribuzione areale tuttora non accertata» (Neiicioni 1977, p. 246); inoltre l'uso delle medesi- 
me interiezioni può essere diverso all'interno dei diversi italiani regionali: in quello sardo, ad e- 
sempio, appare spesso rovesciato, con accezione positiva e come manifestazione di gioia — di 
contro a quello negativo e come manifestazione di dolore dell'italiano comune — il valore 
dell'interiezione ahi! (si può dire ahi! che bello!, come già segnalavano Massa 1909 e Abruz- 
zese s.d.). 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL' ANTIFRASI NELLTTAIJANO REGIONALE SARDO 3 1 7 

superlativi, apprezzamenti positivi o negativi, specie all'interno di frasi (spesso 
nominali) di tipo esclamativo. 

3.1. Così, ad esempio, nell'italiano regionale sardo-campidanese, è altamente 
produttivo il costrutto antifrastico 

Piccolino + Art + N 

(es.: piccolina la fortuna! per commentare la grande fortuna toccata a qualcu- 
no, oppure piccolina la casa! per designare con ammirazione una gran bella ca- 
sa). 
Tale costrutto ha il suo corrispettivo nel compidanese 

(1) [pi't:iku] -(- Art + N 

Ma nel dialetto esiste anche la possibilità di utilizzare antifrasticamente, e 
con uguale frequenza, un diminutivo organico (sia di nomi che di aggettivi). 
Es.: 

{la) [pres:i' sedda ('58 niz)] 
(2^) [pre3ia' 5eddu ('bab:u5u:)] 

che corrisponderebbero, rispettivamente, a 

* frettina (hai); * contentino (tuo babbo), 

per 'hai una grande fretta' e '(tuo babbo) è molto adirato'. 

Nel caso di {2b) la carica antifrastica è affidata, oltre che al rovesciamento 
del suffisso diminutivale, a quello del significato del lessema: [presi'au] signifi- 
ca infatti 'contento'. Tuttavia [presia'òeddu] è anche un'antifrasi ormai lessica- 
lizzatasi, dato che significa sempre 'adiratissimo', così come un'altra antifra- 
si lessicalizzatasi è costituita da [ma'ze5u], che significa sempre 'adirato, irrita- 
to, indignato' nel caso sia riferito a persone, mentre mantiene il senso letterale 
di 'mansueto' solo nel caso sia riferito ad animali, diventando anche la base per 
nomi propri attribuiti spesso a pecore, capre, ecc. {Maseda, Masededda, Mase- 
dazza). 

Inoltre ci si può addirittura chiedere se non sia improprio considerare come 
diminutivi le forme riportate in {2a) e {2b) sulla base del semplice fatto che 
nella loro formazione occorra il suffisso diminutivale -eddu <ELLUS, produtti- 
vo per la formazione dei diminutivi in sardo (es.: piti'keddu 'piccolino'), in cui 
può subire, tra l'altro, numerosi raddoppiamenti: si può dire anche pitike'dded- 



3 1 8 CRISTINA LAVINIO 

du e pitikedde'ddeddu, in una gradazione sempre maggiore di "diminutività". 
Invece, in termini come quelli riportati in (2a) e {2b), che possiedono il signifi- 
cato univoco, rispettivamente, di 'grande (o molta) fretta' e di 'adiratissi- 
mo', il suffisso diminutivale ha perso completamente la sua carica semantica o- 
riginaria e funge da suffisso atto a costituire un accrescitivo o un superlativo. 

Come altri esempi di formazioni analoghe con il suffisso diminutivale e 
usate peraltro, per lo più, anche se non sempre, in modo antifrastico, si possono 
citare: baskixèdda (da baska, 'caldo, afa'), friixéddu (da frius, 'freddo'), sidi- 
xéddu (da sidi, 'sete'), sonnixéddu (da sonnu, 'sonno'), fami né ddu {da famini, 
'fame'), tontixéddu (da tontu, 'tonto'), scimprixéddu (da scimpru, 'scemo'), 
stupideddu (da stupida, 'stupido'), ecc.i^. Il loro uso antifrastico è talmente fre- 
quente che esse possono essere considerate come espressioni polisemiche, la 
cui polisemia si organizza intomo a significati antonimici selezionati, di volta 
in volta, dalle diverse strutture frasali in cui vengano inserite. Se infatti (senza 
enfasi particolare o intonazione sospensiva che comporterebbero immediata- 
mente l'antifrasticità) si afferma tengu unu sonnixéddu o est unu stupideddu, si 
significa, rispettivamente, 'ho un certo (un po' di) sonno', 'è uno stupidello' 
(anche se piiì "normali", per questi significati, sono formulazioni del tipo ten- 
gu unu pagu de sonnu, esti unu pagu stupidu, letteralmente 'ho un po' di son- 
no', 'è un po' stupido'). Se si esclama invece sonnixéddu tengu! o stupideddu 
esti!, anteponendo al verbo l'oggetto o il predicativo privi di articolo, si signifi- 
ca antifrasticamente 'ho un grande sonno', 'è molto stupido'; oppure, in un 
contesto conversazionale, per respingere i termini stessi con cui sono formulate 
le domande altrui '5 o per controbattere ad affermazioni altrui '6, queste stesse 
esclamazioni possono rovesciare antifrasticamente, oltre che il valore semantico 
originario del suffisso diminutivale, anche quello del lessema, per negare decisa- 
mente di avere sonno o per affermare che una persona è tutt'altro che stupida'^. 

Di fronte a tali maggiori possibilità di costrutti antifrastici esistenti nel dia- 
letto, nell'italiano regionale campidanese si ha invece esclusivamente una for- 
ma coniata in analogia con il tipo (1), sottoposta tuttavia ad ulteriore "minimiz- 
zazione" dato che, di contro a [pi't:iku] 'piccolo', si ha, normalmente, piccoli- 



'4 Non ricorro qui alla trascrizione fonetica, con la semplice avvertenza che x vale [3]. 

'5 Es.: — Sonnu tenis? ('Hai sonno?'). — Eh. sonnixéddu tengu! — . 

'6 Es.: — Giuanni è stupidu — . — Eh, stupideddu esti! — . 

'7 Tali antifrasi 'totali' si verificano, in altre parole, nei casi di repliche-rifiuto del conte- 
nuto proposizionale dell' atto-bersaglio, del tipo (e) descritto da Berretta (1984) che distingue, 
tra le operazioni del 'ribattere', «le repliche: {a) di rifiuto totale della relazione interpersonale; 
{h) di rifiuto della relazione specifica posta da (o: richiesta, presupposta da) il tipo illocutivo 
dell'atto-bersaglio: (e) di rifiuto, totale o parziale, del contenuto proposizionale (presupposizio- 
ni incluse) dell'atto-bersaglio e (J) di critica del modo in cui l 'atto-bersaglio è formulato» (p. 
422). 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL' ANTIFRASI NELL'ITALIANO REGIONALE SARDO 3 1 9 

no, in una sorta di sincretizzazione con la seconda modalità costituita dal sem- 
plice diminutivo organico. Usando quello che per l'italiano comune è un dimi- 
nutivo ipiccolino) si costruisce una sorta di accrescitivo, e il senso antifrastico 
originario si grammaticalizza (e quindi subisce un certo grado di desemantizza- 
zione): tanto che poi, con una sorta di antifrasi dell 'antifrasi originaria, si può 
dire anche, ad esempio, piccolina la casa! di fronte a una catapecchia o a una 
casa veramente piccola, in un modo che è sentito come molto più marcatamen- 
te ironico. Questa antifrasi di secondo grado è costruita infatti su un 'antifrasi 
ormai grammaticalizzatasi nell'accezione di 'che bella (e/o grande) casa!', per 
cui esclamare piccolina la casa! di fronte a una catapecchia sembra equivalere 
ad un valorizzazione ironica di ciò che si intende svalorizzare. In altre parole la 
prima antifrasi (che questa seconda assume come base "letterale" per la propria 
antifrasticità) suona molto meno ironica, mentre la seconda corrisponde a quel- 
lo che Mizzau (1984, p. 19) ricorda essere l'uso «normale» dell'ironia, che va 
dal basso verso l'alto, cioè verso una valorizzazione ironica di ciò che è "bas- 
so". Tuttavia la direzione prevalente delle antifrasi grammaticalizzate e tipiche 
dell'italiano regionale sardo, come si vedrà anche dagli esempi che seguirarmo, 
sembra esser quella opposta, dall'alto verso il basso {piccolo o poco per 'gran- 
de' o 'molto'), sulla stessa linea dunque della propensione per l'attenuazione di 
cui si è detto sopra. 

3.2. Accanto al tipo 

Piccolino + Art + N 

che appare esclusivo della sub-varietà campidanese di italiano regionale, si ha 
poi il tipo più generalizzato, comune all'intero italiano regionale sardo, 

{già è) poco + Art + N 

costruito in analogia con 



(3) camp.: [d3(i) 'e 'pa yu] + Art + N 
nuor.: [i 'es 'paku] + Art + N 
gali.: [i 'e 'poku] + Art + N's 



'^ A proposito del rafforzativo già^ Massa (1909) osserva come sia «dai Sardi cucinato in 
tutte le salse»; Blasco Ferrer (1984, p. 164) ne sottolinea «l'impiego frequente» neir«introdurre u- 
na proposizione dichiarativa», secondo «una consuetudine ben radicata nei dialetti iberici». 



320 CRISTINA LAVINIO 

Esso può essere ampliato e rinforzato, sempre in analogia con le forme dialetta- 
li corrispondenti, in 

(tanto) (già è) poco + Art + N 
(già è) poco (grande) + Art + N 
(tanto) (già è) poco (grande) + Art + N 

(es.: poca la fortuna!, già è poca la fortuna!, tanto già è poca la fortuna!, tan- 
to già è poco grande la fortuna!), in una gradazione sempre più marcata in cui 
l'ultima possibilità è anche quella piìi popolarmente connotata (e meno accetta- 
bile per un parlante sardo colto). 

Questo con poco (per 'molto') è comunque il tipo più potente e diffuso, 
l'unico possibile, del resto, nella stessa sub- varietà regionale campidanese, in 
presenza di aggettivi (non usati predicativamente e non sostantivati come inve- 
ce nei casi esaminati in 3.1.), ai fini della costruzione di un antifrastico superla- 
tivo (e restano tutte le possibilità di ampliamento elencate sopra, tranne che 
quella con grande, sostituito dall'aggettivo sottoposto, di volta in volta, ad un 
processo di "superlativizzazione"). 

Es.: (per designare una giacca costosissima): 

poco cara questa giacca! 

già è poco cara questa giacca! 

tanto già è poco cara questa giacca! 

Queste espressioni possono poi risultare ulteriormente complicate e raffor- 
zate dall'inserzione di negazioni che apparentemente ne eliminano l'antifrasti- 
cità: già non è poco cara questa giacca!, e tanto non è poca la fortuna! ^'^ . Esse 
la possiedono invece inequivocabilmente negli altri casi, segnalandola con la 
semplice anteposizione del quantificatore (poco) rispetto al nome o all'aggetti- 
vo cui si riferisce. Quando infatti non c'è antifrasi, si dice piuttosto la fortuna 
già è poca, la casa già è piccola, ecc., in enunciati comunque marcati regional- 
mente dalla presenza del rafforzativo già. 

Tale già, se in posizione iniziale, appare sempre un segnalatore di antifrasi 
in enunciati che rientrano nel tipo più generale 



già + V + poco + Sogg. 



'^ Tuttavia in questi casi la negazione non può essere interpretata, a sua volta, come anti- 
frastica, e tesa dunque non a negare, bensì a rafforzare l'affermazione antifrastica introdotta de- 
cisamente da già. Tale non sembra collocarsi dunque sullo stesso piano dell'uso segnalato so- 
pra a proposito di esempi come e non lo so! per io so benissimo'. 



RETORICA E FTALIANO REGIONALE: IL CASO DELL ANTIFRASI NELL'ITALIANO REGIONALE SARDO 3 2 1 

in cui V non è esclusivamente essere, come negli esempi fatti finora. Es.: già 
mi piace poco andare al mare per 'mi piace moltissimo andare al mare', già 
studia poco Gianni per 'Gianni studia moltissimo', già mangia poco Luigi per 
'Luigi mangia moltissimo'. 

E anche in questi casi si ha la possibilità di varianti con tanto (sempre in 
posizione iniziale, anche in cooccorrenza con già) e/o al negativo. Es.: tanto 
già (non) mangia poco Luigi, tanto già (non) studia poco Gianni. 

Quando invece il Soggetto è in prima posizione (l'intonazione non è mar- 
cata) e si ha cioè: 

Sogg + già + V + poco 

non si ha antifrasi (es.: andare al mare già mi piace poco per 'mi piace vera- 
mente poco andare la mare'); a meno che il soggetto non costituisca un blocco 
tonale enfatizzato, e separato da una forte pausa rispetto al secondo blocco to- 
nale, dall'intonazione sospensiva, costituito da già + V + poco (es.: andare al 
mare, già mi piace poco...). 



4. Le antifrasi che si associano a termini dal valore culturalmente positivo {co- 
va^ fortuna) possono esser considerate il limite estremo di quella propensione 
verso l'attenuazione di cui già si è detto e che potrebbe riportarci a considera- 
zioni di tipo demo-antropologico: potremmo ipotizzare di trovarci di fronte alla 
manifestazione linguistico-apotropaica (radicatasi poi nella lingua, tanto da 
perdere il legame consapevole con il tabu originario) del timore di essere pi- 
gaus de ogu 'presi d'occhio', e cioè divenire oggetto di malocchio e fatture, nel 
caso di un'affermazione esplicita del positivo relativo ad aspetti esistenziali (di 
benessere, ricchezza, fortuna, 'buona annata', ecc.); oppure del timore di essere 
scambiati per produttori, anche involontari, di fatture, nell' ammirare la fortuna 
e il benessere altrui: è proprio per questo motivo che una superstizione popola- 
re molto diffusa in Sardegna vieta di fare complimenti ai bambini, specie se 
molto piccoli, senza che, con un gesto esorcizzante di "riparazione", non li si 
tocchi in una qualunque parte del corposo. 



20 Cfr. Gallini (1973) che, analizzando la dinamica di tali fenomeni proprio nella cultura 
tradizionale sarda, mette bene in evidenza come, oltre all'occhio, possa essere mala, e dunque 
sia temuta, anche la lingua: «La lingua è pericolosa, le parole possono portare del male: sia che 
si tratti di 'maledizioni' oppure di lodi rivolte a qualcosa di particolarmente bello» (p. 104). Ci 
si autocensura dunque, e ci si guarda bene dall'ostentare o dall'ammettere esplicitamente il 
proprio benessere, per non scatenare T'invidia' e il malocchio altrui. Infatti: «In modo più o 
meno consapevole, si avverte che il benessere è 'colpa', perché lo si può ottenere solo a spese 
di quello altrui; che è 'fortuna', perchè casualmente giunge e casualmente riparte; che è 'ri- 



322 CRISTINA LAVINIO 

È però evidente che l' antifrasi può riguardare anche termini negativamente 
connotati come, ad esempio, la fame, il grande spauracchio di tutte le culture 
tradizionali: si dice piccolina la fame! e già è poca la fame! per constatare un 
grande appetito e, metaforicamente, per significare un grande bisogno di dena- 
ro; e in questo caso la minimizzazione "letterale" di ciò che è negativo (e temu- 
to) potrebbe essere considerata come una sorta di esorcizzazione eufemistica 
nei suoi confronti (la prima reazione di qualche informatore alle mie domande 
al riguardo è stata del resto «la fame non si nomina!») 21. 

5. Per passare ad alcune considerazioni conclusive, si può notare che, se si può 
ipotizzare una particolare connessione (almeno originaria) tra i fenomeni anti- 
frastici (così ricorrenti sia nelle diverse parlate sarde che nell'italiano regiona- 
le) e alcuni aspetti della cultura sarda tradizionale, l'estensione e l'alta produtti- 
vità dei costrutti antifrastici qui esaminati è tuttavia in rapporto con il fatto che 
non ci si trova di fronte a operazioni di inversione semantica limitate alla sfera 
lessicale, bensì a procedimenti ormai grammaticalizzati, inscritti dunque con 
maggiore profondità nel tessuto linguistico. 

Si sono inoltre prese in esame soprattutto antifrasi regolarmente costruite 
con quantificatori come piccolo e poco per 'grande' e 'molto'. 

Tuttavia è evidentemente possibile anche l'inverso: dire cioè molto (o, più 
regionalmente, troppoY-^- per 'poco' o 'niente': alla domanda Ti sei divertito 
alla festa si può rispondere con Eh, molto! per significare 'affatto', e la carica 
antifrastica della risposta è qui tutta affidata all'intonazione e alla lunghezza 
(minore) della pausa tra l'interiezione eh e il molto che la segue. 

A questo punto si potrà obiettare di nuovo che fenomeni antifrastici simili 
non sono estranei allo stesso italiano comune. Tuttavia è macroscopica, anche 
se difficilmente quantificabile, la loro particolare frequenza nell'italiano regio- 



schio', perchè sempre sull'orlo di un crollo totale, improvviso, rovinoso. L'antico mito di Poli- 
crate, punito dagli dei per il suo eccesso di felicità, costituisce qui, all'interno della Sardegna, 
una realtà vissuta. Il benessere non dà gioie, ma ansie, perché viene interpretato come situazio- 
ne satura di rischiosi imprevisti» (ivi, p. 109), difficili da evitare poiché il 'malocchio' può 
essere anche involontario, scaturire dal semplice fatto che «si guarda con 'ammirazione' qual- 
cuno o qualcosa. Lo si può perfino fare per eccesso di affetto [...]. La lode, il complimento a 
parole, possono avere le stesse conseguenze di una maledizione. Per questo la lode è particolar- 
mente temuta e si cerca di difendersene con una serie di rituali magici» {ivi, p. Ili): «chi è lo- 
dato, se ne può difendere con gesti o parole di scongiuro [... mentre] chi fa il complimento può 
— anzi deve — dimostrare la propria intenzionalità amichevole, compiendo gesti o dicendo 
formule che indichino la volontà di scaricare la lode di tutto il suo potenziale aggressivo [...] 
oppure può toccare la persona o la cosa lodata, mediante un gesto che simboleggia il riprendere 
su di sé ogni eventuale danno che la lode può avere apportato» (pp. 126-127). 

2' Per i fenomeni generali di tabu ed eufemismo, che determinano talvolta anche sostitu- 
zioni per antifrasi, cfr. Cardona (1976, pp. 143-1.51 in particolare). 

22 Cfr. Loi Corvetto (1983, p. 184). 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL' ANTIFRASI NELL'ITAUANO REGIONALE SARDO 323 

naie sardo, soprattutto nell'ambito delle interazioni quotidiane ordinarie, non 
formali, in situazioni "normali" in cui ci si comporta in modo stilisticamente 
non marcato: il ricorso alle espressioni antifrastiche esemplificate non è assolu- 
tamente un fatto stilistico individuale e limitato. 

L'alta frequenza, anche se difficilmente misurabile oggettivamente, con cui 
una particolare espressione o costrutto ricorre in un italiano regionale (con uno 
scarto notevole rispetto a quella che esso possiede nell'italiano comune) può 
contribuire del resto a caratterizzare già di per sé l'italiano regionale stesso, e 
non può essere ignorata nella sua descrizione: è un caso in cui la quantità fini- 
sce per essere qualitativamente rilevante. Lo stesso discorso può valere, per e- 
sempio, per l'alta frequenza con cui l'italiano regionale sardo ricorre al gerun- 
dio e alle forme progressive con il gerundio. 

Anche se peraltro non dovesse risultare convincente (almeno fino a quando 
non si avranno altre ricerche sulle forme ironiche ricorrenti in altri italiani re- 
gionali) il fatto che la maggiore propensione per queste forme di ironia antifra- 
stica sia tipica dell'italiano regionale sardo, è indubbio che, di volta in volta, e 
per i vari italiani regionali, si otterrà un repertorio di costrutti ironici (antifrasti- 
ci o meno) almeno parzialmente molto diverso da quello presentato dall'italia- 
no regionale sardo. 



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DISCUSSIONE 

Gaetano BERRUTO: Mi pare valga la pena di sottolineare l'interesse della comunicazione di 
Cristina Lavinio per il suo aprire, finalmente, una direzione di indagine sugli italiani regionali 
che è per ora terra incognita, e che è invece fra le più affascinanti con cui cimentarsi: appunto, 
l'analisi dei tipi particolari di testualità e di pragmatica, indubbiamente caratterizzanti dei di- 
versi italiani regionali. 

Vorrei, a questo proposito, chiedere alla relatrice la conferma di quanto ho creduto di capire 
dall'analisi di fenomeni di antifrasi, meta-antifrasi, ecc. che ci ha presentato. Di che tipo sono 
le situazioni comunicative in cui vengono usati i costrutti esemplificati? Si tratta di costrutti 
marcati, enfatici, allusivi, scherzosi, ecc., o, come mi è sembrato di intendere, sono invece co- 
strutti normali, pragmaticamente 'neutri', anzi addirittura grammaticalizzati come tali (da cui, 
la possibilità di usare come costrutto marcato l'antifrasi dell'antifrasi, come nei begli esempi di 
Cristina Lavinio; e da cui interessanti problemi circa i rapporti discorsivi fra significato lettera- 
le e significato allusivo). 



Corrado GRASSI: Non ho nessuna osservazione specifica da fare a questa interessante comuni- 
cazione. Mi limito qui a sottolineare i due contributi di ordine generale che da essa ci proven- 
gono: 

a) dagli esempi che Cristina Lavinio ci ha illustrato, risulta evidente la necessità — che fino a 
questo momento non mi pare sia ancora emersa chiaramente in questo congresso — di caratte- 



RETORICA E ITALIANO REGIONALE: IL CASO DELL' ANTIFRASI NELL'ITALL\NO REGIONALE SARDO 325 

rizzare un italiano regionale non solo rispetto all'italiano 'medio' o 'standard', ma anche rispet- 
to ad altri italiani regionali; 

b) ai fini di tale caratterizzazione, mi pare che si stia profilando un orientamento di ricerca del 
tutto nuovo, vale a dire la possibilità di individuare i regionalismi proprio confrontando tra loro 
le risposte, o le reazioni verbali, degli informatori partendo da una stessa situazione. Si tratta, 
cioè, di estendere anche allo studio dell'italiano regionale il metodo applicato dalla Linguistica 
applicata e da certa «Landeskunde». 



Marinella ANGIONI LÒRINCZI: Ritengo sia molto positivo che la relatrice abbia ampliato ed 
approfondito, al contempo, l'esemplificazione e l'analisi degli esempi. Il quadro risultante ci ha 
così convinti della specificità insieme quantitativa e qualitativa dell'antifrasi ricorrente nell'ita- 
liano regionale sardo, antifrasi definibile pertanto non solo in riferimento ad una categoria lin- 
guistica universale. 

In secondo luogo, mi domando in che termini formalizzabili si possano porre le relazioni tra i 
vari quantificatori (in senso lato), come ad esempio poco avverbio, poco aggettivo, il suffisso di- 
minutivale -ino, tenuta presente anche la loro (co)occorrenza o meno al lato del rafforzativo già. 



Massimo PITTAU: I fenomeni retorici della «attenuazione» e della «antifrasi» messi in luce 
con acutezza da Cristina Lavinio sono molto frequenti nella varietà dialettale della lingua sarda 
che si chiama «campidanese», mentre sono molto meno frequenti nell'altra varietà «logudore- 
se». Io ritengo che questa differenza abbia dietro di sé una precisa motivazione socio-culturale: 
almeno fino a qualche decennio fa il campidanese era il dialetto della popolazione meridionale 
della Sardegna, che era in prevalenza «contadina», mentre il logudorese era il dialetto della po- 
polazione settentrionale, che era in prevalenza «pastorale». 

Nel mondo pastorale sardo vigeva e vige tuttora un tipo di educazione di chiara e stretta im- 
pronta «spartana», nella quale, fra l'altro, era ed è richiesto ed imposto un controllo assoluto 
dei propri mezzi espressivi, linguistici ed anche comportamentali, e nella quale la «laconicità» 
costituisce la norma prima e principale. Ebbene, è proprio la nota della laconicità del parlare 
dei pastori sardi quella che frena e riduce al minimo quei fenomeni della «attenuazione» e della 
«antifrasi», che invece trova tanto ampio sviluppo nel parlare dei contadini campidanesi. 
Una prova indiretta di questa mia considerazione si trova nel fatto che la commedia in lingua 
sarda si è finora espressa quasi esclusivamente in dialetto campidanese, mentre non ha mai at- 
tecchito nel dialetto logudorese. 

La conclusione mia ultima è questa: i fenomeni della «attenuazione» e della «antifrasi» trovano 
ampio riscontro non nell'italiano «regionale» della Sardegna intera, bensì solamente in quello 
«subregionale» della sua parte meridionale e campidanese. 



Cristina LAVINIO: Ringrazio tutti per i gentili apprezzamenti nei confronti della mia comuni- 
cazione. In particolare, G. Berruto e C. Grassi arricchiscono il mio discorso perché ne esplicita- 
no meglio direzioni di ricerca e problemi che ponevo molto cautamente, nella consapevolezza 
di muovermi su un terreno ancora inesplorato, che temevo minato da mille obiezioni possibili. 
Devo confermare a Berruto che tutti gli esempi da me citati sono reperibili nel parlato conver- 
sazionale normale, non marcato da particolari intenti scherzosi o allusivi, ed è proprio sulla 
normalità di tali occorrenze che si fonda la grammaticalizzazione di talune forme (antifrastiche 
ormai solo etimologicamente, tanto da essere immediatamente percepite come tali solo da par- 
lanti non sardi). 

Condivido l'esigenza, posta da M. Angioni Lòrinczi, di una formalizzazione maggiore rispetto 
a quella da me appena abbozzata. Sarebbe però necessaria una riflessione ulteriore, anche sulla 
base di una raccolta più ampia di materiale. 



326 CRISTINA LAVINIO 

Al prof. Pittau vorrei far notare che la tendenza alla «laconicità» da lui citata per i pastori logu- 
doresi potrebbe essere una conferma della mia ipotesi: silenzio-laconicità-attenuazione (e anti- 
frasi) possono essere visti come gradazioni diverse di un unico habitus comunicativo. Né mi 
sembra che la ricorrenza delle forme antifrastiche sia tipica della sola area campidanese, anche 
se è vero che essa possiede una maggiore varietà di antifrasi grammaticalizzate (il tipo piccoli- 
na la fortuna è solo dell'italiano subregionale campidanese, in concorrenza con il tipo già è po- 
ca la fortuna che è però ricorrente in tutto l'italiano regionale sardo, area logudorese inclusa). 



Teresa Poggi Salani 

(Siena) 

Italiano regionale del passato: questioni generali e casi particolari 



1. Il regionalismo' vario (o localismo, come dicono gli Spagnoli) che appartie- 
ne a una lingua (e non è semplice aggiunzione ad essa, ma con essa strettamen- 
te si intreccia, riempiendone vuoti locali o stabilendo distribuzioni, rapporti, 
valori geograficamente diversi) si individua, ovviamente, e si definisce in rap- 
porto alle caratteristiche normali che a quella lingua si danno. Il nostro motivo 
in via preliminare dovrà dunque subito spostarsi sulla lingua "senza aggettivi". 

Prima ancora, in questa sede, sarà opportuno un colpo d'occhio sull'ita- 
liano dei nostri giorni, utile poi per paragone. 

Oggi in un'Italia con una lingua nazionale ormai saldamente dotata di 
uno spessore e di una misura d'uso non paragonabili a quelli di secoli passati ep- 
pure ancora così sensibilmente diversificata su base geografica^, siamo in grado 
probabilmente di definire e descrivere in modo soddisfacente un italiano scritto 
medio e corrente, dato che il fattore regionalismo si incontra per questa strada 
solitamente in termini molto contenuti (la massima parte di esso resta nascosta 
nel rapporto tra scriventi e scritture). Di una complicatezza senza paragone più 
grande è invece la descrizione dell'italiano orale (tralasciando ora le difficoltà 
intrinseche alla descrizione dell'oralità in sé) in relazione all'apparire in esso 
della reale diversa consistenza e organizzazione secondo i luoghi. Di fatto si 
può tentare di descrivere nel suo insieme soltanto l'entità astratta (non concre- 
tamente esistente) di un italiano orale medio non regionale, ossia sregionalizza- 
to, solo a prezzo, appunto, di astrazioni forti e non indolori, anche se in grado 
vario secondo i livelli di analisi (quando non sia, forzatamente, di ipotesi). Op- 
pure resta, comunque comoda àncora per tutti noi anche nella diversità delle o- 
pinioni in materia di normatività, frequentemente qualificato come italiano 
standard, l'italiano di un'oralità dalle caratteristiche normative tradizionali, e 



' Per chiarezza terminologica si precisa che l'uso di «regionale» (e di «regionalismo»), or- 
mai invalso, anche se non molto felice, qui va inteso in senso, diremmo, generico e neutro, in 
relazione semplicemente ad aree dialettologiche più o meno estese e diversamente definite, 
dunque anche come sinonimo di «locale» (ciò che non impedisce, ove serva, anche l'uso ravvi- 
cinato dei due aggettivi ad indicare, allora, diversa estensione geografica). Cfr. anche Poggi Sa- 
lani (1979). 

2 Sull'italiano dei nostri giorni sottintendo anche convincimenti già espressi in miei prece- 
denti lavori (Poggi Salani 1978; 1979; 1982a). 



328 TERESA POGGI SALANI 

dunque di nuovo regionali-locali (anzitutto di una regionalità, al di là delle va- 
rianti fonetiche, fonologica), ma anch'esso quasi non descritto al di là della fo- 
nologia. 

Con tali difficoltà, anche ai nostri giorni dovremo quindi precisare ogni 
volta — e specialmente per l'italiano orale — a quale "misura" di italiano "sen- 
za aggettivi" intendiamo riferirci per dichiarare l'elemento "differente" che co- 
stituisce l'italiano regionale. 

E d'altro canto l'appartenenza all'italiano di questo regionalismo ossia il 
suo non essere invece una forma di dialetto in un tessuto da potersi qualificare 
in qualche modo ancora dialettale, dovrebbe potersi stabilire per lo più oggetti- 
vamente sulla concomitanza di vari dati, da specificare, e comunque propri di 
diversi livelli di analisi (la difficoltà principale in questo senso è costituita da 
materiale linguistico di una vasta area d'Italia centrale^; mentre, per altro ordi- 
ne di considerazioni, è evidente che il discorso si fa sempre piìi delicato quando 
si prendano in esame le varietà più oscillanti e insicure dell'italiano popolare o 
i testi misti). Inoltre quel regionalismo che abbiamo detto a suo modo italiano, 
di per sé mostra, nella corrente realtà del suo uso, di esser ritenuto localmente 
— con diversa sensibilità secondo i livelli socioculturali — italiano, usuale o e- 
spressivo (ciò che naturalmente non esclude anche un uso secondario, piena- 
mente consapevole e riflesso, delle stesso italiano regionale). 

Ora cos'è l'italiano regionale del passato? Per avvicinarci qui a possibili 
risposte occorreranno una serie di considerazioni. 

Innanzitutto la lingua che ci precede nel tempo e che noi possiamo diret- 
tamente prendere in esame è scritta. Anche quando dichiaratamente un testo ci 
parli di oralità — fatto, nell'insieme, eccezionale — il messaggio arriva co- 
munque a noi attraverso una mediazione: ciò significa che anche in quel 
caso attingiamo di questa oralità frammenti travisati (non soltanto dall'ortogra- 
fia: anche idee sulla lingua travisano la pura resa di un dato linguistico) e so- 
prattutto che non attingiamo propriamente l'uso, ma una registrazione, di varia 
qualità, riflettente anche un'opinione sull'uso. La citazione del parlato, benché 
a volte favorita anche dal giudizio stesso di chi la reca, mostra materiale fre- 
quentemente non etichettabile (dialetto o italiano?). Anche per questo motivo, e 
non solo per la sporadicità delle testimonianze o, secondo epoche e ambienti, 
addirittura per la sporadicità dell'uso, i 1 nostro italiano regionale 
del passato sarà soprattutto, nella pienezza del ter- 
mine, scritto. 

Inoltre domina per secoli — altro elemento di stacco rispetto alle condi- 
zioni dell'italiano che noi oggi viviamo — l'equivalenza "lingua = letteratura" 

3 Oltre a Poggi Salani (1979, § 3 e 1982a, § 5), cfr. ora, per la sola Toscana, i contributi di 
L. Agostiniani - L. Giannelli e di A. Nesi-T. Poggi Salani pubblicati in questo stesso volume. 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 329 

(e specialmente "letteratura elevata"): fatto che ci crea immediatamente gravi 
problemi per il giudizio linguistico sui testi (se oggi, per esempio, giudichiamo 
l'elemento locale di un tessuto italiano medio di una certa zona col metro 
dell'italiano medio nazionale, non certo col metro di un italiano di raffinata let- 
teratura; e tuttavia anche oggi su quello stesso italiano medio nazionale asim- 
metricamente misuriamo per esempio l'italiano popolare). 

E va precisato che l'equivalenza è comunque valida anche se, in margini 
più o meno ridotti secondo le epoche, questa lingua, oltre allo scrivere, poteva 
servire in certe occasioni a «politamente parlare» o anche, come oggi, a parlare 
per intendersi. 

Ci sono poi questioni di cronologia, di ambienti, di qualità di testi che 
vanno attentamente considerate e che richiedono prese di responsabilità tali da 
poter modificare in maniera sostanziale le opinioni conclusive che chiariscono 
l'applicabilità della formula di "italiano regionale" a materiale linguistico del 
passato. 

Rivediamo alcune righe della Storia della lingua del Migliorini: 

Se leggiamo una pagina di prosa, anche d'arte, degli ultimi anni del Quattrocento 
o dei primi del Cinquecento, ci è di solito abbastanza facile dire da quale regione 
proviene, mentre per un testo della fine del Cinquecento la cosa è assai malage- 
vole. Quella che nei secoli precedenti era un'attività individualmente sviluppata 
dai singoli su sostrati regionali diversi, diventa nel Cinquecento un'attività domi- 
nata da correnti di gusto collettivo, in parte comuni in parte contrastanti, e da 
norme grammaticali che ottengono larghi consensi (Migliorini 1960, pp. 331- 
332). 

Punto di riferimento obbligato sono, come si sa, le Prose della volgar 
lingua del Bembo, la ricca attività grammaticale e lessicografica cinquecente- 
sca, l'importanza linguistica assunta dall'editoria (e dalle correzioni editoriali). 

La definitiva istituzionalizzazione della parole degli antichi scrittori to- 
scani e la sua descrizione, per quanto allora possibile, sistematica da parte di 
grammatici e lessicografi (in un'epoca in cui descrivere è dettar norme) si ac- 
compagnano al riconoscimento teorico, generalizzato tra gli scriventi, di una 
convenzione per la lingua scritta e all'effettivo realizzarsi di una consistente u- 
niformità linguistica sul piano delle scritture di elevato impegno stilistico: 
quindi in ambito fortemente elitario, col filtro cogente del "non si può" in lette- 
ratura e la positività altrettanto cogente di un canone linguistico letterario. In li- 
nea generale si può dire che diventa norma di lingua per l'elevato traguardo 
dello scrivere — sarà poi per noi, quando occorra, la "misura" del regionalismo 
— una varietà locale, assunta attraverso le costanti mostrate da una scrittura 
letteraria già tradizionale — quindi, si direbbe, quasi da un corpus chiuso o au- 
toriproducentesi, e comunque a evoluzione frenata — limitata e regolarizzata 
soprattutto altrove. 



330 TERESA POGGI SALAMI 

Per questa limitazione e regolamentazione — negli anni stessi in cui si 
viene attuando — si consideri, per esempio, l'edizione del Canzoniere del Pe- 
trarca curata dal Bembo nel 1501*, con la riduzione della polimorfia nienteme- 
no dell'autografo petrarchesco, pur attentamente collazionato prima di dare l'o- 
pera alle stampe. Del modello, che si presenta, vengono in qualche modo sem- 
plificati i connotati, perché meglio possa essere accolto proprio come modello 
(del resto non sappiamo forse che sempre una lingua — e non diversamente u- 
no stile — per imporsi ha bisogno di semplificarsi, di ridursi a regole?). 

Oppure si considerino, ad inizio della nostra lessicografia monolingue a 
stampa, ancora a mezza via tra vocabolario, grammatica e trattateli© di retorica. 
Le tre fontane di Niccolò Libumio (1526), dove si presentano liste separate di 
voci di Dante, Petrarca e Boccaccio, scelte secondo un criterio di gusto, con e- 
sclusione intenzionale di «alcune antiche dittioni» che, scrive, l'autore, «non 
piacerebbemi al tempo nostro usare»^. 

Sono "luoghi della norma" — di una norma esordiente — questi, che ci 
accadrà tuttavia di citare ancora, per quanto di eccentrico e di non vittorioso, di 
regionale appunto, anche in essi si può riscontrare. 

Dicevamo sopra dell'equivalenza "lingua = letteratura". Ora ricordiamo 
col Dionisotti 

che nell'atto del prendere la penna in mano le differenze sociali cadevano e che 
la maggioranza assoluta degli scriventi risultava appartenente ad un'unica ed ele- 
vata classe, non sociale, ma linguistico-letteraria [...]. Manca, e non può non 
mancare, nella scriUura, nella lingua, una stratificazione sociale, perché quella 
scrittura e lingua non appartiene a una società di parlanti (Dionisotti 1967, pp. 
81-82). 

Dunque, per varie considerazioni, si tratta di lingua non «inte- 
ra», come direbbe Manzoni. E tuttavia è noto che con l'affermarsi della codi- 
ficazione linguistica del Cinquecento gli studiosi sono soliti parlare di questa 
lingua, pur così circoscritta, come di "italiano". 

Solo da quel periodo in avanti sarà quindi possibile, considerando i regio- 
nalismi delle nostre scritture, parlare teoricamente anche, ove serva, di "italiano 
regionale", cioè dell'elemento geograficamente "differente" di quell'italiano o, 
più esattamente, di quel tessuto linguistico che ormai italiano vuol essere. Par 
giusto anzi sottolineare in linea teorica, per ogni testo che si prenda in esame 
dal nostro punto di vista, l'importanza della verifica di un'effettiva 
intenzionalità generale, testuale, di italiano, certo legata stretta- 



4 Le cose volgari di Messer Francesco Petrarcha, Venezia, nelle case d'Aldo Romano, 
1501. 

5 N. Libumio, Le tre fontane, Venezia, Gregorio de Gregorii, 1526, e. 4r. Su questo e altri 
antichi vocabolari cui più avanti si farà riferimento cfr. Poggi Salani (1982b). 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 33 1 

mente a qualità e destinazione del testo stesso. E l'importanza diventa tutta parti- 
colare quando ci accada di poter considerare aspetti e caratteristiche della lingua 
parlata^», ricavabili soltanto sparsamente da testimonianze o consigli d'uso, per lo 
più variamente frammentati o "da visione globale a distanza", difficilmente cata- 
logabili pili specificamente che sotto la generica etichetta di "lingua parlata". 

E si intenderà per italiano, allora — diventerà "misura" — il concreto or- 
ganizzarsi del materiale linguistico cui il convergere di posizioni anche diverse 
della codificazione linguistica e l'adesione degli scrittori ha finito col dare la 
centralità (ossia servirà, ovviamente, la consultazione parallela e complementa- 
re di grammatiche, vocabolari, spogli linguistici). 

Col confronto, quando occorra anche forzatamen- 
te asimmetrico per livello, tra il testo che si considera e questo pur 
non granitico italiano della norma elevata (dicevamo, a evoluzione frenata, non 
dunque bloccata: da rapportare perciò ogni volta al concreto momento storico) 
sarà possibile isolare l'elemento strettamente locale o di più estesa regionalità, 
usato in veste italiana (p e r una testualità i tal lana ): ritenuto da chi 
scrive anch'esso appartenente alla norma, sfuggito inavvertitamente, impiegato 
fiduciosamente nella consapevolezza generica della propria insufficiente cono- 
scenza della lingua "maiuscola" in cui pur ci si muove, lasciato correre in testi 
senza pretese letterarie ^ anche da chi ben conosce il codice difeso e volutamen- 
te usato; talvolta — e si ha allora uso riflesso di italiano regionale — consape- 
volmente citato, oppure usato volgendo in senso espressivo una limitatezza 
geografica conosciuta. 

Complessivamente: un elemento italiano geograficamente diversificato, 
la cui singola delimitazione — nel testo italiano — si direbbe, si pone 
nell'inconsapevolezza o nella consapevolezza di chi 
l'usa o in uno spazio variamente situato tra l'una e 
l'altra. 

Naturalmente con la sensibilità opportuna, e non rifugiandosi in formule 
inutili, si dovranno trattare secondo epoche, ambienti, genere — variamente 
letterario o pratico — dei testi, e particolarmente nel periodo in cui si va ancora 
facendo e imponendo la prima sistemazione grammaticale e lessicografica, sia i 
punti critici della grammatica del sistema linguistico letterario e le sue oggetti- 
ve manchevolezze lessicali, sia tendenze specifiche di certe aree culturali, so- 
pravvivenze e ritardi di altre aree rimaste isolate, tessuti linguistici di difficile 
classificazione, scritture pratiche di livello popolare e di malcerta alfabetizza- 
zione (qui, nei vuoti e nelle insicurezze di una lingua troppo poco appresa, si ri- 



6 Per il Cinquecento cfr. il bell'articolo di N. Maraschio (1977). 

"^ Il genere letterario o il genere di scrittura pratica cui un testo appartiene corrisponde in 
certo senso a quello che oggi chiamiamo registro. 



332 TERESA POGGI SALAMI 

trova semmai quella stratificazione socioculturale che col Dionisotti abbiamo 
riconosciuto non appartenere propriamente alla "lingua"): casi tutti in cui, sia pur 
in modo differente, pare giusto mettere in crisi il concetto stesso di «italiano». 

E tuttavia, beninteso in una testualità che si qualifichi italiana, anche i 
punti critici della grammatica o i vuoti lessicali, dove in sostanza ancora "un 
solo italiano" non si è fatto, sono, a loro modo, l'italiano, ossia appartengono 
alle facce regionali di una lingua che si è globalmente adottata e che pur, nel 
suo insieme, in quello stesso testo esiste. 

È d'altra parte evidente che, entrando nel merito dei testi, questioni di e- 
voluzione della lingua ed esistenza di elementi concorrenti — diversi secondo 
il momento — potranno venirsi a intrecciare con fatti di distribuzione regiona- 
le, determinando anche valori stilistici diversi secondo la 
geografia. Se è vero, per esempio, che, come scrive il Migliorini, per la 
prima persona dell'imperfetto indicativo «i non toscani della fine del '700 e del 
principio dell'SOO usano tutti -a», mentre fino ad allora la forma in -o era stata 
«quasi esclusivamente toscana» (Migliorini 1951, p. 202), è chiaro che normal- 
mente in quell'epoca una forma in -a presso scrittori toscani ha un peso stilisti- 
co (classicheggiante) che altrove ancora non ha. 

Cioè, un tempo come oggi, fa parte della "differenza" regionale non solo 
la presenza e l'assenza di singoli elementi di lingua, con le conseguenze che 
ciò comporta nel sistema, ma anche un rapporto diverso con gradi di evoluzio- 
ne della lingua o una diversa frequenza, nell'uso corrente, di elementi pur o- 
vunque riscontrabili. 

Così da Anton Maria Salvini nelle Annotazioni sopra la Tancia (1726), a 
proposito dell'uso di nulla da parte del Buonarroti, si ha testimonianza di una 
distinzione tra Firenze e Roma per nulla e niente, che se parte, a quel che sem- 
bra naturale giudicare, semplicemente da un'osservazione sull'uso parlato cor- 
rente in Roma, arriva a considerazioni che legano senz'altro nulla e niente con la 
"buona lingua" scritta: dunque l'uso romano di niente, nell'opinione del Salvini, 
tocca anche l'italiano locale, ma questo, proprio in quanto italiano, e dato l'ac- 
cenno allo scritto, non pare potesse ignorare l'esistenza del suo concorrente». 

I testi di autori toscani potranno presentare, dal punto di vista del giudizio 
linguistico che li classifica, qualche difficoltà in piiì, e per più motivi, rispetto a 



8 La Fiera Commedia di Michelagnoìo Buonarruoti il giovane e la Tancia Commedia Ru- 
sticale del Medesimo coli' Annotazioni dell'Abate Anton Maria Salvini Gentiluomo Fiorentino, 
Firenze, Stamperia di S.A.R. Per li Tartini e Franchi, 1726, p. 549, col. II: «Questo nulla a Ro- 
ma non lo vogliono a nulla, e sostituiscono in vece del nulla, il niente. Niente, non ho dubbio 
che è bella e delicata parola, e annoia usata i nostri buoni Toscani; ma anche il nulla non è da 
ripudiare, come voce di forza, alla quale ci si sottintende cosa: voce, e in rima e in prosa ezian- 
dio praticata da Dante». Cfr. anche per l'impiego di niente a Roma di contro a nulla fiorentino 
I. Baldelli(1952, p. 38). 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERAU E CASI PARTICOLARI 333 

quelli di altre regioni. Anzitutto perché la dimensione della loro "differenza" 
regionale entra più di altre, anche prima della Crusca e a ondate successive — 
si pensi infine alla spinta del manzonismo — proprio all'interno delle opere 
specificatamente destinate a impersonare la norma. E sarà allora d'aiuto soltan- 
to il cementarsi di un consenso generale delle scritture per isolare naturalmente 
gli specifici toscanismi, non accetti o sporadicamente comparsi nello scritto an- 
che fuori della regione. Non sarà sempre facile inoltre discriminare, in tanti te- 
sti letterari toscani, tra l'uso e l'uso riflesso, spesso compresenti e intrecciati tra 
loro nella stessa pagina, ossia specialmente tra la variante di stile (familiare, 
burlesco, ecc.) e il verso fatto al popolo (mentre in questo senso non c'è proble- 
ma interpretativo per le imitazioni plebee e rusticali). 

2.1. Vediamo ora una serie di esempi concreti, e staccati, che variamente si rap- 
portano al discorso che precede, scelti anche tra i casi complessi che si offrono 
ad essere discussi. 

Cominciamo da alcuni precoci "luoghi della norma" cinquecentesca, agli 
albori dunque del nostro "italiano regionale": siamo, come dire, sul crinale. 

Appena un cenno — un po' di lusso — sulla già ricordata edizione del 
Petrarca curata dal Bembo, dove insieme all'intento palese di trasformare l'au- 
tore in modello, dunque anche in norma di lingua poetica, trapelano inaspetta- 
tamente alcuni isolati probabili settentrionalismi grafico-fonetici: così in un so- 
lo caso su centodieci diventa cossi, con la doppia 5 a rendere la consonante sor- 
da; analogamente acquistano la doppia rispetto all'autografo del Petrarca rosi- 
gniuolo una volta (intatto in un'altra sua occorrenza) e le due forme di dise- 
gnare usate nel Canzoniere'^. Diremmo, la norma, nell'atto stesso in cui si po- 
ne, serba sparute tracce di "impurità" locale. 

E passiamo, varcata la data delle Prose della volgar lingua, alla nostra 
prima lessicografia monolingue a stampa i", dove si incontrano qua e là regiona- 
lismi, ora impiegati o citati nelle definizioni o nelle glosse esplicative ai singoli 
lemmi, ora in modo ben piìi impegnativo inseriti senz'altro nel lemmario. 

E evidente che la presenza nelle parti esplicative del vocabolario può es- 



^ Gli esempi in cui nell'edizione del Bembo leggiamo la grafia ss sono (qui aggiungo, ove 
occorrano, gli accenti): cossi (ìli, 96); rossigniuol (311, 1: con -o espunta per motivi metrici); 
dissegno (129, 29) e dissegnò ( 100, 8). Un altro paio di esempi di passaggio a ss sono suscettibi- 
li anche di diversa interpretazione. I dati (ricontrollati per l'autografo del Petrarca su L'originale 
del Canzoniere di F. Petrarca. Cod. Vat. Lat. 3195 riprodotto in fototipia, a cura della Biblioteca 
Vaticana, Milano, Hoepli, 1905) si ricavano dalla tesi di laurea di M. Miraldi (1983-84). 

'0 Su cui, complessivamente, cfr. (oltre a Poggi Salani 1982b, dal quale qui si traggono an- 
che alcuni dati di spoglio e citazioni) Olivieri (1942) e ora Tancke (1983; 1984). Si avverte che 
di qui in avanti nelle citazioni da testi antichi il testo originale si riproduce (sciogliendo le ab- 
breviature correnti) pressoché senza ritocchi, intervenendo però sui diacritici quando sembri 
opportuno. 



334 TERESA POGGI S AL ANI 

sere interpretata ponendo in risalto, come primo naturale destinatario di queste 
opere, un pubblico di concittadini; si potrebbe dunque porre in dubbio che ci 
fosse, in questo settore dell'opera, reale intenzione di esprimersi nella lingua 
che va al di là del proprio abituale orizzonte. Saremmo allora di fronte a spora- 
diche traduzioni volutamente in dialetto inserite all'interno di un vocabolario 
monolingue anzitutto a utilità dei propri più immediati destinatari; e tuttavia 
presentate anche a un pubblico di ben altra portata, vista la circolazione reale di 
queste opere, certo non ignorata dagli autori e testimoniata d'altronde da dipen- 
denze e rapporti reciproci. 

In effetti a volte la modalità di inserimento nel contesto per i dati di lin- 
gua che ora più ci interessano è tale da far meditare. Se a proprosito di coc- 
chiume del Boccaccio leggiamo ne Le tre fontane del già nominato Libumio, 
ricordiamo, friulano venezianizzato: «Cochiume del baril, diciamo noi altri eo- 
cene», con un baril non terminante in vocale di contro a un italianizzato coco- 
tte, oppure «Santoccio, cioè compare del battesimo noi altri diciamo rozzamen- 
te santolo», come dobbiamo interpretare questo «diciamo noi altri» e che senso 
dare qui a «rozzamente»? Dato per scontato che ci sia senz'altro riferimento a 
un uso parlato locale, il Libumio si riferirà forse al parlato normale e quotidia- 
no, cioè dialettale, della Venezia del suo tempo, che a tratti, ove occorra, pas- 
samente italianizza soltanto per armonizzare col contesto italiano? O addirittura 
nel suo riferirsi all'uso, quando in particolare appaia la parola adattata, entrano 
perfino tentativi di italiano a lui noti? Si potrà del resto tra parentesi ricordare 
che il volumetto del Libumio, come altri congeneri di quel tempo, intende esse- 
re anzitutto un sussidio per scrivere come si deve, ma anche per «quando uopo 
fusse, politamente parlare» (carta 3 v). 

Il problema di fondo resta anche quando, in vocabolari successivi, com- 
paiono addirittura menzioni di luoghi diversi da quello del lessicografo e del 
suo prevedibile primo pubblico: «Legnaiuolo cioè il maestro d'ascia marango- 
ne in altri luoghi detto», si legge nel Vocahulario di cinquemila Vocabuli To- 
schi (1536) del napoletano Fabricio Luna", che probabilmente avrà assunto 
marangone (del resto attestato anche in Toscana) da una definizione del piccolo 
lessico decameroniano di Lucilio Minerbi, uscito a Venezia l'anno prima'2. Si 
potrà anche osservare d'altra parte che questa parola, nominata da Luna, si co- 
lora forse in modo particolare: se d'«altri luoghi» (per lui a quel che sembra di- 
versi dalla Toscana) non apparterrà anch'essa a pieno diritto a quell'italiano 
«mescolato» su base «Toscha», come lui dice, che a suo parere deve essere la 
lingua «comune Italiana» '3? 

" Napoli, Giovanni Sultzbach Alemano, 1536. 

' - Il Decamerone di M. Giovanni Boccaccio col Vocabulario di M. Lucilio Minerbi, Vene- 
zia, Bernardino di Vidali, 1535: s. legnagiuolo. 

'3 A proposito dei libri «che dan precetti della lingua» aggiunge: «la quale io non contra- 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI R^RTICOL ARI 335 

Nell'insieme dati di lingua, presenti non come elementi in senso stretto 
costitutivi di definizioni o glosse di vario genere, ma citati consapevolmente — 
seppur anche con intenti diversi — con riferimento implicito o esplicito a un 
luogo, in questi vocabolari possono sembrarci ora più ora meno dubbiamente 
catalogabili, e con varia qualificazione, sotto l'etichetta di un "italiano regiona- 
le" agli esordi. 

Diverso sembra il caso in cui la parola locale compare tout court realmen- 
te usata, presenza sporadica non sottolineata nel tessuto italiano delle definizioni 
o delle osservazioni a commento (come maestro d'ascia, appena visto): e piti si 
inclina a interpretare il regionalismo come "creduto" senz'altro italiano. 

«Lordura ciò è sporchezzo», «Pertugio cioè buso», si legge per esempio 
nel Minerbi (ma potremmo fare spigolature analoghe dal Libumio). E ancora: 
«baccielli cioè fave fresche con la tega» (si osserverà di passaggio che invece 
qui baccelli, quello che oggi e forse da secoli è rimasto toscanismo, per il lessi- 
cografo appartiene senza resistenze alla norma: ricomparirà infatti anche nella I 
Crusca e così via), o il già ricordato «legnagiuolo ciò è marangone», dove ma- 
rangone rispetto alla forma veneta compare adattato'^. 

Ma i vocabolari che, come il Libumio e il Minerbi, formano il loro lem- 
mario dichiaratamente sulla base degli autori della triade trecentesca, a rigore 
tra i lemmi non hanno spazio (s'intende, salvo possibili oscillazioni rispetto al 
criterio di fondo) per un lessico ricavato dalla propria competenza personale e 
dunque magari in quel senso geograficamente circoscritto. Questo spazio inve- 
ce più facilmente si crea in quei vocabolari il cui lemmario si dichiara costruito 
anche su un più ampio spettro d'autori, fino all'Ariosto e altri contemporanei: 
e, possiamo aggiungere con sicurezza benché non esplicitamente dichiarato, il 
lessicografo stesso. Ora un regionalismo in lemma fuor di dubbio significa "of- 
ferta d'italiano". 

È il caso del citato Luna, poi de Lafabrica del mondo (1548) del ferrare- 
se Francesco Alunno '% il primo nostro grande lessico metodico, fortunatissimo 
(ebbe, pare, quattordici edizioni; secondo Apostolo Zeno era ancora usato, con 
altri vocabolari dello stesso Alunno, a metà del Settecento i^: lo ricordiamo come 
elemento significativo per la circolazione, anche, dei regionalismi in lemma). 



sto come Toscha ma come la comune Italiana che come sapeti ogni lingua da sé è men buona 
ma la mescolata è la bella e la perfetta, in questo favorendom' il cortigiano e molti altri spirti 
degni d'[i]stima» (p. [6J). 

•'' Non così ne Le ricchezze della lingua volgare di Francesco Alunno [ = Del Bailo], Ve- 
nezia, in casa de' figliuoli di Aldo, 1543. dove legnaiuolo è spiegato senz'altro con «maran- 
gon». 

''Venezia, Niccolò de Bascarini Bresciano, 1548. 

'6 G. Fontanini, Biblioteca dell' eloquenza italiana [...] con le annotazioni del Signor A- 
postolo Zeno, Venezia, Pasquali, 1753, voi. I, p. 68, nelle note. 



336 TERESA POGGI SALANI 

Nel Luna, fortemente dialettizzante, gli elementi linguistici locali dunque 
possono comparire anche al di là delle parti di definizione o commento alle vo- 
ci in esponente, del genere: «Morso cioè moccicato, e morse cioè bave mocci- 
cato [...]»; oppure: «Zazerina bionda cioè capelli [segue il rinvio al Boccaccio] 
e zazari quelli delle falde dele carose e maxime dinvemo», con zazari 'schizzi 
di fango' e carose 'ragazze'. Qui, veramente, già zazari è, sì, sorta di divaga- 
zione suggerita dalla somiglianza formale con zazzerina del Boccaccio, ma è 
anche altra parola aggiunta al suo stesso livello, quasi nuovo lemma. Il rappor- 
to però senz'altro si inverte con «Zappullare e zappare», cui segue il rinvio an- 
cora al Boccaccio (valido in realtà solo per zappare): questa volta il napoletani- 
smo sta a pieno titolo in lemma, esempio in effetti di lingua strutturalmente 
«Toscha» e «mescolata» (benché non ci impegniamo sulla consapevolezza del 
Luna in relazione proprio a questa singola parola). 

Similmente nella Fabrica del mondo i suggerimenti dell'uso locale (qui 
tra Ferrara e Venezia) non sono soltanto elemento costitutivo della definizione 
(«Arcolaio. La[tino] alabrum è il divanatoio [...]»: che poi diventa dovinatoio, 
sempre sotto arcolaio, nella tavola alfabetica in fine al volume; o, nella tavola, 
«Focaccia, la Fogaccia, Pinza, Pitta, o Schiacciata»). Anche qui compaiono 
lemmi di tipo settentrionale non sostenuti da alcun esempio d'autore, pura in- 
troduzione dalla competenza del lessicografo: luzzo per 'luccio', o scapuzzo per 
'scappuccio, colpo dato con la punta del piede inciampando', lucanica (nella 
tavola finale anche luganega). 

E analogamente a quanto un po' sopra si è osservato per il Luna, anche 
per l'Alunno (la cui opera ha però ben altra levatura) ci si può domandare se gli 
usi citati all'interno della parte di definizione delle voci in esponente (nella ta- 
vola finale per esempio: «Lumaca, et Limaca che ha la casa Thoscanamente 
chiocchiola, in Vinegia buovolo, o caragòlo») non possano collegarsi a una per- 
sonale visione di lingua, cui si sa che l'autore aveva dato esplicita voce nelle 
precedenti Ricchezze della lingua volgare ^^, dichiarandosi favorevole a una 
moderata commistione di parole di altre regioni «tra le prose Thosche». 

2.2. Ci fermiamo con la lessicografia, senza passare ad altri vocabolari o appro- 
fondire il discorso. 

Se qui sul parlato abbiamo trovato soltanto cenni, dal dialetto corrente a 
una miscidata lingua «comune» d'Itaha o a un "italiano" senza rivendicazioni 



'"^ Ed. cit. Ivi per esempio s. amanza si legge: «lo scrivere Lombardo, lo scrivere Marchig- 
giano, et lo scrivere Napoletano (pur che moderatamente) tra le prose Thosche non si disdice, 
anchora che la Thosca lingua sia la più colta. Et se i Greci hanno l'Attica, l'Eolica, la Ionica, la 
Dorica, et la commune, altrettanto se ne può fare nella lingua volgare [...] tramezzando dove 
accade vocaboli che sono piìi frequentati per tutta l'Italia, et più dicevoli al soggetto di quel che 
si scrive». 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 337 

locali e pur tuttavia locale, sul parlato invece c'inoltriamo senz'altro aprendo il 
volume La civil conversatione (1574) di Stefano Guazzo, «gentilhuomo» di 
Casale Monferrato"**, opera al suo tempo e fin verso metà Seicento di grandissi- 
mo successo. 

Attento sia ad una distinzione tra scritto e parlato, sia alle ulteriori distin- 
zioni che stanno all'interno di questi due modi d'esprimersi'*^, l'autore dedica il 
secondo libro del suo manuale (dove conversazione, come in genere al suo 
tempo, vale anche 'rapporto sociale'™) al «conversar fuori di casa» (si noti che 
intende riferirsi ai nobili e agli «ignobili» che si qualificano «per l'altezza 
dell'ingegno, et per la qualità della vita»). 

Per questo livello e occasione di parlare il Guazzo consiglia uno sforzo di 
lingua dominato da un criterio di opportunità e di gusto-'. Dopo aver dato alcu- 
ni consigli per una dizione chiara e gradevole, accompagnata da gesti e atteg- 
giamenti convenienti, e alcune indicazioni sugli «ornamenti del ragionare» (co- 
me si vede, tutto l'insieme, e dunque anche la specifica proposta linguistica, si 
pone in un quadro di retorica da società), il Guazzo propone l'uso di una «fa- 
vella mista», disapprovando invece per l'oralità l'adozione del toscano delle 
scritture, lingua che usata a Casale non meriterebbe «nome di paesana, ma di 
straniera», mentre chi la usasse sarebbe «più tosto schernito, che lodato» (e. 65, 
recto e verso). Il toscano parlato resta riservato invece a chi lo possiede nativa- 
mente: 

Hanno a seguire il parlare schietto quei soli, la cui natia favella è polita, et quella 
medesima, che s'ha da scrivere. Hanno a seguire il parlar misto tutti gli altri, la 
cui natia favella è roza et imperfetta, com'è la nostra (e. 67r)22. 



"* Brescia. Tomaso Bozzola, 1574. Sul Guazzo abbiamo presenti Presa (1976), Maraschio 
(1977, pp. 222-226), Vitale (1978, p. 143), Reggio (1980). Poggi Salani (1982a, p. 126). Ma- 
razzini (1984, pp. 52-60). Per la fortuna editoriale de La civil conversatione cfr. Messina 
(1976). 

i*^ Chi vuole parlare opportunamente deve, a parere del Guazzo, «usar parole et sentenze 
quando più. et quando meno gravi, secondo la diversità de' luoghi, de' tempi, de' soggetti, et 
delle persone, con cui ragiona; il che sogliono parimente osservare gli Scrittori ne i loro com- 
ponimenti» (e. 63v). Dunque «non si può così agevolmente trovar una forma di conversatione 
commune a tutti gli huomini, come si è trovata la forma d'alcune selle da posta, le quali s'ac- 
conciano al dosso di ogni cavallo» (e. 52r). 

-0 «[...] noi principalmente acquistiamo nelle conversationi la benivolenza altrui con le 
maniere del ragionare, et con la qualità de' costumi. Anzi io potrei, ad un certo modo, ridurre 
tutta la conversatione sotto il capo de' costumi, fra i quali sono etiandio compresi i ragiona- 
menti. Nondimeno perché vi sono alcune parti della lingua, le quali non dipendono in tutto da i 
costumi, io seguirò questi due capi» (e. 55v). 

2' «[...] perché tanto più siamo riputati, quanto più la civiltà nostra è differente dalla natu- 
ra, et da i costumi de gli huomini volgari, et mecanici. bisogna che la lingua s'affatichi di sco- 
prire questa differenza in due cose principali, cioè nella vaghezza, et nella gravità delle parole» 
(e. 57r). 

22 Sulla considerazione anche per l'uso di Roma cfr. a e. 66r sul diletto dei cittadini di Ca- 



338 TERESA POGGI SALANl 

Se il «parlare schietto» è come i vestiti di un solo colore, quello «misto» 
è come quei vestiti 

di seta, o di lana contesta di varij colori così bene incorporati, et mescolati insie- 
me, che occupando la vista non si lasciano discemere l'uno dall'altro, quali sono 
le piume delle pernici, o di certi colombi, il cui colore è tanto confuso, che non 
potete giudicare se sia più conforme al nero, o al pavonazzo, o al berrettino (ivi); 

ed è ben diverso dal parlare «sfoggiato», come di «varij colori» che si di- 
stinguono l'uno dall'altro, mescolanza non fusa di parole toscane e lombarde. 

Ora come possiamo qualificare questa sorta di «terza via», proposta dal 
Guazzo ma dichiarata anche in effetti esistente 23, tra la lingua locale dei genti- 
luomini di Casale e il toscano da loro appreso sui libri e usato scrivendo? Non 
mancano appigli per qualificarlo, come è stato fatto, sia «monferrino illustre» 
sia «italiano regionale» -4. 

Un'affermazione di rilievo, apparentemente anche in contraddizione con 
quella citata in precedenza, relativa ai colori ben commisti, è per esempio la se- 
guente: 

Come ne i panni contesti di diversi colori si scuopre sempre un colore, il quale 
con la vivacità sua soperchia et adombra alquanto gli altri colori, così nel formar 
la favella mista bisogna, che si scuopra principalmente il segno della natia favel- 
la, et s'usi quella discreta maniera, che fate voi [così dice il portavoce delle idee 
del Guazzo al suo interlocutore — l'opera è in forma di dialogo], il quale tingen- 
do alquanto il pennello della vostra lingua nel candido colore della Toscana fa- 
vella, andate coprendo l'oscure macchie della nostra materna, ma tanto leggier- 
mente, che si lascia conoscere per favella lombarda (e. 67v). 

Rincalzata dall'avvertimento che sarà bene usare «molte [parole] le quali 
sono proprie del nostro paese, et non di tutta la Lombardia». E addirittura, pre- 
cisa insistentemente il Guazzo: 



sale «nell'udire il Signor Proposto Mola parlar politamente una lingua Toscana addolcita col Zuc- 
caro della Romana favella». Sull'attenzione p)er una (geo)sinonimia italiana («toscana») cfr. a e. 
69r: «quel panno lino, con cui s'asciuga il naso, chiamato da' Toscani moccichino, o fazzolettto, 
[...]». Qui, sul caso particolare, si hanno diverse utili attestazioni sei-settecentesche: ricordo sol- 
tanto il già citato glossarietto fiorentino-romanesco del '600, pubblicato dal Baldelli (1952), che 
segnala fazzoletto come romanesco rispetto a pezzuola fiorentino, e il Tassoni, che nelle sue po- 
stille alla II Crusca osserva: «perché moccichino [...], se tutt'Italia dice fazzoletto [...]?»: cit. in 
Migliorini(1960, p. 455). 

23 «Queste medesime differenze [riscontrate nei colori dei «vestimenti»] si trovano anche nel 
favellare, conciosia] cosa, che alcuni hanno il parlare schietto, alcuni sfoggiato, et altri misto»: 
ivi. 

24 Per gli studi citati alla nota 18: parla di «una sorta di monferrino illustre» la Maraschio; 
«diremmo oggi, forse, 'italiano' regionale' più che 'dialetto italianizzato'»: è la formula usata da 
Vitale (cui ora si richiama Marazzini); anch'io ho già interpretato nel senso di «italiano locale». 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERAU E CASI PARTICOLARI 339 

io voglio, che non pure nelle sole voci, ma nel suono, ne gli accenti, et nella pro- 
nuntia ritegniamo alcuni segni della patria senza discostarcene affatto, non tanto 
per manifestarci quei, che siamo a gli stranieri, quanto per non fare stomaco con 
la total riformatione, et diversità a' nostri paesani, co i quali havendo noi princi- 
palmente a vivere, et conversare, è cosa debita, che ci mostriamo loro in qualche 
maniera conformi et di favella, et di costumi (e. 69, recto e verso). 

Se «principalmente» si deve scoprire «il segno della natia favella», se ad- 
dirittura questo parlato deve distinguersi in modo così puntuale proprio per 
«Casalasco», si sarebbe tentati di interpretarlo come un dialetto sottoposto a un 
processo di nobilitazione e di toscaneggiamento, tale tuttavia da mantenerlo, 
strutturalmente, dialetto. 

E tuttavia gli esempi di parole singole — originale documentazione che il 
Guazzo ci reca — appaiono chiaramente adattati in veste italiana. 

È possibile evidentemente sostenere che la parola locale citata sia stata 
semplicemente, come dire, tipizzata sull'italiano per convenienza col contesto, 
con ciò restando, nell'idea dell'autore, dialettale nella sua struttura di fondo (si 
è già avanzata analoga ipotesi a proposito di «diciamo noi altri cocone» del Li- 
bumio). E certo questo va anche ammesso come procedimento presente in que- 
ste pagine almeno in un caso: «il moizo, la feia, la sgroglia» che giustamente 
l'interlocutore del dialogo avrebbe cancellato a favore di «matto, pecora, et gu- 
scio», perché voci «vitiose», «proprie non che de' contadini di questo paese — 
scrive l'autore — ma anco d'alcuni nostri Cittadini» (e. 68r), è da pensare che 
almeno nella bocca dei contadini non avessero certa veste italianizzata^s. 

Se l'ipotesi fosse generalizzata nel testo, cadrebbe il valore dimostrativo 
— italiano, o toscano come dice il Guazzo, e non dialetto — delle forme consi- 
gliate, come beccaro o ammorzare. Due osservazioni tuttavia portano, a mio 
parere, verso l'interpretazione italiana. 

Continuando la sua esemplificazione del «parlar misto» del suo interlocu- 
tore, il Guazzo scrive: 

per favellare co i pili, voi con molta discretione dite contra le regole della lingua 
lui, et lei, dove bisognerebbe dir egli, et ella. Et finalmente per non parer Tosca- 
no del Monferrato, voi non finite sempre la parole intere, ma per non vi acquistar 
odio, soffrite, in luogo di mano, fanno, et stanno, di dire secondo l'uso paesano 
man, fan, stan, et altre parole accorciate, le quali si concedono a poeti (e. 68r). 

Questo rilievo sull'uso di pronomi mal si sosterrà come condotto su pro- 
nomi tipizzati, anche ricordando col Terracini che sono caratteristici proprio del 
monferrino per la terza singolare liii e lei o forme simili (Terracini 1957, p. 



25 Per moizo cfr. i riscontri già operati da Reggio (1980, n. 26): ^qx feia cfr. per esempio 
Devoto-Giacomelli (1972, p. 8); per sgroglia cfr. sgroja in G. Ferrare, Glossario monferrino, 
Torino, Loescher, 1889 (Marazzini 1984, p. 58, ricorda «l'attuale dialetto sgròia»). 



340 TERESA POGGI SALANl 

209): soprattutto, interpretando questa terza lingua come dialetto illustre, il ri- 
lievo, si può dire, perde ogni senso. Pronunciarsi a favore di lui e lei soggetti, 
combattuti per l'appunto dai grammatici del tempo, invece di egli (elli) e ella 
da essi consigliatilo, appar giustificato soltanto se visto nell'ottica di una lingua 
che sia, sì, un "tertium" tra dialetto e italiano, ma la cui struttura portante resti 
italiana, benché dell'italiano venga toccata anche la grammatica (qui sceglien- 
dosi una forma molto diffusa ma non «approvata»). 

L'osservazione poi sulla terminazione delle parole, che dapprima potreb- 
be anche sembrare ambigua (la lingua finisce sempre le parole in vocale, il dia- 
letto non sempre, dunque chi non le finisce sempre in vocale è possibile parli 
dialetto), par chiarirsi con gli esempi di parole in -n che oltre ad essere deir«u- 
so paesano», sono ammesse nella lingua poetica: anche questo richiamo alla 
tradizione poetica italiana acquista un senso pieno soltanto se il «parlar misto» 
è, diciamo, una forma tutta speciale della struttura italiana. 

Il punto chiave, forse, di questa combinazione del dialetto di Casale e del 
toscano della tradizione sta nel fatto che il Guazzo chiede una compene- 
trazione profonda che, accogliendo forme locali o latamente lombarde 
(o anche piti diffuse), interessi, come mostrano i suoi esempi, la fonologia, la 
morfologia, il lessico (si osservi tra l'altro che il Guazzo sfrutta anche, con lui 
o lei e le parole apocopate, oggi diremmo le intersezioni tra il suo dialetto nati- 
vo e l'italiano; d'altra parte anche il proporre, poniamo, cadena e rave in luogo 
di catena e rape è estendere, ad altre parole, caratteristiche stesse dell'italiano). 

Solo con questa compenetrazione profonda si può scoprire «principal- 
mente il segno della natia favella», non nel parlare «sfoggiato», l'altro genere 
di mistura, del quale a parere del Guazzo è esempio un verso di Dante in cui i- 
naspettato compare ancoi, «voce lombarda et stomacosa, la quale in capo 
all'altre parole s'assomiglia ad un pezzo di parmo vile posto sopra una veste di 
brocato» (e. 67r)27. Non, per così dire, a toppe devono mescolarsi i diversi tes- 
suti, del dialetto e dell'italiano; i componenti, abbiamo visto, non devono «la- 
sciarsi discemere». Ad altro ordine di compenetrazione, decisa dal gusto, forma 
di «politezza» per la «civil conversatione», ma anche esemplificata su dati di- 
chiarati reali, si deve la «favella mista»: adozione della lingua di prestigio or- 
gogliosamente forzata su radicate abitudini locali — «l'abuso» del suo paese, 
lo dice il Guazzo — cui non s'intende rinunciare. È un italiano che si sente su- 
bito — dunque «principalmente» — che è di Casale. 



26 Cfr. per es. P. Bembo, Prose della volpar lingua, libro III, in Prose e rime, a cura di C. 
Dionisotti, Torino, Utet, 19662, specialmente pp. 210-211 e 260. Cfr. anche, per il Cinquecento, 
Migliorini (1960, p. 378 e 390). 

2^ Per Dante il Guazzo si riferisce a Purg. 13, 52. Insistendo sull'idea di un compenetrarsi 
delle due lingue di partenza, si spiegano altre espressioni del Guazzo, il doversi seguire «l'abu- 
so» del paese (e. 65v) ecc. 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARJ 34 1 

Ma se tutto questo, ricordiamo, è suggerito dal Guazzo per «diletto 
dell'orecchie», alla fine non è forse la coniugazione totale di quella che in ori- 
gine è stata la lingua scritta nazionale con le abitudini linguistiche locali che 
noi oggi chiamiamo "italiano regionale"? Il Guazzo, così, con la sua lingua da 
società, da usare fuori delle pareti domestiche, non ha un po' previsto realisti- 
camente anche il nostro futuro? 

2.3. Il lavoro lungo e tenace condotto dal Manzoni sulla lingua, per le necessità 
profonde della scrittura e per il bisogno appassionato di raggiungere chiarezza 
di pensiero nella meditazione sulla «causa efficiente delle lingue», ci ha anche 
lasciato, in pagine lucide e insieme calde, una testimonianza di eccezionale in- 
teresse sulle condizioni linguistiche del suo tempo. 

Nel trattato Della lingua italiana, oltre a capitoli di interesse linguistico 
generale e linguistico-filosofico, splendidi a tratti, egli ci parla propriamente 
anche dell'italiano e dell'italiano regionale, portandoci poi in particolare qual- 
che esemplificazione sull'italiano di Milano -«. L'esemplificazione poi si con- 
giunge, qualche volta si sovrappone o si completa, con quella che in modo sbri- 
ciolato (e con certa minor sicurezza) si trae dalle sue anteriori Postille al Voca- 
bolario della Crusca nell'edizione veronese-'^. 

Vediamo innanzitutto il trattato. 

Tutto quanto appartiene al regionalismo dell'italiano del suo tempo fa 
parte per Manzoni del "negativo" di questa lingua, è una «deplorabile diversità 
in ciò appunto che ci costituisce italiani» (p. 572)^". 

L'italiano, in mezzo a «tanti diversi vocaboli» dei tanti idiomi del nostro 
paese, «li riceve», all'opposto del francese, non «li traduce» (p. 577, e cfr. an- 
che p. seg.). Manzoni, teso verso «una lingua che deve servire per ogni cosa e a 
tutti» (p. 599), sente il danno della geosinonimia: «ammasso soprabbondante e 
mancante nello stesso tempo, in quanto una cosa medesima [...] si potrà trovar 
nominata in dieci, in venti, in cento maniere diverse, e non mai in una che sia la 



28 Mi riferisco al I cap. della V redazione (attribuito al 1842-43: cfr. anche Stella 1974, p. 
113), da cui soltanto traggo le citazioni, secondo l'edizione di L. Poma e A. Stella, Milano, 
Mondadori, 1974. Sull'italiano regionale, sulle difficoltà e il silenzio della lingua, visti da Man- 
zoni nel trattato, cfr. anche Bruni (1983, pp. 77 e 111-112). 

29 Ed. a cura di D. Isella, Milano-Napoli, Ricciardi, 1964 («cronologicamente cadono, la 
più parte, nella fase del primo abbozzo del romanzo e della sua revisione per la stampa 'venti- 
settana'»: p. Vili). 

30 In questa pagina il discorso del Manzoni si riferisce alla lingua scritta. Cfr. ivi ancora 
per lo scrivere (ma si ricorderà il dato fondamentale che scritto e parlato per Manzoni sono 
«due forme d'una cosa medesima»: p. 596): «il mescolare co' vocaboli d'una lingua una massa 
di vocaboli d'altre lingue, o idiomi, o linguaggi, come uno vuole, vestendoli o mascherandoli 
con le forme di quella, quando la loro forma nativa paia troppo eteroclita, è appunto ciò che, 
dopo Merlin Cocaio, si chiama scrivere macaronicn». 



342 TERESA POGGI SALA>fl 

propria, la sua» (p. 561)3'. 

E parallelamente, sente il danno del disaccordo sia sui sensi traslati, di- 
versamente attribuiti qua e là alle stesse parole italiane, sia sui «modi di dire di- 
versi [formati] con vocaboli comuni a tutta l'Italia». Così, commenta, 

anche ciò che pur c'è di comune divento materia del particolare; l'uniforme, del 
vario; il noto, dello strano; e [...] con un tristo compenso, mentre in tanti casi di- 
ciamo la cosa medesima con parole diverse, in altri casi diciamo cose diverse con 
la medesima parola. Salvo sempre il ripiego di lasciar fuori le cose, o di farle in- 
tendere con qualche perifrasi, o d'accennarle con termini generici, in vece di no- 
minarle (p. 589), 

e così via — e intanto, quasi a dargli ragione, proprio qui gli accade, e altrove 
ritoma (per es. pp. 568 e 594), di usare questo lasciar fuori, così simile al mila- 
nese lassa foeura, e non per esempio tralasciare.... 

Perché l'italiano regionale è il segno delle difficoltà d'essere dell'italia- 
no, nasce dal vuoto, dal silenzio: 

ho due mezzi diversi per intendermi — scrive — , uno coi milanesi, l'altro con 
tutti gli altri italiani. Confrontiamo questi due mezzi, e vediamo s'io li possiedo 
tutt'e due in maniera di poterne ottenere gli effetti medesimi. 

E fa l'esempio del gruppetto di milanesi che in una casa stanno chiac- 
chierando tra loro, al solito, in milanese, quando arriva qualcuno che presenta 
una persona d'altra regione: allora, «come vuol la creanza, si smette di parlar 
milanese, e si parla italiano», scrive il Manzoni. 

Ma domanda: 

Dite voi se il discorso cammina come prima, dite se ci troviamo in bocca quel- 
l'abbondanza e sicurezza di termini che avevamo un momento prima; dite se non 
dovremo, ora servirci d'un vocabolo generico o approssimativo, dove prima s'a- 
vrebbe avuto in pronto lo speciale, il proprio; ora aiutarci con una perifrasi, e de- 
scrivere, dove prima non s'avrebbe avuto a far altro che nominare; ora tirar a 
indovinare-''^, dove prima s'era certi del vocabolo che si doveva usare, anzi non ci 
si pensava; veniva da sé; ora anche adoprar per disperati il vocabolo milanese, 
correggendolo con un: come si dice da noi. Cosa, del resto, che ci potrà anche ac- 
cadere senza che ce n'avvediamo^^; e allora potrà accadere a lui [al nuovo inter- 
locutore], non solo di trovare strano il vocabolo, ma di non sapere cosa si sia vo- 



-31 Detto a proposito del latino, in epoca tardiva infarcito di «migliaia e migliaia di vocabo- 
li latinizzati, senza poter mai diventar latini». 

32 In altre pagine preciserà in cosa consiste, in fondo, questo «tirar a indovinare»: procedi- 
menti analogici e prestiti (specialmente dal latino e dal francese), diversi da zona a zona, «mez- 
zi naturalissimi e opportunissimi di supplire ai nuovi bisogni d'una lingua», ma qui destinati a 
«provvedere a bisogni vecchi» (pp. 592-593). 

33 L'uso del vocabolo milanese in italiano, con «le desinenze della lingua italiana», è ricor- 
dato estesamente anche nel noto frammento sul «parlar finito»: op. cit., p. 767. 



ITAIJANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 343 

luto dire. E non parlo di vocaboli che esprimano cose particolari a questa parte 
d'Italia: già non possono esser molti [...]. Parlo di cose che [...] son comuni là, 
come qui; cose comuni, dico, e modificazioni o relazioni di esse, ugualmente co- 
muni e, per dir così, necessarie, inevitabili; casi giornalieri, operazioni abituali, 
giudizi e sentimenti, de' quali, la somiglianza delle cose umane, e la somiglianza 
degli animi umani, rendon la ricorrenza frequente per tutto. Che dirò di più? og- 
getti materiali, sia dell'arte, sia della natura; cose che vediamo ogni giorno, gi- 
rando per le strade, cose che abbiamo in casa, che fanno parte della casa medesi- 
ma; ordigni, arnesi, mobili, vestiti, cibi, animali, piante, cento altre cose, comuni 
in tutta l'Italia (pp. 541-542). 

Mancano le parole usuali, c'è povertà e insicurezza: e non è a questa lingua 
ma al dialetto che appartengono «una quantità d'espressioni vivaci, argute, ener- 
giche (che — commenta — è pure una parte di lingua, e una parte più importante 
di quello che può parere a prima vista)» (p. 543) (è l'esperienza stessa del Tenca: 
«Checché si faccia, la lingua sarà sempre, per chi la parla, un abito preso, accatta- 
to, non naturale, e su questo punto inferiore, e come!, al dialetto»)'^. 

La situazione è analoga per chi scrive: mancano le parole («Se non le ab- 
biamo per parlare, come le avremmo per scrivere?») (p. 595)^5. Ne consegue an- 
che la rinuncia, dolorosa: 

l'uomo [...] spesso [...] proporziona ai mezzi che ha, non solo i tentativi, non solo 
i desideri, ma anche i concetti: non si distende, passatemi un'espression volgare, 
se non quanto il lenzolo è lungo. Così chi, dovendo scrivere, non ha a sua dispo- 
sizione che una parte di lingua, è condotto naturalmente a pensare in una parte di 
lingua, a circoscriver la materia al suo vocabolario. Prendendo la penna in mano, 
non è più, non aspira nemmeno a essere l'uomo intero, dirò così, della vita reale; 
è già rassegnato a dire, non quello che potrebbe, ma quello che può. [...] Si schi- 
vano le parole che farebbero ridere, ma a patto di schivar le cose, e non di rado le 
più, dirò così, innate all'argomento, e aderenti all'animo; e (ciò che potrebbe pa- 
rere una contradizione, ma è pur troppo un fatto) per non dar nello strano, biso- 
gna tenersi lontano dal naturale. Per la mia parte, giacché avete voluto cavare un 
argomento — dice rivolto al previsto interlocutore del trattato — anche dallo 
scriver che fo un libro, vi so dire che m'accade ogni momento d'avere, in mila- 
nese, l'espressione la più propria, la più al caso, la più per l'appunto, e di non co- 
noscerne alcuna equivalente, la quale sia né usata, né nota in tutta Italia (pp. 567- 
568). 

L'italiano regionale, che oggi noi consideriamo non soltanto scomodo ri- 
svolto di una lingua troppo aristocratica, ma anche per quella stessa lingua mo- 
do naturale, nella nostra situazione storica, di entrare finalmente, per tutti, tra le 
cose, di funzionare facendosi, per il Manzoni che ne sottolinea soltanto l'aspet- 
to negativo, non era neppur pensabile potesse essere una forma di risposta alla 
ricerca in italiano dell'espressione «propria», la più vera per chi la usa. Noi in- 
vece vediamo con chiarezza che oggi uno dei motivi del reggere di questa di- 

34 C. Tenca, Scritti linguistici, a cura di A. Stella, Milano-Napoli, Ricciardi, 1974, p. 376. 

35 Qui, veramente, Manzoni si riferisce a «una quantità di locuzioni italiane». 



344 TERESA POGGI SALAMI 

versila dell'italiano — del reggere intendiamo anche presso chi non è obbligato 
perfino ai silenzi del troppo poco possedere la lingua — sta proprio qui, nel fat- 
to che ormai anche a questo regionalismo dell'italiano si lega in modo genera- 
lizzato, mentre meno si sentono problemi normativi, quell'affettività, quel sen- 
so di appropriatezza, di possesso, di corrispondere alle cose che il Manzoni 
sentiva così forte nel suo milanese («l'espressione la piti propria, la più al caso, 
la più per l'appunto»). Anche qui troviamo il senso del tempo, non breve, che 
ci divide dal Manzoni. 

La sua documentazione "in diretta" sull'italiano regionale, benché negati- 
vamente giudicato, il Manzoni ce l'ha tuttavia positivamente offerta (anche se 
uno spazio bianco del suo manoscritto del trattato interessa proprio la nostra 
parte). Si tratta di una documentazione quasi esclusivametne lessicale e fraseo- 
logica dall'uso italiano di Milano del suo tempo, che nel trattato appare distinta 
in «parole inaudite», come il Manzoni le qualifica, in «traslati» (parole comuni 
con significati locali) — l'abbiamo già ricordato — e in «modi di dire» («di- 
versi [formati] con vocaboli comuni a tutta l'Italia»). 

Al Manzoni non sfugge neppure quella che anche per noi è la difficoltà 
maggiore nello studio dell'italiano regionale: il problema dell'effettiva delimi- 
tazione geografica. Vediamo per esempio: 

parole inaudite, non dico in tutto il resto d'Italia; perché so bene che il cinque, o 
il dieci, o il venti per cento, potranno esser comuni a qualche altro idioma d'Ita- 
lia; ma inaudite nella maggior parte d'Italia (p. 571)36. 

Di queste «parole inaudite», toccate proprio dallo spazio bianco di cui di- 
cevamo, resta però nel trattato un solo esempio recato dall'autore: sostra, nella 
locuzione sostra di vivi 'magazzino' «per pietre da fabbrica», come ci spiega lo 
stesso Manzoni". L'esempUficazione può tuttavia essere ampliata in qualche 
modo (non dunque con la certezza del trattato) spigolando tra le Postille alla 
Crusca, dove lo scrittore studioso di lingua non soltanto aggiunge riscontri col 
milanese ma anche, come mostra la forma delle parole, con un apparente "ita- 
liano", da situare, nella frammentarietà e poca esplicitezza del testo, tra il docu- 
mento reale dall'italiano di Milano e un dialetto milanese tipizzato per l'occa- 
sione38. 



36 Osservazione simile a p. 583 per i traslati e a p. 580 in particolare per sostra di vivi. 

^'^ L'esempio è a p. 580, la spiegazione a p. 582. Per sostra, di cui si hanno diverse altre at- 
testazioni dall'Ottocento ai nostri giorni, cfr. Poggi Salani (1983, s.v.). 

38 E certo la tipizzazione par comparire tra le Postille: cfr. s. sdegnato: «nel contado m[ila- 
ne]se si dice: aver lo stomaco indegnato»; o s. tutto: «Nota [...] il pleonasmo volgare di quel 
tutto appiccato al Con e declinato; e nota che è d'uso vivente e comune in molte parti del con- 
tado milanese». 



FTALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 345 

Qui, sotto bisticciare, leggiamo per esempio: «Travolto dai Milanesi a 
beschiziare e beschizio», e in particolare a proposito di «stare in sul bisticcio» 
di un passo del Varchi: «In milanese si dice tuttodì: stare in sul beschizio: ma 
significa stare in contegno, ingrugnato in sulle sue, far muso, dopo un alterco, o 
cosa che quegli si sia recato ad offesa». O, per una voce non registrata in quel 
vocabolario ma aggiunta dallo stesso Manzoni: «Allappare, sensazione del pa- 
lato, forse il rappare dei milanesi: il senso preciso da verificarsi in Firenze» ^^ 

Più di una trentina sono invece gli esempi di traslati che il Manzoni cita 
nel trattato, sempre dall'uso italiano di Milano, anche se poi per noi ora il nu- 
mero si riduce, dovendosene per così dire espungere alcuni come non caratteri- 
stici e normalmente accolti nei vocabolari ottocenteschi^". Qui ricordiamo, per 
esempio, «il giudice [...] delle bilance», che andrà inteso come il milanese giu- 
des così spiegato dal Cherubini^': «Ago. Raggio pesatore. Quel ferro della sta- 
dera appiccato allo stile, che stando a piombo, mostra l'equilibrio» oppure «ri- 
correre i tetti» che di nuovo s'intenderà con la scorta del Cherubini {«Recórr 
on tècc. Rintegolare un tetto»). O ancora, scegliendo un'accezione tuttora stabi- 
le a Milano: «curare uno, nel senso di tendergli un'insidia, o d'osservar se vada 
o non vada in un tal luogo, se faccia o non faccia una tal cosa, o di far di tutto 
per poterlo trovare» ^2; che ritoma nelle Postille alla Crusca, sotto vigilare, a 
proposito di un esempio del Cellini: «Qui vale appostare, e ancor piìì precisa- 
mente il curare dei milanesi». 

Oltre cinquanta sono poi i modi di dire analogamente elencati nel trattato 
(pp. 586-587), e il maggior numero sarà forse segno di un più spiccato interesse 
dell'autore alla ricerca delle movenze di una lingua «naturale». Si tratta di lo- 
cuzioni per lo più imperniate su un verbo, dove, al di là della già accennata e- 
spunzione, il sussidio del vocabolario milanese è ancora più richiesto dal nor- 
male lettore, anche perché nella maggior parte dei casi il significato non viene 
dichiarato: trovarci il conto (cfr. trovagli el cunt nel Cherubini, spiegato con: 
«Raccapezzare checchessia. Trovarci la via, il verso, il bandolo») o andar giù 



39 Più tardi aggiungerà: «In Firenze non si dice, e ha da esser romanesco» (in nessun altro 
caso, come si ricava dall'indice apposito, il Manzoni nomina il romanesco; la sua supposizione 
qui proverrà dal fatto che il passo da cui traeva allappare appartiene al Magalotti, nato e vissu- 
to in gioventù a Roma). 

40 Per esempio l'uso di portare o di ritirarsi in «il vino che porta l'acqua; le stoffe che si 
ritirano». Oltre a vivi, già ricordato, a investiture e a consegne che sono a p. 570 (e su cui cfr. 
Poggi Salani 1983 alla nota 50 e s. investitura), tutte le citazioni di traslati dell'uso italiano di 
Milano sono alle pp. 582-583. 

4' F. Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Milano, Imp. Regia Stamperia, 1839- 
18562, s.v. 

42 Per curare cfr. Poggi Salani (1983, s.v.) Ivi inoltre, s.v., sfera (dell'orologio, 'lancetta') 
e ala (del cappello), citati ancora dal Manzoni e tuttora ben radicati a Milano e altrove. Su «i 
cornetti, per significare i baccelli verdi e immaturi del fagiolo, che si colgono per cucinarli», 
cfr. R. Riiegg (1956, p. 89, n. 51: ben attestato; indicazione fornita: da Padova a Ferrara). 



346 TERESA POGGI SALANl 

dal libro per esempio (cfr. andà-giò del liber ancora nel Cherubini: «Cader di 
grazia»). In altri casi, oltre al vocabolario milanese, soccorre senz'altro, acco- 
gliendo, glossate, le stesse forme italiane, anche il volumetto di Voci e modi er- 
rati [...] dell'uso milanese (1898) di Rosa e Emilia Errerà: così per portarla 
fuori 'cavarsela' (per esempio da una grave malattia), tuttora d'uso a Milano, o 
venire al meno 'impoverirsi '43. 

Al di là della fraseologia verbale questo elenco, che accoglie anche alcu- 
ne locuzioni avverbiali, può essere inoltre usato in altro modo: per esempio evi- 
denzia implicitamente in questo tipo di italiano l'uso di aggregare avverbi ai 
verbi con funzione compositiva {giù, su, via). D'altra parte anche nelle Postil- 
le alla Crusca è dato di incontrare osservazioni non soltanto legate al lessico, 
come quando sotto /a/e, verbo, la iormdi fare ssimo è dichiarata «Modo sgram- 
maticato e Lombardo»*^. 

Ma senza andare oltre, verso un esame puntuale del materiale linguistico 
che il Manzoni consapevolmente ci presenta, ci preme piuttosto, riallanciadoci 
al quadro inizialmente delineato sui silenzi e sui vuoti dell'italiano dei quali l'i- 
taliano regionale è manifestazione, riconsiderare da ultimo da altro punto di vi- 
sta il rapporto del Manzoni con la varietà dell'italiano: diciamo il suo rapporto 
di lavoro. 

È ben noto come piacesse al Manzoni scoprire corrispondenze tra il suo 
milanese e altri dialetti e in primo luogo il fiorentino, quasi quelle corrispon- 
denze fossero tappe già raggiunte verso la desiderata unità linguistica. In rela- 
zione questa volta al toscano delle scritture, leggiamo per esempio nelle Po- 
stille alla Crusca, sotto luna, una citazione dalle Annotazioni di Anton Maria 
Salvini alla Fiera del Buonarroti, sull'uso di aver la luna a rovescio, cui segue 
questa osservazione: «Benedetto il Salvini che mi somministra un esempio to- 
scano di questo modo di dire tanto usitato in Lombardia»45. Come dire che, tra- 
dotto il dialetto in italiano o in fiorentino che sia, al Manzoni piace in modo 
particolare che il mutamento sia solo formale, riguardi soltanto «differenze ac- 
cessorie, e per lo più sistematiche e riducibili in classi», com'egli dice {Della 
lingua italiana, p. 582). E appunto il desiderio dell'unità di lingua, della non e- 
sistenza del regionalismo dell'italiano. 

Ma come la mettiamo con un'espressione particolare usata dal Manzoni 
nelle Postille, e già sopra fuggevolmente ricordata? Vigilare, abbiamo detto, in 



43 Ver portarla fuori , venire al meno e aver giù la voce cfr. Poggi Salani (1983, s.v.). 

44 Andaressimo. leggeressimo e simili fonne del congiuntivo, «vitio» proprio «della Lom- 
bardia quasi tutta», sono già ripresi — come gentilmente mi ricorda Nicoletta Maraschio — nei 
Commentarii della lingua italiana di G. Ruscelli, Venezia, appresso Damian Zenaro alla Sala- 
mandra, 1581, p. 523, nel quinto libro, dedicato a «tutte quelle cose, che et nelle voci et nella 
scrittura sogliono mal'usarsi da questo et da quello». 

45 Per aver le lune a rovescio cfr. Poggi Salani (1983, s.v.). 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 347 

un passo del Cellini a parere del Manzoni «vale appostare, e ancor più precisa- 
mente il curare dei milanesi». Che cosa vuol dire questo «ancor più precisa- 
mente» se non una naturalezza d'uso (dialettale) che si travasa diretta nell'ita- 
liano, mantenendo lo stesso senso di fedeltà all'idea? In fondo, tante volte sono 
proprio queste le parole che «vengono» a uno scrittore: «gli vengono — scrive 
appunto Manzoni — , ma è costretto a mandarle via» (si noti, «è costretto»), 
perché sono «d'un idioma scomunicato, e tali da fare, in un libro italiano, una 
troppo curiosa figura» {Della lingua italiana, p. 567). Allora, forse, anche que- 
sto italiano regionale, se non fosse perché era regionale, peccato che l'intelletto 
combatteva, per lo scrittore non serbava anche un po' traccia di quell'aderenza 
alle cose, o all'animo, propria del dialetto, che del resto era subito lì dietro e 
quasi traspariva? 

2.4 II fiorentinismo, unica eccezione, non entra certo per Manzoni nel novero 
dei regionalismi (anche se noi possiamo, invece, osservare i suoi oggettivi fio- 
rentinismi). Vediamo l'idea che Verga ha della lingua, della lingua per scrivere"*^: 
considerarla brevemente aiuterà a distinguere, nella sua opera di scrittore, tra u- 
so reale, diretto, del regionalismo e uso riflesso. 

Nell'intervista di Ojetti (1894), alla domanda «Crede ella che per il com- 
pleto sviluppo della letteratura nostra, la lingua, quale è scritta o quale potrebbe 
scriversi oggi, basti?» — domanda dunque che ignorando in pratica la lingua 
parlata è formulata su quella scritta — il Verga risponde riferendosi invece 
senz'altro alla lingua parlata. La risposta è di estremo interesse. Vi è sottesa tra 
l'altro, l'idea, già manzoniana, che innanzitutto per "lingua" si deve intendere 
'lingua parlata'. 

Certamente, la lingua italiana è uno stromento perfettissimo — risponde Verga 
— , ed è la lingua parlata da una persona colta. Tutta la perspicacia dello scrittore 
deve aiutarlo a non rinchiudersi in un frasario scelto che non è il frasario vero, in 
nessun senso. Il predicato studio del vocabolario è falso, perché il valore d'uso 
non vi si può imparare. Ascoltando, ascoltando si impara a scrivere. E da questo 
deriva la mia teoria dello stile (in Ojetti 1946, p. 116). 

Il «valore d'uso», quello delle parole legate tra loro, il senso e l'occasione, 
il modo di appartenere all'oggi, s'imparano dall'uso reale, che è «vero»; non è 
tale, invece, alcun prefabbricato letterario, frasi o vocaboli che siano, pronto 
per qualsiasi nuova manipolazione («le forme di periodo fisse, apprese da alcu- 
ni classici, applicabili a tutte le idee, sono mortali allo stile» dirà subito dopo). 



46 In questa parte sul Verga mi valgo anche di alcune pagine di Poggi Salani (in stampa). 
Da li traggo anche i pochi esempi di voci dai Malavoglia, qui sfrondati nella documentazione 
di sostegno. 



348 TERESA POGGI SALANl 

E l'uso è naturalmente quello di chi l'italiano lo conosce: l'italiano lingua ari- 
stocratia è parlato dalle persone colte, che poi anche lo scrivono. 

Si osservi che Verga, nell'epoca del postmanzonismo e di vocabolari della 
«lingua parlata» (il Rigutini-Fanfani, il Petrocchi e anche il Vocabolario dell'u- 
so toscano erano tra i vocabolari della sua biblioteca: Garra Agosta 1977, pp. 
82, 76 e 54) non menziona neppure la Toscana (e a Firenze aveva pur soggior- 
nato, in anni diversi, alcuni mesi). In realtà qusta «lingua parlata da una perso- 
na colta», è un'idea di lingua che il Verga si è concretamente formato nell'a- 
scolto e nella pratica linguistica tra Catania, Firenze, Milano e Roma (al di fuo- 
ri della SiciHa, la città dove vive di piiì è Milano, con una permanenza venten- 
nale). Si direbbe che la sua idea di lingua (che ovviamente non può neppur e- 
scludere le letture) raduna così quanto di comune e di vario si ritrovava in que- 
sti diversi codici regionali colti. Mezzo secolo dopo le pagine viste di Manzoni, 
Verga non esita a riferirsi a questo codice multiforme e certamente anche con- 
traddittorio di cui non denuncia incertezze o silenzi: non lo sente manchevole 
perché in fondo somma con discrezione le sue varie esperienze d'italiano (non 
ha l'ansia normativa del Manzoni). 

Se Manzoni, per giudizio dell'Ascoli, col suo romanzo estirpò dalle nostre 
lettere il cancro antico della retorica, e idealmente puntava a una lingua «inte- 
ra» nel cui uso circolare trovasse spazio «il comune e l'elevato, l'usuale e il 
dotto, il domestico e il tecnico» (Della lingua italiana, p. 602) («Parole e frasi 
che sono passate dal discorso negli scritti senza parervi basse, dagli scritti nel 
discorso senza parervi affettate [...]»)47, vediamo che anche Verga, con questo 
suo situare la vita vera dell lingua alla base dell'opera dello scrittore, può ben 
dirsi, come infatti si disse-*», anche lui manzoniano: non nel fiorentinismo, per 
quanto sia dato riscontrarlo anche nel suo scrivere; manzoniano invece in senso 
profondo'*'', in questo sentire che soltanto in una lingua che vive l'opera mette 
liberamente radice, prende la sua irrepetibile «forma», «necessaria» piace dire 
al Verga. «Sento che non ho scritto nei Malavoglia né un rigo, né una parola di 
superfluo», scrive in una lettera al suo traduttore "^o. 

«Forma» è parola che toma nel Verga a proposito dell'opera, ma siamo or- 
mai su altri piani: la «forma» dev'essere «necessaria ed inerente al soggetto»5i. 



'*'' Fermo e Lucia, Seconda introduzione, in A. Manzoni, Tutte le opere, a cura di A. Chiari e 
F. Ghisalberti, voi. II, t. Ili, Milano, Mondadori, 1954, p. 15. 

48 Lettera a Felice Cameroni dell'S aprile 1890, in G. Verga, / grandi romanzi. I Malavo- 
glia, Mastro-don Gesualdo, a cura di F. Cecco e C. Riccardi, Milano, Mondadori, 1981^, p. 776. 

'♦^ O, come ha scritto di recente G. Nencioni (1982, p. 486), «le mire di Manzoni e di Verga 
erano [...] convergenti nell'alto; ma non potevano esserlo sul piano operativo». 

50 Lettera a Edouard Rod del 4 dicembre 1881, in G. Verga, Lettere al suo traduttore, a cura 
di F. Chiappelli, Firenze, Le Monnier, 1954, p. 39. 

5' Lettera a Carlo Del Balzo del 28 aprile 1881, in G. Verga, / grandi romanzi, cit., p. 767. 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 349 

è all'interno della lingua una creazione: ma è discorso, questo, che toccherò più 
avanti. 

Dicevamo che il Verga può dirsi manzoniano in senso profondo, non certo, 
e si sa, nel senso più usuale a proposito di lingua; proprio nella stessa lettera al 
Cameroni in cui si dice a suo modo manzoniano la distinzione è posta con chia- 
rezza: «Il Petrocchi è manzoniano (lo sono anch'io, meglio di lui [...]». E più a- 
vanti (la lettera si riferisce a una recensione del Petrocchi al Mastro don Ge- 
sualdo): «Petrocchi mi suggerisce di ricorrere a qualche fiorentino per farmi 
riveder le bozze...» (frase sottolineata dallo stesso Verga): «trovata che dimo- 
stra quanto ne capiscono i critici come quello lì della forma che è così intima, 
necessaria cosa fusa col pensiero stesso». 

E tuttavia, naturalmente, il Verga non disdegna un giudizio generale, espres- 
so dal Petrocchi nella stessa occasione: «mi lusinga da lui toscano, vocabolari- 
sta e pedante sentirmi lodare 'la lingua studiata dall'autore con coscienza tra 
quella viva toscana, e assimilata solitamente con gusto, ecc.'». Solo che nel Ver- 
ga questa toscanità viva non è più che una delle componenti dell'italiano. 

Anche lui naturalmente aveva avuto i suoi problemi di lingua in senso 
stretto, anzi in qualche modo sempre li conservò (e non era possibile diversa- 
mente in un'epoca in cui questa lingua parlata colta in parte ancora si andava 
formando). Se ebbe a scrivere al Capuana che «il pensiero nasce in italiano nel- 
la nostra mente malata di letteratura»^^ o che in siciliano neppur sapeva scrive- 
re (e lo scriveva in siciliano)5\ sulla difficoltà o forse più sul regionalismo del 
suo italiano parlato abbiamo una testimonianza nota, quella di Edoardo Scarfo- 
glio, del 1885, appena qualche anno dopo i Malavoglia. Egli inquadra l'italiano 
del Verga e il proprio (lo Scarfoglio, aquilano, allora venticinquenne, era vissu- 
to anche a Chieti e a Roma) sullo sfondo della generalità dell'italiano parlato, 
tradotto da un pensare dialettale: 

Tranne i Toscani, tutti gli Italiani quando si trovano a discorrere con persone che 
non sieno del loro pase, traducono dal proprio dialetto, e il più delle volte tradu- 
cono male. Ho notato ultimamente questo fatto nella propria persona di Giovanni 
Verga. Noi parlammo un giorno lungamente insieme, e io notavo lo stento e l'im- 
perfezione del suo italiano, com'egli, certamente, si scandolezzava della scon- 
cezza del mio (Scarfoglio 1920, p. 122). 

D'altra parte gli studiosi in più occasioni hanno osservato nel Verga sia in- 
certezza e improprietà di lingua sia forme nettamente antiquate, diciamo in 
qualche modo obbligate, ossia che non si giustificano con una scelta libera in 



52 Lettera senza data, ma del 191 1, in G. Verga, Lettere a L. Capuana, a cura di G. Raya, 
Firenze, Le Monnier, 1975, p. 215. 

53 Lettere ancora al Capuana del 31 maggio 1911: «Cangiu pinna pirchì 'nta stu linguaggiu 
cu vossia mancu scriviri sacciu» (Lettere a L. Capuana, cit., p. 217). 



350 TERESA POGGI SALANl 

tale direzione all'interno di un'effettiva disponibiità linguistica, sia sicilianismi 
non dominati, involontari. Se questo accade certo in primo luogo negli scritti 
giovanili, quando al Verga ancora mancava una più vasta esperienza di lingua, 
queir«ascoltare» di cui dice all'Ojetti, colto ma regionalmente vario^^, il Raya 
per esempio segnala ancora in tarde lettere del Verga sia particolarità grafico- 
fonologiche meridionali {dihggere tra r84 e il '19; disaggio e vertiggini rispet- 
tivamente nel 1908 e nel '10; anzioso e anziosamente nel 1909 e nel '17) sia 
spie morfologiche di un pensare in siciliano o in italiano di Sicilia (nel 1902: 
«potrebbe farti comodo aver sotto mano le 150 lire che ho di tuo conto [...]: teli 
acchiudo in questa raccomandata»: con lire che evidentemente diventa Uri) 
(Raya 1973, pp. 64-66. Cfr. anche Bongrani 1976, p. 55). 

Certo l'uso linguistico di Verga uomo, ovviamente di stampo siciliano an- 
che se con inserzioni di varia provenienza, e la sua idea di lingua colta viva 
(con «vivo» che finalmente non significa 'toscano') in qualche modo si rappor- 
tano col suo concreto operare di scrittore. Tentare di scoprire i punti di sutura e 
il meccanismo per noi comporta ovviamente un'attenta verifica sui testi. 

Se scegliamo ora Verga (non lo abbiamo fatto invece per Manzoni) non 
soltanto come testimone e fonte per noi di informazione sui regionalismi della 
nostra lingua, ma anche come esempio, unico in questo nostro contributo, di u- 
so letterario conscio — nuovo, «arrischiato» lo disse l'autoress — del regionali- 
smo, prendiamo in mano i Malavoglia. 

È nota, e centratissima, l'affermazione di Capuana all'indomani dell'uscita 
del volume, che Verga «colava la lingua comune e il dialetto isolano in un cavo 
straordinariamente lavorato» (Capuana 1972, p. 84). Non a caso l'amico frater- 
no tocca subito il punto di connubio, lavoratissimo, tra «lingua comune», cioè 
lingua colta viva, e dialetto siciliano. 

Molto acuto anche quanto dice Pirandello sullo scrivere del Verga maggio- 
re: la 

"dialettalità" del Verga è una vera creazione di forma, da non considerare p)erciò 
al modo usato, come "questione di lingua", notandone lo stampo sintattico spes- 
so prettamente siciliano, e tutti gli idiotismi. Qua "idiotico" vuol dire "proprio". 
La vita d'una regione nella realtà che il Verga le diede, come la vide, come in lui 
s'atteggiò e si mosse, vale a dire come in lui si volle, non poteva esprimersi altri- 
menti: quella lingua è la sua stessa creazione (Pirandello 1973, p. 403)5^ 



54 Sulla mancanza, al tempo delle prime «prove» del Verga, di una «mediazione riduttrice 
e rasserenante di un livello espressivo 'intermedio'» cfr. in particolare Branciforti (1981, p. 
266). Sulla lingua delle opere fino al 1875 cfr., oltre allo stesso Branciforti, Patruno (1977) e 
Riolo(1981). 

55 Lettera al Rod del dicembre 1881 (verso il 7 dicembre), in G. Verga, Lettere al suo tra- 
duttore, cit., p. 48. 

56 Ma anche nel precedente Discorso di Catania, ivi, pp. 409-426 (423). 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 35 1 

E del resto lo stesso Verga nella citata intervista di Ojetti aveva detto che 
«lo stile non esiste fuor della idea». 

Per intendere la «forma» dei Malavoglia (si è detto dell'insistere del Verga 
su questa parola) occorre puntare anzitutto, credo, prima che sulla superficie 
linguistica partitamente considerata nei suoi possibili e reali ingredienti regio- 
nali — e in questo appunto Pirandello ha ragione — sul «cavo straordinaria- 
mente lavorato», sulla matrice di fondo, su meccanismi linguistici essenziali 
che governano la struttura, r«idea» stessa dell'opera, e che danno la chiave 
d'interpretazione dello stesso regionalismo. 

Purtroppo non è questa la sede per inoltrarci in simile direzione, che altro- 
ve invece ho tentato (Poggi Salani, in stampa). Qui darò solo alcuni spunti per 
una sorta di schema di riferimento (scusandomi per la schematicità, spero non 
incomprensibile). 

Diciamo che, servendoci anche di esplicite affermazioni del Verga (nelle 
lettere e altrove), si può forse trovare un filo che nei Malavoglia collega tra lo- 
ro componenti e tendenze diverse dell'opera. Riflettendo si trova, ci sembra, un 
legame chiaro tra: 1 ) reticolo narrativo con aspirazioni di «storia» nel senso di 
Benveniste (1971) (dunque alla terza persona, dove non si sa "chi parla", e 
tempi appunto compatibili con quella stessa «storia» - è ben nota la dominanza 
dell'imperfetto, accanto al passato remoto, nelle opere del Verga maggiore); 2) 
proverbio e suo configurarsi, come ha ben visto Cirese (1976), in «modello sti- 
listico-ideologico del modo narrativo» dell'operai^; 3) procedimenti vari 
dell'implicito, a cominciare dall'uso di un'area enorme di presupposizione, in- 
solitamente pretesa dal lettore (e subito ad apertura di libro: «la strada vecchia 
di Trezza», definita con l'articolo determinativo); 4) sfruttamento sistematico 
dell'ambiguità strutturale situata per l'italiano all'incrocio tra narrazione "nor- 
male", discorso diretto, discorso indiretto libero (indistinzione grammaticale 
relativa all'identificazione di "chi parla" e al parlare/riferire); 5) «dialettalità». 

Ed eccoci al punto. Se gli elementi qui soltanto ricordati come etichette 
staccate stanno insieme tra loro e «tout se tient» in una sintesi di distanza e im- 
medesimazione (ha scritto Giacomo Debenedetti (1976, p. 411): «Ma è una 
strana impersonalità: perché si potrebbe altrettanto bene sostenere che quel 
mondo parla per bocca dell'autore, o che l'autore parla per bocca di quel mon- 
do»), allora abbiamo toccato elementi costitutivi della «forma» dell'opera. Tra i 
quali sta la cosiddetta «dialettalità», anche questa aspetto della stessa sintesi: 
un sapore di dialetto trasfuso nell'italiano, la «fisonomia caratteristica siciliana 
— scrive il Verga — come io ho cercato di renderla neiritaliano»^». 



57 Nel testo (p. 131) propriamente l'espressione citata è al plurale. 

58 Lettera al Rod del 18 aprile 1881, in G. Verga, Lettere al suo traduttore, cit., p. 30 (a 
proposito di Vita dei campi). 



352 TERESA POGGI SALANI 

È già stato notato più volte, a cominciare dal Russo 5^, che sono pochi com- 
plessivamente i sicilianismi vistosi dei Malavoglia. Tanti sono invece, e per lo 
più ancora da scoprire, quelli semantici e sintattici, che l'autore ha giudicato in- 
tellegibili, insinuabili nell'italiano in modo che naturalmente si concilia con le 
sue stesse possibilità: gente di mare nel senso di 'pescatori', per esempio (cfr. 
in Fantasticheria: «Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori; 'gente di 
mare', dicon essi, come altri direbbe 'gente di toga'») o assai sempre posto 
all'aggettivo o al sostantivo («Qui è meglio assai! »)«>. 

E ci sono poi le coincidenze totali tra siciliano, o italiano di Sicilia, e italia- 
no "senza aggettivi": anche più di quanto sembrasse allo stesso Verga che, in 
un tempo in cui ogni andamento colloquiale sapeva di dialetto e a ciascuno 
sembrava il suo, giudicava siciliano in una lettera al suo traduttore per l'esem- 
pio l'uso lasso e polivalente del che^^. Anch'esse tuttavia fanno la fedeltà di 
questo italiano "dialettale senza esserlo", ma dialettale anche nel fondo e 
nell'implicito, al mondo dei Malavoglia. 

Allora, davvero, questa componente siciliana intenzionale (l'intenzionalità 
è ora splendidamente mostrata anche dal manoscrittto)62, entra, con altro come 
abbiamo visto, quale componente dalla «forma» dei Malavoglia, elemento co- 
stitutivo deir«idea» dell'opera. E più che mai uso riflesso, perseguito, del re- 
gionalismo nativo (dell'italiano di Sicilia, anche, ma questa non è testimonian- 
za: qui il Verga in prima persona modella ai suoi fini l'italiano, lo piega alle 
forme native, anche crea semantica e sintassi, che niente garantisce per quelle 
singole forme, considerate una per una, esistente nell'italiano locale). 

Per il raccordo con l'idea di lingua colta viva basta dire a questo punto che 
se il sicilianismo o creduto tale, manifesto o sotteso, fa parte dell'opera che si 
radica nella lingua esistente e anteriore, il resto è lingua, cioè strumento lingui- 
stico, codice, tessuto connettivo dell'opera, è uso da un italiano di comunica- 
zione. A questo soltanto appartengono il toscanismo (grullo, per esempio), il 
milanesismo (tondo per 'piatto') e anche il sicilianismo che eventualmente sia- 
mo in grado di dichiarare involontario (dippiù)(>^: queste tessere di italiani re- 



59 Russo (1966) (rist. della VII ed. del 1963; ma il capitolo sulla lingua comparve già nella 
III ed., 1941). 

60 Nell'ed. originale de I Malavoglia, Milano, Treves, 1881 (mi valgo delle inedite concor- 
danze elaborate dal CNUCE per l'Opera del vocabolario dell'Accademia della Crusca [ora 
presso il Centro studi CNR Opera del vocabolario italiano]): gente di mare è alle pp. 1 e 243; 
assai posposto alle pp. 193, 327, 359 (posposizione obbligata dalla rima di un proverbio a p. 
68). Per Fantasticheria si cita da G. Verga, Tutte le novelle, a cura di C. Riccardi, Milano, 
Mondadori, 1979, p. 130. 

61 Lettera qui alla nota 55, ivi. 

62 Sulle correzioni del manoscritto cfr. Nencioni (1982, pp. 508-512) e lo studio specifico 
di Branciforti (1982, in particolare p. 544). 

63 Sempre dall'ed. originale dei Malavoglia: grullo, p. 283; tondo, p. 178; dippiù, p. 58. 



ITALIANO REGIONALE DEL PASSATO: QUESTIONI GENERALI E CASI PARTICOLARI 353 

gionali diversi, creduti senz'altro dal Verga "l'italiano", sono per noi, anche nei 
Malavoglia, per quanto usati dunque in un'opera letteraria, la sua testimonian- 
za non riflessa d'italiano regionale. 



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* In questo contributo si è optato per un sistema misto di citazione bibliografica: gli studi 
sono citati secondo il sistema nome-data; le fonti e i vocabolari sono menzionati per esteso nel- 
le note (n.d.cun). 



354 TERESA POGGI SALAMI 

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Manlio Cortelazzo 
(Padova) 

Regionalismi nel Vocabolario della Crusca 



Preoccupazioni puristiche — nel senso ottocentesco del termine — la 
Crusca^ non ebbe. Anche se il francese pur iste fin dalla prima apparizione 
(1620) si richiama espressamente ad un atteggiamento proprio dei cruscanti 
(Vitale 1964, p. 188), nessun atto repressivo è stato operato dai compilatori del- 
la prima edizione del Vocabolario, i quali si mostrato eccezionalmente lontani, 
malgrado la comune opinione contraria, da ogni velleità prescrittiva di accetta- 
zione o preclusione di singole forme. 

Tra le annotazioni preliminari, stese per preparare la prefazione A' lettori, 
si trova questo passo significativo (che, tuttavia, non entrerà nel testo passato 
alla stampa): 

Si sono messe tutte quelle voci che si sono trovate negl'autori di quel secolo [il 
Trecento] con l'autorità dell'esempio, senza aver considerazione se elle sieno o 
buone o cattive o da usarsi o da non usarsi, perché non habbiamo in questo volu- 
to esser giudici, e la nostra intenzione è stata di mantener questa lingua nella sua 
copiosità e ricchezza. Potrà adunque il discreto lettore considerarle e valersene a 
luogo e tempo, con la dovuta distinzione (Parodi 1974, p. 344). 

Il discrimine, dunque, non era fissato dalla «qualità» delle singole voci, ma 
dal loro appartenere o meno al lessico personale di scrittori fiorentini (le ecce- 
zioni sono poche) di quel secolo fortunato, fossero Dante, Petrarca, Boccaccio, 
o, come ferocemente dirà l'Incognito da Modena, i «peggiori autori e più igno- 
bili che mai abbiano scritto in lingua toscana o fiorentina: Ricordani, Panzani, 
Albertani, Arrighetti, Amaretti, Sacchetti, traduzioni d'ignoranti, opere di frati 
nemici di belle lettere, commenti pedanteschi, frottole, quaderni di conti, liste 
di spenditori, filze di notai e altri simili scartafacci avanzati alle sardelle, senza 
credito, senza nome» (Tassoni, 1975, p. 125). 

Entrano, così, nella prima edizione del Vocabolario, assieme alle decine di 
gallicismi del lodato Giovanni Villani, riconosciuti settentrionalismi danteschi 
{ancoi; aprovo; barba 'zio'; bobolca = biolca, nell'antica lezione bobolce, già 
ripresa dal Tassoni: «Le bobolce di Dante non sono dette da bobolco né da bi- 
folco, che non era egli tanto sciocco ch'avesse detto seminar bifolchi buoni; ma 
sono dette da bobolca, voce lombarda ch'è una misura di terra di tante tavole», 
Tassoni 1975, p. 131; brolo; co; lido, anche con una citazione petrarchesca; 
pegola; piote '(piante dei) piedi', malgrado la dichiarazione di Guido da Pisa, 



356 MANLIO CORTELAZZO 

che l'annovera fra i «vocabula fiorentina» (ma è anche del Dittamondo!); 
scranna, condivisa con il volgarizzamento dei Gradi di S. Girolamo; sorco), al- 
cuni altri dialettalismi rintracciati nel Boccaccio (il siciliano acanino, senza il 
completamento degli altri siciUanismi dello stesso passo: «tu m'hai miso lo fo- 
co dWarma, toscano acanino», anche se trattati nelle Annotazioni dei Deputati; 
il lombardo tosa, assieme al diminutivo tosette del Pulci, il bagattino, moneta 
«laquale ancora oggi s'usa a Venezia», e i raviuoli; ma non le menne meridio- 
nali menzionate due volte — ediz. Battaglia 361 e 411 — nel Filocolo, che 
sembrano recuperate, però, solo recentemente dai codici, mentre le stampe han- 
no mammelle, non importa, se attinte dalla tradizione lirica della scuola sicilia- 
na o dalla diretta esperienza), la lomia di Maestro Aldobrandino, la peverada di 
Domenico Cavalca, definita 'brodo' per un errore, che «insulto della ragione, 
imbratta tuttavia il vocabolario», come dirà il Monti nella sua Proposta. Ed an- 
che bigatto e bozzolo senza l'autenticazione di uno scrittore approvato, mentre 
pevera, pur dichiarata nell'uso («Intorno alle voci dell'uso mettansi fuora tutte 
all'ordine dell'alfabeto e mandisi per la dichiarazione al luogo dove le sono di- 
chiarate, come per esempio alla lettera P [Pevera, vedi Botte]»: Parodi 1974, p. 
330), dovrà attendere la Crusca'' e l'esempio del Firenzuola per essere accettata. 

Né è da pensare che questo accoglimento fosse separato dalla consapevo- 
lezza del carattere regionale delle voci ammesse, perché esso molte volte è 
espressamente dichiarato: 

ancoi voce Lombarda, e vale, oggi; 

aprovo avverbialm. parola Lombarda, e vale appresso; 

barba per Zio, detto alla Lombarda; 

co per capo, alla Lombarda, disse Dante; 

tosa voce Lombarda. 



Di brolo chiarirà l'origine il Buti: 

al modo lombardo è orto dov'è verdura: e qui lo pillia... per la corona {Enc. 
dant.), 

mentre di acanino si era riconosciuta l'origine siciliana nei lavori preparatori: 

a canino. É proverbio siciliano, detto per ischerzo e per puntura 

(proposta di Pier Francesco Cambi — Parodi 1974, p. 90 — modificata in 
Crusca^). 

Tutte queste precisazioni non hanno valore informativo, ma cautelativo, co- 
me avevano avvertito, con un richiamo diretto, una risoluzione di dodici acca- 
demici del 24 aprile 1606: 



REGIONALISMI NEL VOCABOLARIO DELLA CRUSCA 357 

Le voci del Crescenzio che non sono in tutto nostrali, ma o latine o lombarde, si 
noti per tali acciò non sien prese per nostre (Parodi 1974, p. 333), 

e una presa di posizione generica sul diritto di cittadinanza automatico per 
le testimonianza gli autori fiorentini e sulla censura selezionatrice delle scrittu- 
re degli estranei nella prefazione del 1612: 

Da alcuni altri scrittori, che forestieri più tosto ci sembrano, che nostrali, abbia- 
mo cavato sol quelle voci, giudicate da noi belle, significanti, e dell'uso nostro, 
non curando dell'altre, lequali, anzi straniere, che Fiorentine, potrebbon dar più 
confusion, che bellezza a questa favella. 



che fa propria una proposta di Filippo Pandolfini: 



Avvertire che di alcuni autori antichi e di mediocre autorità si sono tolte sola- 
mente quelle voci che erano vaghe e riconosciute del nostro uso; e l'altre, che 
non operano in questa lingua, si sono lasciate come dismesse e conosciute più to- 
sto per forestiere che per pure fiorentine (Parodi 1974, p. 340). 

Questi criteri, più teorici che operativi, erano talmente labili, che vennero 
contraddetti proprio nel caso del volgarizzamento del trattato dell'agricoltura di 
Piero de Crescenzi, curato per le stampe pochi anni prima (1605) addirittura da 
Bastiano de' Rossi, l'Inferigno, segretario dell'Accademia ed incaricato a se- 
guire di persona la stampa del Vocabolario. 

Del Crescenzi si definiscono, per esempio, graspi e navone (questo appog- 
giato anche da un secondo esempio ricavato dal Palladio volgarizzato), ma non 
gradella (che ha una glossa intema: «Hanno i pescatori gradelle, o vero gab- 
biuole»); anche cubattolo, pur essendo definito nel contesto, resta privo di spie- 
gazione, come oggetto non in uso a Firenze. Peggio ancora per ravici, riferite 
espressamente ai Milanesi («I Milanesi seminavano la ravici, o vero ravacciuo- 
li»), che, seguito da un evidente ed eloquente spazio bianco al posto della defi- 
nizione, provocherà il giusto rimprovero del pur pacato Ottonelli nelle Annota- 
zioni falsamente attribuite al Tassoni: 

«ravici. Lasciando i Signori Accademici di mettere in questo Vocabolario assais- 
sime voci de' migliori scrittori; le quali può cadere altrui l'adoperarle, si poteano 
rimanere anche di mettervi le Ravici, tanto più ch'è non dichiarano, che cosa elle 
sieno, e vi lasciano lo spazio bianco. Ravici, voce non Toscana, sono rapucce sel- 
vatiche, che fanno il fusto alto, e la radice lunga, è sottile. Con queste nel Mila- 
nese, e in altri luoghi s'ingrassa il terreno, ravvolte sotto esso» (Tassoni 1698, p. 
163). 

Il salto di qualità — non molto lungo, a dire il vero — nei confronti dei re- 
gionalismi sarà compiuto con la Crusca^, che renderà parziale giustizia postu- 
ma alle osservazioni del Tassoni in nome di quel cauto indirizzo 'italianista' 
impresso all'opera del Vocabolario dai successivi segretari Benedetto Buon- 



358 MANLIO CORTELAZZO 

mattei e Carlo Roberto Dati con gli attivi fiancheggiatori Francesco Redi e Lo- 
renzo Magalotti (Vitale 1966). 

I quali, come dettero ragione al Beni, accettando accanto a mandorla, la 
diffusa variante mandola, che pur aveva le carte in regola (la trovavano nel 
Dittamondo), così accolsero dal Tassoni fazzoletto {«fazzoletto è voce intesa 
per tutta Italia», Renda 1908, p. 297, facilmente documentato con esempi dal 
Galateo, dal Firenzuola e ancora (nelle Giunte) dal Bemi), ma non melone («è 
per tutta l'Italia l'istesso che popone in Firenze», Renda 1908, p. 297), che non 
avrà mai l'onore di entrare nelle colonne del Vocabolario, malgrado entrasse 
nei banchi dei fruttivendoli dell'intera penisola. Tra le altre voci comuni trala- 
sciate, il Tassoni aveva segnalato albio, bragiola, regalare, spadolare, stra- 
diotti (Renda 1908, pp. 300-301, per stradiotti anche Renda 1908, p. 292: «E 
perché non metter la voce stradiotti, necessaria per intendere l'historia moder- 
na dei toscani medesimi?». «Non l'hanno messa perché non l'han trovata nel 
cantone delle anticaglie»). Sono registrati in Crusca^: hraciuola (senza esem- 
pi), regalare (senza esempi nel senso di 'far presenti, regali'), e stradiotto (ap- 
poggiato al Guicciardini ed ai Canti carnascialeschi). 

Ed anche quel carratello, al quale lo stesso Tassoni, nella lettera al canoni- 
co Albertino Barisono del 22 dicembre 1618, aveva dedicato alcune pungenti 
righe: «Questa è una voce che non l'hanno i Fiorentini perché, come sono po- 
veri di cose, sono anche poveri di voci, non ricevendo essi le forestiere e non 
usando se non quelle delle cose che hanno» (Tassoni 1978, 1: 378). E tra i re- 
gionalismi fino allora trascurati entrano nel tempio esclusivista: Varzanà dante- 
sco (con esatta accentazione e meglio distinto da arsenale, a cui è dedicato un 
lemma indipendente, in confronto alla Crusca^), caleffare del Sacchetti, gotica 
(dallo pseudo Boccaccio àé[V Urbano), gallone 'fianco' (Bemi), garbo 'aspro' 
{Ricettario Fiorentino), ghetto con la testimonianza piuttosto recente di Curzio 
da Marignole (1563-1606), piccione con vari esempi (che mancano del tutto 
per il derivato piccioncello, ma non per l'altro, piccioncino, trovato nel Libro 
dei sonetti), pulica, puliga, voce tecnica dell'arte dei vetrai {Saggi di naturali 
esperienze), zinna 'mammella' (Ciriffo Calvaneo), e poi, dall'onnipresente Re- 
di, arsella (nelle Giunte), grancévola, magiostra, marangone 'tipo di uccello', 
poana = poiana 'uccello rapace' (e, tra le voci 'italiane', che avranno una note- 
vole fortuna, caffè e dialetto, nelle Giunte). Senza l'autorità di un citato entrano 
altresì lazzeretto, marangone 'tuffatore', zatta 'sorta di nave' ( = 'zattera'), 
zolfatura. L'apertura concessa dalle proposizioni preliminari, tolte quasi di pe- 
so dalla Crusca^, consentiva questa larga e soggettiva facoltà di scelta: 



Molti Scrittori abbiam noi, che benché degnissimi, e dottissimi, come non intera- 
mente nostrali, hanno talora usato parole, che anzi straniere, che Fiorentine appa- 



REGIONALISMI NEL VOCABOLARIO DELLA CRUSCA 359 

riscono; onde giudicando noi, che non che aggiugner finezza, potessero portar 
rozzezza alla Hngua, le abbiamo tralasciate del tutto, prendendone quelle sola- 
mente, che a noi son panate e più significanti, e più naturali (voi. I, p. 17). 

Un passo avanti, più deciso nell'edizione Venezia del 1763 e nel Manuzzi, 
verrà compiuto dalla Crusca^, anche se si mostrerà guardinga nella registrazio- 
ne di nuovi regionalismi {baggianata, senza esempi, ballottare: Della Casa, 
cazza, sia come 'mestola': Crescenzio, sia come 'vaso usato dai chimici': Arte 
vetraria di A. Neri, contrabbandando con vari esempi, dogale 'veste': Bemi, 
guantiera con diversi esempi, proto con una nota di Galileo: «che noi... doman- 
diamo proti») e non mancherà di rivedere con rigore la presunta larghezza dei 
predecessori, cancellando, per esempio, il garbo 'aspro' della Crusca^. 

Molto pi